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	<title>Data Center Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
	<lastBuildDate>Wed, 10 Jun 2026 14:23:19 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Data Center Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<item>
		<title>Cina. 295 miliardi per l&#8217;infrastruttura IA: la sfida a Nvidia passa dai data center</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/cina-data-center-ai-nvidia-huawei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Moras]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 14:23:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Huawei]]></category>
		<category><![CDATA[NVIDIA]]></category>
		<category><![CDATA[semiconduttori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-data-center-ai-huawei.avif" type="image/jpeg" />La più aggressiva offensiva di Pechino nel settore delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale finora si baserebbe sugli operatori statali delle telecomunicazioni, sul debito sovrano e su una filiera tecnologica composta per almeno l’80% da soluzioni nazionali, riducendo drasticamente lo spazio per Nvidia e AMD.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/cina-data-center-ai-nvidia-huawei/">Cina. 295 miliardi per l&#8217;infrastruttura IA: la sfida a Nvidia passa dai data center</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-data-center-ai-huawei.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">La Cina vuole vincere la corsa all&#8217;intelligenza artificiale facendo affidamento sul proprio hardware. Un nuovo piano mostra quanto sia disposta a spendere e fino a che punto sia pronta a spingersi per estromettere i chip americani dall&#8217;equazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo <strong>Bloomberg</strong>, Pechino sta elaborando un piano per investire circa 2.000 miliardi di yuan (295 miliardi di dollari) nei prossimi cinque anni per costruire una rete nazionale di data center dedicati all&#8217;intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto, guidato dalla <strong>Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC),</strong> mira a collegare entro il 2028 le strutture di calcolo oggi sparse nel Paese in un&#8217;unica rete interconnessa, gestita principalmente dai giganti statali delle telecomunicazioni <strong>China Mobile</strong> e <strong>China Telecom</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aspetto più significativo riguarda la tecnologia che alimenterà questi data center. Il piano prevede che fornitori locali, tra cui <strong>Huawei</strong>, forniscano almeno l&#8217;80% delle tecnologie fondamentali, compresi i chip per l&#8217;intelligenza artificiale, escludendo di fatto <strong>Nvidia </strong>e <strong>AMD</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una chiara riproposizione delle strategie che in passato hanno favorito la crescita di campioni nazionali come Huawei, questa volta con l&#8217;obiettivo di sostituire la tecnologia statunitense lungo l&#8217;intera filiera dell&#8217;IA e ridurre il divario con i laboratori americani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I finanziamenti proverrebbero in gran parte dal debito sovrano, inclusi titoli di Stato a lunghissima scadenza, oltre che da fondi pubblici destinati alle industrie strategiche. A questi si aggiungerebbero prestiti bancari e capitali privati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La costruzione della rete rappresenta uno degli elementi di un più ampio programma denominato &#8220;<strong>Six Networks</strong>&#8220;, che comprende infrastrutture idriche, energetiche e informatiche. L&#8217;integrazione con la rete elettrica potrebbe far salire il valore complessivo del progetto oltre i 5.000 miliardi di yuan.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Elevare il progetto a strategia nazionale garantisce l&#8217;allineamento delle politiche e la mobilitazione dei capitali&#8221;</em>, ha dichiarato <strong>Charlie Dai</strong>, analista di <strong>Forrester</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante l&#8217;ambizione del piano, le cifre risultano meno impressionanti se confrontate con quelle occidentali. I 295 miliardi di dollari saranno distribuiti nell&#8217;arco di cinque anni, mentre le sole aziende statunitensi, guidate da <strong>Meta</strong> e <strong>Microsoft</strong>, prevedono di destinare circa 725 miliardi di dollari all&#8217;intelligenza artificiale già quest&#8217;anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cifra cinese, inoltre, non include gli investimenti privati di <strong>Alibaba</strong> e <strong>Tencent</strong>, mentre i data center costruiti in Cina hanno generalmente costi inferiori rispetto a quelli occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto centrale non è tanto l&#8217;entità dell&#8217;investimento quanto il livello di coordinamento: uno Stato che mobilita debito, terreni, energia e semiconduttori a sostegno di un&#8217;unica rete nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tempistica riflette la crescente fiducia della Cina nelle proprie capacità nel settore dei semiconduttori. Washington ha allentato alcune restrizioni consentendo a <strong>Nvidia</strong> di vendere ai clienti cinesi i suoi chip H200 di precedente generazione, ma le consegne non sono ancora iniziate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mese di maggio, inoltre, nove chip cinesi per l&#8217;intelligenza artificiale, prodotti da <strong>Huawei</strong>, <strong>Alibaba</strong>, <strong>Shanghai Biren</strong> e <strong>Moore Threads</strong>, hanno superato una revisione nazionale di sicurezza, ottenendo il via libera per l&#8217;impiego in settori sensibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pechino ritiene sempre più di poter colmare autonomamente il divario tecnologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta della stessa logica di sovranità tecnologica che sta emergendo anche in Occidente, dalla strategia britannica per una &#8220;AI sovrana&#8221; fino agli sforzi europei per ridurre la dipendenza dai servizi cloud statunitensi. Con una differenza sostanziale: mentre l&#8217;Europa teme di dipendere dagli Stati Uniti, la Cina sta costruendo infrastrutture per averne bisogno il meno possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Malgrado il piano sia ancora nelle fasi iniziali e che diversi dettagli possano ancora cambiare, la direzione intrapresa appare inequivocabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le due maggiori economie del mondo stanno cercando di rendere autonome le rispettive catene di approvvigionamento dell&#8217;intelligenza artificiale, e l&#8217;epoca di un&#8217;unica infrastruttura tecnologica globale sembra avviarsi verso la conclusione.</p>
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		<item>
		<title>ONU: l’IA rischia di consumare tanta acqua quanto 1,3 miliardi di persone entro il 2030</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/consumo-acqua-intelligenza-artificiale-onu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Moras]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:48:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/consumo-acqua-intelligenza-artificiale.avif" type="image/jpeg" />Un recente rapporto ONU evidenzia come l’impatto ambientale dell’IA sia stato finora sottostimato e poiché la maggior parte delle valutazioni fatte finora si è concentrata sulle emissioni di carbonio, trascurando invece le conseguenze su acqua e suolo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/consumo-acqua-intelligenza-artificiale.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale potrebbe arrivare a consumare, entro il 2030, una quantità d’acqua pari al fabbisogno annuale di circa&nbsp;<strong>1,3 miliardi di persone</strong>, secondo un nuovo <a href="https://italianelfuturo.com/reports/costo-ambientale-intelligenza-artificiale-onu/">report</a> dell’<strong>United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH)</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto rileva che il costo ambientale dell’intelligenza artificiale viene “misurato in modo sistematicamente incompleto”, perché le valutazioni attuali si concentrano sulle emissioni di carbonio legate all’addestramento dei grandi modelli linguistici, trascurando invece l’impatto più ampio in termini di acqua e uso del suolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impronta idrica deriva dal raffreddamento e dal funzionamento dei data center, mentre l’impronta territoriale è legata alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento necessarie per costruire e gestire questi sistemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà, sottolinea il rapporto, i costi iniziali di addestramento sono superati di gran lunga dai costi di inferenza, vale a dire l’energia necessaria per far funzionare i modelli e rispondere alle richieste degli utenti, che rappresentano l’80–90% del consumo energetico totale dell’IA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’addestramento del modello <strong>GPT-4</strong> di <strong>OpenAI</strong>, ad esempio, ha consumato fino a 70 gigawattora di elettricità. Ma l’uso di <strong>ChatGPT</strong>, secondo le stime, richiede circa 383 gigawattora per rispondere a miliardi di richieste ogni giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il rapporto ONU, considerando i costi di inferenza, i data center che alimentano l’IA consumeranno 945 terawattora di elettricità entro il 2030: più del triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria, che insieme ospitano oltre 650 milioni di persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda l’impronta idrica, entro lo stesso anno, il consumo d’acqua dell’IA raggiungerà 9,3 trilioni di litri, una quantità pari al fabbisogno idrico annuale di base di 1,3 miliardi di persone nell’Africa subsahariana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Affrontare l’impatto ambientale dell’IA non sarà semplice come passare a fonti energetiche più “verdi”, avverte il rapporto. Sostituire il carbone con bioenergia potrebbe ridurre del 70% le emissioni di carbonio legate all’elettricità, ma allo stesso tempo aumentare di 30 volte il consumo d’acqua e di 100 volte l’uso del suolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Ciò che ci ha sorpreso di più è quanto spesso le scelte che sembrano più ecologiche dal punto di vista del carbonio finiscano per essere peggiori per l’acqua o per il suolo</em>”, ha dichiarato in un comunicato <strong>Miriam Aczel</strong>, ricercatrice dell’<strong>UNU-INWEH</strong> e autrice principale del rapporto. “<em>Se continuiamo a giudicare la sostenibilità dell’IA solo attraverso il carbonio, potremmo pensare che le energie rinnovabili rendano pulite le infrastrutture dell’IA, ma in realtà stiamo risolvendo un problema mentre ne creiamo altri, spesso in luoghi che non lo hanno richiesto</em>”, ha aggiunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le conseguenze non finiscono qui: paradossalmente, rendere l’IA più efficiente dal punto di vista energetico potrebbe aumentare il suo impatto ambientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Molte persone pensano che l’impronta ambientale dell’IA si riduca man mano che la tecnologia migliora e i processi diventano più efficienti. Ma questa è solo una parte del problema complessivo</em>”, ha affermato <strong>Kaveh Madani</strong>, direttore dell’<strong>UNU-INWEH</strong>. “<em>Un’IA più efficiente e più economica significa un maggiore utilizzo dell’IA, facendo sì che l’impronta complessiva diventi molto più grande di quanto si risparmi con i miglioramenti di efficienza</em>”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggi il report completo <a href="https://italianelfuturo.com/reports/costo-ambientale-intelligenza-artificiale-onu/">qui</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/consumo-acqua-intelligenza-artificiale-onu/">ONU: l’IA rischia di consumare tanta acqua quanto 1,3 miliardi di persone entro il 2030</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Pioggia di Trilioni di dollari per i data center entro il 2030</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/pioggia-di-trilioni-di-dollari-per-i-data-center-entro-il-2030/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 09:37:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/investimenti-data-center-2030.avif" type="image/jpeg" />Siamo di fronte al più grande ciclo di investimenti infrastrutturali della storia recente, con stime che oscillano tra i 3 e i 7 trilioni di dollari, a seconda di cosa si include nel calcolo. Una montagna di risorse, che rischia di riformulare le gerarchie economiche del mondo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/pioggia-di-trilioni-di-dollari-per-i-data-center-entro-il-2030/">Pioggia di Trilioni di dollari per i data center entro il 2030</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/investimenti-data-center-2030.