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	<title>Europa Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Europa Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Volkswagen e il lungo tramonto dell’auto europea</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/volkswagen-tramonto-auto-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 13:09:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[Automotive]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/c2943610-9da2-4102-bde0-dae2eacd808f.png" type="image/jpeg" />La crisi di Wolfsburg non riguarda solo un gruppo industriale: misura il ritardo dell’Europa nella nuova infrastruttura globale della mobilità</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/volkswagen-tramonto-auto-europea/">Volkswagen e il lungo tramonto dell’auto europea</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/c2943610-9da2-4102-bde0-dae2eacd808f.png" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Per decenni Volkswagen non è stata soltanto un’impresa automobilistica. È stata una delle architetture profonde dell’Europa industriale: fabbrica, lavoro, ingegneria, export, welfare territoriale, potenza tecnologica e compromesso sociale. Wolfsburg ha rappresentato, più di altri luoghi, l’idea che la competitività europea potesse fondarsi su una combinazione virtuosa tra capacità manifatturiera, qualità produttiva e stabilità occupazionale.&nbsp;<strong>Oggi quella formula mostra le sue crepe. E le mostra nel punto più simbolico del sistema.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le indiscrezioni internazionali su un possibile piano di ridimensionamento fino a 100.000 posti di lavoro, con ipotesi di chiusura o profonda riconfigurazione di diversi stabilimenti tedeschi, non devono essere lette soltanto come una vicenda aziendale. Anche assumendo la necessaria cautela rispetto a numeri e scenari non ancora formalizzati in via definitiva, il segnale è inequivocabile:&nbsp;<strong>il più grande gruppo automobilistico europeo sta cercando di adattarsi a un’industria che non è più quella per cui era stato costruito</strong>. Il punto non è che Volkswagen venda meno automobili. Il punto è che il valore dell’automobile si sta spostando altrove. Per oltre un secolo il cuore competitivo del settore è stato il motore, la meccanica, la capacità di produrre grandi volumi con standard elevati e costi controllati. Oggi il centro di gravità si è trasferito verso batterie, software, semiconduttori, piattaforme digitali, dati, servizi connessi, reti di ricarica e controllo delle filiere critiche.&nbsp;<em>L’auto non è più soltanto un prodotto industriale: è una piattaforma tecnologica in movimento</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo passaggio, l’Europa appare esposta; ha imposto una traiettoria di decarbonizzazione ambiziosa, ma non sempre ha costruito con pari intensità l’infrastruttura industriale necessaria a sostenerla. Ha accelerato sulla regolazione, ma ha proceduto più lentamente su batterie, materie prime, software-defined vehicle, intelligenza artificiale embedded, capacità produttiva energetica e autonomia strategica delle catene di fornitura. Il risultato è una transizione che rischia di trasformarsi in un paradosso: l’Europa definisce gli obiettivi, ma altri attori consolidano gli strumenti per raggiungerli.&nbsp;<em>La Cina è il caso più evidente</em>. Per i costruttori europei, e per Volkswagen in particolare, il mercato cinese è stato a lungo il grande spazio di crescita globale. Oggi è diventato qualcosa di diverso: non più soltanto mercato di sbocco, ma ecosistema competitivo completo. I produttori cinesi hanno sviluppato una capacità impressionante di integrare batterie, software, design, prezzo e velocità di sviluppo. La loro forza non deriva solo dal costo del lavoro o dalla dimensione del mercato interno; deriva dalla costruzione di un sistema industriale coordinato, in cui imprese, politica industriale, tecnologia e domanda domestica si sono rafforzate reciprocamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Volkswagen</em></strong>&nbsp;si trova così stretta in una doppia pressione. Da un lato, deve difendere il proprio posizionamento nei mercati maturi, dove costi energetici elevati, stagnazione della domanda e vincoli regolatori comprimono i margini. Dall’altro, deve competere nei mercati emergenti dell’elettrico e dell’ibrido avanzato, dove la velocità cinese ha cambiato i parametri di riferimento. A ciò si aggiunge la nuova&nbsp;<strong>frammentazione geopolitica del commercio mondiale</strong>: dazi, barriere, regionalizzazione delle catene produttive, politiche industriali nazionali sempre più assertive. Il vecchio modello europeo, fondato sull’idea di produrre in Europa e vendere globalmente, non basta più.&nbsp;<strong><em>La questione occupazionale è dunque il sintomo più visibile di una trasformazione più profonda</em></strong>. Parlare di 50.000, 70.000 o 100.000 posti potenzialmente coinvolti significa interrogarsi sul destino di un’intera infrastruttura sociale. La fabbrica automobilistica europea non è mai stata solo un luogo produttivo. È stata organizzazione del territorio, formazione tecnica, mobilità sociale, identità urbana, contrattazione collettiva, filiera di piccole e medie imprese, ricerca applicata, finanza pubblica locale.&nbsp;<strong>Quando una grande casa automobilistica riduce capacità produttiva, non riduce soltanto linee di assemblaggio: ridisegna economie territoriali, competenze professionali e aspettative collettive</strong>. È questo il punto politico della vicenda Volkswagen. Se la transizione viene affrontata prevalentemente come programma di taglio dei costi, essa produce inevitabilmente arretramento. Se invece viene interpretata come ricostruzione di una nuova base industriale, può diventare occasione di riposizionamento. Ma tale esito non è automatico. Richiede una politica industriale europea più esplicita, più selettiva e più coraggiosa. Non basta, infatti, accompagnare la conversione all’elettrico con incentivi alla domanda; occorre presidiare l’offerta: batterie europee, software europeo, infrastrutture di ricarica interoperabili, standard tecnologici, formazione delle competenze, accesso all’energia a costi competitivi, sostegno alla riconversione delle filiere della componentistica. Il rischio, altrimenti, è che l’Europa diventi un grande mercato regolato per tecnologie prodotte altrove. Sarebbe una sconfitta strategica, prima ancora che industriale. La sostenibilità non può essere separata dalla capacità produttiva.&nbsp;<strong>La decarbonizzazione non può coincidere con la deindustrializzazione</strong>. La transizione ecologica, per essere politicamente sostenibile, deve generare lavoro qualificato, autonomia tecnologica e nuove specializzazioni produttive. In caso contrario, rischia di alimentare una frattura sociale tra obiettivi ambientali e sicurezza economica, offrendo spazio a narrazioni difensive e regressiste.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia, la lezione è particolarmente rilevante. Il nostro Paese non è più il centro di comando dell’<em>automotive</em>&nbsp;europeo, ma resta un nodo importante della componentistica, della meccanica di precisione, del design, dell’automazione industriale, della robotica, dei materiali e dei sistemi di fornitura. La crisi tedesca non va osservata con distacco. Molte imprese italiane vivono dentro le catene del valore dei grandi gruppi europei; se queste catene si contraggono o si spostano, l’impatto arriva anche nei distretti produttivi italiani. Allo stesso tempo, proprio la riconfigurazione dell’<em>automotive</em>&nbsp;può aprire spazi nuovi per chi saprà collocarsi nelle tecnologie abilitanti: elettronica di potenza, sensori, sistemi digitali di bordo, cybersecurity veicolare, infrastrutture energetiche, manutenzione predittiva, logistica intelligente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro dell’auto europea non si deciderà soltanto nelle fabbriche di assemblaggio. Si deciderà nelle università, nei centri di ricerca, nelle politiche energetiche, negli investimenti in competenze, nelle piattaforme software, nei porti, nelle reti elettriche, nei sistemi urbani di mobilità, nella capacità di trasformare la transizione in una filiera industriale integrata. La competizione non è più tra singoli marchi, ma tra sistemi, e un sistema industriale non si salva con la nostalgia. Si salva riconoscendo tempestivamente dove si sta spostando il valore. Volkswagen, in questo senso, non è soltanto il malato. È il termometro. Misura la temperatura di un’Europa che ha ancora straordinarie competenze tecniche, ma fatica a trasformarle in sovranità industriale per il nuovo ciclo tecnologico. Il lungo tramonto dell’auto europea non è scritto nelle cose. Ma evitarlo richiede una scelta: smettere di considerare l’automobile come un settore maturo da accompagnare lentamente al declino e tornare a pensarla come una delle infrastrutture strategiche del futuro.&nbsp;<strong>Il Novecento dell’automobile europea è finito. La domanda non è se difenderlo. La domanda è se l’Europa saprà progettare il secolo nuovo della mobilità, prima che altri lo facciano definitivamente al suo posto</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>l mercato unico europeo delle telecomunicazioni può cominciare da Italia e Spagna</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/patto-roma-madrid-telecomunicazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 08:21:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/1782527537392-1-2.png" type="image/jpeg" />Integrare prima di consolidare: la terza via Italia-Spagna per le telecomunicazioni europee</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/1782527537392-1-2.png" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">La scala che manca all’Europa non è soltanto la dimensione degli operatori. È la dimensione del mercato nel quale essi possono realmente competere. Un Patto Roma-Madrid, costruito a partire dalla domanda delle imprese di media dimensione e accompagnato da <em>wholesale</em> interoperabile, rimedi regolatori coerenti e spettro progressivamente convergente, potrebbe diventare il primo laboratorio operativo del <strong>Digital Networks Act</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito europeo sulle telecomunicazioni parte quasi sempre dalla stessa domanda: quanti operatori può ancora permettersi l’Europa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Rapporto Draghi</strong> ha indicato nella scala e nel consolidamento degli operatori alcuni degli strumenti necessari per sostenere gli investimenti e realizzare un vero mercato unico delle telecomunicazioni. Ha inoltre proposto di definire maggiormente i mercati a livello europeo, armonizzare le politiche dello spettro e favorire standard comuni. È una diagnosi seria. Ma non esaurisce le possibilità a disposizione dell’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di concludere che ottenere scala significhi necessariamente ridurre il numero dei concorrenti, dovremmo domandarci se essa possa derivare anche dall’ampliamento del mercato nel quale gli operatori sono in grado di competere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Italia e Spagna potrebbero sperimentare questa seconda strada attraverso un&nbsp;<strong>Patto Roma-Madrid per le telecomunicazioni</strong>. Non una fusione delle reti, non prezzi identici e neppure la creazione politica di un nuovo campione nazionale, ma un progetto destinato a rendere progressivamente contendibili come un unico spazio economico due mercati oggi separati da prodotti wholesale, sistemi informatici, condizioni commerciali e politiche dello spettro differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta europea non è soltanto tra frammentazione e fusioni. Esiste una terza strada: ampliare il mercato prima di ridurre il numero dei concorrenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta non sarebbe un’alternativa al Digital Networks Act presentato dalla Commissione europea il 21 gennaio 2026, ma il suo primo grande laboratorio operativo. Il DNA è oggi una proposta legislativa e il suo testo potrà cambiare durante il negoziato; proprio per questo Italia e Spagna avrebbero l’opportunità di sperimentarne concretamente gli obiettivi e contribuire a definirne l’attuazione, anziché attendere passivamente soluzioni progettate altrove.</p>



<h1 class="wp-block-heading">La domanda che conta non è quella delle multinazionali, ma del mid-market</h1>



