L’algoritmo non firma: nella Pubblica Amministrazione l’intelligenza artificiale entra nel contratto

Giovanni Di TrapaniGiovanni Di Trapani
| 11/06/2026
L’algoritmo non firma: nella Pubblica Amministrazione l’intelligenza artificiale entra nel contratto

Nel pubblico impiego l’intelligenza artificiale entra nel contratto, ma resta subordinata a trasparenza, controllo umano e responsabilità dirigenziale.  

L’intelligenza artificiale è entrata negli uffici pubblici prima ancora che le amministrazioni fossero pienamente pronte a governarla. È entrata nei testi, nelle sintesi, nelle ricerche normative, nella preparazione di appunti, relazioni, bozze e documenti. È entrata spesso in modo silenzioso, attraverso l’iniziativa dei singoli dipendenti, più che per effetto di una strategia organizzativa compiuta. Per questo la novità contenuta nella preintesa del contratto delle Funzioni Centrali non rappresenta soltanto un aggiornamento tecnico del pubblico impiego, ma un passaggio culturale: la Pubblica Amministrazione riconosce che l’AI non è più un fenomeno esterno o sperimentale, bensì una componente concreta dell’organizzazione del lavoro.

Il punto più significativo è il principio secondo cui i sistemi di intelligenza artificiale non possono produrre decisioni esclusivamente automatizzate capaci di incidere sul rapporto di lavoro del dipendente senza un appropriato intervento umano. È una formulazione che contiene una scelta di fondo: l’algoritmo può assistere, ordinare, suggerire, accelerare, ma non può sostituire la responsabilità amministrativa. Nella PA, più che altrove, la decisione non è un semplice esito computazionale; è esercizio di funzione, ponderazione dell’interesse pubblico, assunzione di responsabilità verso cittadini, lavoratori e istituzioni. Da questo punto di vista, la clausola contrattuale assume un valore che supera il perimetro sindacale. Essa afferma che la responsabilità dei dirigenti e dei titolari dei poteri decisionali non può essere delegata a sistemi automatici. È una dichiarazione essenziale in una fase storica nella quale l’efficienza rischia talvolta di essere confusa con la deresponsabilizzazione. L’AI può ridurre tempi, migliorare l’accesso alle informazioni, supportare analisi complesse, rendere più leggibili grandi quantità di dati. Ma non può diventare il luogo opaco in cui si smarrisce la tracciabilità della decisione. Il secondo profilo decisivo riguarda la trasparenza. Il lavoratore pubblico deve poter conoscere, in forma comprensibile, i criteri generali di funzionamento dei sistemi utilizzati per l’organizzazione del lavoro, l’assegnazione dei compiti e la valutazione delle prestazioni. Anche qui il tema non è soltanto tecnologico. È giuridico, organizzativo e democratico. Un’amministrazione che utilizza strumenti algoritmici deve essere in grado di spiegare perché li usa, su quali dati operano, quali finalità perseguono, quali effetti possono produrre e quali garanzie vengono assicurate.

La questione della formazione è altrettanto centrale. Se l’AI viene lasciata alla sola iniziativa individuale, si crea una doppia fragilità: da un lato, l’amministrazione non governa realmente gli strumenti utilizzati; dall’altro, il dipendente è esposto a rischi di errore, trattamento improprio dei dati, affidamento a risposte non verificate, utilizzo di piattaforme non sicure. La formazione, dunque, non è un accessorio, ma la condizione minima per trasformare l’innovazione spontanea in innovazione istituzionale. Il contratto sembra intercettare proprio questo snodo: l’intelligenza artificiale non deve essere subita, né demonizzata. Deve essere amministrata. Ciò significa inserirla dentro procedure chiare, responsabilità definite, controlli verificabili, informative sindacali, criteri di sicurezza e percorsi di alfabetizzazione digitale. La PA non può limitarsi a rincorrere l’innovazione con strumenti del passato, ma non può nemmeno consegnarsi a un automatismo privo di presidio umano.

La vera sfida sarà passare dalla norma alla pratica. Serviranno linee guida operative, ambienti sicuri, strumenti autorizzati, modelli di valutazione dei rischi, registri degli usi, procedure di audit e una nuova cultura dirigenziale. Perché l’intelligenza artificiale, nella Pubblica Amministrazione, non è soltanto una tecnologia da adottare: è una leva che modifica i processi, il lavoro, la responsabilità e il rapporto di fiducia tra istituzione e cittadino. La preintesa ARAN segna un primo punto fermo: l’AI può entrare nel pubblico impiego, ma non può diventare il nuovo sovrano invisibile della decisione amministrativa. L’algoritmo può aiutare l’amministrazione a vedere meglio, a leggere più velocemente, a organizzare con maggiore precisione. Ma la firma, la responsabilità e il giudizio restano umani. Ed è proprio qui che si misura la maturità digitale dello Stato.

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