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	<title>Starbucks Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Starbucks Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Starbucks cambia ricetta: la nuova era del caffè “made with China”</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/starbucks-cina-joint-venture-boyu-capital/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2025 08:18:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Boyu Capital]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Starbucks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Starbucks.jpg" type="image/jpeg" />Starbucks, il colosso del caffè americano da' vita ad una joint venture da 4 miliardi di dollari con Boyu Capital, cedendo la maggioranza delle sue operazioni in Cina. È il segno di un nuovo equilibrio: i brand globali non lasciano la Cina, ma imparano a conviverci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/starbucks-cina-joint-venture-boyu-capital/">Starbucks cambia ricetta: la nuova era del caffè “made with China”</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p>Starbucks, il colosso del caffè americano da&#8217; vita ad una joint venture da 4 miliardi di dollari con Boyu Capital, cedendo la maggioranza delle sue operazioni in Cina. È il segno di un nuovo equilibrio: i brand globali non lasciano la Cina, ma imparano a conviverci.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="1-starbucks-cambia-ricetta-in-cina-si-vince-solo-con-partner-locali">Starbucks cambia ricetta: in Cina si vince solo con partner locali</h2>



<p>Dopo venticinque anni di espansione solitaria, <strong>Starbucks riscrive la propria storia in Cina.</strong><br>Il gruppo di Seattle ha annunciato la creazione di una <strong>joint venture da 4 miliardi di dollari</strong> con <strong>Boyu Capital</strong>, una delle società d’investimento più influenti del Paese, per gestire le proprie attività retail nel mercato cinese.</p>



<p>L’accordo prevede che <strong>Boyu detenga fino al 60%</strong> della nuova entità, mentre <strong>Starbucks conserverà una quota del 40%</strong>, oltre ai <strong>diritti di licenza e di utilizzo del marchio</strong>.<br>È una mossa che segna una svolta strategica, ma anche un cambio culturale: <strong>da multinazionale indipendente a brand condiviso</strong>, costruito insieme al capitale cinese.</p>



<p>Dietro il linguaggio misurato del comunicato ufficiale, l’operazione rivela un messaggio più profondo: <strong>la Cina non è più una semplice frontiera commerciale per i marchi occidentali, ma un ecosistema da cui dipende il loro futuro.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="2-dalla-conquista-al-compromesso-levoluzione-di-un-impero-del-caffe">Dalla conquista al compromesso: l’evoluzione di un impero del caffè</h2>



<p>Starbucks è entrata in Cina nel <strong>1999</strong>, con il primo store a Pechino, portando con sé il mito americano della socialità urbana in un bicchiere di carta.<br>Per due decenni, l’espansione è stata travolgente: nel 2015 la Cina era già <strong>il secondo mercato mondiale dopo gli Stati Uniti</strong>, un traguardo simbolico per un brand nato per esportare l’idea di lifestyle occidentale.</p>



<p>Poi, la curva ha iniziato a piegarsi.<br>Prima il colpo della pandemia e delle chiusure forzate; poi il ritorno alla normalità in un mercato <strong>sempre più saturo e competitivo.</strong><br>La crescita si è fermata, i profitti si sono assottigliati, e <strong>Luckin Coffee</strong>, il principale rivale cinese, ha superato Starbucks nel numero di punti vendita.</p>



<p>Il problema non è solo la concorrenza. È <strong>il mutamento del consumatore cinese</strong>: più digitale, più veloce, più pragmatico.<br>Mentre Starbucks restava legata all’esperienza premium e ai suoi rituali di “slow coffee”, i competitor locali hanno costruito un ecosistema iperconnesso, fatto di <strong>ordini via app, promozioni quotidiane e prodotti su misura per i gusti nazionali</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="3-la-mossa-boyu-quando-il-capitale-diventa-cultura">La mossa Boyu: quando il capitale diventa cultura</h2>



<p>La partnership con <strong>Boyu Capital</strong> è la risposta a questa crisi d’identità.<br>Boyu, fondo di private equity con legami profondi con il governo cinese e un portafoglio che spazia dal tech ai consumi, porterà ciò che a Starbucks è mancato: <strong>una governance locale, relazioni istituzionali solide e sensibilità culturale.</strong></p>



