Gli USA minacciano la rottura con la IEA: cosa c’è davvero dietro lo scontro su energia e clima

| 17/02/2026
Gli USA minacciano la rottura con la IEA: cosa c’è davvero dietro lo scontro su energia e clima

La presa di posizione del Segretario all’Energia statunitense riapre una frattura profonda tra sicurezza energetica e transizione climatica, con implicazioni che vanno ben oltre il rapporto con l’Agenzia Internazionale dell’Energia.

In un contesto di domanda globale prevista in crescita dell’oltre 20% entro il 2050 secondo le principali proiezioni internazionali, la tensione tra Washington e la IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) segnala un cambio di paradigma: l’energia torna terreno di confronto strategico più che di cooperazione multilaterale.

Una dichiarazione che va oltre la polemica

Quando il Segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright ha ventilato l’ipotesi di un’uscita dall’Agenzia Internazionale dell’Energia qualora l’organizzazione continui a “insistere sulle questioni climatiche”, il messaggio non è apparso come una semplice dichiarazione politica. È piuttosto il sintomo di una tensione crescente che attraversa l’intero sistema energetico globale: quella tra sicurezza degli approvvigionamenti e accelerazione della transizione.

Il ruolo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia

Negli ultimi anni la IEA ha progressivamente ampliato il proprio perimetro, trasformandosi da organismo nato negli anni Settanta per coordinare la risposta alle crisi petrolifere in una delle principali voci globali sulla decarbonizzazione. Questo spostamento ha prodotto consenso in molti Paesi europei, ma ha anche alimentato critiche negli ambienti più attenti alla sicurezza energetica tradizionale, soprattutto negli Stati Uniti.

La minaccia di Washington, quindi, non riguarda solo la governance di un’istituzione internazionale: mette in discussione il ruolo stesso che la politica climatica deve avere nella definizione delle strategie energetiche globali.

La trasformazione della IEA e il nodo della neutralità

Negli ultimi dieci anni l’Agenzia ha progressivamente assunto una postura sempre più normativa sul fronte della transizione energetica. Report come il celebre scenario Net Zero hanno indicato percorsi molto stringenti per il phase-out dei combustibili fossili, influenzando governi, investitori e policy maker.

Secondo molti osservatori statunitensi, questa evoluzione avrebbe spostato la IEA da un ruolo di analisi tecnica a uno più vicino a quello di attore politico. È qui che si inserisce la critica di Wright: l’idea che l’organizzazione rischi di perdere la propria neutralità concentrandosi eccessivamente sugli obiettivi climatici rispetto alla sicurezza energetica.

Il punto è delicato perché tocca la credibilità stessa delle istituzioni multilaterali in un momento in cui la domanda energetica globale continua a crescere, trainata soprattutto da Asia e Africa.

La sicurezza energetica torna priorità strategica

La guerra in Ucraina e le tensioni sulle catene di approvvigionamento hanno riportato al centro del dibattito il tema della resilienza energetica. Negli Stati Uniti questo si traduce in una maggiore attenzione alla produzione domestica di petrolio e gas, che nel 2025 ha raggiunto livelli record, rafforzando la posizione del Paese come primo produttore mondiale.

Parallelamente, la domanda globale di energia continua a crescere. Le principali proiezioni indicano un aumento superiore al 20% entro metà secolo, con una quota significativa ancora coperta da fonti fossili nonostante la rapida crescita delle rinnovabili.

In questo scenario, parte dell’establishment politico americano ritiene che un approccio troppo focalizzato sulla decarbonizzazione possa compromettere la stabilità dei mercati energetici, soprattutto nel breve e medio termine.

Il rischio di una nuova frattura transatlantica

La tensione con la IEA riflette anche una divergenza più ampia tra Stati Uniti ed Europa sul ritmo della transizione energetica. Se da un lato Bruxelles continua a spingere su obiettivi climatici ambiziosi, dall’altro Washington sembra voler mantenere un approccio più pragmatico, dove sicurezza energetica e competitività industriale restano priorità centrali.

Una possibile uscita degli Stati Uniti dall’Agenzia avrebbe implicazioni profonde, non solo simboliche. Significherebbe indebolire uno dei principali forum di coordinamento energetico globale proprio in un momento in cui la cooperazione internazionale è più necessaria che mai.

Inoltre, aprirebbe interrogativi sulla capacità delle istituzioni multilaterali di rappresentare un equilibrio tra esigenze climatiche e interessi economici nazionali.

Energia, clima e consenso politico

La dichiarazione di Wright va letta anche alla luce del contesto politico interno statunitense, dove il dibattito sulla transizione energetica è sempre più polarizzato. La questione non riguarda più soltanto le tecnologie o gli investimenti, ma il modello di sviluppo e il ruolo dello Stato nell’economia.

Negli ultimi anni la transizione energetica è diventata un terreno di confronto ideologico, con posizioni che oscillano tra accelerazione radicale e approccio graduale. Questo rende inevitabile che le istituzioni internazionali diventino, loro malgrado, terreno di scontro.

Un equilibrio sempre più difficile

La vicenda evidenzia una tensione strutturale che probabilmente accompagnerà la politica energetica globale per decenni: come conciliare la necessità di ridurre le emissioni con quella di garantire energia accessibile, stabile e competitiva.

Non è una questione teorica. Riguarda la capacità delle economie avanzate di mantenere la propria competitività industriale e quella dei Paesi emergenti di sostenere la crescita senza compromettere gli obiettivi climatici globali.

La IEA si trova così al centro di un equilibrio complesso, chiamata a restare un punto di riferimento tecnico senza perdere la capacità di orientare il dibattito globale.

La posta in gioco: governance dell’energia nel XXI secolo

La minaccia di uscita degli Stati Uniti rappresenta un segnale più ampio: il sistema di governance energetica internazionale sta entrando in una fase di ridefinizione. Le istituzioni nate nel secondo dopoguerra e durante la crisi petrolifera si trovano oggi a operare in un contesto completamente diverso, segnato da transizione energetica, competizione geopolitica e rivoluzione tecnologica.

La domanda di fondo è se il multilateralismo energetico riuscirà ad adattarsi a questo nuovo scenario o se assisteremo a una progressiva frammentazione delle strategie nazionali.

Il ritorno dell’energia come questione di potere

Più che una polemica contingente, lo scontro tra Washington e l’Agenzia Internazionale dell’Energia racconta qualcosa di più profondo: il ritorno dell’energia come terreno centrale di potere geopolitico.

Per anni il dibattito si è concentrato sulla sostenibilità e sulla transizione, spesso dando per scontato che il consenso internazionale fosse destinato a rafforzarsi. Oggi emerge invece un quadro più complesso, in cui interessi nazionali, sicurezza energetica e obiettivi climatici entrano sempre più spesso in tensione.

La vera questione non è se la transizione energetica continuerà — perché continuerà — ma con quali tempi, con quali equilibri e sotto quale architettura istituzionale. La risposta a questa domanda definirà non solo il futuro dell’energia, ma quello dell’economia globale e degli equilibri geopolitici del XXI secolo.

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