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">La corsa mondiale verso i data center non ha soste, con grandi aspettative con non poche problematiche relative alla domanda di energia che scatenano e che possono determinare pesanti instabilità nel funzionamento delle reti energetiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mole di investimenti è in effetti impressionante, pur con differenziazioni nelle previsioni di spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stima di riferimento più citata è quella di <strong>JLL</strong>, grande multinazionale dell’immobiliare, perché (come si sa) quello dei data center, prima ancora di essere una infrastruttura necessaria alla crescita dell’IA, è innanzitutto un grande business immobiliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo <strong>JLL</strong> il settore sta vivendo un super-ciclo di investimenti infrastrutturali che richiederà fino a <strong>3 trilioni di dollari</strong> entro il 2030, con un incremento di nuova capacità di oltre <strong>100GW</strong> tra il 2026 ed il 2030, in aggiunta agli attuali <strong>105GW</strong>. Secondo JLL, l’investimento totale assegnerebbe poco più di <strong>1 trilione di dollari</strong> di valore immobiliare creato e un investimento di circa <strong>2 trilioni di dollari</strong> da parte delle società inquiline.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul versante opposto, spicca la previsione di <strong>McKinsey</strong> di ben <strong>7 trilioni di dollari</strong>, in considerazione della corsa al potenziamento dell’IA, che ha innescato uno dei più grandi cicli di sviluppo infrastrutturale della storia. Non a caso, <strong>McKinsey</strong> ripartisce l’intero investimento previsto tra <strong>5,2 trilioni di dollari</strong> assorbiti dall’IA e <strong>1,5 trilioni di dollari</strong> assorbiti dai tradizionali servizi di IT.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Distribuzione regionale della nuova capacità</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le Americhe rimarranno la regione con il maggior numero di data center fino al 2030. Questa regione rappresenta circa il <strong>50%</strong> della capacità globale e registra la crescita più rapida, con un tasso annuo composto (CAGR) del <strong>17%</strong>. Gli Stati Uniti sono in testa a questa crescita e costituiscono circa il <strong>90%</strong> della capacità delle Americhe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La capacità produttiva dell&#8217;area Asia-Pacifico (APAC) crescerà in modo sostanziale, passando da <strong>32 GW</strong> a <strong>57 GW</strong> entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del <strong>12%</strong>. L&#8217;area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) prevede di aggiungere <strong>13 GW</strong> di nuova offerta con un CAGR del <strong>10%</strong>. La crescita si concentrerà attorno ai principali hub europei come Londra, Francoforte e Parigi, insieme ai mercati emergenti del Medio Oriente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>L’identikit degli investitori</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">McKinsey ha identificato cinque tipologie distinte di investitori che guideranno questa ingente allocazione di capitali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Costruttori</strong>: sviluppatori immobiliari, studi di progettazione e imprese di costruzione.</li>



<li><strong>Fornitori di energia</strong>: aziende di servizi pubblici, fornitori di energia e produttori di apparecchiature elettriche di riscaldamento.</li>



<li><strong>Sviluppatori e progettisti di tecnologie</strong>: aziende di semiconduttori e fornitori di IT</li>



<li><strong>Operatori</strong>: <em>Hyperscaler</em>, fornitori di servizi di <em>co-location</em> e piattaforme <strong><em>GPU-as-a-service</em></strong></li>



<li><strong>Architetti di IA</strong>: sviluppatori di modelli, fornitori di modelli di base e imprese</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento, i grandi operatori del settore <em>Hyperscale</em> guidano quest&#8217;ondata di investimenti. <strong>Alphabet</strong>, <strong>Amazon</strong>, <strong>Microsoft</strong> e <strong>Meta</strong> prevedono di investire oltre 350 miliardi di dollari nei data center nel 2025 e circa 400 miliardi di dollari nel 2026.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Il nodo del consumo energetico dei data center</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei prossimi anni, i data center avranno bisogno di molta più elettricità, il che rivoluzionerà i modelli energetici globali. <strong>Goldman Sachs Research</strong> prevede che il fabbisogno dei data center aumenterà del <strong>50%</strong> entro il 2027 e raggiungerà un impressionante <strong>165%</strong> entro il 2030 rispetto ai livelli del <strong>2023.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente, i data center consumano circa <strong>415 TWh</strong> a livello globale, pari all&#8217;<strong>1,5% </strong>del consumo mondiale di elettricità. È probabile che questo dato raddoppi, raggiungendo i <strong>945 TWh</strong> entro il 2030. Nel 2023, i data center statunitensi hanno consumato circa 176 <strong>TWh</strong>, pari al <strong>4,4%</strong> del consumo totale di elettricità negli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro si preannuncia sempre più esigente in termini di energia. I data center statunitensi aumenteranno la loro quota dal <strong>4%</strong> al <strong>7,8%</strong> del consumo energetico regionale tra il 2025 e il 2030, mentre in Europa passeranno dal <strong>2,7%</strong> al <strong>5%</strong>. Alcuni esperti prevedono cifre ancora più elevate: entro il 2028 i data center potrebbero consumare fino a <strong>580 TWh</strong> all&#8217;anno negli Stati Uniti, arrivando potenzialmente al 12% del consumo totale di elettricità statunitense.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Quota di consumo energetico dell&#8217;IA</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intelligenza artificiale è il motore di questa enorme crescita. I server ottimizzati per i carichi di lavoro di IA aumentano del <strong>30%</strong> ogni anno, mentre i server tradizionali crescono solo del <strong>9%</strong>. Entro il 2025, i server ottimizzati per l&#8217;IA utilizzeranno il <strong>21%</strong> della potenza totale dei data center e raggiungeranno il <strong>44%</strong> entro il 2030.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entro il 2030, i server ottimizzati per l’intelligenza artificiale rappresenteranno il 64% del nuovo fabbisogno energetico dei data center. Un tipico <em>Hyperscaler</em> focalizzato sull’IA consuma in media la stessa quantità di elettricità di <strong>100.000 abitazioni</strong> all’anno. Le nuove strutture di grandi dimensioni in costruzione potrebbero consumare fino a <strong>20 volte</strong> in più di energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Andamento storico e previsto dei costi</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I costi di costruzione dei data center sono cambiati significativamente nell’ultimo decennio. Nel 2010, il costo di un data center aziendale di livello <strong>Tier III</strong> si aggirava intorno ai <strong>12 milioni di dollari</strong> per MW. Successivamente, si è registrata una rapida ripresa, con un aumento di <strong>1-2 milioni di dollari</strong> per <strong>MW</strong> nel 2022. Le proiezioni indicano un valore di <strong>10,7 milioni di dollari</strong> per <strong>MW</strong> entro il 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro preannuncia costi più elevati. Gli esperti del settore prevedono che il costo medio globale raggiungerà gli <strong>11 milioni di dollari</strong> per <strong>MW </strong>nel 2026, con un aumento del <strong>6%</strong>. La maggior parte dei professionisti del settore (<strong>60%</strong>) si aspetta un aumento dei costi di costruzione tra il <strong>5%</strong> e il <strong>15%</strong> nel 2026. Circa il <strong>21%</strong> ritiene che l&#8217;inflazione supererà il <strong>15%</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Il problema del raffreddamento: costi ed efficienza</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema di raffreddamento di un data center assorbe in genere dal <strong>25%</strong> al <strong>40%</strong> del consumo totale di energia elettrica. Le tecnologie di raffreddamento a liquido possono ridurre il consumo energetico della struttura del <strong>27%</strong> e il consumo energetico totale del sito del <strong>15,5%</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione normativa spinge le aziende ad adottare soluzioni di raffreddamento a basso consumo energetico con l&#8217;avvicinarsi del 2030. I data center che utilizzano queste tecnologie rispettano le normative e risparmiano denaro. Questo conferisce loro un vantaggio in un settore in cui il fabbisogno di raffreddamento raddoppierà entro il 2030.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Conclusione</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo di fronte al più grande ciclo di investimenti infrastrutturali della storia recente, con stime che come abbiamo visto oscillano tra i <strong>3 </strong>e i <strong>7 trilioni di dollari</strong>, a seconda di cosa si include nel calcolo (solo immobiliare e costruzione oppure anche hardware, allestimento IT e finanziamento del debito. Restano alcune incognite, prima fra tutte il rischio di bolla che alcuni indicano nel futuro a breve o medio termine dell’IA.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/pioggia-di-trilioni-di-dollari-per-i-data-center-entro-il-2030/">Pioggia di Trilioni di dollari per i data center entro il 2030</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Data center AI: il costo invisibile dell’intelligenza artificiale</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/data-center-ai-il-costo-invisibile-dellintelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Moi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 13:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[AI Generativa]]></category>
		<category><![CDATA[Cloud Computing]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture digitali]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=57161</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/data-center-ai-costo-energetico.avif" type="image/jpeg" />L’espansione dei data center destinati all’intelligenza artificiale sta trasformando l’energia nel vero costo occulto dell’innovazione digitale: mentre gli hyperscaler accelerano, i consumatori rischiano di finanziare, attraverso le bollette, un’infrastruttura costruita per pochi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/data-center-ai-il-costo-invisibile-dellintelligenza-artificiale/">Data center AI: il costo invisibile dell’intelligenza artificiale</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/05/data-center-ai-costo-energetico.avif" type="image/jpeg" />