<p>La CEO di Starbucks China, <strong>Molly Liu</strong>, ha definito l’accordo “un passo per sbloccare pienamente il potenziale del mercato cinese”.<br>In termini pratici, Boyu gestirà operativamente la rete dei circa <strong>8.000 punti vendita</strong> esistenti, mentre Starbucks incasserà <strong>royalty costanti</strong> sul marchio e potrà concentrarsi sull’innovazione del prodotto e del format.</p>



<p>È una logica di <strong>partnership adattiva</strong>, più che di cessione: Starbucks resta proprietaria del brand, ma accetta di <strong>localizzare il potere operativo</strong>.<br>È una forma di “sinizzazione del capitalismo globale”: le multinazionali non vengono espulse, ma <strong>ristrutturate secondo le regole del mercato cinese.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="4-competizione-feroce-e-nuova-normalita-del-prezzo">Competizione feroce e nuova normalità del prezzo</h2>



<p>Il contesto resta difficile.<br>Nel quarto trimestre fiscale, Starbucks ha registrato in Cina un <strong>+2% nelle vendite comparabili</strong>, spinto da un <strong>+9% nei volumi</strong>, ma con uno <strong>scontrino medio in calo</strong>.<br>Per contrastare la pressione di concorrenti come <strong>Luckin, Manner e Cotti Coffee</strong>, l’azienda ha dovuto <strong>imbattersi nella guerra dei prezzi</strong>, offrendo promozioni e sconti fino al 30%.</p>



<p>Una scelta inevitabile, ma pericolosa: la strategia “discount” mina il posizionamento premium su cui il marchio ha costruito la propria identità globale.<br>In un mercato dove il caffè costa meno di una bibita, <strong>la sfida non è più vendere, ma restare rilevanti.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="5-il-significato-economico-lera-delle-multinazionali-parziali">Il significato economico: l’era delle multinazionali “parziali”</h2>



<p>Starbucks non è l’unico caso.<br>Negli ultimi anni, molte multinazionali hanno ripensato la propria presenza in Cina, passando da modelli centralizzati a <strong>strutture di partnership o co-controllo</strong>.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>McDonald’s</strong> ha aumentato la propria quota nel business cinese dal 20% al 48%, lasciando la gestione operativa ai partner locali.</li>



<li><strong>Burger King</strong>, al contrario, ha riacquistato le proprie attività per poi rivenderle a investitori cinesi.</li>



<li><strong>Yum! China</strong>, che gestisce KFC e Pizza Hut, è oggi un gruppo autonomo quotato a Hong Kong e New York, con una governance interamente locale.</li>
</ul>



<p>La tendenza è chiara: le grandi aziende americane non rinunciano alla Cina, ma <strong>si fondono con essa</strong>.<br>È la fine del modello coloniale del brand globale e l’inizio dell’era delle <strong>multinazionali ibride</strong>, in cui la proprietà è condivisa e l’identità è negoziata.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="6-dietro-la-mossa-un-messaggio-politico-e-finanziario">Dietro la mossa: un messaggio politico e finanziario</h2>



<p>La joint venture con Boyu non è solo un’operazione industriale: è un <strong>segnale politico</strong>.<br>In un contesto di tensioni commerciali tra Washington e Pechino, Starbucks adotta una strategia di <strong>“de-americanizzazione controllata”</strong>: mantenere la presenza in Cina riducendo la percezione di estraneità.</p>



<p>Per le autorità cinesi, invece, l’intesa rappresenta <strong>un modello virtuoso di cooperazione</strong>, dove il capitale straniero si integra invece di contrapporsi.<br>Starbucks si allinea così al paradigma “in China, for China”: investire nel Paese, ma sotto la lente del pragmatismo locale.</p>



<p>E sul piano finanziario, l’operazione riduce il rischio operativo per il gruppo di Seattle:<br>cedendo il controllo, ma mantenendo <strong>licenze e royalty</strong>, Starbucks continuerà a generare flussi di cassa prevedibili, alleggerendo i costi e stabilizzando i rendimenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="7-starbucks-2-0-meno-controllo-piu-continuita">Starbucks 2.0: meno controllo, più continuità</h2>



<p>Il CEO <strong>Brian Niccol</strong> (subentrato dopo l’era Schultz) ha chiarito l’obiettivo: “la Cina resta il futuro, ma con regole nuove”.<br>Il gruppo punta ora a raggiungere <strong>20.000-30.000 store</strong>, ma con un modello di crescita <strong>più flessibile e meno centralizzato</strong>.<br>In un mercato maturo e volatile, la velocità conta più della proprietà.</p>