<p class="wp-block-paragraph">La prima obiezione deve essere affrontata apertamente. L’accesso wholesale esiste già sia in Italia sia in Spagna. Il Codice europeo prevede dal 2018 strumenti per individuare mercati e domanda transnazionali. Inoltre, le grandi multinazionali dispongono già di interlocutori internazionali capaci di offrire servizi integrati di connettività, cloud, sicurezza e gestione globale. <strong>Telefónica Global Solutions</strong>, ad esempio, gestisce per il gruppo <strong>Telefónica</strong> le attività internazionali wholesale, roaming, multinazionali e mercato USA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque il Patto non dovrebbe essere costruito per le grandi multinazionali che possono negoziare contratti internazionali su misura. Il segmento realmente sotto-servito è un altro: imprese di media dimensione, gruppi industriali regionali, operatori logistici, fornitori di servizi digitali, catene retail, imprese energetiche, PMI strutturate e flotte IoT che hanno attività in Italia e in Spagna, ma non la scala negoziale per ottenere dai global carrier una soluzione pienamente integrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per queste imprese il problema non è l’assenza assoluta di offerta internazionale. È il costo della complessità. Un’azienda con sedi a Milano, Torino, Valencia e Barcellona può acquistare connettività in entrambi i Paesi, ma spesso deve gestire fornitori diversi, SLA non omogenei, interfacce separate, sistemi di sicurezza non integrati, contratti distinti e livelli di assistenza difficili da confrontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, quindi, esiste almeno potenzialmente, ma è dispersa. Nessuno la vede come un mercato unico perché nessuno la misura come un mercato unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il primo atto del Patto non dovrebbe essere la redazione di un nuovo catalogo tecnico. Dovrebbe essere una&nbsp;<strong>mappatura verificabile della domanda transfrontaliera del mid-market</strong>. Imprese industriali, porti, operatori logistici, aziende energetiche, amministrazioni pubbliche, università, strutture sanitarie e fornitori di mobilità connessa dovrebbero essere invitati a indicare, in forma aggregata e nel pieno rispetto delle regole di concorrenza, quali servizi acquistano nei due Paesi, quanti fornitori utilizzano, quali costi derivano dalla frammentazione e quale quota della propria domanda sarebbero disposti ad affidare a offerte integrate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un primo test potrebbe concentrarsi sulle attività economiche che operano lungo il corridoio europeo TEN-T Mediterraneo. Il corridoio collega i principali porti spagnoli — Algeciras, Cartagena, Valencia, Castellón, Tarragona e Barcellona — con Madrid, il sud della Francia, Genova, La Spezia, Torino, Milano e il sistema industriale del Nord Italia. La sua esistenza non dimostra automaticamente che vi sia una domanda telecom insoddisfatta. Offre però un universo economico reale nel quale misurare sedi, spesa per connettività e cybersecurity, frammentazione dei contratti e disponibilità ad acquistare servizi comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I governi non dovrebbero inventare la domanda né scegliere preventivamente i fornitori. Potrebbero però renderla visibile attraverso consultazioni coordinate, accordi quadro aperti e gare pubbliche nazionali costruite secondo requisiti compatibili. Le associazioni imprenditoriali potrebbero parallelamente raccogliere, in forma anonimizzata, le esigenze delle imprese private.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sarebbe un primo&nbsp;<strong>portafoglio della domanda Italia-Spagna</strong>. Soltanto dopo avere individuato che cosa il mercato vuole acquistare avrebbe senso definire i prodotti wholesale, le interfacce e gli standard necessari per fornirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’interoperabilità non è dunque il motore economico del progetto. È la condizione tecnica che permette alla domanda di trasformarsi in offerta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I primi candidati non sarebbero necessariamente i grandi incumbent. Potrebbero essere operatori B2B paneuropei, challenger della fibra, MVNO industriali, fornitori di connettività IoT, operatori wholesale-only e imprese specializzate nelle reti private. Il fatto che alcuni challenger abbiano già cercato spazio in più mercati europei non dimostra che il Patto sia superfluo; dimostra piuttosto che esiste una pressione competitiva potenziale che oggi deve essere ricostruita Paese per Paese, con costi e tempi duplicati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto dovrebbe quindi essere un&nbsp;<strong>test di mercato, non un atto di fede</strong>. La sua funzione sarebbe ridurre i costi fissi dell’ingresso e verificare se, una volta resa visibile la domanda e rimosse le incompatibilità operative, gli operatori siano effettivamente disposti a competere su scala transfrontaliera.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Perché proprio Italia e Spagna</h1>



<p class="wp-block-paragraph">La ragione principale non è demografica. È tecnologica e industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la CNMC, la rete di accesso in rame di Telefónica era divisa in 8.526 centrali identificate da codice MIGA. Il 27 maggio 2025 si è completato il processo di spegnimento, con la chiusura delle ultime 661 centrali ancora attive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, a dicembre 2025, l’FTTH rappresentava il 34,1% degli accessi fissi. Un ulteriore 40,5% era costituito da connessioni FTTC: fibra fino all’armadio stradale, ma ancora rame nell’ultimo tratto fino all’utente. Il confronto corretto è dunque tra l’FTTH spagnolo, ormai superiore al 90%, e l’FTTH italiano al 34,1%; la quota FTTC misura la parte ancora incompleta della migrazione italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa differenza è un’opportunità, ma anche un attrito. Sarebbe ingenuo sostenere che un mercato quasi interamente FTTH e uno ancora largamente FTTC possano armonizzare da subito tutto il catalogo wholesale di accesso fisso. Proprio per questo il Patto dovrebbe partire dai servizi più orientati al futuro e meno dipendenti dalle tecnologie legacy: reti private 5G, IoT industriale, cybersecurity, edge computing, connettività per porti, logistica, energia e manifattura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, si deve cominciare dove i due mercati sono simmetrici nel futuro, non dove restano asimmetrici nel passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna può mettere a disposizione l’esperienza maturata nella migrazione dei clienti, nello spegnimento del rame e nella concorrenza tra reti FTTH. L’Italia presenta invece un maggiore potenziale di trasformazione, adozione e investimento. Per l’Italia, il Patto allargherebbe il mercato indirizzabile della transizione FTTH e delle piattaforme wholesale-only. Per la Spagna, trasformerebbe la competenza accumulata sulla fibra e sulla migrazione dalle reti legacy in un asset esportabile di politica industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche le dinamiche commerciali sono differenti. Nella tavola “Dinamiche in Europa” dell’Osservatorio AGCOM, elaborata su dati Eurostat relativi alle comunicazioni elettroniche, l’indice dei prezzi registra tra dicembre 2021 e dicembre 2025 una diminuzione del 14,1% in Italia e un aumento del 2,9% in Spagna. È una misura diversa dall’indice sintetico nazionale ISA di AGCOM e non dimostra che i prezzi assoluti spagnoli siano necessariamente superiori. Mostra però traiettorie opposte, che possono aprire spazio a nuovi ingressi e a modelli commerciali differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Italia e Spagna, inoltre, non condividono una frontiera terrestre. Ma il progetto non consiste nella costruzione di un’unica rete fisica tra territori contigui. Riguarda domanda, contratti, prodotti wholesale, interfacce informatiche, servizi alle imprese e condizioni dello spettro. Per integrare questi livelli, la contiguità geografica non è necessaria. La Francia potrebbe aderire successivamente, trasformando il progetto bilaterale nel nucleo di uno spazio digitale mediterraneo più ampio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dimensione demografica rafforza, ma non fonda, la proposta. Italia e Spagna riuniscono circa 108 milioni di abitanti, rispetto agli 84 milioni della Germania. Costituirebbero quindi il maggiore bacino integrato dell’Unione per popolazione e clienti potenziali. Ciò non significa automaticamente essere il primo mercato per ricavi, che dipendono anche dai prezzi, dalla spesa media per cliente e dalla composizione dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine del 2025 l’Italia contava 19,38 milioni di accessi broadband e ultrabroadband fissi e la Spagna circa 19,9 milioni: complessivamente quasi 40 milioni di connessioni fisse. Secondo le statistiche nazionali, i due Paesi contano inoltre circa 143 milioni di linee mobili riferibili agli utenti, pur sulla base di classificazioni non perfettamente omogenee: 78,9 milioni di SIM Human in Italia e oltre 64 milioni di linee mobili in Spagna. A queste si aggiungono più di 72 milioni di connessioni M2M. Il dato spagnolo M2M richiede una cautela metodologica, perché nel 2025 la CNMC ha registrato un forte incremento delle linee associate a macchine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi numeri non devono diventare un artificio retorico. Il vero significato della scala non è rendere ancora più grandi operatori che già condividono piattaforme, acquisti e competenze su base internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il valore decisivo è la&nbsp;<strong>contendibilità</strong>. Un challenger, un operatore industriale o un fornitore B2B potrebbe affrontare una sola integrazione tecnologica e commerciale per accedere a due mercati, anziché duplicare ogni investimento nazionale. La scala non sarebbe quindi soltanto un risparmio di costo dal lato dell’offerta. Sarebbe un ampliamento del mercato accessibile a soggetti che oggi non riescono a superare il costo di una seconda entrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scala che manca all’Europa non è soltanto la dimensione degli operatori. È la dimensione del mercato nel quale possono realmente competere.</strong></p>



<h1 class="wp-block-heading">Perché Roma e Madrid dovrebbero agire</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema non è soltanto tecnico. È anche di economia politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frammentazione protegge gli operatori già insediati, perché aumenta il costo che un nuovo concorrente deve sostenere per entrare. Gli Stati, a loro volta, conservano la piena autonomia sulle frequenze e sulle entrate generate dalle assegnazioni. Chiedere agli stessi soggetti di smontare spontaneamente queste barriere può apparire irrealistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che deve emergere il movente politico del Patto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con il Digital Networks Act ormai nel processo legislativo europeo, una maggiore convergenza non è più una discussione astratta. Roma e Madrid possono attendere che il nuovo modello venga definito interamente a Bruxelles oppure proporsi come i due Paesi che lo sperimentano per primi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia, il Patto servirebbe a rendere più attraente e scalabile la migrazione verso l’FTTH, ad aumentare la contendibilità del mercato wholesale e a rafforzare gli operatori che possono utilizzare reti aperte senza duplicare infrastrutture inefficienti. Per la Spagna, rappresenterebbe l’occasione di trasformare il proprio vantaggio sulla fibra in una piattaforma europea, esportando competenze regolatorie, industriali e commerciali maturate nella chiusura del rame e nella competizione tra reti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio non sarebbe soltanto reputazionale. Essere il laboratorio operativo del nuovo mercato europeo permetterebbe ai due governi di portare nel negoziato sul DNA le caratteristiche delle proprie reti, le esigenze delle imprese e le priorità dei rispettivi territori. Consentirebbe inoltre di attrarre operatori, investimenti e sperimentazioni industriali interessati a sviluppare servizi su una base più ampia di un singolo mercato nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non richiederebbe ai due Stati di rinunciare immediatamente alle proprie competenze più sensibili. Lo spettro rimarrebbe nazionale, così come i relativi proventi. Le autorità conserverebbero la propria indipendenza. I governi coordinerebbero ciò che può produrre un vantaggio comune senza trasferire a un organismo bilaterale la sovranità sulle frequenze o le decisioni regolamentari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste alcuna garanzia che Roma e Madrid vogliano assumere questa iniziativa. Ma, una volta dimostrata la fattibilità tecnica e giuridica, l’ostacolo sarebbe politico. E dovrebbe essere dichiarato come tale.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Un progetto dentro il diritto europeo, anche nel passaggio al DNA</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non potrebbe dichiarare politicamente l’esistenza di un mercato transnazionale. Nella regolazione delle comunicazioni e nel diritto della concorrenza, un mercato rilevante emerge dalla domanda, dalla sostituibilità dei servizi e dalle condizioni competitive, non dalla volontà dei governi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel testo finale della Direttiva 2018/1972, l’articolo 65 prevede che, su richiesta motivata della Commissione o di almeno due autorità nazionali, BEREC analizzi un potenziale mercato transnazionale. La Commissione può successivamente identificarlo. Lo stesso articolo consente inoltre a due o più autorità nazionali di notificare congiuntamente le proprie misure anche in assenza di un mercato transnazionale formalmente riconosciuto, quando le condizioni nei rispettivi territori siano sufficientemente omogenee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’articolo 66 disciplina invece la domanda transnazionale degli utenti. BEREC può analizzarla su richiesta della Commissione, di almeno due autorità nazionali o degli operatori di mercato, se accompagnata da evidenze sufficienti. Quando la domanda transnazionale è significativa e non adeguatamente soddisfatta, BEREC può indicare approcci comuni, compresa l’interoperabilità tecnica dei prodotti di accesso wholesale. Le autorità nazionali devono tenerne nella massima considerazione quando esercitano i propri poteri regolatori, ma nel quadro attuale si tratta di uno strumento di indirizzo rafforzato, non di un obbligo direttamente cogente di armonizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">BEREC osservava nel 2021 che la procedura dell’articolo 65 non era stata fino ad allora applicata. Il limite è evidente: il quadro giuridico può riconoscere condizioni concorrenziali già sufficientemente omogenee, ma non è stato concepito come uno strumento di politica industriale per farle emergere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto colmerebbe questo spazio senza uscire dal framework europeo. Non creerebbe per decreto un mercato regolamentare. Favorirebbe l’emergere di un mercato economicamente più integrato, misurando la domanda e rendendo compatibili alcune condizioni operative. BEREC, la Commissione e le autorità nazionali continuerebbero a stabilire se e quando le evidenze raccolte siano sufficienti per riconoscerne formalmente la dimensione transnazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre però disciplinare anche la transizione verso il Digital Networks Act. Nella proposta della Commissione del 21 gennaio 2026, il DNA abrogherebbe il Codice europeo sei mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento, ma non cancellerebbe i meccanismi sui quali poggia il Patto: gli attuali articoli 65 e 66 vengono sostanzialmente ripresi negli articoli 74 e 75 della proposta, relativi rispettivamente ai mercati transnazionali e alla domanda transnazionale. L’articolo 75 continua inoltre a consentire richieste motivate dei partecipanti al mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta aggiunge un elemento decisivo. L’articolo 77 prevede che gli obblighi imposti agli operatori con significativo potere di mercato possano tenere conto, quando appropriato, dell’identificazione della domanda transnazionale prevista dall’articolo 75. L’articolo 81 introduce poi prodotti armonizzati di accesso, che le autorità nazionali devono valutare prima di imporre altri prodotti di accesso agli operatori SMP. La Commissione potrebbe adottare atti di esecuzione per definirne specifiche tecniche, elementi di costo, metodologie e offerta di riferimento, tenendo conto del parere di BEREC. Numerazione e contenuti potranno cambiare durante il negoziato legislativo, ma la direzione è chiara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratterebbe quindi di costruire il progetto su norme destinate a scomparire. Si utilizzerebbe il quadro oggi vigente per sperimentare strumenti che la Commissione propone di mantenere, rafforzare e collegare a prodotti wholesale armonizzati europei.