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	<title>Social Media Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Social Media Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Affidabilità contro plausibilità: la democrazia nell’età della realtà fratturata</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/disinformazione-democrazia-digitale-realta-fratturata-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia digitale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[piattaforme digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/04/disinformazione-democrazia-digitale-europa-scaled.webp" type="image/jpeg" />Dalla disinformazione come errore alla plausibilità come sistema: perché la sfida democratica si gioca oggi nell’architettura dell’ambiente informativo europeo&#160;&#160; Il merito maggiore di Fractured Reality, il nuovo report del Joint Research Centre della Commissione europea, consiste nell’aver spostato il fuoco del dibattito su un punto che per troppo tempo è rimasto sullo sfondo. La questione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/disinformazione-democrazia-digitale-realta-fratturata-europa/">Affidabilità contro plausibilità: la democrazia nell’età della realtà fratturata</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p><em>Dalla disinformazione come errore alla plausibilità come sistema: perché la sfida democratica si gioca oggi nell’architettura dell’ambiente informativo europeo&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p><br>Il merito maggiore di <strong><em>Fractured Reality</em></strong>, il nuovo report del <strong>Joint Research Centre</strong> della Commissione europea, consiste nell’aver spostato il fuoco del dibattito su un punto che per troppo tempo è rimasto sullo sfondo. La questione non è più soltanto la disinformazione intesa come insieme di contenuti falsi o manipolati. La questione è l’ambiente che li rende possibili, li seleziona, li amplifica e, soprattutto, li trasforma in forma ordinaria dell’esperienza pubblica. Il documento, collocato nel quadro dell’<strong>European Democracy Shield</strong>, afferma con chiarezza che la democrazia europea è oggi esposta a una frattura delle realtà percepite, prodotta dall’intreccio tra cognizione umana, modelli di business delle piattaforme e dipendenza geopolitica da infrastrutture digitali esterne all’Unione.</p>



<p>Per anni l’Occidente ha affrontato il problema come se si trattasse di un’anomalia correggibile all’interno di uno spazio informativo sostanzialmente sano. Fact-checking, debunking, alfabetizzazione mediatica: strumenti utili, certo, ma insufficienti se il terreno sul quale operano è già stato alterato. <strong><em>Fractured Reality</em></strong> mostra che l’economia dell’attenzione non premia l’informazione più solida, bensì quella più capace di catturare tempo, emozione e reazione. In un simile contesto, negatività, conflitto, indignazione e appartenenza identitaria non sono effetti collaterali: sono criteri operativi di selezione.&nbsp;</p>



<p>Ciò che emerge non è il vero, ma il più performativo. Qui si colloca il passaggio decisivo messo a fuoco dal report: dalle <strong>echo chambers</strong> alle <strong>echo platforms</strong>. Non siamo più soltanto dentro comunità chiuse che si rispecchiano nelle proprie convinzioni. Siamo dentro un ecosistema di piattaforme che tendono esse stesse a organizzarsi come ambienti ideologicamente orientati, nei quali utenti, linguaggi, narrazioni e gerarchie di visibilità si rafforzano reciprocamente. Il risultato è una moltiplicazione di realtà concorrenti, non semplicemente di opinioni diverse. E una democrazia può reggere il dissenso, ma non può sopravvivere a lungo senza un minimo comune di realtà condivisa, cioè senza criteri condivisi per riconoscere che cosa valga come evidenza.</p>



<p>In questa trasformazione, l’intelligenza artificiale generativa non inaugura una rottura assoluta; semmai radicalizza una tendenza già in atto. Il report introduce un termine destinato a restare: epistemia. Con esso descrive un regime informativo nel quale la plausibilità linguistica prende il posto dell’affidabilità, la fluidità della risposta viene scambiata per competenza e l’immediatezza per comprensione.&nbsp;</p>



<p>I modelli generativi non accedono ai fatti: producono sequenze persuasive e coerenti. Ma in un ambiente che già valuta i contenuti per capacità di integrazione nelle aspettative dell’utente, questa non è una semplice limitazione tecnica. È l’adattamento perfetto di una tecnologia a un sistema che aveva già smesso di premiare la verifica. L’effetto più insidioso non è l’errore, ma l’illusione di sapere. Per questa ragione il report del <strong>JRC</strong> compie un salto di scala teorico e politico. Non propone soltanto una difesa della verità contro la falsità, ma una difesa dell’affidabilità contro la plausibilità. Non invita semplicemente a correggere contenuti sbagliati, ma a riprogettare l’architettura dell’ambiente informativo. Le sue raccomandazioni vanno in questa direzione: spazi pubblici non dipendenti dalla logica dell’engagement, rafforzamento di sistemi collaborativi di conoscenza, maggiore controllo degli utenti sugli algoritmi, revisione dei modelli pubblicitari, fino al tema decisivo della sovranità digitale europea. Perché non vi è integrità dell’informazione senza autonomia delle infrastrutture che la ospitano.</p>