<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>L’illusione immateriale dell’intelligenza artificiale</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale viene raccontata come il volto più etereo del progresso: algoritmi invisibili, reti neurali impalpabili, calcolo distribuito che sembra dissolversi nell’astrazione del <em>cloud</em>. Eppure, dietro questa narrazione quasi metafisica, si nasconde una realtà assai più concreta, pesante, persino materiale. Ogni prompt, ogni inferenza, ogni modello addestrato su miliardi di parametri consuma energia; molta energia. E non si tratta di un dettaglio marginale, né di un costo accessorio, ma del fondamento fisico su cui si regge l’intera architettura dell’intelligenza artificiale contemporanea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la retorica dell’innovazione mostra la sua prima incrinatura. Perché se è vero che l’AI promette efficienza, automazione, ottimizzazione — parole ripetute, celebrate, amplificate — è altrettanto vero che questa promessa si appoggia su una domanda elettrica crescente, continua, insaziabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa accade, dunque, quando l’immateriale diventa una questione di megawatt? Accade che il progresso si misura in chilowattora; accade che l’algoritmo ha un prezzo, e che questo prezzo, silenziosamente, comincia a riflettersi nelle bollette.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Il cortocircuito del mercato energetico americano</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso più emblematico arriva dagli Stati Uniti, nell’area gestita da <strong>PJM Interconnection,</strong> la più grande rete elettrica regionale del Paese. Secondo <strong>Monitoring Analytics</strong>, i costi dell’energia sono aumentati del 75,5% in appena dodici mesi: da 77,78 dollari per megawattora nel primo trimestre del 2025 a 136,53 dollari nello stesso periodo del 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Numeri che non sono semplicemente cifre. Sono il sintomo di una pressione sistemica. La causa principale, secondo i controllori federali, è l’esplosione dei data center ad alta intensità computazionale. Strutture gigantesche, progettate per alimentare i modelli linguistici e le applicazioni generative che stanno ridisegnando l’economia digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, tuttavia, non risiede soltanto nell’aumento della domanda; risiede nel modo in cui questa domanda viene assorbita dal mercato. Quando il fabbisogno straordinario dei data center viene incorporato nelle aste generali di capacità, l’effetto è inevitabile: il prezzo complessivo sale, l’offerta resta rigida, e il sistema trasferisce i costi su tutti gli utenti. Un meccanismo apparentemente neutrale. In realtà, profondamente redistributivo. Perché pochi consumano enormemente; molti pagano diffusamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Chi paga davvero la rivoluzione dell’AI</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Qui emerge il nodo politico, economico, persino etico della questione. Chi deve sostenere il costo dell’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale? <strong>Monitoring Analytics</strong> è netta: l’impatto sui clienti è già “molto ampio” e, soprattutto, “non reversibile”. Se <strong>PJM</strong> non interverrà prima della prossima <strong>Base Residual Auction</strong> prevista per giugno 2026, separando il carico energetico dei data center dal mercato generale, l’onere continuerà a propagarsi lungo tutta la filiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dai produttori agli operatori di trasmissione; dalle utility locali fino al consumatore finale. È una catena lineare, quasi geometrica, eppure invisibile al cittadino che riceve la bolletta a fine mese. La soluzione proposta appare tanto semplice quanto politicamente complessa: i grandi <em>hyperscaler</em> — coloro che traggono profitti immensi dall’AI — dovrebbero negoziare direttamente con i produttori energetici e finanziare la capacità aggiuntiva richiesta dal proprio sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pagare la propria strada. Una formula efficace, quasi lapidaria. Ma proprio perché incisiva, rivela il suo sottinteso: fino a oggi, quella strada l’hanno pagata altri.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>La politica davanti al conto nascosto</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo federale americano ha iniziato a riconoscere il problema. Le dichiarazioni pubbliche si moltiplicano; le promesse si accumulano; gli impegni vengono annunciati con enfasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma basteranno? La storia delle infrastrutture insegna che tra l’enunciazione politica e la regolazione effettiva esiste spesso uno scarto profondo — uno spazio grigio in cui si sedimentano rinvii, compromessi, resistenze. Senza una normativa chiara che impedisca il trasferimento automatico dei costi sui consumatori, la corsa all’intelligenza artificiale rischia di produrre una nuova forma di disuguaglianza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il paradosso del nostro tempo: una tecnologia progettata per aumentare l’efficienza potrebbe finire per generare inefficienza sistemica; una rivoluzione nata per democratizzare l’accesso alla conoscenza potrebbe scaricare i suoi costi proprio su chi da quella rivoluzione ricava meno benefici. La vera domanda, allora, non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo. La domanda è un’altra — più scomoda, più concreta, più urgente. Chi pagherà il conto?</p>
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		<title>I data center nel mondo, l’aggiornamento 2025: gli Stati Uniti restano leader, l’Italia continua ad investire</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/i-data-center-nel-mondo-laggiornamento-2025-gli-stati-uniti-restano-leader-litalia-continua-ad-investire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Santoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 08:48:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-15-gen-2026-09_45_47.jpg" type="image/jpeg" />Gli ultimi rilevamenti sui data center nel mondo confermano le leadership degli Stati Uniti, con l’Europa che insegue e la Cina che resta invece più staccata. Cosa sta avvenendo nel frattempo in Italia Lo scorso anno avevamo parlato dell’incidenza dei data center nel pianeta, una infrastruttura fondamentale per questa età contemporanea all’insegna in particolare dell’intelligenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-15-gen-2026-09_45_47.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph"><em>Gli ultimi rilevamenti sui data center nel mondo confermano le leadership degli Stati Uniti, con l’Europa che insegue e la Cina che resta invece più staccata. Cosa sta avvenendo nel frattempo in Italia</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scorso anno avevamo parlato dell’incidenza dei data center nel pianeta, una infrastruttura fondamentale per questa età contemporanea all’insegna in particolare dell’intelligenza artificiale. Rispetto ai dati del 2024, quelli del 2025 non fanno altro che confermare la predominanza degli Stati Uniti nel campo dei centri dove i dati vengono archiviati, elaborati e gestiti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa sono e come si suddividono i data center</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’IA è la punta dell’iceberg: i data center sono la colonna portante su cui poggiano siti, social, cloud, raccogliendo quindi una quantità notevole e critica di dati. Questa infrastruttura di rete è ospitata in un luogo fisico, dove è stipato l’hardware utile per la fornitura e gestione dei servizi web.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi questa infrastruttura si è evoluta adottando una architettura di tipo cloud, in modo da venire incontro alla gigantesca domanda di dati per varie applicazioni. Esistono poi diversi tipi di data center, come quelli <em>on-premise</em> che rappresentano la scelta principale di molte aziende, che gestiscono e monitorano privatamente e in prima persona le funzioni di questa infrastruttura. Allargando invece lo spettro, arriviamo ai data center <em>hyperscale</em>, con diversi data center in varie parti del mondo: è la tipologia dei grandi provider di servizi cloud, gestiti dai colossi tecnologici come Google, IBM, Microsoft o Amazon.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece una realtà non può permettersi uno spazio dove ospitare i data center, né il personale e le competenze che sono necessarie per il funzionamento dello stesso, si opta per la <em>colocation</em>, dove l’azienda non si deve preoccupare degli oneri di gestione del data center, collocato in uno spazio fisico messo a disposizione e amministrata da un provider.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I data center nel 2025: Stati Uniti ancora leader mondiali, insegue l’Europa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Chiusa questa rapida panoramica su cosa sono e come si suddividono i data center, veniamo all’analisi che ancora una volta <a href="https://www.statista.com/statistics/1228433/data-centers-worldwide-by-country/?srsltid=AfmBOopsj4PfYQL2pmXb0gd8o7d6aIeDfzgP2KUn3avj6VEqyLIALu3v" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Statista</strong></a> fa sullo stato attuale di questa infrastruttura ineludibile per il mondo attuale (con dati aggiornati a novembre 2025).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come abbiamo anticipato, gli Stati Uniti dei grandi colossi tecnologici e dell’IA (Nvidia su tutti) mantengono la leadership con ben <strong>4.165</strong> data center dislocati nel mondo, equivalente ad una quota del <strong>38%</strong> sul totale mondiale. Il resto è sparso su quasi tutto il pianeta, con le altre realtà globali staccate di molto rispetto agli USA: al secondo posto il Regno Unito con <strong>499</strong> data center, più o meno gli stessi della Germania, al terzo posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa però, nel suo complesso, conta circa <strong>3.500</strong> centri dati. Più della Cina, quarta al mondo ma con “solo” <strong>381</strong> strutture. Non molto distante dalla Francia, per dire, a quota <strong>321</strong>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="793" height="540" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine-5.png" alt="" class="wp-image-55450" srcset="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine-5.png 793w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine-5-300x204.png 300w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine-5-768x523.png 768w" sizes="(max-width: 793px) 100vw, 793px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading">I data center in Italia e lo sviluppo degli stessi nel nostro Paese</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia ne presenta <strong>209</strong>: nel 2024 la potenza energetica dei data center nel nostro Paese, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, è salita del <strong>17%</strong> rispetto all’anno precedente, toccando quindi nelle sale dati <strong>513 MW</strong>. E proprio Milano guida la potenza dei centri dati italiani con <strong>238 MW IT</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro Paese continua ad investire quindi su questa infrastruttura, come i 5 miliardi di euro spesi per costruirli nel 2023-2024, e 10,1 miliardi per il biennio successivo. Inoltre, secondo le intenzioni del Governo, come messo in luce dalla <em>Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center</em> pubblicata alla fine dello scorso anno sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’Italia ambisce a diventare <em>“hub digitale europeo e mediterraneo”,</em> mettendo a disposizione aree industriali dismesse presenti in maniera “<em>diffusa</em>” sul nostro territorio, oltre ad una “<em>rete energetica stabile e capillare</em>” e “<em>una connettività digitale ad altissima velocità, garantita dalla diffusione delle reti in fibra ottica e ultra-broadband su tutto il territorio nazionale” e anche “numerosi cavi sottomarini che atterranno nel Paese</em>”, senza dimenticare la sostenibilità nella gestione dei data center.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, secondo una indagine I-Com la potenza utilizzata nei data center nel 2024 per il <strong>66%</strong> ha riguardato l’inferenza e il restante per l’addestramento dei modelli. Ma per venire incontro alla crescente importanza dell’utilizzo e gestione dei dati, il nostro Paese sta andando sempre più verso il modello <em>hyperscale</em>, con maggiore consumo energetico e una maggiore richiesta in termini di potenza installata. Oltre ad un consumo più intensivo di risorse naturali come l’acqua (va detto che i dati forniti dagli Osservatori distrettuali permanenti per gli utilizzi idrici di Ispra al momento confortano, giacché la maggior parte di queste infrastrutture si trova in una zona non critica dal punto di vista delle crisi di siccità, ovvero al nord).</p>