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Wholesale interoperabile: la sequenza deve essere europea</h1>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’ultimo miglio è necessariamente locale. Il mercato non deve esserlo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta individuata la domanda, Italia e Spagna dovrebbero costruire il linguaggio tecnico necessario per soddisfarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non servirebbe una nuova rete. Servirebbero definizioni compatibili dei prodotti wholesale, clausole contrattuali confrontabili, API interoperabili, procedure analoghe per attivazioni e migrazioni, livelli di servizio misurabili nello stesso modo e sistemi comuni per comunicare e gestire i guasti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro dovrebbe riguardare l’accesso alle reti FTTH, la fibra spenta, i cavidotti e i pali, i servizi mobili wholesale, gli MVNO, le reti private 5G, l’Internet delle cose e l’edge computing.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarebbe necessario imporre prezzi identici. Geografia, densità abitativa, costi di costruzione e condizioni concorrenziali rimangono differenti. L’obiettivo sarebbe fare in modo che un operatore possa integrare una volta sola i propri sistemi e utilizzare successivamente processi sostanzialmente equivalenti nei due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accesso wholesale esiste già. Quello che manca è la sua replicabilità transfrontaliera a costi sostenibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui però occorre evitare un equivoco. Le specifiche pubbliche, il project office e l’ambiente di test sono necessari, ma non sufficienti. Il vincolo vero sta nei prodotti wholesale e nei sistemi OSS/BSS degli operatori che controllano le reti. Se un operatore con significativo potere di mercato non adotta interfacce comuni, SLA comparabili e processi interoperabili, il layer tecnico resta un documento, non diventa un mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sequenza giuridicamente pulita dovrebbe essere questa: prima la mappatura della domanda transnazionale; poi, se emergono evidenze sufficienti, una richiesta motivata a <strong>BEREC</strong> ai sensi dell’articolo 66 del Codice europeo; quindi linee guida <strong>BEREC </strong>sugli approcci comuni e sull’interoperabilità dei prodotti wholesale; infine l’attuazione da parte di <strong>AGCOM</strong> e <strong>CNMC</strong> attraverso condizioni proporzionate nei rimedi nazionali, tenendo nella massima considerazione l’approccio comune europeo. Nel quadro attuale questo percorso resta prevalentemente di indirizzo. Nel futuro quadro del <strong>Digital Networks Act</strong>, se confermato dal legislatore europeo, potrebbe diventare più incisivo grazie al collegamento tra domanda transnazionale, obblighi SMP e prodotti armonizzati di accesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo le autorità nazionali non inventerebbero dal nulla un obbligo transfrontaliero all’interno di mercati ancora formalmente nazionali. Darebbero attuazione, ciascuna nel proprio ordinamento e nei propri mercati rilevanti, a un approccio comune europeo fondato su una domanda transnazionale previamente identificata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel futuro quadro del <strong>Digital Networks Act</strong>, la stessa logica potrebbe essere rafforzata dagli articoli 75, 77 e 81 della proposta. L’articolo 75 manterrebbe l’analisi della domanda transnazionale; l’articolo 77 collegherebbe gli obblighi SMP anche alla domanda transnazionale identificata; l’articolo 81 consentirebbe di utilizzare prodotti armonizzati di accesso nei rimedi applicabili agli operatori SMP. Il Patto diventerebbe quindi il percorso attraverso cui una domanda reale, misurata tra Italia e Spagna, si traduce prima in un approccio comune europeo e poi in obblighi nazionali proporzionati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli operatori non SMP, la partecipazione potrebbe restare volontaria, eventualmente sostenuta da accordi commerciali, certificazioni comuni o impegni di mercato. Ma dove l’accesso è regolato perché indispensabile alla concorrenza, l’interoperabilità non può dipendere soltanto dalla buona volontà degli incumbent.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta una domanda pratica: chi paga il livello comune di interoperabilità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non può essere lasciato esclusivamente agli operatori già insediati, che possono avere interesse a conservare la frammentazione. Ma non deve neppure trasformarsi in un sussidio selettivo a favore di singoli nuovi entranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due governi dovrebbero finanziare soltanto la componente aperta, neutrale e non discriminatoria: il project office congiunto, la mappatura della domanda, la definizione pubblica delle specifiche, la certificazione e un ambiente comune di test. Queste attività dovrebbero essere affidate attraverso procedure trasparenti e produrre risultati accessibili a qualsiasi operatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni impresa finanzierebbe invece l’integrazione dei propri sistemi, lo sviluppo delle offerte, il marketing e l’acquisizione dei clienti. Eventuali risorse europee potrebbero sostenere il bene comune tecnico, nei limiti dei programmi disponibili e delle regole sugli aiuti di Stato, non il rischio commerciale dei singoli operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo il settore pubblico rimuoverebbe un fallimento di coordinamento senza scegliere chi debba vincere la competizione.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Lo spettro: convergere senza fingere di poter ricominciare da zero</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spettro rappresenterebbe la leva di maggiore valore industriale del Patto, ma anche la più difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le frequenze sono state assegnate in anni differenti, hanno scadenze diverse e generano entrate per i bilanci nazionali. Nessuno dei due governi avrebbe interesse a rinunciare ai propri proventi. Non sarebbe inoltre realistico modificare retroattivamente diritti già attribuiti o creare improvvisamente una licenza unica Italia-Spagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si sincronizza domani ciò che è già stato assegnato per anni. Si comincia a convergere alla scadenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo passo dovrebbe essere una mappa congiunta delle bande utilizzate, dei diritti in vigore, delle condizioni applicabili e delle relative scadenze. Roma e Madrid potrebbero poi coordinare le future consultazioni, i rinnovi e le nuove assegnazioni, avvicinando progressivamente la durata dei diritti, gli obblighi di copertura, le regole sulla condivisione e i calendari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le procedure rimarrebbero nazionali e ciascuno Stato continuerebbe ad assegnare le proprie frequenze e a incassarne i proventi. Un operatore potrebbe però presentare due offerte nazionali all’interno di un unico piano industriale, anziché reagire a gare scollegate, con tempi e condizioni incompatibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il 5G avanzato, le reti industriali private, la mobilità connessa e il futuro 6G, la prevedibilità di un percorso comune avrebbe probabilmente un valore maggiore della semplice coincidenza formale delle date di due aste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non eliminerebbe quindi il lock-in determinato dalle assegnazioni passate. Impedirebbe però che esso venga riprodotto automaticamente nelle assegnazioni future.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Prima il mid-market business, poi la home zone</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato business dovrebbe essere il primo motore economico del progetto, ma non quello delle multinazionali già servite dai global carrier. Il punto è il mid-market transfrontaliero: imprese abbastanza grandi da operare in due Paesi, ma non abbastanza grandi da imporre ai fornitori una soluzione internazionale su misura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’impresa con stabilimenti, magazzini o punti vendita in Italia e in Spagna dovrebbe poter acquistare attraverso una sola architettura commerciale connettività, cybersecurity, cloud, edge computing, Internet delle cose, reti private 5G e servizi basati sulle API di rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario che ogni contratto sia giuridicamente identico. È essenziale che il cliente disponga di un unico interlocutore, livelli di servizio coerenti, una gestione coordinata della sicurezza e una sola piattaforma per controllare le proprie connessioni nei due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Porti, logistica, manifattura, automotive, energia, sanità e mobilità connessa offrirebbero i primi casi d’uso. Una soluzione sperimentata in un porto spagnolo dovrebbe poter essere replicata in Italia senza ricostruire da zero l’architettura contrattuale e tecnologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto dopo la sperimentazione business il modello dovrebbe essere esteso ai clienti che vivono o lavorano nei due Paesi. Attraverso due profili locali gestiti dallo stesso operatore, un professionista, una PMI, il proprietario di una seconda casa o una flotta IoT potrebbero utilizzare un unico account, una sola applicazione e un’assistenza integrata senza dipendere dal roaming permanente. La&nbsp;<strong>home zone Italia-Spagna</strong>&nbsp;sarebbe un beneficio visibile del mercato integrato, non il suo presupposto economico.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Integrare prima non significa congelare le fusioni</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non dovrebbe diventare una posizione ideologica contro qualsiasi consolidamento. Alcune fusioni possono produrre efficienze, liberare investimenti e risultare compatibili con la concorrenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è imporre una moratoria di tre anni su tutte le operazioni. Il punto è non trattare il consolidamento nazionale come un sostituto dell’integrazione europea e non consentire che fusioni puramente domestiche rendano ancora più difficile l’ingresso transfrontaliero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consolidare operatori all’interno di mercati che rimangono nazionali può ridurre il numero dei concorrenti senza produrre automaticamente una scala europea. Integrare prima, o almeno parallelamente, i mercati allargherebbe invece lo spazio contendibile e permetterebbe di verificare se nuovi soggetti siano in grado di entrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un mercato più ampio, anche le fusioni potrebbero essere valutate sulla base di una concorrenza transfrontaliera effettiva, anziché sulla semplice promessa che l’unione di due operatori nazionali generi da sola un mercato europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo non è impedire agli operatori di crescere. È evitare che la scala venga cercata soltanto eliminando concorrenti quando può essere ottenuta anche eliminando frontiere.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Una clausola di verifica realmente simmetrica</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto dovrebbe essere lanciato durante un vertice intergovernativo Italia-Spagna, attraverso una dichiarazione politica e un memorandum operativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entro novanta giorni dovrebbe essere istituito un gruppo di lavoro composto dai ministeri competenti, da <strong>AGCOM </strong>e <strong>AGCM</strong> per l’Italia e dalla <strong>CNMC</strong> per la Spagna. Commissione europea e <strong>BEREC</strong> dovrebbero partecipare come osservatori, garantendo fin dall’inizio la coerenza con il quadro dell’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le autorità indipendenti manterrebbero integralmente la propria autonomia. I governi non detterebbero le decisioni regolamentari, ma interverrebbero sulle materie di propria competenza: legislazione nazionale, spettro, domanda pubblica, coordinamento industriale e relazioni europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entro dodici mesi la roadmap dovrebbe fissare risultati e criteri di valutazione prima dell’avvio del pilota. Dovrebbe prevedere la pubblicazione della mappa della domanda transfrontaliera del mid-market, l’individuazione dei primi casi business, le specifiche dei prodotti wholesale necessari, un ambiente di test, la mappa delle scadenze dello spettro e l’avvio di consultazioni aperte agli operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei tre anni successivi i risultati dovrebbero essere misurati attraverso il numero di imprese coinvolte nel demand test, il valore dei contratti transfrontalieri, il numero di operatori entrati nell’altro Paese, la riduzione dei costi e dei tempi di ingresso, l’utilizzo dei prodotti interoperabili e gli investimenti generati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione finale dovrebbe distinguere chiaramente quattro possibili esiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se governi e autorità non fossero riusciti a produrre le mappe, le specifiche, gli ambienti di test e le procedure previste, non si potrebbe concludere che il mercato non esiste. Sarebbe un fallimento del disegno o dell’esecuzione del Patto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se tutte le condizioni abilitanti fossero state realizzate, la domanda fosse stata resa visibile e nessun operatore avesse presentato un’offerta credibile, l’esito indicherebbe invece che il business case transfrontaliero non era ancora sufficientemente forte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se emergessero domanda e interesse degli operatori, ma l’ingresso fosse impedito da condizioni wholesale economicamente insostenibili, il problema non sarebbe l’assenza del mercato né l’idea del Patto. Sarebbe il funzionamento dell’accesso alle reti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se infine il mercato business producesse risultati, ma la home zone consumer non si materializzasse, il Patto non dovrebbe essere considerato fallito. Vorrebbe dire che il motore economico funziona sul segmento imprese, mentre l’estensione retail richiede più tempo, più domanda o una base normativa europea più chiara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stabilire in anticipo questi criteri impedirebbe a ogni soggetto di attribuire agli altri la responsabilità di un eventuale risultato negativo. Renderebbe la sperimentazione realmente falsificabile e quindi credibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il progetto producesse domanda, nuovi ingressi e investimenti, Italia e Spagna potrebbero presentare a <strong>BEREC</strong> e alla Commissione le evidenze necessarie per attivare i meccanismi europei sui mercati e sulla domanda transnazionali. Se non li producesse, il Patto dovrebbe essere corretto o concluso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto resterebbe aperto. Portogallo, Francia e altri Stati potrebbero successivamente aderire agli standard e ai meccanismi dimostratisi efficaci, trasformando il nucleo Italia-Spagna in un mercato digitale più ampio dell’Europa meridionale e mediterranea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non è obbligata a scegliere tra ventisette mercati frammentati e pochi operatori nazionali più grandi. Può verificare prima se sia possibile costruire mercati più grandi nei quali un numero maggiore di operatori possa realmente competere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa discute da vent’anni del mercato unico delle telecomunicazioni. Italia e Spagna possono smettere di aspettarlo e cominciare a costruirlo.</strong></p>
