La ricerca in Italia non “scala”: il caso dell’Istituto Italiano di Tecnologia lo conferma

| 26/02/2026
La ricerca in Italia non “scala”: il caso dell’Istituto Italiano di Tecnologia lo conferma

In Italia la ricerca non fallisce perché manca qualità scientifica. Fallisce perché troppo spesso non diventa industria. I numeri più recenti lo mostrano con un paradosso quasi crudele: nel European Innovation Scoreboard 2025 l’Italia è sopra la media UE per pubblicazioni tra il top 10% più citato (117,7, UE=100), ma è molto sotto la media UE per spesa in R&S del settore privato (53,7, UE=100). È come avere ottimi ingegneri e un sistema che non costruisce abbastanza collegamenti verso le fabbriche, i prodotti e i mercati. Il gap non è di talento: è di meccanismi che trasformano talento in domanda industriale.

Non è un dettaglio statistico. È la fotografia di una filiera spezzata tra università, centri di ricerca e imprese. In un ecosistema maturo la ricerca non è soltanto pubblicazione e reputazione. È piattaforme condivise, contratti industriali, dottorati co-progettati, mobilità del talento, proprietà intellettuale che diventa licenza, prototipi che diventano produzione, e imprese che scalano. Ma soprattutto è un sistema in cui università e imprese non sono mondi separati: condividono laboratori, persone, percorsi di carriera e obiettivi tecnologici. Se mancano laboratori congiunti e mobilità reale tra atenei e aziende, la filiera resta spezzata. E l’eccellenza resta “leggera” sul piano economico.

In Italia, invece, anche quando creiamo eccellenze, spesso le lasciamo lavorare come “isole” più che come infrastrutture di sistema. E quando questo accade, il problema non è l’inefficienza scientifica: è la debolezza della domanda industriale organizzata attorno alla ricerca, quella che cofinanzia, indirizza, assorbe tecnologia e accorcia la distanza tra laboratorio e mercato.

Il caso IIT: forte produzione scientifica, ma la filiera resta corta

È legittimo definire l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) un’eccellenza scientifica? La risposta più seria non è uno slogan, ma una frase precisa: IIT ha una produzione scientifica complessivamente forte e competitiva a livello internazionale, ma non in modo uniforme in ogni area e non su ogni metrica. Una valutazione indipendente sul triennio 2019–2021 descrive un livello complessivo “eccellente” della produzione scientifica, ma segnala anche differenze tra domini e invita implicitamente a non confondere eccellenza complessiva con omogeneità; nello stesso periodo viene rilevata l’assenza di ERC Advanced. Non è una condanna: è un promemoria che la qualità esiste, ma va letta con grana fine.

Detto questo, il punto dell’editoriale non è giudicare la scienza in sé. È capire perché, anche con scienza forte, l’Italia non riesca a trasformare la ricerca in capacità industriale. Qui i numeri di struttura aiutano a capire il contesto. Nel Budget Economico 2025 il valore della produzione previsto è di €186,23 milioni e i ricavi e proventi per attività istituzionali sono €157,03 milioni. Dentro questi ricavi istituzionali, il contributo ordinario dello Stato è €90,42 milioni e i contributi dallo Stato in conto esercizio sono €35,76 milioni; i contributi da privati sono €1,86 milioni.

Va evitato un equivoco: il “valore della produzione” non è la somma di tre trasferimenti, ma una grandezza economica che include anche progetti competitivi, ricavi da servizi e altre poste contabili. Dunque €90,42 + €35,76 + €1,86 sono solo alcune voci dentro un totale più ampio. Ma il messaggio che questi numeri suggeriscono resta chiaro e non è un giudizio su IIT: è un indicatore di quanta industria italiana sia disposta a co-investire stabilmente nella ricerca, entrando nei programmi, mettendo risorse, condividendo roadmap e poi assorbendo persone e tecnologie. Se quel co-investimento resta marginale, la conseguenza tipica è che anche una produzione scientifica forte fatica a diventare un moltiplicatore industriale nazionale.

IMEC: non è una gara di settori, è una gara di architetture e di regole del gioco

Il confronto con IMEC (Belgio) va fatto con onestà: opera in un settore, la microelettronica, dove infrastrutture, linee pilota e standard industriali sono centrali. Proprio per questo, però, è un benchmark utile perché rende visibile ciò che spesso in Italia manca: la ricerca progettata come piattaforma di filiera.

IMEC mostra un modello in cui l’industria entra prima, non dopo. Cofinanzia e co-definisce le traiettorie tecnologiche. Poi accelera l’industrializzazione grazie a infrastrutture condivise, che abbassano il rischio per le aziende e accorciano il ciclo dalla ricerca alla produzione. E soprattutto chiarisce un punto cruciale, spesso frainteso in Italia: la lezione non è copiare un settore, ma importare le regole del gioco—cofinanziamento stabile, piattaforme condivise, governance mista e KPI industriali che contano davvero. Quelle regole possono valere anche in robotica, materiali, biotech e AI applicata, se si decide di adottarle.

Stati Uniti: il benchmark è la metrica, perché la metrica diventa incentivo

Negli Stati Uniti l’elemento decisivo non è soltanto la qualità della ricerca: è la capacità di governare la transizione dalla scoperta al mercato con strumenti e metriche industriali. Dove si misurano licenze, accordi, ritorni economici e tempi di trasferimento, si costruiscono incentivi che cambiano comportamenti, priorità e governance. Se non misuri, non governi. E se non governi, la ricerca resta “brava”, ma non diventa potenza industriale.

Cina: integrazione che accorcia il time-to-market

In Cina, soprattutto sull’AI e sulle tecnologie strategiche, la connessione tra ricerca pubblica, università e grandi imprese è spesso progettata per comprimere tempi e attriti tra laboratorio e piattaforma. Non serve idealizzare né demonizzare: la lezione è organizzativa. Quando capacità industriale, infrastrutture e applicazioni stanno dentro la catena di sviluppo, il time-to-market si accorcia. E quel tempo, oggi, è competitività.

La conclusione che l’Italia deve accettare (senza alibi)

L’Italia, nel 2025, non è un Paese senza ricerca. È un Paese in cui la ricerca fatica a diventare sistema industriale. Finché università, centri e imprese resteranno collegati più da progetti episodici che da architetture permanenti, continueremo a produrre conoscenza di qualità e a industrializzarla altrove.

La riforma vera non è solo “mettere più soldi”. È cambiare la progettazione del collegamento: rendere normale la mobilità tra ricerca e impresa, costruire programmi congiunti e cofinanziati su scala, semplificare e professionalizzare la gestione dell’IP, e far diventare lo Stato un primo cliente intelligente attraverso procurement di innovazione. Senza questo collegamento, ogni euro speso resta un costo; con questo collegamento, diventa un investimento.

E la sintesi finale—quella che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di dire ad alta voce—è questa: non serve solo più ricerca; serve più industria dentro la ricerca. Finché non costruiamo questo collegamento, continueremo a esportare conoscenza e importare prodotti.

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"Qualunque cosa succeda, resta viva. Non morire prima di essere morta. Non perdere te stessa, non perdere la speranza, non perdere la direzione. Resta viva, con te stessa, con ogni cellula del tuo corpo, con ogni fibra della tua pelle. Resta viva, impara, studia, pensa, leggi, costruisci, inventa, crea, parla, scrivi, sogna, progetta. Resta viva, resta viva dentro di te, resta viva anche fuori, riempiti di colori del mondo, riempiti di pace, riempiti di speranza. Mantieni viva di gioia. C'è solo una cosa che non devi sprecare della vita, ed è la vita stessa"

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