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		<title>Mobile contro fibra, data center per le telco e le criticità che ostacolano lo sviluppo. Gli scenari del Quadrato della Radio</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/mobile-contro-fibra-data-center-telco-criticita-ostacolano-sviluppo-scenari-quadrato-radio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 08:04:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[fibra]]></category>
		<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Radio]]></category>
		<category><![CDATA[Telco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/WhatsApp-Image-2025-12-15-at-14.59.15.jpg" type="image/jpeg" />Un’intera giornata di confronto sui grandi temi delle reti, del ruolo degli operatori Telco, guardando al futuro ed alle ibridazioni. Un confronto aperto e approfondito tra i protagonisti di ieri e di oggi del settore.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/WhatsApp-Image-2025-12-15-at-14.59.15.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Un appuntamento di primaria importanza, organizzato dall’associazione <strong>“Quadrato</strong> <strong>della Radio”</strong>, s’è concluso il 13 dicembre a <strong>Villa Grifone &#8211; Pontecchio Marconi</strong>, dove è stato approfondito in modo analitico quanto fatto e quanto ancora resta da fare nel processo di diffusione della connettività ad alte prestazioni in rapporto ai bandi del PNRR aggiungendo un’analisi sul nuovo ruolo che potrebbero costruire in questo contesto le Telco in rapporto a strumenti strategici come i Data Center e l’High Performance Computing.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una sala gremita dai principali rappresentanti industriali e regolatori del settore, il convegno del “Quadrato della Radio”, storica associazione che riunisce i più illustri esponenti del mondo della ricerca e dell’industria nell’ambito delle telecomunicazioni italiane, sodalizio che quest’anno compie 50 anni, sono state delineate le restanti criticità nei tre ambiti di sviluppo della connettività, radiografando i piani <strong>“<em>Italia a 1 Giga, 5G Backhauling e Italia 5G”</em></strong>cercando, poi, nel dibattito, d’individuare gli scenari per superare le difficoltà, approfondendo quindi il ruolo delle Telco nel campo dei Data Center e dell’High Performance Computing per il prossimo futuro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo scenario della diffusione delle connessioni veloci</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto analisi in prima battuta il quadro della connessione dei territori Italiani che ancora evidenziano alcuni ritardi ma anche alcune peculiarità italiane che sono uniche nel panorama europeo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">I numeri in sintesi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati diffusi (Infratel Italia), aggiornati a fine novembre 2025, sulla connessione alle reti ultraveloci, il <strong>Piano “Isole Minori”</strong> ha visto allacciate 21 realtà rispetto alle 18 previste con un target raggiunto del 118%. Per il <strong>Piano 5g BH</strong> si è arrivati al 96% della copertura, con 863Km2 coperti. Più indietro il <strong>Piano Italia 5g D</strong> che è al 77% del suo target, con 368 Km2 raggiunti a fronte di un obbiettivo di 500 Km2 entro giugno 2026. Quasi ultimato il <strong>Piano Sanità Connessa</strong> con 7.795 strutture sanitarie raggiunte (il 90%) su 8700 dell’obbiettivo, mentre le sedi scolastiche cablate sono a oggi 7014 su 9000 ossia il 78%. In questo caso le difficoltà individuate sono state soprattutto legate alla vetustà di alcuni edifici e ai lavori di ristrutturazione in atto, che hanno in un qualche modo rallentato un processo ben avviato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il <strong>Piano Italia 1 giga,</strong> invece, rispetto all’obbiettivo di raggiungere 3,4 milioni di abitazioni (numeri civici) da collegare si è arrivati a 2,379,648 (circa il 70%). Va però detto che <strong>le indicazioni che arrivano dalla Commissione europea</strong> <strong>tendenzialmente rivedranno il target per l’Italia a 2,7 milioni di civici da</strong> <strong>collegare, entra la prima metà del 2026</strong>, generando così una situazione a oggi, rispetto al nuovo obbiettivo, di una copertura già realizzata che si attesta all’88%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In generale le difficoltà nella diffusione della connessione per la fibra, visto il progresso fino a oggi, sono dovute in parte ai costi d’allacciamento (in rapporto al risultato e all’attivazione dell’utenza) di località remote nelle aree più periferiche e in parte ad una significativa resistenza nell’attivazione dei successivi contratti, sulle linee FTTH, laddove la fibra è stata allacciata: i contratti sono rallentati dalla grande diffusione delle connessioni “mobile”, che hanno frenato il raggiungimento di alcuni obbiettivi nelle aree bianche del <strong>Piano Italia 5G.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, nonostante i progressi della copertura FTTH e prezzi FTTH molto concorrenziali rispetto al resto d’Europa, in Italia il take-up rimane insoddisfacente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tasso di adozione dei privati di FTTH è infatti tra i più bassi di tutti i paesi europei, rimanendo al di sotto del 30%, mentre la media Eu è del 55%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, infatti, rimane molto elevato il fenomeno delle Famiglie “<strong>Mobile Only</strong>” unico in tutta Eu<strong>.</strong> Basti pensare che mentre nel nostro Paese le famiglie che utilizzano solo connessione mobili sono addirittura più del 30% del totale dei connessi, in Germania sono solo il 5%. Addirittura in Francia, dove le connessioni ultraveloci via cavo sono diffusissime, tale percentuale, di “<em>mobile only</em>” è pari a 0, così come in Spagna e in Gran Bretagna. Un fenomeno che pone la nostra nazione come unica e in controtendenza rispetto al resto d’Europa, una sorta di “mosca bianca” nella diffusione delle connessioni veloci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra criticità è stata individuata nello scotto che ancora pagano alcune zone per le diffidenze di natura ambientale e sociale (dimostrate come ingiustificate da diversi studi) <strong>sulla realizzazione delle torri radio per il 5G </strong>(almeno 2/300 stazioni radio su 1200 sono bloccate proprio per l’opposizione delle amministrazioni locali).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ultima problematica, infine, emersa nell’analisi della realizzazione delle ormai vitali &#8211; per lo sviluppo delle comunità e del Paese &#8211; connessioni ad alto potenziale di dati, è stata la complessa ricostruzione dei dati anagrafici e dei catasti sui territori, dove ancora oggi esistono registri non aggiornati, non digitalizzati e, in taluni casi, non corrispondenti alla reale composizione territoriale. Ciò, ad esempio, hacausato un disallineamento significativo tra il cablaggio possibile e quello realizzato soprattutto nelle aree cosiddette “super bianche” e non solo in quelle “grigie”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gli scenari</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il PNRR, in sostanza, ha messo in moto il più grande piano d’infrastrutturazione digitale della storia italiana: <strong>Italia a 1 Giga</strong>, <strong>5G Backhauling </strong>e<strong> Italia 5G,</strong> non sono stati e non sono più solo progetti, ma condizioni abilitanti per qualsiasi filiera industriale avanzata. Ciò anche se il contesto suggerisce di andare verso una connessione ragionata “laddove veramente serve” piuttosto che inseguire una rincorsa alla copertura totale, anche difficile da realizzare fino in fondo, anche per i problemi legati alla complessa a sfaccettata realtà edilizia italiana. Altra riflessione dunque è stata: <strong>“</strong><em>ll Paese sarà in grado di sostenere la transizione industriale ed energetica dei prossimi 10 anni?</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo i saluti introduttivi di <strong>Giulia Fortunato</strong>, Presidente della Fondazione Marconi e di <strong>Umberto de Julio</strong>, Presidente de Il Quadrato della Radio, il Direttore Generale di Infratel, <strong>Paolo Lazzaro</strong> ha aperto una tavola rotonda dal titolo “<strong><em>Stato di sviluppo dei bandi PNRR sulla connettività pubblica: Italia a 1 Giga, 5G Backhauling, Italia 5G</em></strong><em>”</em> la quale è stata moderata dal Professor <strong>Maurizio Dècina</strong>, del Politecnico di Milano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dibattito, che ha visto tra i protagonisti <strong>Francesco Castelli</strong>, Responsabile Regulatory Analysis di FiberCop, <strong>Ermanno Nardone</strong>, Regulatory Affairs Officer di Tim, <strong>Francesco Nonno</strong>, Regulatory and European Affairs Director di Open Fiber, <strong>Andrea</strong> <strong>Mondo</strong>, Chief Technical Officer di Inwit e <strong>Massimo Pollini</strong>, Head of Mobile Network di Fastweb, sono stati delineati gli scenari della complessa diffusione della connettività</p>



<p class="wp-block-paragraph">pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Riunire i punti di riferimento nazionali per un’analisi accurata che permetta di tracciare il futuro dell’innovazione delle Telco e lo sviluppo delle connessioni ad alto potenziale nel nostro Paese – ha sottolineato il Presidente del Quadrato della Radio, <strong>Umberto De</strong> <strong>Julio</strong> – è chiaramente una delle funzioni primarie della nostra associazione, che si pone a servizio dello sviluppo, delle aziende, dei territori e del Paese. Ringrazio i soci e tutta la struttura organizzativa per il loro consueto impiego di risorse ed energie nella riuscita di quest’evento”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Data center, High Performance Computing e il nuovo ruolo delle Telco</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I lavori del convegno sono proseguiti, nel pomeriggio, con un dettagliato e interessante focus sul “<em>Ruolo delle telco in due industrie fondamentali della filiera digitale:</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Data center e high performance computing”,che ha visto una relazione introduttiva del Professor <strong>Maurizio Dècina</strong> e di <strong>Luca Cardone </strong>di Astrid.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito, moderato da <strong>Antonio Perrucci</strong> della Fondazione Astrid, ha fornito un quadro puntuale dello stato di salute delle due industrie e delle loro prospettive, evidenziandone il carattere strategico per l’evoluzione delle Telco. A partire dalla relazione introduttiva, sono stati approfonditi gli aspetti tecnologici ed infrastrutturali, d’impatto industriale e sulle risorse energetiche, regolatori, successivamente arricchiti dalle testimonianze dei protagonisti del settore, che hanno condiviso le loro esperienze e i possibili scenari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È emerso come nel nostro Paese lo stato attuale delle due industrie e le loro prospettive presentino qualche elemento di differenza. Per il supercalcolo (HPC), siamo indubbiamente all’avanguardia nel contesto europeo ed anche le prospettive sono promettenti (da settembre, è attiva al Tecnopolo di Bologna una AI factory, e l’Italia è in corsa per una delle 5 Gigafactory promosse e co-finanziate dallaCommissione europea).