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		<title>Il secondo shock cinese e la prova di maturità dell’Europa</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/il-secondo-shock-cinese-e-la-prova-di-maturita-delleuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:17:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità industriale]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità tecnologica europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/MConverter.eu_foto-art.avif" type="image/jpeg" />Quando il commercio diventa geopolitica, il mercato unico non può più essere soltanto uno spazio di consumo: deve tornare a essere una leva di sovranità industriale, tecnologica e democratica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/MConverter.eu_foto-art.avif" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Quando il commercio diventa geopolitica, il mercato unico non può più essere soltanto uno spazio di consumo: deve tornare a essere una leva di sovranità industriale, tecnologica e democratica.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Per molti anni l’Europa ha guardato alla Cina attraverso una lente prevalentemente economica. Pechino era il grande mercato da conquistare, la fabbrica efficiente del mondo, il partner difficile ma indispensabile di una globalizzazione che sembrava ancora governabile attraverso regole, interdipendenze e diplomazia commerciale. Oggi quella stagione appare definitivamente conclusa. Il nuovo confronto tra Bruxelles e Pechino non riguarda più soltanto dazi, esportazioni o saldi di bilancia commerciale. Riguarda la capacità dell’Europa di decidere se vuole essere ancora un soggetto industriale, tecnologico e politico, oppure ridursi a grande area di assorbimento della capacità produttiva altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato del deficit commerciale con la Cina, ormai vicino alla soglia simbolica di un miliardo di euro al giorno, non è soltanto un numero. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri globali. Nel primo “<strong><em>China Shock</em></strong>”, l’Occidente sperimentò l’impatto della manifattura cinese a basso costo sui propri distretti produttivi e sui propri mercati del lavoro. Nel nuovo shock, la questione è più complessa e più strategica: non sono in gioco soltanto tessili, giocattoli o beni di consumo, ma auto elettriche, batterie, fotovoltaico, inverter, telecomunicazioni, piattaforme digitali, terre rare, infrastrutture critiche. La Cina non esporta più soltanto merci convenienti. Esporta capacità industriale, standard tecnologici, dipendenze future. È questa la ragione per cui Bruxelles ha iniziato a mutare linguaggio. La difesa commerciale non è più presentata come eccezione protezionistica, ma come strumento di sicurezza economica. Gli appalti pubblici, le regole sugli investimenti, le verifiche di cybersicurezza, le indagini anti-dumping, le clausole di diversificazione delle forniture diventano tasselli di una nuova grammatica del potere europeo. Non si tratta, almeno nelle intenzioni, di chiudere il mercato. Si tratta di evitare che il mercato unico diventi il luogo in cui l’Europa consuma la propria marginalizzazione industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La reazione cinese era prevedibile. Pechino interpreta la svolta europea come un tentativo di contenimento, tanto più insidioso perché costruito non solo sui dazi, ma su norme, standard, procedure, requisiti di sicurezza e criteri di accesso. La cancellazione di incontri diplomatici, le minacce di contromisure, il rafforzamento degli strumenti giuridici interni contro le pressioni esterne indicano che la Cina non intende subire passivamente la nuova postura europea. La sua strategia è duplice: da un lato mostrare fermezza, dall’altro lavorare sulle divisioni interne dell’Unione, parlando con i singoli Stati membri e provando a trasformare la complessità europea in vulnerabilità negoziale. Qui si colloca il vero nodo politico. L’Europa può anche disporre di strumenti regolatori avanzati, ma senza una visione comune rischia di usarli in modo intermittente, difensivo, tardivo. Francia, Italia e Spagna appaiono più sensibili alla tutela della base produttiva; la Germania resta più prudente, anche per la maggiore esposizione delle sue imprese al mercato cinese. Questa differenza non è secondaria: misura la difficoltà dell’Unione a passare da potenza normativa a potenza strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda decisiva, allora, non è se l’Europa debba scegliere tra libero scambio e protezionismo. Questa alternativa appartiene a un mondo che non esiste più. La domanda è se l’Europa sia capace di costruire una politica industriale coerente con la transizione verde e digitale, senza consegnare proprio i settori della transizione alla dipendenza da un’unica potenza esterna. La neutralità climatica, l’autonomia tecnologica e la sicurezza economica non possono essere obiettivi separati. Se il continente importa quasi interamente le tecnologie della propria decarbonizzazione, la transizione rischia di diventare una nuova forma di subordinazione. Il “<strong><em>China Shock 2.0</em></strong>”<strong>&nbsp;</strong>è dunque uno specchio. Ci mostra una Cina forte delle proprie capacità produttive e determinata a difenderle. Ma ci mostra anche un’Europa che, dopo anni di ingenuità strategica, inizia a comprendere che la sovranità non è un concetto astratto. È capacità di produrre, innovare, proteggere dati, controllare infrastrutture, formare competenze, governare catene del valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve una guerra commerciale. Serve una maturità politica. L’Europa non deve imitare la Cina, né rifugiarsi in un’autarchia impossibile. Deve però imparare a usare il proprio mercato come leva, non come semplice destinazione finale delle merci globali. Perché nel secolo della competizione tecnologica, chi rinuncia alla propria industria rinuncia anche a una parte della propria democrazia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Intelligenza artificiale in Europa: la visione di Franco Bernabè tra data center, SMR e AI Act</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/intelligenza-artificiale-in-europa-la-visione-di-franco-bernabe-tra-data-center-smr-e-ai-act/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 15:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[AI Act]]></category>
		<category><![CDATA[Data Ceneter]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[SMR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/ai-europa-franco-bernabe-ai-act.avif" type="image/jpeg" />Agli Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale di Class CNBC a Milano, l’intervento di Franco Bernabè ha lanciato un monito: senza una strategia industriale offensiva, l’Europa rischia di restare ai margini della rivoluzione dell’AI, limitandosi a regolamentare tecnologie prodotte altrove.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/ai-europa-franco-bernabe-ai-act.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>L&#8217;Europa rischia di restare spettatrice</em>&#8220;: è questo il monito di <strong>Franco Bernabè,</strong> lanciato ieri dal palco degli <strong>Stati Generali dell&#8217;Intelligenza Artificiale</strong>. Nel suo intervento, <strong>Bernabè </strong>ha messo in discussione l’idea che la sola regolamentazione possa bastare a garantire competitività globale. L’<strong>AI Act</strong>, pur riconosciuto come necessario per definire regole e tutele, viene considerato insufficiente se non accompagnato da politiche industriali capaci di creare capacità produttiva reale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Europa tra regolazione e ritardo competitivo</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo centrale è il divario strutturale tra <strong>Europa</strong>, <strong>Stati Uniti</strong> e <strong>Cina</strong> nello sviluppo dei grandi modelli linguistici (<strong>LLM</strong>) e delle infrastrutture cloud. Secondo questa lettura, il rischio concreto è che il continente europeo si trasformi in un semplice mercato di consumo di tecnologie sviluppate altrove, senza una propria filiera tecnologica autonoma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui nasce il concetto di “<strong><em>AI Continent</em></strong>”: una visione che punta a trasformare l’Unione Europea da regolatore a protagonista industriale dell’intelligenza artificiale, con un coordinamento sovranazionale su infrastrutture, energia e sviluppo software.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Energia e data center</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei punti più critici evidenziati riguarda il fabbisogno energetico dell’AI. L’aumento della potenza di calcolo necessaria per addestrare e far funzionare i modelli avanzati si traduce in una crescita esponenziale dei consumi elettrici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, la capacità energetica diventa un fattore abilitante tanto quanto gli algoritmi. Senza una soluzione strutturale, lo sviluppo di un ecosistema AI europeo rischia di rimanere teorico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta avanzata è chiara: costruire data center di nuova generazione in Europa, alimentati da fonti a basse emissioni e supportati anche da tecnologie nucleari innovative. In particolare, viene sottolineato il ruolo potenziale degli <strong>SMR (Small Modular Reactors)</strong>, considerati una possibile risposta alla necessità di energia continua, stabile e decarbonizzata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Dall’AI sperimentale all’AI industriale</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro asse centrale della visione riguarda l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese. Il passaggio critico non è più la sperimentazione, ma l’integrazione sistemica nei processi produttivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’approccio proposto è quello di una <strong>“AI-First transformation”</strong>: ripensare modelli organizzativi e catene del valore a partire dai dati, e non viceversa. In questa prospettiva, l’AI diventa una tecnologia infrastrutturale, paragonabile all’elettricità o a Internet, capace di ridefinire interi settori industriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione viene riservata ai comparti in cui l’Europa ha già una posizione forte: meccanica avanzata, automotive, moda e agroalimentare. In questi ambiti, l’integrazione di soluzioni software proprietarie e verticali potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo decisivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Una sfida sistemica per l’Europa</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio complessivo è quello di una sfida sistemica: senza una visione integrata che unisca energia, infrastrutture e software, l’Europa rischia di rimanere indietro nella competizione globale sull’intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partita, in questa lettura, non si gioca solo sulla regolazione o sull’innovazione incrementale, ma sulla capacità di costruire un vero ecosistema industriale dell’AI. Un ecosistema in cui l’Europa non sia semplice utilizzatrice, ma produttrice di tecnologie fondamentali per il futuro economico globale.</p>
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		<item>
		<title>L’Europa ha regolato il futuro della logistica. Ora deve costruirlo</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/leuropa-ha-regolato-il-futuro-della-logistica-ora-deve-costruirlo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:08:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Logistica]]></category>
		<category><![CDATA[Shenzhen]]></category>
