La Cina porta l’intelligenza artificiale sott’acqua: il primo data center eolico sottomarino apre una nuova era

| 19/06/2026
La Cina porta l’intelligenza artificiale sott’acqua: il primo data center eolico sottomarino apre una nuova era

Abstract

La Cina inaugura il primo data center sottomarino alimentato dall’eolico offshore. Un progetto che promette maggiore efficienza energetica e minori consumi idrici, ma che apre interrogativi sulla manutenzione, sull’impatto ambientale e sulla sostenibilità delle infrastrutture digitali del futuro.

Indice

1. Una nuova frontiera per l’intelligenza artificiale: i server scendono in mare

2. Raffreddamento naturale ed energia eolica: perché il progetto potrebbe cambiare il settore

3. Le sfide tecnologiche restano enormi: manutenzione, corrosione e affidabilità

4. Oltre Shanghai: il mare diventerà davvero la casa dei data center del futuro?

1. Una nuova frontiera per l’intelligenza artificiale: i server scendono in mare

Per decenni i data center sono stati costruiti sulla terraferma, all’interno di enormi edifici industriali, caratterizzati da sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati e da consumi energetici in costante crescita. Oggi, però, questo paradigma potrebbe iniziare a cambiare. La Cina ha infatti inaugurato al largo di Shanghai quello che viene presentato come il primo data center commerciale sottomarino alimentato direttamente da un parco eolico offshore, un’infrastruttura che rappresenta molto più di una semplice curiosità tecnologica: è un banco di prova per capire come alimentare l’esplosione dell’intelligenza artificiale senza aggravare ulteriormente la pressione sulle reti elettriche e sulle risorse idriche.

L’impianto, sviluppato da HiCloud Technology insieme ad aziende statali cinesi, dispone di una potenza iniziale di 24 megawatt e ospita quasi duemila server destinati a elaborazioni AI, servizi 5G e attività di annotazione dei dati. Le unità informatiche sono racchiuse in moduli stagni capaci di resistere alla pressione marina e operano a circa 35 metri di profondità, dove la temperatura dell’acqua rimane naturalmente stabile durante tutto l’anno.

È una scelta che, a prima vista, può apparire sorprendente. Perché portare i server sott’acqua quando sarebbe più semplice costruire nuovi edifici? La risposta è racchiusa in una parola che, nel mondo dell’informatica moderna, pesa quanto la potenza di calcolo: raffreddamento.

Mai come oggi, infatti, i processori dedicati all’intelligenza artificiale producono enormi quantità di calore. Più aumentano le prestazioni, più aumenta l’energia necessaria per mantenerli operativi. E, con essa, cresce il costo economico ed ambientale dell’intero sistema.

2. Raffreddamento naturale ed energia eolica: perché il progetto potrebbe cambiare il settore

Un moderno data center non consuma elettricità soltanto per alimentare i server. Una quota considerevole dell’energia viene infatti utilizzata per eliminare il calore prodotto dalle apparecchiature elettroniche. In molte strutture tradizionali il raffreddamento rappresenta tra un quarto e quasi la metà del consumo complessivo.

Ed è proprio qui che il mare diventa un alleato straordinario.

L’acqua circostante funziona come un gigantesco dissipatore termico naturale; non servono enormi impianti frigoriferi, non servono chilometri di tubazioni percorse da acqua refrigerata, non servono sistemi HVAC che lavorano senza sosta. La temperatura dell’oceano svolge gran parte del lavoro, riducendo drasticamente l’energia necessaria per mantenere operative le apparecchiature.

Il risultato è un indice PUE (Power Usage Effectiveness) inferiore a 1,15, un valore particolarmente competitivo se confrontato con quello di molti data center tradizionali, che spesso si attestano attorno a 1,5. In termini semplici significa che una quota molto maggiore dell’elettricità disponibile viene impiegata direttamente per il calcolo, mentre una parte molto più ridotta viene dispersa nei sistemi ausiliari.

Ma non è l’unico elemento innovativo.

L’intero complesso è collegato direttamente a impianti eolici offshore, creando una filiera energetica nella quale produzione rinnovabile e capacità di calcolo convivono nello stesso ecosistema. È un approccio destinato ad attirare l’attenzione dell’intero settore tecnologico, soprattutto in un periodo storico in cui l’espansione dell’intelligenza artificiale sta facendo crescere il fabbisogno energetico mondiale a ritmi che pochi analisti avevano previsto soltanto cinque anni fa.