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda i data center, si registrano molte iniziative e progetti di investimento, ma debbono essere affrontati e risolti problemi legati all’approvvigionamento di energia ed acqua, alla semplificazione delle procedure di autorizzazione, alla stessa regolazione del settore su cui il Governo ha presentato un Piano strategico, nonché ad un fenomeno di “sovraffollamento” di talune aree.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, per le Telco si presentano importanti opportunità di svolgere un nuovo ruolo da protagonisti, con una evoluzione verso il modello TechCo, per divenire una sorta di <em>fabbriche di potenza digitale</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partita dello sviluppo, infatti, non sarà più giocata unicamente sulla rete (come in molti fino a qualche anno fa potevano ipotizzare), ma su chi controlla e abilita la capacità computazionale. Questo perché i data center e l’HPC sono infrastrutture critiche che sostengono lo sviluppo di: Intelligenza artificiale, Servizi pubblici digitali, Difesa cibernetica, Industria 4.0, Cloud nazionali e sovrani. In questo contesto, le Telco, potrebbero dover prendere coscienza di non esser più solo semplici “trasportatori qualificati di bit” ma nuovi attori che possono decidere dove nasce, si elabora e rimane il reale valore dei dati. In sostanza, l’Italia si troverà davanti ad un bivio industriale: o gioca da protagonista la partita dei data center e del supercalcolo, avvalendosi dell’apporto di competenze e tecnologie digitali in possesso delle Telco, oppure rischia di diventare un semplice “mercato” per le grandi piattaforme internazionali, perdendo così la sovranità digitale – a cominciare da quella sui dati &#8211; e quindi gran parte del valore aggiunto dell’ecosistema digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è stata approfondita degli interventi di <strong>Oscar Cicchetti</strong>, Presidente INWIT, <strong>Daniele Franceschini</strong>, Head of Technology Innovation and Decommissioning di FiberCo, <strong>Maurizio Goretti</strong>, CEO di Namex<em>, </em><strong>Emanuele Iannetti</strong>, CEO del Polo Strategico Nazionale, di <strong>Roberto Mazzilli</strong>, Head of IT &amp; Security Compliance &#8211; Executive Vice President di TIM, <strong>Stefano Pileri</strong>, COO di Maticmind, <strong>Federico Protto</strong>, CEO di Cellnex, <strong>Andrea Rangone</strong>, professore di Digital Business e Entrepreneurship al Politecnico di Milano, <strong>Ruggero Slongo</strong>, CTO di Retelit e di <strong>Giorgio Tosi Beleffi</strong>, Dirigente del MIMIT.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’ambito dell’evento è stato anche presentato il libro “<strong><em>50 anni di digitalizzazione</em></strong><em><strong>– Tecnologie, applicazioni, economia, società, etica e guerra ibrida</strong></em><strong>”, </strong>edito da Montabone Editore, realizzato da <strong>Salvatore Improta</strong>, un “quaderno” approfondito e tecnico ma in forma narrativa che raccoglie anche alcuni spunti dei passati eventi del Quadrato della Radio, con i contributi di <strong>Maurizio Dècina, Stefano Pileri</strong>, <strong>Sandro Dionisi</strong>, <strong>Francesco Saracco</strong>, <strong>Mauro Olivieri</strong>, <strong>Cosmo Colavito</strong>, <strong>Luca Tomassini</strong>, <strong>Achille De Tommaso </strong>e<strong>Alessandro Mantini</strong> che hanno approfondito ognuno una sezione del volume.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le informazioni sulle iniziative del <strong>Quadrato della Radio</strong> si possono trovare sul sito <a href="https://www.ilquadratodellaradio.it/">https://www.ilquadratodellaradio.it/</a>.</p>
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		<title>TikTok investe 9 miliardi in Brasile: il mega data center che ridisegna la mappa del potere digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 12:41:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/TikTok-Brasile.png" type="image/jpeg" />Nel porto di Pecém, nella regione del Ceará, ByteDance realizza il suo primo data center in America Latina. Tra energia rinnovabile, sovranità dei dati e diplomazia tecnologica, il Brasile diventa la nuova frontiera della geopolitica digitale. Quando il ministro brasiliano delle Miniere e dell’Energia, Alexandre Silveira, ha annunciato l’avvio dei lavori per il nuovo data [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel porto di Pecém, nella regione del Ceará, ByteDance realizza il suo primo data center in America Latina. Tra energia rinnovabile, sovranità dei dati e diplomazia tecnologica, il Brasile diventa la nuova frontiera della geopolitica digitale.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il ministro brasiliano delle Miniere e dell’Energia, <strong>Alexandre Silveira</strong>, ha annunciato l’avvio dei lavori per il nuovo <strong>data center di TikTok</strong> nel Ceará, l’effetto è stato immediato: il Brasile entra ufficialmente nella competizione globale per la sovranità digitale.<br>L’investimento da <strong>50 miliardi di reais</strong> — circa <strong>9 miliardi di dollari</strong> — rappresenta non solo un colossale afflusso di capitale straniero, ma anche un segnale geopolitico.<br>Dietro le infrastrutture in cemento e acciaio, infatti, si cela una domanda più profonda: chi controllerà i dati, l’energia e, di conseguenza, il potere economico del futuro?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto di <strong>ByteDance</strong> — società madre cinese di TikTok — non è semplicemente un’operazione industriale.<br>È un laboratorio di diplomazia tecnologica, una mossa di strategia globale che intreccia <strong>innovazione digitale, politica energetica e diritto internazionale</strong>.<br>Ed è qui, nel nordest del Brasile, che si gioca una partita che ridefinirà gli equilibri tra Nord e Sud del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Pecém: il nuovo crocevia della connettività globale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta del <strong>porto di Pecém</strong>, nel cuore del Ceará, non è casuale.<br>Situato lungo l’asse atlantico, il complesso portuale è già collegato ai principali cavi sottomarini che connettono l’America Latina a Europa e Stati Uniti.<br>Questa infrastruttura — invisibile, ma vitale — fa del Ceará una <strong>porta digitale tra emisferi</strong>, capace di attrarre investimenti ad altissimo valore aggiunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo locale, guidato da <strong>Elmano de Freitas</strong>, ha sostenuto il progetto come parte di una strategia più ampia: trasformare Pecém in un <strong>polo tecnologico ed energetico integrato</strong>, dove industria pesante, energia rinnovabile e servizi digitali convivono in equilibrio.<br>A supportare l’operazione c’è <strong>Casa dos Ventos</strong>, uno dei più grandi produttori di energia eolica del Brasile, che fornirà circa <strong>300 megawatt</strong> per alimentare il nuovo data center.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo abbinamento — cloud e vento, potere digitale e sostenibilità — non è solo un simbolo, ma una formula industriale inedita: un <strong>data center alimentato interamente da energie pulite</strong>, in grado di posizionare il Brasile tra i leader mondiali del “green computing”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una politica industriale per il XXI secolo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro l’annuncio di TikTok si intravede una visione politica chiara.<br>Il governo di <strong>Luiz Inácio Lula da Silva</strong> ha lanciato un piano di incentivi e agevolazioni fiscali per attrarre investimenti nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali.<br>Il decreto esecutivo firmato a settembre prevede <strong>esenzioni federali</strong> (PIS, Cofins, IPI) e accesso agevolato a zone franche per le aziende che costruiscono data center alimentati da fonti rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è duplice: consolidare il ruolo del Brasile come <strong>piattaforma digitale per l’America Latina</strong> e promuovere una <strong>politica industriale di nuova generazione</strong>, in cui tecnologia e sostenibilità convergono.<br>In questo senso, il progetto di TikTok rappresenta un banco di prova: può un Paese emergente diventare attore di primo piano nella governance dei dati senza sacrificare i propri standard ambientali e sociali?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Energia rinnovabile e sovranità economica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile parte da una posizione di vantaggio.<br>Con oltre <strong>l’87% della produzione elettrica da fonti rinnovabili</strong>, il Paese è una delle potenze energetiche più verdi al mondo.<br>Il Ceará, in particolare, è un laboratorio di transizione: l’eolico copre oltre il 40% del fabbisogno locale e il governo ha avviato progetti pionieristici sull’<strong>idrogeno verde</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il data center di TikTok sfrutterà proprio questa combinazione di risorse: un’infrastruttura digitale energivora alimentata da un mix energetico a impatto quasi nullo.<br>È una scelta che ha valore economico e politico.<br>Nel mondo post-carbonio, l’energia non è più solo un costo di produzione, ma <strong>una leva geopolitica</strong>.<br>Chi possiede energia pulita diventa interlocutore privilegiato per le multinazionali della tecnologia, che devono decarbonizzare le proprie filiere per restare competitive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è un’altra implicazione: l’indipendenza energetica è anche <strong>indipendenza tecnologica</strong>.<br>Il Brasile, grazie a un modello di generazione diffusa e rinnovabile, può attrarre investimenti senza vincolarsi a forniture estere, bilanciando la propria autonomia con l’apertura ai capitali globali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sovranità dei dati: il nuovo terreno di potere</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano giuridico, la costruzione del data center apre un fronte cruciale: quello della <strong>sovranità digitale</strong>.<br>Il Brasile, con la <strong>Lei Geral de Proteção de Dados (LGPD)</strong>, ha adottato un quadro normativo ispirato al <strong>GDPR europeo</strong>, imponendo regole severe sulla localizzazione e gestione delle informazioni personali.<br>Il nuovo hub permetterà a TikTok di archiviare i dati degli utenti latinoamericani direttamente in territorio brasiliano, garantendo conformità normativa e <strong>riducendo i rischi geopolitici</strong> legati alla gestione offshore delle informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un contesto di crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, questa mossa ha un valore simbolico enorme: ByteDance accetta di “radicarsi” in un Paese democratico, sottoponendosi a leggi trasparenti e a controlli sovrani.<br>Per il Brasile, significa <strong>assumere un ruolo da mediatore</strong> nella diplomazia digitale globale, capace di attrarre capitali cinesi senza rinunciare alle proprie regole e valori istituzionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le ombre della sostenibilità: acqua, territorio, comunità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, dietro l’entusiasmo per l’innovazione, emergono anche tensioni concrete.<br>Le comunità indigene <strong>Anacé</strong>, che vivono nei pressi di Pecém, hanno denunciato l’assenza di consultazioni pubbliche e il rischio di impatti idrici gravi.<br>In un’area dove la siccità è ciclica, la costruzione di un data center ad alta intensità di raffreddamento potrebbe alterare gli equilibri ecologici.<br>Secondo studi indipendenti, infrastrutture di questo tipo possono consumare milioni di litri d’acqua al giorno per il controllo termico dei server.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida per ByteDance — e per il governo — sarà quella di <strong>conciliare progresso digitale e giustizia ambientale</strong>.<br>L’innovazione, oggi, non può più essere separata dalla sostenibilità territoriale.