		<category><![CDATA[Supply Chain]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=57122</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/logistica-digitale-europea-supply-chain-ai-2026.webp" type="image/jpeg" />In un centro di smistamento a Shenzhen, di recente, ho osservato una scena che mi è rimasta impressa. I pacchi si muovevano all’interno dell’impianto in un flusso continuo, quasi coreografico. Bracci robotici reindirizzavano le spedizioni verso le rispettive destinazioni in frazioni di secondo. Sugli schermi degli operatori, le dashboard si aggiornavano in tempo reale: volumi, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/logistica-digitale-europea-supply-chain-ai-2026.webp" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">In un centro di smistamento a <strong>Shenzhen</strong>, di recente, ho osservato una scena che mi è rimasta impressa. I pacchi si muovevano all’interno dell’impianto in un flusso continuo, quasi coreografico. Bracci robotici reindirizzavano le spedizioni verso le rispettive destinazioni in frazioni di secondo. Sugli schermi degli operatori, le dashboard si aggiornavano in tempo reale: volumi, ritardi, anomalie, decisioni di instradamento prese automaticamente e confermate dagli esseri umani solo quando necessario. Non c’era improvvisazione. Non c’erano code. C’era, semplicemente, un sistema progettato fin dall’inizio per essere insieme fisico e digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto con molti impianti logistici europei che ho visitato non è sempre lusinghiero. E solleva una domanda che l’industria europea ha tardato a porsi con la necessaria onestà: abbiamo capito davvero come sarà il futuro della logistica, e lo stiamo costruendo oppure ci stiamo preparando, ancora una volta, a importarlo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato europeo della logistica è cambiato negli ultimi cinque anni più profondamente che nei venti precedenti. Per due decenni, la catena di approvvigionamento globale è stata ottimizzata intorno a un solo obiettivo: l’efficienza. La produzione era distribuita tra continenti, le scorte ridotte al minimo, il <em>just-in-time</em> era il sistema operativo dell’industria. Ha funzionato magnificamente finché non ha smesso di funzionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il blocco del <strong>Canale di Suez</strong> nel 2021 è costato al commercio globale circa nove miliardi di dollari al giorno. La carenza di semiconduttori ha fermato per mesi gli stabilimenti automobilistici europei. Lo shock energetico del 2022 ha mostrato quanto l’industria europea fosse esposta a un unico fornitore di gas naturale. Ogni evento ha insegnato la stessa lezione: una supply chain costruita solo sul costo è una supply chain destinata a rompersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I consigli di amministrazione europei hanno assorbito questa lezione. La domanda che oggi si pongono non è più: “<em>quanto costa la mia logistica</em>?” È: “<em>quanto è resiliente la mia catena di approvvigionamento e posso vedere in tempo reale che cosa sta accadendo al suo interno</em>?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">La logistica, in altre parole, non è più un mercato fatto solo di velocità, copertura e prezzo. È diventata un mercato della supply chain digitale, dove dati, regolazione, sostenibilità e fiducia viaggiano insieme alle merci, e dove la competizione si gioca sulla capacità di governare la complessità. Le implicazioni per l’industria europea vanno ben oltre il settore logistico stesso.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Dall’esecuzione all’intelligenza</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda non è più: “<em>dov’è la mia spedizione</em>?” È: “<em>dove sono i rischi? Dove si blocca l’inventario? Quale rotta è più resiliente? Quale fornitore sta generando ritardi? Quale modalità di trasporto riduce le emissioni?</em>” Questo è il passaggio dalla logistica come esecuzione alla logistica come intelligenza ed è proprio la base industriale europea a generare questa nuova domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fabbrica non può essere intelligente se i suoi fornitori, i suoi magazzini e i suoi flussi di trasporto restano ciechi. Quando la domanda cresce in un mercato, l’intelligenza artificiale dovrebbe riposizionare l’inventario. Quando un fornitore è in ritardo, il sistema dovrebbe avvertire lo stabilimento prima che la linea produttiva si fermi. Quando le emissioni di una rotta superano il budget di carbonio, le alternative dovrebbero apparire sulla dashboard. È questo che i nostri produttori — nell’automotive, nella meccanica, nella chimica, nella farmaceutica, nell’aerospazio, nel lusso, nell’agroalimentare e nell’elettronica — hanno sempre più bisogno di fare per restare competitivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il magazzino sta diventando uno dei laboratori più interessanti dell’intelligenza artificiale industriale. In passato era uno spazio fisico. Oggi è una piattaforma di dati. L’automazione è il livello fisico; l’orchestrazione è quello strategico. E qui emerge un’osservazione scomoda: nei verticali in cui tutto questo conta di più e-commerce transfrontaliero, catena del freddo farmaceutica, lusso, elettronica ad alto valore, ricambi industriali time-sensitive, l’offerta europea è più debole di quanto dovrebbe essere. Il mercato esiste. La capacità esiste in alcune eccellenze isolate, ma non è ancora dispiegata alla scala di cui oggi l’Europa ha bisogno.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>L’ambiente regolatorio</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che l’Europa possiede, e che ha costruito meglio di chiunque altro, è il quadro regolatorio che plasmerà questo mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel febbraio 2026, l’<strong>UE</strong> ha finalizzato il pacchetto <strong>Omnibus I</strong>, che ha semplificato e ridefinito l’ambito di applicazione di due direttive fondamentali: la <strong>Corporate Sustainability Reporting Directive</strong> e la <strong>Corporate Sustainability Due Diligence Directive</strong>. La <strong>CSRD</strong> si applica ora alle società con più di 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, con prima applicazione dall’esercizio finanziario 2027; la <strong><em>CSDDD</em></strong> si applica ai gruppi più grandi, con recepimento entro luglio 2028 e applicazione da luglio 2029. Parallelamente, la decarbonizzazione dei trasporti sta accelerando. Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione viene esteso gradualmente al trasporto marittimo secondo una traiettoria crescente: 40% delle emissioni del 2024, 70% di quelle del 2025 e 100% delle emissioni dal 2026 in poi. Da quest’anno, metano e protossido di azoto sono inclusi insieme alla CO₂. <strong>FuelEU Maritime </strong>è entrato nel suo primo ciclo di conformità, mentre il <strong>Regolamento sulle infrastrutture per i combustibili alternativi</strong> sta ridisegnando le infrastrutture elettriche, a idrogeno e GNL nei trasporti stradali e marittimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In termini semplici, l’Europa sta trasformando la logistica in un business regolato dei dati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>AI Act </strong>dell’Unione europea, in vigore dall’agosto 2024, vedrà il corpo principale dei suoi obblighi applicarsi dal 2 agosto 2026,&nbsp; tra meno di tre mesi. Qualsiasi sistema di IA utilizzato in Europa per instradamento, smistamento, capacità degli hub, consegne o gestione dei reclami dei clienti dovrà inserirsi in questo quadro. La maggior parte degli utilizzi non presenterà problemi; alcune applicazioni potranno rientrare nelle categorie ad alto rischio, in particolare quando riguardano gestione dei lavoratori, profilazione o decisioni significative su individui. Il <strong>Data Act</strong> disciplina l’accesso e il riutilizzo dei dati generati da prodotti connessi: veicoli, flotte, attrezzature di magazzino, flussi di spedizione. Il <strong>Regolamento eFTI</strong> sta portando la documentazione del trasporto merci dalla carta allo scambio elettronico standardizzato. Il <strong>Passaporto Digitale del Prodotto</strong>, collegato al <strong>Regolamento Ecodesign</strong>, darà ai prodotti fisici un’identità digitale contenente origine, composizione e dati di sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Merci, documenti, emissioni, sistemi di IA e obblighi di conformità si muovono ormai insieme. Non è più un orizzonte di pianificazione. È l’ambiente operativo di qualsiasi attività logistica in Europa dal 2026 in avanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>La complessità è un asset, se impariamo a usarla</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In certi ambienti industriali europei è di moda lamentarsi di questa densità regolatoria come di un handicap competitivo. C’è una parte di verità in questa critica: il peso cumulativo della compliance è reale, e la semplificazione <strong>Omnibus</strong> lo ha riconosciuto. Ma la verità più profonda è l’opposto. La complessità del mercato europeo non è solo un costo. È, potenzialmente, il più prezioso fossato industriale che l’Europa possiede in questo settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frammentazione tra Stati membri, la densità amministrativa, la sensibilità dei dati e l’evoluzione continua delle regole sono realtà concrete. Ma ciascuna di esse è anche un segnale di domanda. Più questo ambiente diventa difficile, più le aziende sono disposte a pagare partner capaci di aiutarle ad assorbirlo: partner che sappiano gestire rischio, carbonio, dati, visibilità e conformità per loro conto. La proposta commerciale della logistica europea nel prossimo decennio non sarà vendere spedizioni. Sarà aiutare i clienti industriali ad assorbire la complessità. La complessità, se governata, è un fossato competitivo, ma quel fossato ha valore solo per chi è attrezzato a operare al suo interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è l’opportunità strategica per gli operatori europei della logistica e della supply chain. Il mercato si sta ricostruendo intorno a capacità — dati sulle emissioni, orchestrazione abilitata dall’IA, visibilità end-to-end, tracciabilità regolatoria — che la base degli incumbent europei storicamente non ha prioritizzato, e dove gli investimenti sono ancora disomogenei. Le aziende che si muovono ora hanno un vantaggio strutturale. Quelle che aspettano scopriranno che gli standard saranno stati fissati da altri.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Che cosa insegna davvero Shenzhen</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando a Shenzhen: vale la pena essere precisi su ciò che il suo modello dimostra realmente, al di là dei punti ovvi sulla scala e sulla velocità di esecuzione. Emergono tre lezioni, tutte scomode.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che infrastruttura logistica e infrastruttura digitale non sono più separabili. A Shenzhen sono cresciute insieme, plasmate da aziende che trattano hardware, software, dati e operazioni come un unico sistema. In Europa, invece, sono state costruite in sequenza e in larga parte da attori diversi: prima le reti fisiche del Novecento, poi un livello digitale aggiunto sopra, spesso in modo imperfetto. È per questo che molti incumbent europei faticano a offrire la visione integrata che i loro clienti industriali oggi richiedono. È un problema architetturale, non un problema software. E i problemi architetturali richiedono tempo e capitale per essere risolti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda riguarda il rapporto tra regolazione e capacità. Shenzhen ha costruito prima la capacità e ha poi affinato le regole intorno a essa. L’Europa ha fatto il contrario: ha costruito un sofisticato quadro regolatorio — su dati, IA, sostenibilità, tracciabilità — prima della capacità necessaria per rispettarlo su larga scala. Questa sequenza viene spesso presentata come una debolezza europea. In realtà, è un’asimmetria strategica a nostro favore: abbiamo definito l’ambiente operativo del prossimo decennio, e chiunque voglia servire questo mercato dovrà rispettarlo. Ma questa asimmetria viene sprecata se le imprese europee non sono le prime a dimostrare che la compliance può essere trasformata in capacità competitiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza, e più scomoda, è l’urgenza. Shenzhen si è mossa perché doveva farlo. La logistica europea, con notevoli eccezioni, non si è ancora mossa con la stessa convinzione. Il rischio è reale: che la prossima generazione di infrastrutture europee della supply chain venga progettata e fornita da attori che hanno costruito le proprie capacità altrove, mentre gli incumbent europei restano confinati allo strato fisico di un mercato il cui valore si è spostato a monte, verso orchestrazione, dati e servizi di conformità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante chiarire che questa osservazione non implica la chiusura del mercato europeo alle capacità operative asiatiche. Alcune delle competenze più avanzate al mondo nella logistica digitale sono state costruite in Cina, e fingere il contrario sarebbe insieme inesatto e controproducente. In un continente strutturalmente integrato nelle catene globali del valore, una cooperazione selettiva con operatori asiatici non è solo inevitabile: se ben progettata, è una via più rapida per aggiornare le capacità europee rispetto al tentativo di fare tutto da soli. La vera domanda riguarda i termini di questa cooperazione, e se l’Europa vi entra come architetto o come cliente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Il compito europeo</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La prossima generazione della logistica non sarà vinta da chi semplicemente si muove più in fretta. Sarà vinta da chi saprà rendere le catene di approvvigionamento visibili, conformi, resilienti e intelligenti. Shenzhen ha mostrato che cosa può significare capacità operativa. L’Europa ha definito l’ambiente regolatorio e industriale in cui quella capacità dovrà ora dimostrare il proprio valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione strategica per l’Europa non è quindi se cooperare con i modelli operativi sviluppati in Asia; è come farlo a condizioni che costruiscano, invece di sostituire, capacità europea. L’opportunità — ed è davvero un’opportunità che si presenta una volta ogni dieci anni — è costruire una nuova architettura Europa-Asia per la supply chain intelligente: un’architettura in cui regole europee, domanda industriale europea ed eccellenza operativa asiatica siano combinate in qualcosa che nessuna delle due parti potrebbe costruire da sola, e in cui l’Europa sia coautrice e non semplice mercato di destinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo richiede una decisione che l’Europa ha finora evitato di prendere con sufficiente chiarezza. La supply chain digitale non può essere trattata come un servizio da acquistare. È un’infrastruttura — in parte fisica, in parte digitale, in parte regolatoria — da costruire. Ciò significa una politica industriale che riconosca l’intelligenza logistica come settore strategico, investimenti nelle capacità europee di orchestrazione abilitata dall’IA e di visibilità della supply chain, sostegno agli incumbent europei che hanno l’ambizione di competere a questo livello, e partnership strutturate con operatori non europei a condizioni che proteggano l’autonomia europea su dati, standard e infrastrutture critiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa ha scritto le regole della logistica del futuro. Il compito più difficile e quello che determinerà se quelle regole finiranno per rafforzare l’industria europea o semplicemente per regolare il successo di qualcun altro è costruire l’architettura industriale che le renda vive. La finestra in cui queste scelte possono essere compiute da una posizione di forza, anziché sotto pressione competitiva, è stretta. Sono i prossimi dodici-ventiquattro mesi. Dopo, gran parte dell’architettura delle supply chain europee sarà già definita e chi non avrà contribuito a costruirla passerà il decennio successivo a pagarne l’affitto.