In Italia la ricerca non fallisce perché manca qualità scientifica. Fallisce perché troppo spesso non diventa industria. I numeri più recenti lo mostrano con un paradosso quasi crudele: nel European Innovation Scoreboard 2025 l’Italia è sopra la media UE per pubblicazioni tra il top 10% più citato (117,7, UE=100), ma è molto sotto la media UE per spesa in R&S del settore privato (53,7, UE=100). È come avere ottimi ingegneri e un sistema che non costruisce abbastanza collegamenti verso le fabbriche, i prodotti e i mercati. Il gap non è di talento: è di meccanismi che trasformano talento in domanda industriale.
Non è un dettaglio statistico. È la fotografia di una filiera spezzata tra università, centri di ricerca e imprese. In un ecosistema maturo la ricerca non è soltanto pubblicazione e reputazione. È piattaforme condivise, contratti industriali, dottorati co-progettati, mobilità del talento, proprietà intellettuale che diventa licenza, prototipi che diventano produzione, e imprese che scalano. Ma soprattutto è un sistema in cui università e imprese non sono mondi separati: condividono laboratori, persone, percorsi di carriera e obiettivi tecnologici. Se mancano laboratori congiunti e mobilità reale tra atenei e aziende, la filiera resta spezzata. E l’eccellenza resta “leggera” sul piano economico.
In Italia, invece, anche quando creiamo eccellenze, spesso le lasciamo lavorare come “isole” più che come infrastrutture di sistema. E quando questo accade, il problema non è l’inefficienza scientifica: è la debolezza della domanda industriale organizzata attorno alla ricerca, quella che cofinanzia, indirizza, assorbe tecnologia e accorcia la distanza tra laboratorio e mercato.
Il caso IIT: forte produzione scientifica, ma la filiera resta corta
È legittimo definire l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) un’eccellenza scientifica? La risposta più seria non è uno slogan, ma una frase precisa: IIT ha una produzione scientifica complessivamente forte e competitiva a livello internazionale, ma non in modo uniforme in ogni area e non su ogni metrica. Una valutazione indipendente sul triennio 2019–2021 descrive un livello complessivo “eccellente” della produzione scientifica, ma segnala anche differenze tra domini e invita implicitamente a non confondere eccellenza complessiva con omogeneità; nello stesso periodo viene rilevata l’assenza di ERC Advanced. Non è una condanna: è un promemoria che la qualità esiste, ma va letta con grana fine.
Detto questo, il punto dell’editoriale non è giudicare la scienza in sé. È capire perché, anche con scienza forte, l’Italia non riesca a trasformare la ricerca in capacità industriale. Qui i numeri di struttura aiutano a capire il contesto. Nel Budget Economico 2025 il valore della produzione previsto è di €186,23 milioni e i ricavi e proventi per attività istituzionali sono €157,03 milioni. Dentro questi ricavi istituzionali, il contributo ordinario dello Stato è €90,42 milioni e i contributi dallo Stato in conto esercizio sono €35,76 milioni; i contributi da privati sono €1,86 milioni.
Va evitato un equivoco: il “valore della produzione” non è la somma di tre trasferimenti, ma una grandezza economica che include anche progetti competitivi, ricavi da servizi e altre poste contabili. Dunque €90,42 + €35,76 + €1,86 sono solo alcune voci dentro un totale più ampio. Ma il messaggio che questi numeri suggeriscono resta chiaro e non è un giudizio su IIT: è un indicatore di quanta industria italiana sia disposta a co-investire stabilmente nella ricerca, entrando nei programmi, mettendo risorse, condividendo roadmap e poi assorbendo persone e tecnologie. Se quel co-investimento resta marginale, la conseguenza tipica è che anche una produzione scientifica forte fatica a diventare un moltiplicatore industriale nazionale.
IMEC: non è una gara di settori, è una gara di architetture e di regole del gioco
Il confronto con IMEC (Belgio) va fatto con onestà: opera in un settore, la microelettronica, dove infrastrutture, linee pilota e standard industriali sono centrali. Proprio per questo, però, è un benchmark utile perché rende visibile ciò che spesso in Italia manca: la ricerca progettata come piattaforma di filiera.
IMEC mostra un modello in cui l’industria entra prima, non dopo. Cofinanzia e co-definisce le traiettorie tecnologiche. Poi accelera l’industrializzazione grazie a infrastrutture condivise, che abbassano il rischio per le aziende e accorciano il ciclo dalla ricerca alla produzione. E soprattutto chiarisce un punto cruciale, spesso frainteso in Italia: la lezione non è copiare un settore, ma importare le regole del gioco—cofinanziamento stabile, piattaforme condivise, governance mista e KPI industriali che contano davvero. Quelle regole possono valere anche in robotica, materiali, biotech e AI applicata, se si decide di adottarle.
Stati Uniti: il benchmark è la metrica, perché la metrica diventa incentivo
Negli Stati Uniti l’elemento decisivo non è soltanto la qualità della ricerca: è la capacità di governare la transizione dalla scoperta al mercato con strumenti e metriche industriali. Dove si misurano licenze, accordi, ritorni economici e tempi di trasferimento, si costruiscono incentivi che cambiano comportamenti, priorità e governance. Se non misuri, non governi. E se non governi, la ricerca resta “brava”, ma non diventa potenza industriale.
Cina: integrazione che accorcia il time-to-market
In Cina, soprattutto sull’AI e sulle tecnologie strategiche, la connessione tra ricerca pubblica, università e grandi imprese è spesso progettata per comprimere tempi e attriti tra laboratorio e piattaforma. Non serve idealizzare né demonizzare: la lezione è organizzativa. Quando capacità industriale, infrastrutture e applicazioni stanno dentro la catena di sviluppo, il time-to-market si accorcia. E quel tempo, oggi, è competitività.
La conclusione che l’Italia deve accettare (senza alibi)
L’Italia, nel 2025, non è un Paese senza ricerca. È un Paese in cui la ricerca fatica a diventare sistema industriale. Finché università, centri e imprese resteranno collegati più da progetti episodici che da architetture permanenti, continueremo a produrre conoscenza di qualità e a industrializzarla altrove.
La riforma vera non è solo “mettere più soldi”. È cambiare la progettazione del collegamento: rendere normale la mobilità tra ricerca e impresa, costruire programmi congiunti e cofinanziati su scala, semplificare e professionalizzare la gestione dell’IP, e far diventare lo Stato un primo cliente intelligente attraverso procurement di innovazione. Senza questo collegamento, ogni euro speso resta un costo; con questo collegamento, diventa un investimento.
E la sintesi finale—quella che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di dire ad alta voce—è questa: non serve solo più ricerca; serve più industria dentro la ricerca. Finché non costruiamo questo collegamento, continueremo a esportare conoscenza e importare prodotti.
