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	<title>Class Action Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Social e minori: in Italia la prima class action contro Meta e TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 17:42:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Class-Action.png" type="image/jpeg" />Quando i genitori dicono basta. Un’azione civile senza precedenti per difendere l’infanzia digitale. Un atto di rottura nel silenzio dei social Era solo questione di tempo.Nel Paese dei sessanta milioni di abitanti e dei novanta milioni di account social, qualcosa doveva accadere.Il Moige – Movimento Italiano Genitori Aps, insieme a un primo gruppo di mamme [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/social-e-minori-in-italia-la-prima-class-action-contro-meta-e-tiktok/">Social e minori: in Italia la prima class action contro Meta e TikTok</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p>Quando i genitori dicono basta. Un’azione civile senza precedenti per difendere l’infanzia digitale.</p>
</blockquote>



<h3 class="wp-block-heading">Un atto di rottura nel silenzio dei social</h3>



<p>Era solo questione di tempo.<br>Nel Paese dei sessanta milioni di abitanti e dei <strong>novanta milioni di account social</strong>, qualcosa doveva accadere.<br>Il <strong>Moige – Movimento Italiano Genitori Aps</strong>, insieme a un primo gruppo di mamme e papà, sostenuti dallo <strong>studio legale Ambrosio &amp; Commodo</strong>, ha deciso di passare dalle petizioni alle aule di tribunale.<br>Il risultato? La <strong>prima class action inibitoria italiana contro Meta e TikTok</strong>, depositata a luglio al Tribunale di Milano (registro generale 29994/2025).<br>Un ricorso che non chiede risarcimenti, ma una cosa più radicale: <strong>fermare pratiche ritenute dannose e illegali</strong>.<br>L’udienza è fissata per il <strong>12 febbraio 2026</strong>.<br>Ma, di fatto, il processo, quello morale e pubblico, è già cominciato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un Paese iperconnesso che ha smarrito la misura</h2>



<p>L’Italia è un laboratorio di contraddizioni.<br>Abbiamo la banda più veloce d’Europa, ma anche dodicenni che scorrono reel fino alle tre di notte.<br>I numeri parlano da soli: <strong>più profili social che persone</strong>, compresi neonati e nonni.<br>Dietro questa iperconnessione c’è un senso di smarrimento: gli strumenti che dovevano unire stanno <strong>modellando comportamenti, abitudini, perfino desideri</strong>.<br>E la generazione che dovrebbe essere la più protetta è, paradossalmente, la più esposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">“Non bastano filtri e parole”</h2>



<p>Durante la conferenza di presentazione, il direttore generale del Moige, <strong>Antonio Affinita</strong>, ha usato parole che suonano come un avvertimento:</p>



<p>“Abbiamo chiesto più volte ai gestori delle piattaforme di intervenire. Non è accaduto.<br>E mentre loro parlano di sicurezza digitale, i nostri figli vengono trascinati in meccanismi che generano ansia, isolamento, dipendenza”.</p>



<p>Affinita non usa giri di parole. Per lui, l’azione legale non è simbolica, ma necessaria: “Gli algoritmi non sono neutri. Sanno chi sei, cosa guardi, quanto resti. E se sei fragile, ti colpiscono di più”.</p>



<p>Il Moige, che da oltre venticinque anni lavora sulla prevenzione dei rischi online, ha deciso di portare la questione <strong>dalle aule scolastiche alle aule giudiziarie</strong>.<br>Un salto di scala, certo. Ma anche un atto di esasperazione collettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La leva giuridica: un articolo che può cambiare la storia</h2>



<p>L’azione si fonda sull’articolo <strong>840-sexiesdecies del codice di procedura civile</strong>, entrato in vigore nel 2021.<br>Una norma poco conosciuta, ma rivoluzionaria: consente di chiedere a un giudice di <strong>inibire comportamenti lesivi a danno di una pluralità di soggetti</strong>.<br>Non una causa per soldi, ma per <strong>fermare un danno sistemico</strong>.</p>



<p>L’avvocato <strong>Stefano Commodo</strong>, che ha guidato il team legale, lo racconta con prudente soddisfazione: “Abbiamo lavorato due anni. Giuristi, ingegneri informatici, neuropsichiatri. Abbiamo studiato come gli algoritmi interagiscono con la mente dei minori, come creano dipendenza. Il diritto, per una volta, non rincorre la tecnologia: la raggiunge”.</p>



<p>Se il tribunale accoglierà la richiesta, Meta e TikTok potrebbero essere obbligate a <strong>rivedere i propri algoritmi di raccomandazione</strong>. Un precedente che, in Europa, ancora non esiste.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli algoritmi sotto accusa</h2>