<br>Il successo del progetto si misurerà non solo in terabyte o megawatt, ma nella capacità di costruire un modello industriale che rispetti le comunità e valorizzi le risorse locali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Capitale privato e interesse pubblico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’operazione è sostenuta da una rete di capitali privati che coinvolge <strong>ByteDance, Casa dos Ventos e Pátria Investimentos</strong>, uno dei principali fondi infrastrutturali dell’America Latina.<br>Il ritorno atteso si basa su <strong>contratti di locazione, servizi cloud e intelligenza artificiale</strong>, con una prospettiva di completamento modulare tra il 2027 e il 2034.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’aspetto più interessante non è finanziario, bensì politico.<br>Per la prima volta, un’infrastruttura strategica digitale nasce da un <strong>partenariato pubblico-privato</strong> in cui Stato e capitale globale condividono obiettivi di lungo periodo.<br>È un esperimento di <strong>politica industriale “ibrida”</strong>, in cui lo Stato funge da garante e indirizzo, non da mero spettatore.<br>Un modello che potrebbe ridefinire la relazione tra innovazione e governance nel Sud del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Geopolitica della connettività: la nuova corsa al potere digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’investimento di TikTok in Brasile si colloca in un contesto più ampio di <strong>guerra silenziosa per il controllo delle infrastrutture digitali</strong>.<br>Le grandi potenze — Stati Uniti, Cina, Unione Europea — stanno ridefinendo i propri confini informatici e fisici, in una corsa alla costruzione di data center, cavi e piattaforme cloud che sostituisce le vecchie rotte commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, il Brasile emerge come <strong>hub strategico del Sud globale</strong>.<br>Da un lato, beneficia del capitale cinese e della sua capacità di esecuzione rapida; dall’altro, mantiene relazioni stabili con l’Occidente e con le istituzioni multilaterali.<br>È una posizione delicata, ma potenzialmente vantaggiosa: <strong>una terza via digitale</strong> tra Washington e Pechino, fondata sulla cooperazione energetica e sulla neutralità tecnologica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Brasile, laboratorio del futuro digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il data center di TikTok a Pecém non è solo un’infrastruttura tecnologica.<br>È una <strong>narrazione di potere</strong>, che attraversa economia, diritto, ambiente e società.<br>In questa operazione si condensa una nuova idea di sviluppo: sostenibile, sovrano e interconnesso.<br>Se il Brasile saprà gestire questa complessità — garantendo trasparenza, inclusione e rigore — potrà diventare il <strong>modello di riferimento per la transizione digitale del Sud globale</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero valore di questa storia va oltre i numeri.<br>Non è nei miliardi investiti, né nei megawatt prodotti: è nella possibilità di <strong>costruire una modernità più equa</strong>, in cui innovazione e giustizia convivano.<br>Il data center di TikTok sarà, allora, più di una fabbrica di dati: sarà una <strong>fabbrica di futuro</strong>, capace di ridefinire cosa significhi davvero essere una potenza nel XXI secolo.</p>
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		<title>Mongolia, dal carbone al cloud: il Fondo Sovrano Chinggis Khaan punta su data center verdi e governance trasparente</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/mongolia-dal-carbone-al-cloud-il-fondo-sovrano-chinggis-khaan-punta-su-data-center-verdi-e-governance-trasparente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 09:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Mongolia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Mongolia1.png" type="image/jpeg" />Con 1,4 miliardi di dollari di dotazione iniziale, la Mongolia accelera su infrastrutture digitali, rinnovabili e redistribuzione: un test di politica industriale che intreccia economia, diritto dell’innovazione e geopolitica. La Mongolia, vasta quanto l’Europa occidentale, ma con appena 3,5 milioni di abitanti, prova a cambiare pelle. Dopo anni di crescita agganciata al ciclo delle commodity, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con 1,4 miliardi di dollari di dotazione iniziale, la Mongolia accelera su infrastrutture digitali, rinnovabili e redistribuzione: un test di politica industriale che intreccia economia, diritto dell’innovazione e geopolitica.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Mongolia</strong>, vasta quanto l’Europa occidentale, ma con appena 3,5 milioni di abitanti, prova a cambiare pelle. Dopo anni di crescita agganciata al ciclo delle commodity, Ulaanbaatar mette in cantiere una strategia che unisce finanza pubblica “di scopo”, infrastruttura digitale e transizione energetica. Al centro c’è il <strong>Chinggis Khaan Sovereign Wealth Fund</strong>: istituito per legge nell’aprile 2024, oggi gestisce <strong>1,4 miliardi di dollari</strong> e si candida a trasformare rendite minerarie in servizi di calcolo “green”, reti, welfare e trasparenza verso i cittadini. L’orizzonte non è solo economico: data center alimentati da rinnovabili, zone speciali come <strong>Hunnu City</strong>, un’app pubblica per controllare in tempo reale come vengono allocati i proventi e una governance di tipo “Singapore–Norvegia” nelle intenzioni dei promotori. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché adesso: il boom della domanda di calcolo e il nuovo vincolo energetico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il ciclo dell’<strong>intelligenza artificiale</strong> ha innescato una corsa globale a <strong>capacità di calcolo, potenza elettrica e connettività</strong>. Secondo Goldman Sachs Research, <strong>la domanda elettrica dei data center potrebbe crescere del 50% entro il 2027 e fino al 165% entro il 2030</strong> (vs 2023), con una pressione senza precedenti su reti e generazione. È un cambio di scala che ridisegna la mappa della localizzazione industriale: conta il costo e l’affidabilità dell’energia, la disponibilità di aree fredde (per il raffreddamento), la resilienza regolatoria. La Mongolia mette sul tavolo clima, spazi, vento e sole del Gobi, più un costo fondiario competitivo. Per chi costruisce regioni cloud, <strong>l’arbitraggio energetico e climatico</strong> è tornato la variabile che decide investimenti miliardari. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L’architettura del Fondo: tre tasche, una regola d’oro e un’app per la trasparenza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Chinggis Khaan Fund</strong> è progettato con una <strong>struttura tripartita</strong>: un <em>Future Heritage Fund</em> per gli investimenti di lungo termine all’estero, un <em>Development Fund</em> per infrastrutture strategiche e un <em>Savings Fund</em> per interventi sociali diretti, integrati con i servizi digitali di <strong>E-Mongolia</strong>. Proprietà di <strong>Erdenes Mongol</strong> (holding statale mineraria), supervisione del Ministero delle Finanze, <strong>indipendenti nel board</strong> e <strong>advisor esterni</strong> in arrivo: un impianto che replica best practice note ai mercati istituzionali. Nella fase di avvio, la dotazione è gestita in modo <strong>conservativo</strong> e con <strong>lock-up fino al 2030</strong>, mentre la <strong>politica d’investimento</strong> è in consultazione e verrà finalizzata nel 2026. La promessa più dirompente è però l’<strong>app pubblica</strong>: ogni cittadino potrà verificare, voce per voce, <strong>fonti, allocazioni e benefici</strong>. Se funzionerà, non è solo finanza: è <strong>accountability-by-design</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla steppa alla “cloud region”: Hunnu City e l’idea di una zona speciale digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La visione industriale prevede <strong>zone economiche speciali</strong> per colocation e hyperscale, con <strong>Hunnu City</strong> come città smart a basso impatto ambientale: masterplan internazionale, criteri “green &amp; smart”, funzioni da <strong>free economic zone</strong>, connettività in fibra e accesso prioritario a capacità rinnovabile e storage. Qui la Mongolia conta di integrare <strong>raffreddamento climatico naturale</strong>, <strong>PPA rinnovabili</strong>, <strong>sistemi di accumulo</strong> e regole pro-investimento. I vantaggi climatici sono reali; la sfida è <strong>backhaul internazionale</strong> e interconnessioni affidabili verso i mercati finali. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Energia: dal 18,3% al 30% rinnovabili entro il 2030, tra aste, storage e rete</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri fissano la rotta: <strong>18,3%</strong> della capacità installata era rinnovabile nel 2023, con quota di produzione intorno al <strong>9–10%</strong>; obiettivo <strong>30%</strong> al 2030. A supporto, a Davos è stato annunciato l’accordo con <strong>EBRD</strong> per sviluppare <strong>fino a 300 MW solari e 200 MW eolici</strong> (con <strong>storage</strong> e <strong>infrastrutture di trasmissione</strong>) entro il 2028, con meccanismi d’asta e assistenza sulle strategie low-carbon. Sulla carta, è l’ossatura che rende credibile una <strong>capacità di calcolo “verde”</strong> per i data center; nella pratica, serviranno tempi certi di connessione, gestione della <strong>curtailment</strong> e una cabina di regia unica tra fondo, Ministero dell’Energia, regolatore e utility. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La diplomazia dei dati: tra Russia e Cina, diversificazione come assicurazione strategica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Stretta tra <strong>Russia</strong> e <strong>Cina</strong>, la Mongolia ha elevato i legami con entrambi a <strong>partnership strategiche comprensive</strong>. L’economia è agganciata a Pechino, che assorbe la quota preponderante delle esportazioni: una dipendenza che funziona finché non si sovrappone a tensioni geopolitiche o restrizioni tecniche. In questo contesto, la scommessa data center non è solo industriale: è <strong>politica estera economica</strong>. Per ridurre il rischio di lock-in tecnologico, Ulaanbaatar corteggia investitori <strong>giapponesi, coreani ed europei</strong>, e prova a posizionarsi come <strong>hub neutrale</strong> per calcolo e <strong>export di energia “verde”</strong>. Una strategia credibile richiede accordi su <strong>protezione dei dati</strong>, <strong>sovranità digitale</strong> e <strong>interconnessioni</strong> che non dipendano da un unico vicino. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Politica interna: protesta anti-corruzione, caduta del premier e la ricostruzione della fiducia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 le proteste anti-corruzione a Ulaanbaatar hanno innescato la <strong>sfiducia parlamentare</strong> e le <strong>dimissioni del premier Oyun-Erdene</strong>. È un passaggio che pesa sul rischio-Paese e che spiega l’enfasi del Fondo su <strong>regole</strong>, <strong>audit</strong> e <strong>trasparenza transazionale</strong> verso i cittadini. Senza credibilità interna, nessun progetto di lungo periodo regge; con essa, invece, l’ecosistema digitale-energetico può attrarre capitale privato su orizzonti pluriennali. La lezione è chiara: il <strong>capitale reputazionale</strong> vale quanto (e più di) quello finanziario. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Rischi industriali: rete, acqua, permitting. E come trasformarli in vantaggi competitivi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli investitori guarderanno tre fragilità. <strong>Primo</strong>, l’<strong>affidabilità di rete</strong>: l’infrastruttura elettrica mongola resta eterogenea e in parte obsoleta; la qualità del servizio dovrà risalire per sostenere carichi continui e picchi AI. <strong>Secondo</strong>, l’<strong>acqua</strong>: il raffreddamento è un tema globale e la pressione sugli acquiferi in aree aride si fa sentire; servono sistemi <strong>water-efficient</strong> (adiabatici avanzati, riuso acque reflue, free-cooling spinto) e <strong>trasparenza sui litri per MWh</strong>. <strong>Terzo</strong>, il <strong>permitting</strong>: tempi certi per rinnovabili, linee a 220 kV, storage e posa fibra. Sono fattori di rischio, ma anche <strong>vantaggi sfruttabili</strong>: se la Mongolia standardizza KPI (PUE, WUE, LCOE contrattualizzato, tasso di curtailment), offre <strong>visibilità regolatoria</strong> e pacchetti <em>plug-and-play</em> (terreno, grid-ready, PPA fisico/virtuale), può accorciare drasticamente il <em>time-to-compute</em> rispetto a molte giurisdizioni mature, oggi congestionate. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Minerali critici, rame e catene del valore: dal “sotto terra” ai rack</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La traiettoria digitale non cancella il <strong>DNA estrattivo</strong>: lo integra. Il rame di <strong>Oyu Tolgoi</strong> – il più grande investimento estero del Paese – è esattamente il metallo “abilitante” per reti, trasformatori, server e cavi. Gli sviluppi recenti (acquisizione di Turquoise Hill da parte di Rio Tinto, crescita produttiva attesa) mostrano come <strong>upstream</strong> e <strong>digitale</strong> possano dialogare: la <strong>politica industriale</strong> deve fare in modo che parte del valore rimanga “on-shore” in forma di <strong>cluster tecnologici</strong>, <strong>manifatture leggere</strong> per l’ecosistema data center e <strong>servizi ingegneristici</strong>. Il Fondo, come <em>anchor investor</em>, può accelerare questa <strong>integrazione verticale morbida</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa guarderanno gli investitori: KPI tecnici, contratti e diritto dell’innovazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La “banca dati” che convince un <em>investment committee</em> non è uno slogan. È un <strong>term sheet</strong> solido: <strong>PUE</strong> garantito e migliorabile, <strong>WUE</strong> con soglie massime e piani di recupero/riuso, <strong>availability</strong> contrattuale, <strong>PPA</strong> (fisici o virtuali) con tenori 10–15 anni e indicizzazione chiara, <strong>diritti di wayleave</strong> e trenching per fibra, <strong>incentivi fiscali</strong> calibrati su CAPEX/opex e <strong>deroghe smart</strong> su dogane per apparecchiature critiche. Sul fronte giuridico, servono <strong>cornici di data protection</strong> interoperabili con standard UE/OCSE, <strong>clausole di sovranità dei dati</strong> per clienti pubblici e <strong>meccanismi ADR</strong> per le controversie. In sintesi: <strong>certezza del diritto</strong> e <strong>certezza del kilowattora</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una roadmap credibile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei prossimi dodici mesi il Fondo Sovrano Chinggis Khaan affronterà la sua prima prova di concretezza. La priorità sarà la <strong>chiusura della policy d’investimento</strong>, un documento chiave che definirà la strategia d’allocazione, i criteri ESG e le soglie di rischio accettabili. In parallelo, il governo prevede di <strong>varare il primo ciclo di aste per la capacità rinnovabile</strong>, sostenuto da un <strong>backstop finanziario multilaterale</strong> — una garanzia economica che riduca il rischio percepito dagli investitori stranieri e dia segnali di stabilità regolatoria.<br>Contestualmente dovrebbero prendere forma <strong>due progetti pilota</strong>, concepiti come dimostratori industriali: uno dedicato alla <strong>colocation</strong>, per ospitare imprese locali e regionali, e uno <strong>hyperscale</strong>, orientato a partner cloud internazionali, entrambi sostenuti da <strong>Power Purchase Agreement dedicati</strong> che assicurino prezzo e continuità dell’energia verde.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cosa accadra&#8217; nel secondo anno</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nel secondo anno, la tabella di marcia punta al <strong>completamento delle prime dorsali di trasmissione elettrica e ai sistemi di storage utility-scale</strong>, elementi indispensabili per stabilizzare la rete e garantire continuità ai data center. In questa fase la Mongolia mira ad accogliere un <strong>operatore cloud globale</strong> e un <strong>integratore di fibra ottica neutral-host</strong>, capace di connettere i nuovi poli digitali con le reti transfrontaliere verso la Cina e la Russia, ma anche con i futuri sbocchi verso Corea e Giappone.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gli obiettivi del terzo</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Entro il terzo anno, l’obiettivo è più ambizioso e simbolico: <strong>Hunnu City dovrà essere pienamente operativa</strong>, con il suo primo campus di data center attivo, <strong>ridondanza di rete</strong> garantita e una <strong>reportistica ESG accessibile via app pubblica</strong>. In questa fase, il governo punta a superare quello che gli analisti definiscono il <em>kitchen-sink test</em>: nessun blackout, livelli di <strong>SLA (Service Level Agreement)</strong> rispettati, indicatori di efficienza idrica (WUE) sotto le soglie internazionali e <strong>audit indipendenti pubblicati</strong> senza riserve.<br>Solo allora, la Mongolia potrà dimostrare di non aver costruito un sogno tecnologico sulla sabbia, ma una <strong>piattaforma reale, funzionante e trasparente</strong>, capace di trasformare le promesse di diversificazione in infrastruttura, fiducia e nuova identità economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La grande scommessa della fiducia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La Mongolia non sta semplicemente costruendo data center. Sta tentando una <strong>ingegneria istituzionale</strong> in cui <strong>capitale naturale</strong>, <strong>capitale finanziario</strong> e <strong>capitale civico</strong> si tengono insieme. Se il <strong>Chinggis Khaan Fund</strong> riuscirà a mantenere le promesse di trasparenza, a far correre le rinnovabili al ritmo delle GPU e a distribuire una quota tangibile dei benefici, il Paese potrà passare <strong>dal carbone al cloud</strong> senza perdere coesione sociale. In caso contrario, resterà l’ennesimo progetto fermato tra <em>permitting</em>, volatilità politica e reti inadeguate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza la farà una cosa semplice e difficilissima: <strong>la fiducia</strong>. È il moltiplicatore che trasforma 1,4 miliardi in un ecosistema e che persuade i capitali pazienti a restare per un decennio. Se Ulaanbaatar saprà garantirla – nelle leggi, nei contratti, nei chilowattora e nelle bollette dei cittadini – non diventerà solo un luogo dove si ospita calcolo: diventerà <strong>un Paese che crea valore, lo governa e lo condivide</strong>. E in un’epoca in cui l’energia decide la geografia dei dati, questo potrebbe essere il vero vantaggio competitivo della steppa.</p>
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		<title>Deep Data: la Cina Affonda i Suoi Data Center per Raffreddare l’Intelligenza Artificiale</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/deep-data-la-cina-affonda-i-suoi-data-center-per-raffreddare-lintelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Moi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 09:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Deep Data]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=47329</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Moi4.png" type="image/jpeg" />La Cina guida una rivoluzione infrastrutturale attraverso l’immersione dei data center nell’oceano per raffreddarli naturalmente. Questa scelta energetica, economica e geopolitica sfida i modelli occidentali e apre nuovi scenari nella sostenibilità digitale globale L’intelligenza artificiale chiede potenza, il pianeta chiede acqua Nel cuore della trasformazione digitale globale, un cuore che batte all’unisono con l’accelerazione di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/deep-data-la-cina-affonda-i-suoi-data-center-per-raffreddare-lintelligenza-artificiale/">Deep Data: la Cina Affonda i Suoi Data Center per Raffreddare l’Intelligenza Artificiale</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Moi4.png" type="image/jpeg" />
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<p class="wp-block-paragraph">La Cina guida una rivoluzione infrastrutturale attraverso l’immersione dei data center nell’oceano per raffreddarli naturalmente. Questa scelta energetica, economica e geopolitica sfida i modelli occidentali e apre nuovi scenari nella sostenibilità digitale globale</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">L’intelligenza artificiale chiede potenza, il pianeta chiede acqua</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore della trasformazione digitale globale, un cuore che batte all’unisono con l’accelerazione di intelligenza artificiale, cloud computing e automazione industriale, si cela un problema invisibile ma urgente: la sete insaziabile dei data center. Queste cittadelle elettroniche, colossali e ininterrottamente attive, non solo alimentano il pensiero computazionale del nostro tempo, ma lo fanno al prezzo di un consumo energetico e idrico che cresce, cresce, cresce, fino a diventare insostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si stima che circa il <strong>40% dell’elettricità consumata da un data center</strong> venga destinato, in un ciclo continuo e incessante, al solo raffreddamento dell’infrastruttura. Ma non è tutto. Il raffreddamento richiede acqua, e l’acqua, risorsa sempre più preziosa, sempre più contesa, viene pompata da falde sotterranee, fiumi, bacini idrici urbani, talvolta persino da impianti di recupero delle acque reflue. Così, giorno dopo giorno, queste strutture tecnologiche entrano in concorrenza diretta con gli esseri umani per l’accesso all’elemento essenziale della vita, l’acqua potabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, molte aziende tecnologiche, nella loro corsa alla latenza minima e all’efficienza dei costi, hanno scelto di collocare i propri data center in zone aride o desertiche, Arizona, Medio Oriente, Spagna. In questi luoghi, dove ogni goccia conta, l’aria secca è utile per prevenire la corrosione dell’hardware, tuttavia, il prezzo ecologico di tale scelta si presenta salato, quasi inaccettabile, alla luce del cambiamento climatico e delle crescenti crisi idriche globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che la narrazione cambia, cambia radicalmente. Mentre l’Occidente indugia, la Cina guarda al mare. In un rovesciamento di paradigma degno di un romanzo moderno, ma perfettamente reale, la Cina propone di spostare i data center sotto la superficie marina, là dove l’acqua è abbondante e naturalmente fredda. Non più deserti, non più torri di raffreddamento, ma capsule sottomarine immerse nell’oceano, dove la natura stessa collabora, silenziosa e costante, nel raffreddare i cuori incandescenti dei server.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto affermano Periola e colleghi (2022), l’ambiente marino, e in particolare la cosiddetta zona mesopelagica, presenta condizioni termiche vantaggiose per il raffreddamento passivo. Tuttavia, proprio quell’ambiente, apparentemente così stabile, può essere soggetto a ondate di calore marine (marine heat waves), fenomeni anomali e in rapida crescita, capaci di innalzare la temperatura dell’acqua e minacciare sia le apparecchiature informatiche che la biodiversità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi, il mondo digitale sta entrando in una fase di maturità che esige compromessi intelligenti, e forse perfino poetici, come quello di affidare alla vastità oceanica il compito di sostenere il nostro desiderio collettivo di sapere, calcolare e connettere. Ma il mare, sebbene profondo, non è infinito, e la sua generosità richiederà equilibrio, attenzione, rispetto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rivoluzione blu: server sommersi e vento come alleato</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea è tanto ambiziosa quanto rivoluzionaria, eppure, proprio per questo, assolutamente necessaria. Spostare i data center negli abissi marini, sfruttando l’acqua salata come mezzo naturale di raffreddamento, significa immaginare un futuro in cui tecnologia e natura non sono più in opposizione, ma in cooperazione. Non si tratta di fantascienza, bensì di ingegneria applicata, calcolo termico, visione strategica. A circa dieci chilometri dalle coste di Shanghai, uno dei principali snodi dell’intelligenza artificiale cinese, prende forma il primo centro dati subacqueo della nazione, alimentato da energia eolica offshore e progettato dalla compagnia Hailanyun, conosciuta anche come HiCloud.