Esiste poi un altro vantaggio, spesso meno citato ma altrettanto rilevante: il consumo di acqua dolce. I grandi data center terrestri richiedono infatti quantità enormi di acqua per alimentare gli impianti di raffreddamento evaporativo. Trasferire questa funzione direttamente al mare significa alleggerire una pressione sempre più significativa sulle risorse idriche, una questione destinata a diventare cruciale nei prossimi decenni.

3. Le sfide tecnologiche restano enormi: manutenzione, corrosione e affidabilità

Ogni innovazione, tuttavia, porta con sé nuove difficoltà. E il mare, per quanto efficace come sistema di raffreddamento, è probabilmente uno degli ambienti più ostili per qualsiasi infrastruttura tecnologica.

La salsedine accelera i processi di corrosione; la pressione esercitata dall’acqua impone sistemi di sigillatura estremamente affidabili; ogni collegamento elettrico o in fibra ottica deve mantenere la propria integrità per anni senza possibilità di interventi frequenti.

Soprattutto, emerge una domanda inevitabile: cosa accade quando un server si guasta?

In un data center tradizionale un tecnico può sostituire un componente nel giro di pochi minuti. In una struttura sommersa, invece, ogni intervento richiede operazioni navali, sistemi di recupero, personale specializzato e costi decisamente superiori. Per questa ragione l’intera architettura è stata progettata seguendo una filosofia diversa: ridurre al minimo la manutenzione diretta, utilizzare moduli completamente sigillati e affidarsi a sistemi avanzati di monitoraggio remoto e ridondanza.

Non è un’idea completamente nuova.

Microsoft aveva già sperimentato il concetto con il progetto Natick nelle acque della Scozia, dimostrando che un ambiente sigillato, privo di ossigeno e caratterizzato da temperature stabili, poteva perfino ridurre il tasso di guasto dell’hardware. Eppure quell’esperienza non è mai arrivata alla commercializzazione.

La Cina sembra invece aver compiuto il passo successivo: trasformare un esperimento in un’infrastruttura industriale. È una differenza sostanziale. Dimostrare che una tecnologia funziona è importante; renderla economicamente sostenibile è un traguardo completamente diverso.

4. Oltre Shanghai: il mare diventerà davvero la casa dei data center del futuro?

L’impianto di Shanghai rappresenta soltanto il primo tassello di una strategia molto più ampia. HiCloud ha già annunciato l’obiettivo di sviluppare una rete di data center sottomarini alimentati da fonti rinnovabili, con una capacità complessiva che potrebbe raggiungere i 500 megawatt. Se il progetto dovesse mantenere le promesse, potrebbe ridefinire il modo in cui vengono progettate le grandi infrastrutture digitali.

Eppure sarebbe un errore lasciarsi trascinare da facili entusiasmi.

Restano aperti interrogativi importanti sull’impatto ambientale nel lungo periodo. Anche un lieve aumento della temperatura dell’acqua, se protratto nel tempo, potrebbe modificare gli ecosistemi locali. La posa delle infrastrutture può alterare i fondali marini; i cavi sottomarini richiedono monitoraggi continui; gli effetti cumulativi di una diffusione su larga scala sono ancora poco conosciuti.

La vera partita, quindi, non riguarda soltanto l’efficienza energetica. Riguarda il modello di sviluppo dell’intera economia digitale.

L’intelligenza artificiale continuerà a richiedere capacità di calcolo sempre maggiori; continuerà a consumare energia, acqua, materiali e territorio. Nessuna soluzione sarà definitiva. Nessuna tecnologia eliminerà completamente i costi ambientali. Tuttavia alcune potranno ridurli in modo significativo.

Forse è proprio questa la lezione più interessante che arriva dal mare di Shanghai. Non tanto l’idea di spostare i server sott’acqua, quanto la volontà di ripensare radicalmente l’infrastruttura che sostiene il mondo digitale. Per anni ci siamo chiesti come costruire computer sempre più potenti. Oggi la domanda è diversa, e forse ancora più importante: come renderli sostenibili?

È una sfida che riguarda la Cina, certamente. Ma riguarda anche l’Europa, gli Stati Uniti e qualunque Paese immagini un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più presente nella vita quotidiana. Perché il vero limite dell’AI potrebbe non essere la capacità degli algoritmi, bensì quella delle infrastrutture chiamate a sostenerli.

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