<p>È questo, in fondo, il punto più alto della riflessione europea: la crisi democratica contemporanea non nasce soltanto dalla circolazione del falso, ma dalla progressiva sostituzione del criterio epistemico con il criterio performativo. Quando il convincente prende il posto del verificabile, quando l’autenticità percepita prevale sull’accuratezza, quando l’architettura della visibilità vale più della qualità del contenuto, la sfera pubblica smette di essere un luogo di confronto e diventa un dispositivo di conferma. <strong><em>Fractured Reality</em></strong> ha il merito di dirlo senza infingimenti. E proprio per questo il suo messaggio va oltre la diagnosi: ci ricorda che la democrazia, oggi, si difende non solo nei parlamenti o nei tribunali, ma anche nel disegno invisibile degli ambienti digitali in cui impariamo, discutiamo, crediamo.</p>
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		<title>Social media e responsabilità legale. Il verdetto che scuote la Silicon Valley</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/responsabilita-legale-social-media-sentenza-silicon-valley/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Boaron]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 10:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[AI e Algoritmi]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Meta]]></category>
		<category><![CDATA[Silicon Valley]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/03/social-media-sentenza-silicon-valley.jpeg" type="image/jpeg" />La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore: una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google per non aver protetto i giovani utenti dai rischi di dipendenza legati a Instagram e YouTube. Il risarcimento di 3 milioni di dollari a favore della ragazza californiana è solo la punta dell’iceberg: migliaia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/03/social-media-sentenza-silicon-valley.jpeg" type="image/jpeg" />
<p>La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore: una giuria di <strong>Los Angeles</strong> ha condannato <strong>Meta</strong> e <strong>Google</strong> per non aver protetto i giovani utenti dai rischi di dipendenza legati a <strong>Instagram </strong>e <strong>YouTube</strong>. Il risarcimento di <strong>3 milioni di dollari</strong> a favore della ragazza californiana è solo la punta dell’iceberg: migliaia di<strong> </strong>cause simili pendenti potrebbero cambiare per sempre il volto dei social.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un cambio di paradigma: dal contenuto al design</strong></h2>



<p>Per anni, i colossi del tech si sono trincerati dietro la <strong>Sezione 230</strong> della legge USA, che li solleva dalla responsabilità per contenuti pubblicati dagli utenti. Questa sentenza però aggira l&#8217;ostacolo con una mossa legale brillante: non si contesta <em>cosa</em> viene pubblicato, ma <em>come</em> la piattaforma è costruita.</p>



<p>L’accusa vincente è &#8220;progettazione negligente&#8221;. La tesi accolta dalla giuria è che funzioni come <em>scroll</em> infinito, notifiche intermittenti e algoritmi di raccomandazione siano stati progettati per massimizzare il tempo di permanenza, sfruttando le fragilità neurobiologiche degli adolescenti.&nbsp;</p>



<p>In pratica <strong>Instagram</strong> e <strong>YouTube</strong> sono stati equiparati a prodotti difettosi o pericolosi come le sigarette. Ricordiamo a questo proposito la celebre frase di <strong>Frances Haugen</strong> (<strong>ex manager</strong> di <strong>Facebook</strong>) durante la sua testimonianza al <strong>Senato</strong> degli Stati Uniti nel 2021: <em>&#8220;Le aziende dei social media stanno usando lo stesso manuale d&#8217;istruzioni di Big Tobacco, nascondendo i danni dei loro prodotti mentre li vendono come sicuri&#8221;.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le ripercussioni di questa sentenza: cosa cambierà davvero e cosa sarà solo &#8220;marketing del benessere&#8221;</strong></h2>



<p>In queste situazioni è fondamentale distinguere tra modifiche strutturali e operazioni di facciata. A breve termine possiamo aspettarci una valanga di contenziosi.<strong> </strong>Se ogni caso aperto dovesse basarsi su questa sentenza secondo il <strong>principio USA del precedente giuridico</strong>, quindi con risarcimenti milionari, il modello di business basato sull&#8217;attenzione diventerebbe economicamente insostenibile. Quindi possiamo aspettarci due interventi a breve:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Riprogettazione degli algoritmi</strong>.<strong> </strong>Per evitare future condanne, le aziende saranno costrette a disattivare di default le funzioni più &#8220;appiccicose&#8221;. Vedremo probabilmente la fine dello <em>scroll</em> infinito per i minori e limiti di tempo ferrei imposti non dai genitori, ma dal software stesso.</li>