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati riportati nello studio di Periola et al. (2022), i centri dati sottomarini possono ottenere un risparmio energetico compreso tra il <strong>5% e il 12%</strong> nei periodi più critici, quando il mare mantiene una temperatura costante e naturalmente bassa, rendendo superfluo l’impiego di sistemi di raffreddamento energivori. Ed è proprio questo il principio, semplice quanto efficace, su cui si fonda l’intero progetto: l’acqua marina viene convogliata attraverso radiatori a contatto con i rack dei server, assorbendo calore e disperdendolo nell’ambiente circostante, in un ciclo continuo e autoregolato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza dei sistemi terrestri, che consumano ingenti quantità di acqua dolce per raffreddare l’aria tramite evaporazione, questa soluzione riduce gli sprechi, limita l’impronta idrica e abbassa drasticamente il rischio di impatti ecologici. Il mare, vasto e freddo, diventa un alleato silenzioso ma potente, capace di gestire la dissipazione termica senza chiedere in cambio energia artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centro dati di Shanghai, nella sua prima fase operativa, sarà dotato di <strong>198 rack</strong>, in grado di ospitare <strong>tra 396 e 792 server</strong> specificamente progettati per carichi di lavoro in intelligenza artificiale. La potenza computazionale promessa è notevole, tanto da permettere, secondo i tecnici Hailanyun, l’addestramento completo di un modello linguistico come GPT-3.5 nell’arco di un solo giorno. Un risultato che, se confermato, rappresenterebbe non solo un traguardo tecnico, ma anche un segnale forte di sovranità digitale e autonomia tecnologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero, il sito sottomarino cinese è, per ora, più compatto rispetto ai suoi equivalenti terrestri, i quali possono ospitare fino a 3.000 o addirittura 10.000 rack, ma la sua dimensione contenuta è parte di un piano più grande, più lungimirante, più radicale. Questo è un esperimento, sì, ma è anche un prototipo. Un banco di prova destinato a trasformarsi, se il test avrà esito positivo, in un modello scalabile, replicabile, integrabile nella rete energetica e digitale nazionale, con il pieno sostegno del governo centrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, nell’oceano che lambisce Shanghai, si prepara una delle più affascinanti scommesse del XXI secolo: una sinergia tra intelligenza artificiale e intelligenza ambientale, tra il bit e la corrente marina, tra i sogni dell’uomo e il respiro profondo del pianeta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Microsoft apre la strada, la Cina corre più veloce</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia non è del tutto nuova. Più di dieci anni fa, Microsoft aveva già concepito <strong>Project Natick</strong>, un’iniziativa sperimentale che prevedeva l’immersione di capsule contenenti server a circa 35 metri di profondità al largo della Scozia. L’esperimento, durato due anni, confermò la validità del concetto: minore corrosione, meno guasti, assenza di contatto umano, e un’efficienza energetica sorprendente. Tuttavia, nonostante i risultati promettenti, Microsoft ha abbandonato lo sviluppo commerciale del progetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si innesta la svolta cinese. Mentre l’Occidente tentenna, la Cina accelera. Hailanyun è passata in meno di 30 mesi da un progetto pilota a Hainan (nel 2022) a una prima implementazione commerciale a Shanghai, dimostrando una capacità di esecuzione rapida e coordinata che ha pochi eguali. In questo sprint tecnologico si legge non solo un intento ecologico, ma anche un’ambizione geopolitica: quella di affermarsi come leader globale nella costruzione di infrastrutture digitali a basse emissioni di carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zhang Ning, ricercatore post-dottorato alla University of California, Davis, lo sottolinea con chiarezza: “Mentre Microsoft ha condotto un esperimento, la Cina ha già imboccato la strada della produzione e dell’implementazione su scala”. In un mondo dove il tempo è sinonimo di potere, la velocità di esecuzione può fare la differenza tra pionieri e inseguitori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oceani caldi e attacchi sonori: i rischi sommersi del futuro digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se la soluzione sembra elegante e razionale, i dubbi – come i pesci – nuotano sotto la superficie. Le preoccupazioni ambientali non mancano: Microsoft stessa ha rilevato un lieve aumento della temperatura dell’acqua attorno ai suoi moduli sommersi, anche se di pochi millesimi di grado. Altri studi, però, mettono in guardia da scenari peggiori. In presenza di ondate di calore marino – eventi sempre più frequenti – l’acqua di scarico dei data center potrebbe aggravare la carenza di ossigeno nell’ambiente circostante, mettendo a rischio interi ecosistemi marini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questi si aggiungono rischi più subdoli: un recente studio del 2024 ha mostrato che i centri dati sottomarini possono essere vulnerabili ad attacchi acustici. Onde sonore specifiche, emesse da altoparlanti subacquei, sarebbero in grado di danneggiare o distruggere l’hardware, aprendo uno scenario inquietante di guerra cibernetica marina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hailanyun, dal canto suo, minimizza i rischi. Cita studi condotti nel fiume Pearl nel 2020, secondo cui l’aumento della temperatura circostante causato dai server sommersi è stato inferiore a un grado. Un impatto, a loro dire, “praticamente trascurabile”. Ma resta il fatto che, come ogni nuova frontiera tecnologica, anche questa impone una riflessione etica e regolatoria, che al momento solo la Cina sembra affrontare con decisione e continuità.</p>
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		<title>Google, Kairos Power e TVA: una svolta nel nucleare avanzato per alimentare i data center entro il 2030</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Kairos Power]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/08/Advanced.png" type="image/jpeg" />Google, Kairos Power e TVA uniti per una rivoluzione energetica low-carbon Google, in collaborazione con Kairos Power e la Tennessee Valley Authority (TVA), ha annunciato il lancio del progetto Hermes 2, un prototipo di reattore nucleare avanzato che entrerà in funzione nel 2030 a Oak Ridge, Tennessee. L’energia generata—50 megawatt elettrici—sarà integrata nella rete TVA e [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Google e Kairos Power inaugurano il reattore Hermes 2 per alimentare i data center con energia nucleare avanzata. Un accordo storico tra tecnologia, innovazione, finanza e politica industriale per il primo contratto utility‑PPA su un reattore Gen IV negli Stati Uniti</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Google, Kairos Power e TVA uniti per una rivoluzione energetica low-carbon</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Google, in collaborazione con Kairos Power e la Tennessee Valley Authority (TVA), ha annunciato il lancio del progetto <strong>Hermes 2</strong>, un prototipo di reattore nucleare avanzato che entrerà in funzione nel 2030 a <strong>Oak Ridge, Tennessee</strong>. L’energia generata—50 megawatt elettrici—sarà integrata nella rete TVA e utilizzata per alimentare data center Google in Tennessee e Alabama. Questa intesa segna il <strong>primo accordo negli Stati Uniti</strong> tra una utility e un reattore di nuova generazione di tipo Gen IV.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tecnologia e innovazione: il cuore solido del progetto</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Hermes 2 impiega un reattore raffreddato a <strong>sali fusi ad alta temperatura (KP‑FHR)</strong>, un salto in avanti rispetto ai reattori tradizionali raffreddati ad acqua. Questo design consente operazioni a <strong>bassa pressione</strong>, con materiali più snelli — una soluzione che unisce <strong>efficienza, sicurezza e riduzione dei costi</strong>. Inoltre, il progetto Hermes cinsegue una strategia iterativa: dopo test non elettrici, Hermes 2 rappresenta il primo impianto dimostrativo elettrico della serie, preparandosi alla produzione di una futura flotta commerciale di reattori SMR.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Meccanismi finanziari e di governance: un modello di partnership condivisa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In questa alleanza, <strong>Google e Kairos Power assumono l’onere finanziario e i rischi di costruzione</strong>, mentre la TVA fornisce una fonte di entrate stabile tramite un <strong>accordo di acquisto dell’energia (PPA)</strong>, proteggendo i consumatori da costi imprevisti legati alla prima installazione di un reattore Gen IV. La TVA ha confermato l’adozione di tariffe basate sui prezzi di mercato, fissi in funzione dell’orario di consumo, ma non ha divulgato dettagli completi su durata e struttura finanziaria del contratto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista industriale, questo accordo rappresenta un <strong>modello collaborativo tra utility, aziende tecnologiche e sviluppatori energetici</strong>, orientato a facilitare l’ingresso di tecnologie avanzate nel mercato ‒ un passo cruciale per la transizione energetica e l’indipendenza energetica nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Impatto strategico, geopolitico e industriale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per Google, l’accordo è parte di un ambizioso piano che prevede fino a <strong>500 MW di capacità nucleare avanzata entro il 2030</strong>, per sostenere la crescente domanda energetica legata a infrastrutture per l’IA e cloud computing. Sul fronte industriale e regionale, Hermès 2 rilancia Oak Ridge come <strong>epicentro dell’innovazione nucleare</strong>, stimolando anche nuove opportunità accademiche e occupazionali locali grazie a collaborazioni con istituzioni implementate tramite la TVA e Google.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Geopoliticamente, l’iniziativa si inserisce nel più ampio contesto di <strong>rilancio del nucleare civile negli Stati Uniti</strong>, sostenuto da finanziamenti federali attraverso il DOE (Programma Advanced Reactor Demonstration) e da un contesto normativo in fase di liberalizzazione che promuove micro-reattori e tecnologie modulari avanzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Regolamentazione e licenze: un percorso innovativo, ma complesso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>permesso di costruzione</strong> per Hermes 2 è stato concesso dalla <strong>Nuclear Regulatory Commission (NRC)</strong> nel 2024, in riferimento al sito nella East Tennessee Technology Park. Tuttavia, resta obbligatorio ottenere la <strong>licenza operativa</strong> per avviare realmente la produzione. Il percorso regolatorio resta impegnativo, ma la concessione dimostra la fattibilità del quadro normativo esistente per i reattori Gen IV.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una scommessa tra tecnologia, sostenibilità e visione strategica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto Hermes 2 segna un momento storico nella storia dell’energia nucleare americana: una collaborazione trilaterale tra Google, Kairos Power e la TVA che unisce <strong>innovatività tecnologica, visione industriale, stabilità finanziaria e sviluppo regionale</strong>. Se Hermes 2 entrerà in funzione come pianificato, sarà uno dei pochi esempi reali di avanzamento concreto verso una <strong>nuclearizzazione sostenibile dell’economia digitale americana</strong>, con un elevato potenziale di diffusione su scala globale.</p>
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