Il vero rischio per l’Italia non è l’AI. È non usarla

| 12/06/2026
Il vero rischio per l’Italia non è l’AI. È non usarla

L’Italia non rischia di essere travolta dall’intelligenza artificiale. Rischia di esserne esclusa. E la responsabilità non sarà delle macchine, ma di una politica che ha preferito regolamentare prima di capire, vigilare prima di abilitare, frenare prima di correre.

Con il primo via libera del Consiglio dei ministri agli schemi di decreto legislativo sull’intelligenza artificiale, il governo rivendica di aver dato all’Italia una cornice nazionale più avanzata. È un passaggio importante. Ma proprio perché i testi non sono ancora definitivi, questo è il momento giusto per una domanda scomoda: questa cornice aiuterà davvero le imprese a usare l’AI, o aggiungerà un altro strato di complessità a un Paese già frenato da procedure e incertezze amministrative?

Il dato da cui partire è semplice. Nel 2025 solo il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza tecnologie di intelligenza artificiale, contro quasi il 20% della media europea; tra le PMI il valore scende al 15,7%. Il problema, dunque, non è che le nostre imprese useranno troppa AI. È che ne useranno troppo poca.

È questo l’errore di fondo: l’AI è stata affrontata più come un dossier regolatorio che come una politica industriale. Più come un rischio da contenere che come una leva da portare nelle fabbriche, nei servizi, nella sanità, nella pubblica amministrazione.

Nessuno propone una giungla senza regole. I rischi esistono, soprattutto nei sistemi ad alto impatto: lavoro, sanità, credito, giustizia, biometria. L’AI Act nasce anche da preoccupazioni reali, evitare discriminazioni, opacità algoritmica, decisioni automatizzate senza controllo umano. Ma riconoscere la necessità delle tutele non significa accogliere ogni nuova tecnologia con un riflesso burocratico. Nei decreti ci sono anche elementi positivi: formazione, sperimentazione, sandbox, responsabilità. Il punto è se quelle misure arriveranno davvero nelle officine, negli ospedali, nelle amministrazioni o resteranno promessa nei testi.

L’Italia non ha bisogno di altra paura. Ha bisogno di crescita. Le nostre PMI non hanno bisogno di essere spaventate da obblighi aggiuntivi che si sommano a un quadro europeo già complesso. Hanno bisogno di capire come usare l’AI per produrre meglio, ridurre i costi, automatizzare i processi ripetitivi, prevedere la domanda, rafforzare il servizio ai clienti.

Mettere “l’uomo al centro” non significa rallentare la tecnologia: significa dare alle persone strumenti migliori. Consentire all’operaio specializzato di lavorare con sistemi predittivi, al medico di avere diagnosi più rapide, al piccolo imprenditore di competere con gruppi più grandi. Ma se “uomo al centro” diventa il modo elegante per dire controllo, sospetto e immobilismo, allora non è una visione. È un alibi.

Il primo errore è stato culturale. Si è parlato molto di etica, vigilanza, trasparenza, temi importanti. Ma un Paese con una produttività ferma da decenni, una base industriale sotto pressione e una popolazione che invecchia non può permettersi di mettere la prudenza prima dell’ambizione. La domanda non è se contrapporre regole e crescita, ma se le regole servano ad abilitare l’adozione o a ritardarla.

E qui occorre essere precisi, perché è facile sbagliare bersaglio. Designare ACN e AgID come autorità nazionali non è gold plating: è esattamente ciò che l’AI Act chiede agli Stati membri. Il problema non è l’esistenza di un’autorità, ma la sua moltiplicazione. Quando, accanto alla regia nazionale, l’impresa deve districarsi tra strategia biennale, monitoraggi annuali, autorità settoriali e obblighi che il regolamento europeo non prevede, il risultato è ciò che una PMI teme di più: frammentazione e responsabilità diffuse. L’impresa non deve trovarsi davanti a un mosaico istituzionale. Deve avere una porta chiara, una regola chiara, una responsabilità chiara. Se prima di adottare un sistema deve capire quale autorità interpreta e quale linea guida prevale, rinvierà. E rinviare, oggi, significa perdere competitività.