<p>La mossa Boyu è una scelta di realismo strategico.<br>L’azienda che ha inventato il “caffè come esperienza” ha capito che, in Cina, l’esperienza non basta più: serve <strong>un’architettura locale capace di muoversi al ritmo del Paese</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="8-il-caffe-come-simbolo-del-nuovo-ordine-economico">Il caffè come simbolo del nuovo ordine economico</h2>



<p>La storia di Starbucks in Cina racconta qualcosa che va oltre il business: è il racconto di <strong>come il potere economico globale si stia ribilanciando.</strong><br>I brand americani, nati per esportare modelli, oggi imparano ad <strong>assorbirne di nuovi</strong>.<br>Non è più l’epoca della conquista, ma dell’adattamento.</p>



<p>Il caffè, che per decenni è stato l’aroma della globalizzazione occidentale, diventa ora <strong>la metafora del mondo multipolare</strong>: un prodotto internazionale, ma con radici locali.</p>



<p>Starbucks non lascia la Cina, semplicemente <strong>diventa più cinese</strong>.<br>E nel farlo, forse, inaugura una nuova fase della globalizzazione <strong>non fatta di espansione, ma di ibridazione.</strong><br>Una lezione che molti altri marchi americani, presto o tardi, dovranno imparare.</p>
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		<title>Il caffè più amaro di Starbucks: 100 store chiusi e 900 licenziamenti nel piano da 1 miliardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2025 16:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Starbucks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Starbucks.png" type="image/jpeg" />Starbucks ha costruito la sua leggenda vendendo molto più di caffè: un’esperienza, un rifugio, un “terzo luogo” tra casa e lavoro. Oggi, però, quella leggenda vacilla. Dopo sei trimestri consecutivi di vendite in calo, l’azienda annuncia un piano di ristrutturazione da 1 miliardo di dollari che prevede la chiusura di oltre 100 store e il [&#8230;]</p>
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<p>La catena globale del caffè lancia una delle ristrutturazioni più radicali della sua storia recente. Il CEO Brian Niccol promette un ritorno alle origini, ma tra calo delle vendite, concorrenza in crescita e tensioni sindacali, il futuro del brand è tutt’altro che scontato.</p>
</blockquote>
</blockquote>



<p><strong>Starbucks</strong> ha costruito la sua leggenda vendendo molto più di caffè: un’esperienza, un rifugio, un “terzo luogo” tra casa e lavoro. Oggi, però, quella leggenda vacilla. Dopo sei trimestri consecutivi di vendite in calo, l’azienda annuncia un piano di ristrutturazione da <strong>1 miliardo di dollari</strong> che prevede la chiusura di oltre 100 store e il taglio di 900 dipendenti corporate. Una scossa che non riguarda solo i conti, ma l’identità stessa del marchio: Starbucks può reinventarsi senza tradire la sua anima?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una crisi che tocca l’anima del brand</h2>



<p>Per anni, Starbucks è stata molto più che un coffee shop: un luogo culturale che ha trasformato il modo in cui il mondo consuma caffè. Ma il fascino del marchio si è affievolito. Le nuove generazioni cercano autenticità, prezzi accessibili e alternative locali, mentre il consumatore americano medio è diventato più attento alle spese.</p>



<p>Il risultato? Sei trimestri consecutivi di calo nelle vendite comparabili in Nord America, il mercato più importante. È in questo contesto che Starbucks ha scelto la strada della ristrutturazione: un piano da 1 miliardo che sembra tanto un atto di coraggio quanto un gesto di sopravvivenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un piano che costa caro</h2>



<p>La strategia non è un maquillage contabile, ma una scommessa radicale:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>150 milioni di dollari</strong> saranno destinati a liquidazioni e pacchetti di separazione per i dipendenti.</li>



<li><strong>850 milioni di dollari</strong> copriranno i costi legati alla chiusura di oltre 100 store.</li>
</ul>



<p>Il 90% delle spese sarà concentrato in Nord America, un dato che racconta il peso della crisi proprio nel mercato che ha reso Starbucks un colosso globale. Spendere per ridurre: un paradosso che riflette la logica di un’azienda che tenta di proteggere il proprio futuro sacrificando parte del presente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Niccol e la promessa di un ritorno alle origini</h2>



<p>Alla guida di questa trasformazione c’è <strong>Brian Niccol</strong>, ex CEO di Chipotle, noto per aver salvato la catena da una crisi reputazionale che sembrava irreversibile.</p>