<p>Nel cuore del ricorso c’è una tesi potente: le piattaforme <strong>non proteggono i minori, li espongono</strong>.<br>I contenuti che generano engagement – sfide pericolose, modelli estetici tossici, video estremi – vengono amplificati.<br>Il sistema non distingue ciò che attrae da ciò che ferisce.<br>E così, nel tentativo di tenere l’utente connesso, l’algoritmo finisce per spingerlo sempre più in basso.</p>



<p>In questo senso, la causa non riguarda solo la privacy o la pubblicità, ma <strong>la salute mentale e comportamentale</strong> di una generazione.<br>Una questione che tocca il modello di business stesso dei social network: guadagnare più tempo d’attenzione possibile, a qualunque costo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una battaglia che parla anche all’Europa</h2>



<p>Il caso italiano si inserisce in un movimento globale.<br>Negli Stati Uniti, più di quaranta procure hanno denunciato Meta per i danni causati agli adolescenti.<br>Nel Regno Unito, la <em>Children’s Commissioner</em> chiede da mesi di rendere pubblici gli algoritmi che influenzano i minori.<br>L’Unione Europea, con il <strong>Digital Services Act</strong>, impone alle piattaforme la valutazione del “rischio sistemico”.<br>Ma l’Italia, con questa iniziativa, è la prima a muoversi con un’azione <strong>collettiva e giudiziaria</strong> mirata alla tutela dei minori.</p>



<p>Un segnale forte: la società civile non aspetta più le istituzioni, ma agisce direttamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre la legge: una questione di coscienza</h2>



<p>Le piattaforme parlano di “community guidelines”, di parental control, di filtri per l’età.<br>Ma basta guardare i feed dei ragazzi per capire che la realtà è un’altra: <strong>nessun controllo funziona davvero</strong>.<br>E allora la domanda diventa più ampia: fino a che punto una società può accettare che l’infanzia venga modellata da logiche di mercato e non da valori educativi?</p>



<p>La battaglia del Moige non è solo un atto giuridico.<br>È una <strong>richiesta di trasparenza e responsabilità</strong> in un ecosistema che, da troppo tempo, opera senza bilanci morali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Verso il 2026: il tribunale e l’opinione pubblica</h2>



<p>L’udienza del <strong>12 febbraio 2026</strong> sarà il banco di prova.<br>Ma, qualunque sia l’esito, qualcosa è già cambiato.<br>La semplice possibilità di portare in giudizio le multinazionali del web segna un cambio di paradigma.<br>Il diritto, spesso lento, questa volta ha deciso di farsi trovare al traguardo.<br>E non per punire, ma per <strong>proteggere</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal digitale all’umano</h2>



<p>Nel fondo, la questione non riguarda Meta o TikTok, ma <strong>noi</strong>.<br>Che genitori vogliamo essere?<br>Che società vogliamo costruire per chi oggi ha dieci anni e cresce in uno spazio digitale senza limiti, senza pause, senza pietà?</p>



<p>Il caso Moige contro i social non è un episodio isolato: è un punto di svolta culturale.<br>Ricorda che la tecnologia non è destino, è una scelta.<br>E che ogni scelta, soprattutto quando riguarda i bambini, <strong>ha un costo etico che non può essere delegato agli algoritmi</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/social-e-minori-in-italia-la-prima-class-action-contro-meta-e-tiktok/">Social e minori: in Italia la prima class action contro Meta e TikTok</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Google nel mirino in UK: class action da 5 miliardi di sterline per abuso di posizione dominante nella ricerca online</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2025 12:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Class Action]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Google-uk.png" type="image/jpeg" />Una causa legale collettiva in Gran Bretagna accusa Alphabet di pratiche anticoncorrenziali su Android e iOS. Al centro del contendere, gli accordi con produttori di smartphone e Apple per mantenere il monopolio della ricerca online. Nuove turbolenze legali per Google: il colosso tecnologico controllato da Alphabet Inc. è stato citato in giudizio nel Regno Unito [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/google-nel-mirino-in-uk-class-action-da-5-miliardi-di-sterline-per-abuso-di-posizione-dominante-nella-ricerca-online/">Google nel mirino in UK: class action da 5 miliardi di sterline per abuso di posizione dominante nella ricerca online</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p>Una causa legale collettiva in Gran Bretagna accusa Alphabet di pratiche anticoncorrenziali su Android e iOS. Al centro del contendere, gli accordi con produttori di smartphone e Apple per mantenere il monopolio della ricerca online.</p>
</blockquote>



<p>Nuove turbolenze legali per <strong>Google</strong>: il colosso tecnologico controllato da <strong>Alphabet Inc.</strong> è stato citato in giudizio nel Regno Unito in una <strong>class action da 5 miliardi di sterline (oltre 6,6 miliardi di dollari)</strong>. L’accusa? Aver abusato della propria <strong>posizione dominante nel mercato della ricerca online</strong>, impedendo in modo sistematico l’accesso a potenziali concorrenti.</p>