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/leuropa-ha-regolato-il-futuro-della-logistica-ora-deve-costruirlo/">L’Europa ha regolato il futuro della logistica. Ora deve costruirlo</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Il declino strategico dell&#8217;Europa</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/declino-tecnologico-europa-gap-innovazione-usa-cina-semiconduttori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Boaron]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 15:06:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Dati]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=55980</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/02/declino-tecnologico-europa-gap-innovazione-usa-cina-semiconduttori-scaled.jpg" type="image/jpeg" />In queste pagine parliamo spesso di tecnologie emergenti e delle incredibili aspettative per cambiamenti epocali che queste comportano. Ma le tecnologie non sono entità astratte, vivono, crescono e a volte muoiono in funzione del contesto in cui sono radicate. Per questo ritengo utile un flash sul contesto Europeo, basato su dati facilmente accessibili a tutti, in relazione alle tecnologie da cui dipende il nostro futuro come stile di vita e come player a livello mondiale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/02/declino-tecnologico-europa-gap-innovazione-usa-cina-semiconduttori-scaled.jpg" type="image/jpeg" />
<h2 class="wp-block-heading">Quando i numeri parlano chiaro</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La quota europea del PIL mondiale a prezzi costanti è crollata dal 25,3% nel 1990 al 16,2% nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale. Non è un rallentamento temporaneo, è il sintomo di una resa progressiva in un&#8217;economia globale dove il potere si misura in tecnologie strategiche, non in regolamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa investe il 2,2% del PIL in ricerca e sviluppo, stagnante da anni nonostante l&#8217;obiettivo del 3% fissato nel 2002. Gli Stati Uniti superano il 3,4%, la Cina ha raggiunto il 2,68% nel 2024 (con un incremento di 8,3% annuo, pari a 496 miliardi di dollari) e continua ad accelerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero problema non è solo la percentuale: è dove vanno questi soldi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dei 403 miliardi di euro investiti dall&#8217;UE in R&amp;D nel 2024, solo sei paesi membri raggiungono la soglia del 3%: Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%), Germania (3,1%) e Danimarca (3,0%). Sette paesi restano sotto l&#8217;1%, tra cui Romania (0,46%) e Bulgaria (0,77%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa frammentazione è letale in un&#8217;epoca dove la concentrazione di risorse su poche tecnologie critiche determina la leadership globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le tecnologie che decidono il futuro</h2>



<h3 class="wp-block-heading">I semiconduttori: tallone d&#8217;Achille europeo</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa produce meno del 10% dei semiconduttori globali. TSMC (Taiwan) controlla il 67% della produzione di chip avanzati sotto i 7nm, essenziali per l&#8217;intelligenza artificiale e per altre applicazioni di importanza strategica. Samsung e Intel completano il quadro. L&#8217;Europa non ha neppure un produttore competitivo a questo livello tecnologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È emblematico Il caso ASML, l&#8217;azienda olandese che detiene il monopolo virtuale delle macchine litografiche per semiconduttori (83% del mercato globale): produce l&#8217;equipaggiamento indispensabile ma non i chip. Le sue macchine EUV (Extreme Ultraviolet) costano 370 milioni di dollari l&#8217;una e sono vendute principalmente a TSMC, Samsung e Intel. Quando Intel ha cancellato nel 2025 il suo megafab pianificato a Magdeburgo, l&#8217;Europa ha perso l&#8217;unica possibilità di portare la produzione a 7nm sul continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piano dell&#8217;UE con il Chips Act (43 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati) per raggiungere il 20% della produzione globale entro il 2030 si scontra con una realtà brutale: costruire un fab all&#8217;avanguardia costa 15-20 miliardi di dollari e richiede competenze che l&#8217;Europa non ha sviluppato da decenni. TSMC sta costruendo un impianto a Dresda per chip automobilistici (10-40nm), ma le tecnologie di processo restano sotto controllo taiwanese.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Intelligenza Artificiale: la dipendenza da chip stranieri</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa ospita eccellenze nella ricerca AI (DeepMind fu britannica prima dell&#8217;acquisizione Google nel 2014), ma ogni modello avanzato richiede chip che non produce. Gli AI accelerators necessitano di processi sotto i 7nm disponibili solo da TSMC e Samsung. Le startup europee di AI hanno raccolto 5,8 miliardi di dollari nel 2023, una frazione dei 177 miliardi investiti negli Stati Uniti solo nei primi nove mesi del 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Mistral AI è istruttivo: la startup francese ha raccolto 1,7 miliardi di euro nel settembre 2025, ma con partecipazione massiccia di fondi americani (Andreessen Horowitz, Nvidia, Lightspeed). Le valutazioni europee nelle late-stage rounds sono calate del 2,8% nel 2024, mentre negli USA sono aumentate del 43%. Il capitale di crescita semplicemente non c&#8217;è: secondo la Banca Europea per gli Investimenti quando le aziende europee hanno 10 anni, hanno raccolto in media il 50% in meno dei loro omologhi di San Francisco.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Quantum Computing: opportunità che rischiamo di perdere</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Con oltre 11 miliardi di euro investiti in ricerca quantistica negli ultimi cinque anni, l&#8217;Europa ha posizioni di forza in Francia (piano da 1,8 miliardi), Paesi Bassi (Quantum Delta NL con 615 milioni) e Germania. L&#8217;industria quantistica globale è ancora in fase prototipale, quindi ha generato meno di 1 miliardo di dollari di ricavi nel 2024, ma la finestra di opportunità è stretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema non è la ricerca di base &#8211; dove l&#8217;Europa eccelle &#8211; ma la commercializzazione. Un white paper del 2023 del QuIC (European Quantum Industry Consortium) avverte esplicitamente: &#8220;L&#8217;Europa potrebbe perdere il suo vantaggio quantistico&#8221; se non chiude urgentemente il gap di investimenti e commercializzazione. La cultura europea del &#8220;perfeziona prima di lanciare&#8221; si scontra con l&#8217;approccio americano del &#8220;lancia velocemente e poi migliora&#8221;, proprio come è successo con i semiconduttori negli anni 2000.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Batterie e tecnologie verdi: la dipendenza energetica si sposta</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa ha investito più degli USA nella transizione verde tra il 2019 e il 2024, ma i risultati industriali sono deludenti. La densità energetica delle batterie al litio migliora solo marginalmente anno su anno. Il quantum computing potrebbe rivoluzionare la chimica delle batterie e la produzione di idrogeno verde, ma mentre l&#8217;UE discute, Cina e USA investono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che l&#8217;Europa dipende per le batterie dalle stesse catene del valore asiatiche da cui dipendeva per i chip. La Cina domina il 77% della capacità globale di raffinazione del litio e oltre l&#8217;80% della produzione di celle. Cambiare dipendenza energetica dalla Russia per il gas alla Cina per le batterie non è sovranità: è fragilità strategica rinominata.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il Problema del capitale di crescita</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il venture capital europeo ha raccolto appena 8,3 miliardi di euro nei primi tre trimestri del 2025, sulla strada per il totale annuale più basso in un decennio. Il fondo mediano europeo è triplicato dal 2016 (da 32 a 105 milioni di dollari), ma resta significativamente più piccolo della controparte americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo il 10-15% delle aziende europee con valutazioni tra 500 milioni e 10 miliardi di dollari esistono in Europa, contro circa il 50% negli USA per valutazioni sotto i 500 milioni. Il problema non è il seed capital (13,7 miliardi raccolti nel Q1 2024, +5% anno su anno), è il growth capital che permette di scalare. Le aziende europee che vogliono diventare campioni globali devono quindi accettare di restare regionali o trasferirsi negli Stati Uniti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La frammentazione che uccide</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ventisette regimi fiscali diversi, regole divergenti su stock option, norme variabili su come fondatori e investitori possono monetizzare. Il mercato unico del capitale (Capital Markets Union), lanciato nel 2014, non è ancora realtà. Le startup europee perdono mesi a navigare nella burocrazia per espandersi cross-border, mentre i concorrenti americani operano in un mercato domestico unificato da 330 milioni di consumatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo il 2,4% degli investimenti istituzionali europei va in venture capital, contro l&#8217;11% negli USA. I fondi pensione europei, che gestiscono trilioni, restano largamente fuori dall&#8217;ecosistema dell&#8217;innovazione. Non per mancanza di rendimenti &#8211; i fondi VC europei dal 2016 hanno sovraperformato quelli americani in alcune annate &#8211; ma per barriere regolamentarie e culturali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il bivio federale non è ideologia, è aritmetica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le tecnologie strategiche del XXI secolo richiedono concentrazione di capitale su scala superiore a qualsiasi singolo stato europeo, uniformità normativa per permettere scalabilità immediata, politica industriale coordinata che indirizzi investimenti pubblici e privati, mercato domestico che possa competere per dimensione con USA e Cina</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Germania (3,1% di R&amp;D su PIL) non può farlo da sola. La Francia con il suo piano quantistico da 1,8 miliardi è un decimo di quello che serve. L&#8217;Italia sotto l&#8217;1% di R&amp;D è irrilevante nell&#8217;equazione. Solo un&#8217;azione federale europea può aggregare le risorse necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bilancio comune per la difesa, discusso ma non realizzato, sarebbe un primo test: gli Stati Uniti spendono 886 miliardi di dollari annui in difesa, la Cina 292 miliardi. L&#8217;UE nel suo complesso spende circa 240 miliardi, ma frammentati in 27 eserciti con 27 catene di comando e 27 industrie della difesa spesso duplicate e inefficienti. Il settore della difesa è solo un esempio di come la frammentazione divori risorse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti con il CHIPS and Science Act hanno stanziato 280 miliardi di dollari per riportare in casa produzione e innovazione dei semiconduttori. La Cina investe 3,6 trilioni di yuan annui in R&amp;D con crescita dell&#8217;8,3% anno su anno, concentrandosi su autosufficienza tecnologica sotto &#8220;Made in China 2025&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa discute, stanzia briciole (43 miliardi per i chip sono l&#8217;1,8% di un anno di PIL dell&#8217;UE), e perde terreno. Oggi TSMC ha prenotato tutta la sua capacità produttiva avanzata fino al 2026, Nvidia ha raggiunto capitalizzazione di mercato superiore al PIL italiano, e startup cinesi di quantum computing hanno superato benchmark che laboratori europei consideravano irraggiungibili per anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione: l&#8217;irreversibilità come destino?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste un punto oltre il quale recuperare diventa impossibile. Nell&#8217;industria dei semiconduttori, l&#8217;Europa l&#8217;ha superato negli anni 2000 quando ha scelto di non investire in foundry. Nel quantum computing, quel punto potrebbe essere tra 3-5 anni. Nell&#8217;AI, potrebbe essere già passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante a questo punto ricordare le recenti parole di Mario Draghi a Lovanio “dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati, nei settori in cui il progresso può ad oggi essere realizzato”. È la logica del “federalismo pragmatico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Federazione Europea non è un sogno: è l&#8217;unico modo per aggregare le risorse necessarie a competere. Senza di essa, l&#8217;Europa può scegliere il proprio padrone &#8211; se allinearsi completamente agli Stati Uniti accettando totale dipendenza tecnologica e strategica, o cercare un impossibile equilibrio con la Cina che la renderebbe ostaggio di Pechino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’alternativa cioè è una strada che ci porta a un declino elegante: musei bellissimi, cibo eccellente, welfare generoso finché dura, e zero influenza su come sarà plasmato questo secolo e il mondo futuro. I numeri parlano chiaro. La scelta meno.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NOTA</strong> &#8211; <em>I dati citati e altri altrettanto importanti si possono trovare su molte fonti come:</em></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em>World Bank, GDP data 1990-2024</em></li>



<li><em>Eurostat, R&amp;D expenditure data 2024</em></li>