Va detto anche un dato di fatto, perché viene spesso evocato a sproposito: la sanzione fino al 7% del fatturato mondiale è prevista dall’AI Act europeo per le pratiche vietate, e colpisce in primo luogo chi sviluppa i sistemi, non la piccola impresa che si limita a usarli. Brandirla come spauracchio per la PMI è retoricamente efficace ma tecnicamente fragile. Il vero deterrente non è la sanzione massima: è l’incertezza su chi controlla e su cosa.

Il secondo errore è stato confondere la politica industriale con gli annunci. Parlare di fondi, strategie e programmi sembra importante. Ma la domanda vera è un’altra: come arriva concretamente l’AI nelle fabbriche, nelle filiere, nei distretti, nelle aziende familiari? Non basta dire che l’AI è strategica. Bisogna farla entrare nei processi.

Il terzo errore è il più grave: pensare che la partita sia solo l’AI generativa. Il mondo non sta andando soltanto verso chatbot e modelli linguistici. Sta andando verso la Physical AI: robot intelligenti, macchine autonome, magazzini automatizzati, visione industriale, manutenzione predittiva, digital twin, agenti che eseguono compiti, droni, veicoli intelligenti, fabbriche capaci di adattarsi in tempo reale. Questa è la partita italiana. Non perché dobbiamo imitare la Silicon Valley, ma perché dobbiamo difendere ciò che sappiamo fare meglio: produrre. Il nostro vantaggio storico è nella manifattura, nella capacità di combinare meccanica, design, materiali, processi e automazione. Se l’AI entra in questo tessuto, diventa un moltiplicatore straordinario. Se resta confinata nei convegni e nei documenti strategici, sarà l’ennesima occasione persa.

Il quarto errore è stato eludere il nodo dei talenti. L’AI non si adotta per decreto: servono ingegneri, data scientist, tecnici, manager capaci di tradurre i processi aziendali in applicazioni concrete. Servono competenze dentro le imprese, non solo consulenze esterne; università collegate all’industria, ITS rafforzati, dottorati industriali, reskilling dei lavoratori. La verità è dura: l’AI premierà chi saprà riorganizzare processi e modelli produttivi, penalizzerà chi resterà fermo. Non distruggerà il lavoro in astratto: lo distruggerà nei Paesi che non sapranno trasformarlo.

Proprio perché i testi non sono definitivi, c’è ancora tempo per correggere la rotta. Non per smontare le regole, ma per renderle più semplici e più orientate all’adozione. Tre scelte, concrete.

La prima: evitare ogni gold plating nazionale. Tutto ciò che non è strettamente necessario per applicare l’AI Act va eliminato, semplificato o ricondotto a una regia unica. Una porta chiara, una regola comprensibile, una responsabilità definita.

La seconda: misurare la politica sull’AI non dal numero di norme approvate, ma dal numero di imprese che la adottano. Il successo non sarà una governance elegante sulla carta. Sarà vedere l’AI nelle linee produttive, nei magazzini, negli ospedali, nei tribunali, nei comuni.

La terza: usare la pubblica amministrazione come grande motore di adozione. Lo Stato può essere il primo cliente intelligente dell’AI — sanità, giustizia civile, fisco, appalti, gestione documentale e l’appalto pubblico la leva più potente per portare domanda qualificata nel sistema. Un Paese con tempi amministrativi lunghi e liste d’attesa dovrebbe essere ossessionato dall’uso dell’AI per semplificare, non per complicare.

La domanda da porsi non è: come controlliamo l’AI? È: come facciamo in modo che ogni impresa italiana possa usarla prima dei suoi concorrenti?

Il tempo è finito. L’intelligenza artificiale non aspetta l’iter dei decreti attuativi. Le imprese che la adotteranno diventeranno più forti; quelle che resteranno ferme, più fragili. I Paesi che la porteranno nella produzione cresceranno; quelli che la imbriglieranno nella burocrazia arretreranno.

Non servono altri lacci e lacciuoli. Serve coraggio, visione, fiducia nelle imprese. Serve una politica che smetta di trattare l’innovazione come un pericolo e cominci a considerarla per quello che è: l’unica vera possibilità di rilanciare produttività, industria e crescita.

Il vero pericolo non è che l’Italia usi troppa intelligenza artificiale. Il vero pericolo è che, mentre gli altri la portano nelle fabbriche, noi la seppelliamo nei decreti.

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