<p>Il procedimento, avviato presso il <strong>Competition Appeal Tribunal (CAT)</strong>, sostiene che Google abbia orchestrato una strategia anticoncorrenziale mediante <strong>accordi esclusivi</strong> con produttori di dispositivi Android e con Apple, assicurandosi così il controllo dei canali di accesso principali alla ricerca online globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cuore dell&#8217;accusa: Android, iPhone e la chiusura del mercato</h2>



<p>Secondo i promotori della causa – guidati dal gruppo di rappresentanza <strong>Google You Owe Us</strong>, specializzato in azioni collettive – la società avrebbe <strong>imposto la pre-installazione di Google Search e del browser Chrome</strong> su milioni di dispositivi Android in cambio di condizioni favorevoli per i produttori.</p>



<p>Parallelamente, <strong>Google avrebbe pagato cifre miliardarie ad Apple</strong> per restare il motore di ricerca predefinito sui dispositivi iOS, limitando di fatto la scelta degli utenti e soffocando la concorrenza.</p>



<p>“Stiamo parlando di una distorsione strutturale del mercato che ha privato i consumatori britannici del beneficio di una concorrenza leale e ha mantenuto artificiosamente alti i prezzi della pubblicità digitale,” hanno dichiarato gli avvocati che rappresentano il gruppo dei ricorrenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rischi giuridici ed economici: un test per il diritto della concorrenza in Europa</h2>



<p>Il caso rappresenta un <strong>precedente importante per il diritto della concorrenza britannico post-Brexit</strong>. A differenza delle azioni portate avanti dalla Commissione Europea, la class action nel Regno Unito si fonda sulla <strong>Collective Proceedings Order (CPO)</strong>, introdotta nel 2015, che consente azioni rappresentative in nome di milioni di consumatori.</p>



<p>Se accolta, questa <strong>causa collettiva potrebbe generare un risarcimento record</strong> nel contesto europeo, oltre a ridisegnare le regole del gioco nell’ecosistema della pubblicità online e dei servizi digitali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il contesto globale: crescente scrutinio antitrust su Big Tech</h2>



<p>L’iniziativa britannica si inserisce in un contesto di <strong>intensificata pressione normativa e legale contro le Big Tech</strong> in tutto il mondo. Google è già al centro di <strong>procedimenti antitrust negli Stati Uniti</strong>, dove il Dipartimento di Giustizia ha intentato causa per pratiche simili di esclusione dei concorrenti nel mercato della search.</p>



<p>Nel frattempo, la <strong>Commissione Europea</strong> continua a indagare sulle attività di Alphabet in relazione al <strong>Digital Markets Act (DMA)</strong>, che impone limiti più stringenti alle piattaforme considerate “gatekeeper” nei mercati digitali.</p>



<p>Anche altre aziende del settore, come <strong>Apple, Amazon e Meta</strong>, stanno affrontando indagini o sanzioni per presunto abuso di posizione dominante, segnando un cambiamento radicale nell’approccio globale alla <strong>regolamentazione della concorrenza tecnologica</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Impatti economici e finanziari per Google e Alphabet</h2>



<p>Una sentenza sfavorevole potrebbe <strong>pesare significativamente sul bilancio di Alphabet</strong>, in particolare nel segmento della <strong>pubblicità online</strong>, da cui la società genera la maggior parte delle proprie entrate. In parallelo, il rischio reputazionale, unito a possibili ripercussioni regolatorie a catena in altri Paesi, potrebbe intaccare la <strong>posizione di leadership globale di Google nei servizi digitali</strong>.</p>



<p><strong>Gli investitori seguiranno con attenzione</strong> l’evoluzione del caso, che rappresenta un banco di prova per l’adattabilità di Alphabet alle nuove normative antitrust e per la sua capacità di mantenere margini di profitto in uno scenario sempre più regolato.</p>



<p>Il Regno Unito diventa teatro di una nuova offensiva contro Google e il suo modello di business basato sull’integrazione verticale e sul controllo delle vie d’accesso al web. In un’epoca in cui <strong>la trasparenza, la concorrenza e l’equilibrio nei mercati digitali</strong> sono diventati priorità per governi e autorità globali, il caso britannico potrebbe segnare un <strong>punto di svolta nella regolazione dell’economia digitale</strong> del XXI secolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/google-nel-mirino-in-uk-class-action-da-5-miliardi-di-sterline-per-abuso-di-posizione-dominante-nella-ricerca-online/">Google nel mirino in UK: class action da 5 miliardi di sterline per abuso di posizione dominante nella ricerca online</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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