<li><em>European Commission, Spring 2025 Economic Forecast</em></li>



<li><em>China National Bureau of Statistics, R&amp;D spending 2024</em></li>



<li><em>OECD, Main Science and Technology Indicators</em></li>



<li><em>PitchBook, European Venture Capital reports 2024-2025</em></li>



<li><em>European Investment Bank, Investment Report 2023/2024</em></li>



<li><em>ASML financial reports 2024-2025</em></li>



<li><em>EU Chips Act documentation</em></li>



<li><em>Centre for European Reform, Ditchley conference report 2024</em></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/declino-tecnologico-europa-gap-innovazione-usa-cina-semiconduttori/">Il declino strategico dell&#8217;Europa</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il 2026 sarà l’anno dell’esplosione delle guerre o della riscoperta della mediazione?</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/2026-guerre-mediazione-geopolitica-trump-putin-ucraina-guerra-ibrida/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 09:13:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Ibrida]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=55394</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/2026-guerre-mediazione-geopolitica-trump-putin-ucraina-guerra-ibrida.jpg" type="image/jpeg" />​Il mondo della Guerra Fredda era più sicuro, non perché la situazione fosse più sicura, ma perché gli adulti erano al comando e quel mondo aveva le sue regole, che erano regole ferree e condivise. Oggi la regola fondamentale è che non ci sono più regole. Ma gli statisti di oggi che guardano ad un orizzonte di pochi anni non vanno lontani. Vincono solo gli statisti che hanno la consapevolezza di come in geopolitica il tempo si misuri in decenni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/2026-guerre-mediazione-geopolitica-trump-putin-ucraina-guerra-ibrida/">Il 2026 sarà l’anno dell’esplosione delle guerre o della riscoperta della mediazione?</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/2026-guerre-mediazione-geopolitica-trump-putin-ucraina-guerra-ibrida.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;anno 2026 potrebbe essere, secondo molti, un anno di guerra come non ci saremmo mai aspettati. Basti pensare a <strong>Ucraina</strong>, <strong>Venezuela</strong>, <strong>Groenlandia</strong>, <strong>Taiwan</strong>, giusto per citare i teatri di scontro reali o ipotetici che abbiamo davanti. E, a voler essere buoni, abbiamo volutamente lasciato fuori i rischi che deriverebbero da scontri di religione o di razze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una prospettiva allarmante che però concede spazio anche al suo contrario, perché non si può infatti tirare la corda sino all’infinito, anche se i fatti sono quantomeno poco rassicuranti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><br>Torna la Guerra Fredda? Forse, ma sono cambiati i giocatori</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;incursione di <strong>Donald Trump</strong> in Venezuela e l&#8217;arresto di <strong>Nicolás Maduro</strong> sono la prova più chiara che la geopolitica è tornata alla dottrina della <strong>Guerra Fredda</strong> relativa alle sfere di influenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli Stati Uniti, la loro priorità è l&#8217;emisfero occidentale, come ripetono in ogni conferenza stampa i rappresentanti del governo Trump. La sfera della <strong>Cina</strong> si estende a <strong>Taiwan</strong> (oltre che a buon parte dell’Asia), mentre quella della <strong>Russia</strong> copre buona parte dell&#8217;<strong>Ucraina</strong> ed altre regioni dell&#8217;ex Unione Sovietica (in particolare le nazioni oggi asiatiche).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la Guerra Fredda, come molti ricorderanno, c&#8217;era sempre il rischio potenziale di conflitto accidentale. Ma <strong>USA</strong> e <strong>Unione Sovietica</strong> erano entrambe gestite da persone che lavoravano duramente per evitare che ciò accadesse. Anche nella più tesa delle crisi, la diplomazia ha sempre prevalso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cose oggi sono completamente differenti. Su entrambe le sponde dell&#8217;Atlantico, in <strong>Russia</strong> e in tutta l&#8217;<strong>Europa</strong> occidentale, emerge una prontezza verbale a favore di conflitto armato con una scala mai vista prima. &#8220;<em>La Russia ha riportato la guerra in Europa…</em>&#8220;, ripete continuamente <strong>Mark Rutte</strong>, segretario generale della <strong>NATO</strong>, aggiungendo che &#8220;…<em>dobbiamo essere preparati al peso della guerra che i nostri nonni e bisnonni hanno sopportato</em>&#8220;. Gli fa da eco il maresciallo dell&#8217;Air Chief del Regno Unito <strong>Sir Richard Knighton</strong> e con un carico da novanta, dichiarando che la situazione è più pericolosa che in qualsiasi momento durante la sua carriera. Non è da meno il capo dell&#8217;Agenzia federale dell’intelligence tedesca, che ha avvertito che la Russia potrebbe attaccare l&#8217;Europa prima della fine del decennio. Ciò che appare maggiormente non è la messa in guardia verso un pericolo reale, ma la sensazione che si vogliano incendiare gli animi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questa guerra con la Russia dovesse malauguratamente scoppiare (anche se non emergono ragionevoli motivazioni perché ciò avvenga), non sarà solo perché <strong>Trump</strong> ha motivato <strong>Putin</strong>, sarà anche perché abbiamo permesso, con lunghi anni di errori prima dell’invasione russa, che la situazione in <strong>Ucraina</strong> andasse fuori controllo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli errori accumulati in quattro anni di guerra in Ucraina</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Con l’invasione russa, il sostegno europeo all’Ucraina è stato più ideologico che politico ed è sempre apparso completamente fuori tiro. Si sono registrate quasi sempre incondizionate manifestazioni di tifo acceso, più che di sostegno, a favore dell’Ucraina. Tutti o quasi, dai generali in pensione ai giornalisti delle principali testate continentali, hanno gareggiato con improbabili previsioni su quanto velocemente l&#8217;Ucraina avrebbe messo nel sacco l’orso russo, esaltando quella che è stata indicata come la Resistenza ucraina al neoimperialismo russo e ipotizzando una sconfitta della Russia entro poche settimane.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora siamo a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto e noi europei, “<em>coalizione dei volenterosi”</em> e non, stiamo incoraggiando l&#8217;<strong>Ucraina</strong> a combattere fino alla fine, pur con la consapevolezza non dichiarata che non vi possa essere alcuna possibilità di vittoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È perfettamente plausibile ora che la <strong>Russia</strong> finirà per occupare più dei quattro <em>oblast</em> a cui originariamente puntava e l&#8217;Ucraina perda la sua indipendenza territoriale. Incoraggiata dalla vittoria, si è paventato, la <strong>Russia</strong> potrebbe alla fine cercare di più ai danni dell’Europa, ignorando il dato storico dell’assenza di qualsivoglia iniziativa di invasione nella storia russa, sino guerra in Ucraina. Sul nostro versante, esacerbando le circostanze e gli animi, alcuni europei hanno auspicato addirittura un cambio di regime in Russia. Eloquenti, a tale proposito, le quotidiane e disarmanti dichiarazioni di <strong>Kaja Kallas</strong>, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La cultura bellicista non ha mai portato nulla di buono</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto appare come un film in parte già visto. Al tempo della prima guerra mondiale, anche i giovani tedeschi e austriaci erano affamati di battaglia, come molti europei a capo di governi e di nazioni sembrano esserlo oggi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I tedeschi dell’epoca, con impeto bellicista, invidiavano i loro nonni che combattevano le gloriose battaglie della guerra franco-prussiana di 44 anni prima.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora, come ora, l&#8217;establishment politico e militare ha sottovalutato quanto sarebbe stata difficile la guerra e quanto poco sarebbero state prevedibili le sue conseguenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, c&#8217;è una grande differenza. Nel 1914, gli eserciti europei erano in grado di combattere. Una vittoria dei tedeschi e degli austriaci era per lo meno un risultato plausibile. Le battaglie si decidevano sul campo. Oggi, come è a tutti evidente (nonostante le infatuazioni della prima ora) non è più possibile che l&#8217;<strong>Ucraina</strong> possa vincere la guerra, né che l&#8217;<strong>Europa</strong> occidentale, senza l&#8217;aiuto degli <strong>Stati Uniti</strong>, possa sconfiggere la <strong>Russia</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I rischi della guerra ibrida</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto la domanda che ci si pone è se sia plausibile un attacco della Russia contro l’Europa. Il punto è che abbiamo sempre visto per secoli le guerre come scontri simmetrici: nazioni contro nazioni, eserciti contro eserciti. I conflitti di oggi e di domani sono e saranno sempre più ibridi. Non credo, francamente, che <strong>Putin</strong> abbia intenzione di invadere l&#8217;Europa occidentale, come sostengono i funzionari della sicurezza di svariate nazioni, forse con l’obiettivo di instillare un senso di paura nell’opinione pubblica attraverso i media.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il timore principale è oggi più che mai rappresentato dai rischi della guerra ibrida che potrebbe essere lanciata da “chiunque”: aerei che esplodono sull&#8217;aeroporto di Heathrow o un&#8217;esplosione in un&#8217;affollata stazione ferroviaria tedesca o forse anche un&#8217;esplosione nucleare subacquea che scatena uno tsunami, se non addirittura l’avvelenamento della rete idrica di una grande metropoli. E quando si dice che “chiunque” può lanciare una guerra ibrida, occorre stare alla lettera, perché le guerre ibride possono essere lanciate o istigate da nazioni o da potenti organizzazioni criminali internazionali o da multinazionali (molte delle quali possono oggi muoversi con il potere di uno Stato sovrano). Bruxelles, come sede della <strong>NATO</strong> e dell&#8217;<strong>UE</strong>, sarebbe particolarmente vulnerabile. E qualsiasi risposta contro azioni di tale portata rischierebbe di fare esplodere i già più che precari equilibri internazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’impossibilità per l’Europa di affrontare una guerra ibrida</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è, peraltro, il tipo di guerra per il quale noi europei siamo meno preparati. Gli esperti di sicurezza occidentali vedono ancora la guerra ibrida come un genere di scontro di livello inferiore. Ma la guerra ibrida è letale, e noi europei siamo vittime ideali. Viviamo in spazi ristretti. Dipendiamo da infrastrutture e tecnologie critiche. E tali attacchi non innescherebbero la tanto invocata clausola della mutua difesa della <strong>NATO</strong>. Perché invadere l&#8217;<strong>Estonia</strong> se puoi creare un caos totale nelle capitali europee, dichiarando un profilo di totale estraneità rispetto a drammatici fatti accaduti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito, ad esempio, è ben consapevole di tali rischi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A novembre, il <strong>Defence Select Committee</strong> (Comitato ristretto per la Difesa) ha stigmatizzato che il governo del Regno Unito si stava purtroppo muovendo &#8220;<em>a passo di lumaca</em>&#8221; nell’adozione dell’&#8221;<em>Home Defence Programme</em>” (Programma di difesa interna): una nuova strategia nazionale di resilienza e sicurezza per proteggere il Paese da gravi rischi, compresi gli attacchi non convenzionali. Ma il programma è stato ritardato per oltre un anno, anche se i leader britannici sono visibilmente impegnati nel dar fuoco alla retorica di guerra.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro <strong>Consiglio Supremo di Difesa</strong> (presieduto dal <strong>Presidente Mattarella</strong> e di cui fanno parte 5 ministri e il Capo di stato maggiore della difesa), riunitosi oltre un mese fa, ha affrontato il tema dello scontro ibrido solo marginalmente, con riferimento alle tecnologie digitali e in particolare all’impiego malevolo di intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">La tematica della guerra come arma di distrazione di massa?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È più chiaro che mai, però, che i nostri sistemi politici sono tutt&#8217;altro che pronti per una lotta del genere. Nel frattempo non bisogna sottovalutare come Regno Unito, Germania e Francia (ancor di più Italia e Spagna) non sono tutti realmente disposti a pagare il sostegno dell&#8217;Ucraina con il proprio bilancio o addirittura ad aumentare le tasse. Questo è il motivo per cui erano così desiderosi di utilizzare le ingenti risorse finanziarie russe che giacciono congelate nelle banche europee. Ora che il Belgio, il paese in cui è trattenuta e custodita la maggior parte dei beni congelati, ha bloccato l’accaparramento forzato di tali beni da parte dei governi europei, questi dovranno ora mettere i loro soldi per dare seguito alle decisioni di supporto all’Ucraina precedentemente assunte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che i loro elettorati potrebbero non permetterglielo. Gli elettori europei non rinunceranno al Welfare garantito dallo Stato e costruito peraltro con i loro soldi, per finanziare una guerra che non sentono loro. Inoltre, i sondaggi mostrano costantemente una marcata mancanza di sostegno al pagamento di ingenti somme per aiuti finanziari all&#8217;Ucraina (<a href="https://www.politico.eu/article/french-and-germans-lean-toward-dialing-back-ukraine-support-new-international-politico-poll-shows/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">French and German adults lean toward dialing back Ukraine support, new POLITICO poll shows</a>).