Personalmente non sono indispettito se c’è chi commenta “Magnifica Humanitas” senza averla ancora letta. Si tratta di un documento complesso, non di un instant book, come sempre ricco di riferimenti alla dottrina e alle Sacre Scritture. Evidenziarne anche solo alcuni aspetti è un modo per invitare alla lettura o proporne una prospettiva.
Condividere ciò che abbiamo iniziato a cogliere è ciò che ho provato a fare anch’io, lo scorso giovedì, ospite della Diocesi di Bergamo, insieme a Stefano Remuzzi, il Direttore della Pastorale Sociale e del Lavoro. La serata era già programmata, ma l’occasione della pubblicazione del testo di Papa Leone l’ha resa ancor più partecipata e interessante.
Delle domande e delle riflessioni emerse durante l’incontro ho registrato le seguenti, anche perchè non sempre fanno parte degli incontri formativi che si organizzano con i professionisti e le aziende:
– la crescente consapevolezza in merito ai costi ambientali che la tecnologia implica e l’urgenza di individuarne soluzioni per renderla sostenibile;
– il timore diffuso che il suo uso costituisca un freno allo sviluppo e all’allenamento delle capacità cognitive e la necessità che, a scuola e al lavoro, vi siano formazione e modalità adeguate per introdurla;
– la preoccupazione che le risposte che i chatbot offrono non sono neutre, ma oggetto di possibili manipolazioni, soprattutto in considerazione della concentrazione di potere da cui l’offerta di tecnologia è connotata;
– se oggi è la AI Generativa è un supporto, domani la AI Agentica richiederà l’apporto di meno persone per lo stesso compito.
Di fronte a questi interrogativi, gli spunti che una lettura iniziale dell’Enciclica mi hanno più colpito sono i seguenti:
- come già aveva ricordato Papa Francesco, la semplice “consapevolezza” in merito alle caratteristiche dell’Intelligenza Artificiale non è sufficiente: occorre svilupparne il discernimento. Non basta sapere usare gli strumenti e conoscerne il funzionamento: occorre comprendere ciò che essi producano nell’Uomo, nelle relazioni con l’Altro, nella percezione della realtà e nell’impatto sul Creato;
- con una lucida interpretazione dei modelli generativi, l’osservazione secondo la quale le moderne intelligenze artificiali sono molto più “coltivate” che “costruite”. Non sono algoritmi di cui si possa conoscere in modo trasparente ogni passaggio decisionale, sono sistemi che emergono dall’addestramento su quantità immense di dati, sviluppando correlazioni e comportamenti che spesso nemmeno chi li realizza riesce pienamente a interpretare;
- di fronte alla tendenza all’antropomorfizzazione dell’AI, Magnifica Humanitas non si limita a ricordare i rischi di attribuire significato a ciò che la macchina interpreta come numero, ma sottolinea la minaccia di una nuova forma di alienazione ovvero che l’essere umano stesso divenga parte del sistema come soggetto standardizzabile e ottimizzabile;
- i rischi rappresentati dalla tendenza al compiacimento dei modelli linguistici ai fini di generare un’economia dell’attaccamento da parte degli utenti;
- il contrario di un rifiuto, anzi una considerazione del digitale come “bene a destinazione universale” in cui nuove “terre rare” sono i dati in grado di prevedere e orientare i bisogni delle persone;
- il ricordo dei lavoratori invisibili dell’intelligenza artificiale: annotatori sottopagati, moderatori di contenuti esposti quotidianamente a violenza e pornografia, lavoratori del Sud globale.
“Non serve un’AI più morale, se questa morale è decisa da pochi” è la sintesi che più mi è rimasta in mente di questa prima lettura dell’Enciclica accanto al concetto di “disarmo dell’AI”: non un rifiuto della tecnologia, ma della sua subordinazione alla logica della competizione economica e militare.
Un’ultima osservazione – semplice e al contempo spiazzante perché invoca una risposta integralmente umana – ha colpito i presenti. Quella che ha sollevato Stefano: se l’Intelligenza Artificiale è uno strumento di produttività, che cosa faremo del tempo che resta?
