5 numeri, un solo messaggio: perché la vittoria di Takaichi non è un punto di arrivo

| 09/02/2026
5 numeri, un solo messaggio: perché la vittoria di Takaichi non è un punto di arrivo

Una vittoria plebiscitaria che richiama l’era Abe, ma in un Paese molto più fragile

Il trionfo elettorale di Sanae Takaichi rafforza il Partito Liberal Democratico e ridisegna gli equilibri politici di Tokyo. Ma dietro il mandato più solido degli ultimi anni si nascondono sfide strutturali che nessun consenso può più rimandare.

I numeri della vittoria: quanto è davvero “landslide”

Il successo elettorale di Sanae Takaichi si misura prima di tutto nei seggi. Il Partito Liberal Democratico ha conquistato oltre il 60% dei seggi della Camera bassa, rafforzando una maggioranza che, insieme agli alleati, supera ampiamente la soglia dei due terzi dell’assemblea, quella che consente di governare senza ricatti parlamentari e di imprimere una direzione netta all’agenda legislativa. In termini di voti popolari, il LDP si è attestato intorno al 45%, un dato elevato nel panorama giapponese recente, ma non plebiscitario: la sproporzione tra voti e seggi conferma ancora una volta il peso del sistema elettorale e la debolezza strutturale delle opposizioni nei collegi uninominali.

La distribuzione geografica del consenso racconta una storia altrettanto rilevante. Nelle aree rurali e nelle prefetture a più alta età media, il partito di governo ha superato spesso il 55–60% dei voti, mentre nelle grandi aree metropolitane — Tokyo, Osaka, Nagoya — il margine si è ristretto, con risultati che oscillano tra il 35 e il 40%, segnale di un consenso meno automatico tra lavoratori urbani, giovani e ceto medio. L’affluenza si è attestata poco sopra il 50%, in linea con le ultime tornate nazionali, ma con una partecipazione significativamente più bassa nella fascia 18–34 anni, dove in alcuni distretti non ha superato il 40%.

Una vittoria che ricorda Abe, ma in un Giappone profondamente cambiato

La vittoria di Sanae Takaichi alle elezioni anticipate della Camera bassa è stata netta, rapida, quasi chirurgica. Per molti osservatori internazionali il parallelo è immediato: dicembre 2012, Shinzo Abe, ritorno trionfale del Liberal Democratic Party, promessa di stabilità dopo anni di incertezza.

Ma fermarsi a questo confronto rischia di essere fuorviante. Il Giappone che Takaichi si trova a governare non è quello che Abe ereditò tredici anni fa. Allora il Paese cercava una via d’uscita dalla stagnazione e dalla deflazione; oggi è alle prese con una trasformazione più profonda, silenziosa e potenzialmente irreversibile.

La vittoria non è soltanto un ritorno all’ordine politico: è una richiesta esplicita di direzione. Gli elettori non hanno votato solo per la continuità del potere, ma per una leadership che promette decisioni chiare in un contesto globale sempre più instabile.

Mandato forte, aspettative ancora più alte

Il dato politico centrale non è solo la percentuale di seggi conquistati, ma il messaggio implicito del voto: il Giappone ha scelto di concentrare potere e responsabilità. Con un’opposizione frammentata e un Parlamento saldamente controllato, Takaichi non potrà nascondersi dietro compromessi o veti incrociati.

Questo è il vero paradosso del successo. Più il mandato è forte, meno alibi restano. Ogni scelta economica, ogni riforma mancata, ogni esitazione strategica ricadrà direttamente sulla leadership.

Il consenso plebiscitario, in questo senso, non è un punto di arrivo ma una soglia. Segna l’inizio di una fase in cui il governo dovrà dimostrare di saper usare il potere non solo per amministrare, ma per trasformare.

Nazionalismo economico contro realtà strutturali

Uno dei pilastri della campagna di Takaichi è stato il ritorno a una visione più assertiva dello Stato nell’economia: protezione delle filiere strategiche, difesa tecnologica, sicurezza industriale. Temi che risuonano fortemente in un’Asia segnata dalla competizione tra Stati Uniti e Cina.

Ma il rischio è evidente: confondere la forza narrativa con l’efficacia reale. Il Giappone resta un’economia avanzata con problemi strutturali profondi: crescita debole, produttività disomogenea, debito pubblico elevatissimo.

La vera sfida non è proclamare una sovranità economica di principio, ma declinarla senza soffocare innovazione, investimenti esteri e apertura commerciale. Se il nazionalismo economico diventa difensivo e autoreferenziale, rischia di rallentare proprio ciò che dovrebbe proteggere.

La crisi demografica che nessuna elezione può cancellare

C’è un tema che attraversa silenziosamente tutta la politica giapponese ed è assente da molti discorsi elettorali: la demografia. Il Giappone invecchia più velocemente di qualsiasi altra grande economia sviluppata. Meno nascite, meno lavoratori, più pressione sul welfare.

Takaichi eredita un Paese in cui il contratto sociale è sotto stress. Le politiche per la famiglia, il lavoro femminile e la natalità sono state promesse da tutti i governi dell’ultimo decennio, con risultati limitati.

Ora il margine per rinviare si è assottigliato. Immigrazione selettiva, riforma del mercato del lavoro, revisione dei modelli occupazionali tradizionali non sono più tabù teorici, ma necessità pratiche. Il consenso ottenuto oggi servirà proprio per affrontare le decisioni che nessun governo ha voluto davvero assumere.

Un Giappone più duro in una regione più instabile

Sul piano geopolitico, il mandato di Takaichi arriva in uno dei momenti più delicati per l’Asia-Pacifico. Taiwan, Corea del Nord, competizione tecnologica, ridefinizione dell’alleanza con Washington: il contesto non consente ambiguità.

La nuova leadership sembra intenzionata a proseguire lungo una linea di rafforzamento della deterrenza e della capacità di difesa. Ma anche qui l’equilibrio è sottile. Un approccio troppo muscolare rischia di irrigidire i rapporti regionali; uno troppo prudente potrebbe minare la credibilità strategica del Paese.

Il Giappone è chiamato a ridefinire il proprio ruolo senza rinnegare la propria identità pacifista, ma adattandola a un mondo che non lo è più.

Il potere è tornato stabile. Ora deve diventare utile

Il Giappone ha scelto stabilità, decisione e continuità. Ma la storia insegna che il consenso, da solo, non governa il futuro. La leadership di Sanae Takaichi si gioca ora su una linea sottile: dimostrare che un mandato forte può essere usato per affrontare i nodi strutturali, non per rinviarli.

Se riuscirà a trasformare questa vittoria in riforme profonde, il suo governo verrà ricordato come l’inizio di una nuova fase politica. In caso contrario, questo trionfo rischierà di diventare l’ennesima occasione mancata di un Paese che sa riconoscere il valore del potere, ma fatica ancora a misurarsi con il costo dell’inazione.

Barberio & Partners s.r.l.

Via Donatello 67/D - 00196 Roma
P.IVA 16376771008

Policy
Privacy Policy
Cookie Policy
Termini e Condizioni
iscriviti alla nostra newsletter
Questo sito è protetto da reCAPTCHA e la Informativa sulla Privacy di Google, nonché i Termini di Servizio sono applicabili.