<p>La sua filosofia è semplice: tornare al cuore dell’esperienza Starbucks. Spazi caldi, accoglienti, in grado di far fermare i clienti più a lungo; un caffè che non è solo prodotto, ma rituale.</p>



<p>“Questi passi sono necessari per costruire uno Starbucks migliore, più forte e più resiliente,” ha scritto Niccol ai dipendenti. È una visione che punta a restituire al marchio la sua anima originaria, ma che dovrà fare i conti con un contesto radicalmente diverso rispetto agli anni d’oro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova concorrenza del caffè</h2>



<p>Il caffè di Starbucks non è più unico come un tempo. I competitor storici come <strong>Dunkin’</strong> hanno rafforzato la loro presa sul mercato, mentre le caffetterie indipendenti offrono un’alternativa percepita come più autentica e spesso più economica.</p>



<p>A questo si aggiunge un consumatore più fragile: l’inflazione e il costo della vita spingono milioni di americani a rivedere le proprie abitudini. Quel cappuccino da 6 dollari, un tempo considerato un lusso accessibile, oggi viene percepito da molti come un eccesso da tagliare.</p>



<p>La sfida per Starbucks è duplice: convincere che il suo prezzo premium è giustificato dall’esperienza e al tempo stesso dimostrare di essere ancora rilevante in un mercato che cambia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo dei lavoratori: sindacati in agguato</h2>



<p>Dietro le cifre del piano ci sono persone. Starbucks ha promesso che i baristi degli store destinati alla chiusura saranno ricollocati dove possibile o riceveranno pacchetti di liquidazione. Ma il sindacato <strong>Starbucks Workers United</strong>, che rappresenta oltre 12.000 lavoratori in più di 650 store, ha già annunciato che chiederà negoziati sugli effetti delle chiusure.</p>



<p>La tensione è palpabile. Starbucks ha sempre costruito la propria immagine su valori di comunità e inclusione, ma negli ultimi anni il suo rapporto con i lavoratori si è incrinato. Una gestione maldestra di questa fase potrebbe danneggiare non solo l’operatività, ma anche la reputazione globale del marchio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Investire nel servizio: la scommessa del “Green Apron”</h2>



<p>Il piano di ristrutturazione non si limita ai tagli. In parallelo, Starbucks investirà <strong>500 milioni di dollari</strong> nel programma “<strong>Green Apron Service</strong>”, che prevede più ore di lavoro per i baristi e una migliore organizzazione durante i momenti di punta.</p>



<p>I primi risultati sembrano incoraggianti: più personale nei momenti giusti significa meno attese, clienti più soddisfatti e una maggiore propensione a tornare. Ma basterà a giustificare i prezzi premium e a riportare Starbucks alla centralità di un tempo?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Wall Street osserva con cautela</h2>



<p>Gli investitori hanno reagito con freddezza: il titolo Starbucks è rimasto stabile dopo l’annuncio, ma ha perso oltre il 7% da inizio anno. Il piano viene letto come necessario, ma anche come un atto difensivo.</p>



<p>Per Wall Street, la vera prova sarà nei numeri dei prossimi trimestri: se le vendite comparabili non torneranno a crescere, i miliardi spesi rischiano di apparire come un costoso tentativo di comprare tempo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Starbucks tra mito e realtà</h2>



<p>Starbucks è più di un marchio: è un pezzo di cultura contemporanea. La sua sfida non è soltanto rilanciare un bilancio, ma reinventare un modello che ha fatto scuola.</p>



<p>Il piano da 1 miliardo rappresenta un bivio. Da un lato, la possibilità di riportare il brand al centro dell’esperienza del caffè, ricreando quel senso di comunità che lo ha reso unico. Dall’altro, il rischio che si tratti solo di una manovra difensiva, incapace di affrontare le trasformazioni profonde del mercato e dei consumatori.</p>



<p>La vera domanda è se Starbucks saprà ancora essere il simbolo di un’epoca o se il suo futuro sarà quello di un gigante che, pur reinventandosi, non riesce più a dettare le regole del gioco. In un mondo in cui il caffè è sempre più diffuso, personalizzato e locale, la sfida è tornare a essere universale senza perdere autenticità.</p>



<p>Per Starbucks, il caffè più amaro potrebbe essere proprio questo: accettare che il tempo del mito non basta più, e che solo un’autentica trasformazione potrà restituirgli il posto che aveva guadagnato nel cuore dei consumatori.</p>
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