<strong> </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dubbio (per alcuni) o il rischio (per altri) è che, qualunque sia la natura dei loro problemi interni, i leader europei vedono la guerra come un modo per distrarre l’opinione pubblica da crisi ancora più profonde. Se scoppiasse la pace, ad esempio, l&#8217;UE dovrebbe inevitabilmente riformare la sua assurda politica agricola comune e reindirizzare i fondi dagli agricoltori italiani o francesi verso l&#8217;Ucraina. Ma c’è di più, l’UE ha abbandonato le sue regole fiscali per fare spazio a una maggiore spesa per la difesa. Senza una guerra, la spesa in deficit è difficile da giustificare. La guerra, è questa l’amara sensazione che ciascuno avverte e non dice, sembra essere una <em>chance</em> per mantenere i governi al potere e ritardare il momento della resa dei conti nelle dinamiche politiche nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lezione di Sun Tzu</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Certo che come europei ci siamo sempre ripetuti, fino al punto da convincercene ideologicamente, di aver imparato dagli errori del passato, incluso l&#8217;errore più vecchio di tutti, quello di fare le guerre.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sun Tzu</strong> sentenziava già 2.500 anni fa: “…<em>se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia…</em>&#8220;. Quanto a noi, non abbiamo imparato la lezione e, sfortunatamente, continuiamo a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutare i nostri nemici.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Putin</strong> inizialmente ha sottovalutato il suo nemico con un attacco a <strong>Kiev</strong> che doveva essere risolutore nel breve periodo. Un errore di valutazione madornale. Ma ora i russi stanno combattendo una guerra ben organizzata, completamente finanziata e ben mirata. E questo spinge i nostri strateghi a concludere che ora è il momento giusto per lanciare da parte della Russia una guerra ibrida estesa contro l&#8217;Europa (pensate a tutte le denunce di voli di droni sugli aeroporti europei, oggi non se ne parla più). Cosa ha, sostengono tali strateghi, da perdere Putin?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, i nostri errori di valutazione si rinnovano e ricreano le stesse condizioni che trassero in inganno personaggi come <strong>Napoleone</strong> e <strong>Hitler</strong>, che hanno sottovalutato la resilienza della <strong>Russia</strong>, come si amerebbe dire oggi, facendosi sconfiggere dalle gelide temperature invernali del territorio russo e dalle inevitabilmente lunghe e ingovernabili catene di approvvigionamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nostri politici europei continuano a sottovalutare la resilienza economica della <strong>Russia</strong> moderna. Il primo errore è avvenuto proprio all&#8217;inizio della guerra, quando si ripeteva continuamente la certezza, oggi rivelatasi di sabbia, di poter distruggere economicamente la <strong>Russia</strong> attraverso le sanzioni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci siamo presi in giro da soli con statistiche, numeri e diagrammi profondamente fuorvianti che ci raccontavano come il PIL della <strong>Russia</strong> fosse approssimativamente delle dimensioni di quello della <strong>Spagna</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrava tutto credibile, tranne la realtà concreta che segnalava come <strong>Mosca</strong> spendesse più del doppio della <strong>Germania</strong> per la difesa e in modo molto più efficiente. E come se non bastasse alcuni esperti insistono ancora oggi sul fatto che l&#8217;economia russa è sull&#8217;orlo del collasso, anche se non c&#8217;è alcun segno che porti a queste conclusioni. Parallelamente, fior di avvocati internazionali continuano ancora a sostenere che il sequestro di beni russi è privo di rischi. Si tratta di falsi convincimenti che potrebbero generare eventi drammatici e costare tanto all’Europa, sia in termini di perdite umane che di dissoluzione di valore costruito nell’arco di oltre otto decenni di pace.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lezione inascoltata di Kissinger</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli esperti di geopolitica del recente passato, a partire da <strong>Henry Kissinger</strong>, erano ben più realisti ed avevano una comprensione molto più profonda della politica delle superpotenze. Nessuno poteva accusare <strong>Kissinger</strong> di essere stato morbido con l&#8217;<strong>Unione Sovietica</strong>. Ma al tempo stesso nessuno poteva considerarlo come un guerrafondaio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;epoca, gli americani mantenevano canali diplomatici con la Russia. Il loro lavoro era la gestione del rischio, obiettivo che hanno sempre perseguito in modo ammirevole. Al contrario, ciò che sta diventando sempre più chiaro è che l&#8217;amministrazione di <strong>Donald Trump</strong> non si muove mai nel perimetro della gestione del rischio, ma del perseguimento di un vantaggio commerciale a breve termine, anche e innanzitutto a titolo personale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E ora parte il game globale?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Groenlandia</strong> potrebbe essere la prossima vittima. I suoi vasti depositi in gran parte inesplorati di <strong>terre rare</strong>, combinati con la sua posizione strategica, lo rendono un bersaglio ovvio. In effetti, <strong>Trump</strong> ha già gettato le basi sia con la strategia di sicurezza nazionale che con la nomina di un inviato incaricato della acquisizione di quell’immenso territorio. La proprietà rafforzerebbe notevolmente la posizione degli Stati Uniti nel Mar Artico, una regione di crescente importanza strategica che l&#8217;Europa ha in gran parte ignorato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Né il <strong>Canada </strong>è immune dalle mire dell’amministrazione americana: <strong>Trump</strong> lo ha già identificato come una minaccia alla sicurezza. Il Canada, guarda caso, si trova anche su <strong>163 miliardi di barili</strong> di riserve petrolifere comprovate, guarda caso giusto al <strong>4° posto</strong> a livello globale secondo <strong>l&#8217;Energy Information Administration</strong> degli Stati Uniti, dopo <strong>Venezuela</strong>, <strong>Arabia Saudita</strong> e <strong>Iran</strong>. Man mano che gli Stati Uniti diventano più dipendenti dal petrolio per il loro fabbisogno energetico, l&#8217;acquisizione del <strong>Venezuela</strong> e del <strong>Canada</strong> seguirebbe certamente una logica commerciale, se non strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È completamente folle, si potrebbe dire (e ne convengo anche io), ma riflette una realtà geopolitica in cui il rischio non è più gestito come in passato e la diplomazia è scontatamente messa alla porta. Il mondo della <strong>Guerra Fredda</strong> era più sicuro, non perché la situazione fosse sicura, ma perché gli adulti erano al comando e quel mondo aveva le sue regole, che erano regole ferree e condivise. Oggi la regola fondamentale è che non ci sono più regole. Ma gli statisti di oggi che guardano ad un orizzonte di pochi anni non vanno lontani. Vincono solo gli statisti che hanno la consapevolezza di come in geopolitica il tempo si misuri in decenni. Vedremo se il 2026 si rivelerà l’anno con il maggior numero di conflitti in atto o se invece genererà le condizioni per una de-escalation definitiva delle intemperanze internazionali.</p>
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		<title>Intervista al Prof. Stefano Re Fiorentin: come rilanciare l’industria auto in Italia e Europa</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/intervista-al-prof-stefano-re-fiorentin-come-rilanciare-lindustria-auto-in-italia-e-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[Automotive]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Industria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-stefano-re-fiorentin-rilancio-industria-auto-italia-europa.jpg" type="image/jpeg" />L’automotive italiano ed europeo richiede un rilancio strategico fondato su leve competitive concrete e azioni mirate, capaci di riconquistare la leadership industriale perduta nel mercato globale e riposizionare il settore come protagonista dell’innovazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-al-prof-stefano-re-fiorentin-come-rilanciare-lindustria-auto-in-italia-e-europa/">Intervista al Prof. Stefano Re Fiorentin: come rilanciare l’industria auto in Italia e Europa</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-stefano-re-fiorentin-rilancio-industria-auto-italia-europa.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Il Prof. Stefano Re Fiorentin del Politecnico di Torino, protagonista della seconda tavola rotonda al convegno “Due colonne per ridare competitività all’industria dell’auto in Europa” tenutosi il 29 novembre 2025 presso l’Aula Magna del Politecnico e organizzato da CAReGIVER in collaborazione con l’ateneo, offre una visione strategica sul futuro dell’automotive italiano ed europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fiorentin, da noi intervistato, propone una riflessione strategica e propositiva sul rilancio dell’industria automotive in Italia e in Europa, individuando le leve competitive e le azioni concrete necessarie per recuperare leadership nel mercato globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un contributo illuminante per chi vuole comprendere le strategie di rilancio del settore e le opportunità per riposizionare l’automotive europeo come protagonista dell’innovazione e della competitività industriale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-al-prof-stefano-re-fiorentin-come-rilanciare-lindustria-auto-in-italia-e-europa/">Intervista al Prof. Stefano Re Fiorentin: come rilanciare l’industria auto in Italia e Europa</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Intervista al Prof. Marco Cantamessa: il futuro dell’industria automobilistica europea</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/intervista-marco-cantamessa-futuro-industria-automobilistica-europea-elettrico-termico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 16:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[Automotive]]></category>
		<category><![CDATA[Elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-marco-cantamessa-futuro-industria-automobilistica-europea-elettrico-termico-.jpg" type="image/jpeg" />L’industria automobilistica europea affronta il bivio tecnologico più decisivo della sua storia tra propulsione elettrica e termica, mentre la competitività globale esige strategie industriali capaci di trasformare questo dilemma in opportunità di rilancio e innovazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-marco-cantamessa-futuro-industria-automobilistica-europea-elettrico-termico/">Intervista al Prof. Marco Cantamessa: il futuro dell’industria automobilistica europea</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-marco-cantamessa-futuro-industria-automobilistica-europea-elettrico-termico-.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Elettrico o termico? La domanda che divide il settore automotive europeo trova una risposta articolata e pragmatica nelle parole del Prof. <strong>Marco Cantamessa</strong>, protagonista della seconda tavola rotonda al convegno “<strong><em>Due colonne per ridare competitività all’industria dell’auto in Europa</em></strong>” tenutosi il 29 novembre 2025 presso l’<strong>Aula Magna del Politecnico di Torino</strong> e organizzato da <strong>CAReGIVER</strong> in collaborazione con l’ateneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa intervista Cantamessa propone una riflessione lucida e concreta tra “elettrico e termico”, nonché sulle sfide industriali e le strategie necessarie per tornare a competere nel mercato globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un contributo prezioso per chi crede nel valore dell’innovazione, della visione e del dialogo tra mondo accademico e industria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-marco-cantamessa-futuro-industria-automobilistica-europea-elettrico-termico/">Intervista al Prof. Marco Cantamessa: il futuro dell’industria automobilistica europea</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Intervista al Prof. Bruno Della Chiara (Politecnico Torino): decarbonizzazione e automotive</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/intervista-bruno-della-chiara-politecnico-torino-decarbonizzazione-automotive/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[Automotive]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-bruno-della-chiara-politecnico-torino-decarbonizzazione-automotive.jpg" type="image/jpeg" />La decarbonizzazione dell’industria automotive europea rappresenta una sfida epocale che esige percorsi concreti di transizione sostenibile, capaci di coniugare obiettivi ambientali ambiziosi con la competitività industriale necessaria a preservare la capacità produttiva del continente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-bruno-della-chiara-politecnico-torino-decarbonizzazione-automotive/">Intervista al Prof. Bruno Della Chiara (Politecnico Torino): decarbonizzazione e automotive</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/intervista-bruno-della-chiara-politecnico-torino-decarbonizzazione-automotive.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Sostenibilità ambientale e competitività industriale: due obiettivi inconciliabili o complementari per l’automotive europeo? Il <strong>Prof. Bruno Della Chiara </strong>del<strong> Politecnico di Torino</strong>, partecipante alla seconda tavola rotonda del convegno “<strong><em>Due colonne per ridare competitività all’industria dell’auto in Europa</em></strong>” organizzato da <strong>CAReGIVER</strong> in collaborazione con il Politecnico il 29 novembre 2025 presso l’Aula Magna dell’ateneo torinese, risponde a questo interrogativo strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa intervista il Prof. Della Chiara propone un’analisi approfondita sui processi di decarbonizzazione e il loro impatto sull’industria automotive, delineando percorsi concreti per una transizione sostenibile che coniughi obiettivi ambientali e competitività industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un contributo essenziale per comprendere le sfide della decarbonizzazione e le strategie necessarie per accompagnare il settore automotive verso un futuro a basse emissioni, senza compromettere la capacità produttiva europea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intervista-bruno-della-chiara-politecnico-torino-decarbonizzazione-automotive/">Intervista al Prof. Bruno Della Chiara (Politecnico Torino): decarbonizzazione e automotive</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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