<li><strong>Rigorosa verifica dell&#8217;età</strong>.<strong> </strong>Finora la soglia dei 13 anni è stata un vincolo facilmente aggirabile. Le piattaforme dovranno attivare sistemi di riconoscimento biometrico o di verifica dei documenti per impedire l&#8217;accesso ai bambini, assumendosi la responsabilità legale in caso di errore.</li>
</ul>



<p>Ma la verità è che<strong> </strong>questo modello di business si basa sulla vendita di pubblicità. Più tempo passi sulla piattaforma, più guadagnano. Eliminare la dipendenza dai social è come chiedere ai casinò di istruire i clienti sull’ABC delle leggi della Statistica: va contro la loro ragione di esistere. Al pubblico racconteranno belle favole su &#8220;responsabilità sociale&#8221; e &#8220;cura per le nuove generazioni&#8221;, ma l&#8217;unico vero motore del cambiamento sarà la paura dei risarcimenti: solo se e quando il costo legale della dipendenza supererà il profitto generato dall&#8217;attenzione, assisteremo a una vera rivoluzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dipendenza comportamentale vs. decadimento cognitivo/sociale</strong></h2>



<p>Un punto nevralgico che spesso sfugge ai titoli sensazionalistici è il &#8220;paziente zero&#8221; di questa epidemia cognitiva. La sentenza di Los Angeles si concentra su <strong>Instagram</strong> e <strong>YouTube</strong>, ma in questo dibattito <strong>Facebook</strong> è il grande convitato di pietra. C&#8217;è una ragione tecnica (e cinica) per cui il vecchio <strong>Facebook</strong> è rimasto in secondo piano, pur essendo parte integrante di questo scenario: lo &#8220;scudo&#8221; della minore età.</p>



<p>L’attuale strategia legale vincente si basa sulla protezione dei minori. Bambini e ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo su <strong>Instagram</strong> e <strong>YouTube</strong>. Legalmente, è molto più facile dimostrare che un&#8217;azienda ha &#8220;corrotto&#8221; il cervello in formazione di un dodicenne rispetto a quello di un adulto. <strong>Facebook</strong> è ormai percepito come il &#8220;social dei nonni&#8221;, quindi gode paradossalmente di una sorta di immunità mediatica: se un cinquantenne sviluppa la &#8220;demenza da social&#8221;, la legge tende a considerarlo un libero arbitrio, per quanto tossico sia l&#8217;ecosistema. C&#8217;è una distinzione sottile ma fondamentale tra i due pericoli: <strong>Instagram </strong>e<strong> YouTube </strong>creano una dipendenza comportamentale (dopamina, confronto sociale, disturbi alimentari). È un danno &#8220;visibile&#8221; e quantificabile in termini medici. <strong>Facebook </strong>alimenta un decadimento cognitivo e sociale (polarizzazione, <em>echo chambers</em>, perdita del senso critico). È una demenza fatta di titoli <em>acchiappaclick</em> e rabbia da tastiera, un danno culturale, molto più difficile da trascinare in tribunale come &#8220;difetto di progettazione&#8221;.</p>



<p>Ma di fatto la condanna <strong>Meta</strong> a coprire il 70%<strong> </strong>del risarcimento è un atto d&#8217;accusa indiretto a tutto l&#8217;impero di <strong>Zuckerberg</strong>: <strong>Facebook</strong> fornisce l&#8217;infrastruttura di tracciamento e i dati che rendono così &#8220;efficaci&#8221; e pericolosi anche gli algoritmi di <strong>Instagram</strong>. È il motore immobile di questo sistema. <strong>Facebook</strong> non è escluso come causa di<strong> </strong>&#8220;demenza da social&#8221; quella regressione intellettiva che notiamo ogni giorno in chi lo usa: è semplicemente la fase successiva, quella più difficile da curare, perché colpisce chi dovrebbe teoricamente avere già gli anticorpi culturali per difendersi. Quindi parlare di dipendenza dei giovani è il cavallo di Troia per colpire l&#8217;intero modello di business. Se i tribunali stabiliscono che lo <em>scroll</em> infinito è pericoloso per un tredicenne, sarà difficile giustificare che sia legale proporlo a un sessantenne.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Considerazioni finali</strong></h2>



<p>Questa sentenza ha finalmente acceso la luce in una stanza buia: non è solo un atto legale, è un segnale culturale. Per la prima volta, la società ha smesso di dare tutta la colpa ai genitori (&#8220;dovreste controllare meglio i vostri figli&#8221;) e ha iniziato a guardare chi controlla le funzioni software per controllare i cervelli. Ma se è giusto che i colossi tech paghino per i danni causati da una progettazione cinica, la sfida educativa rimane aperta: la legge può limitare il pericolo, non può sostituire la consapevolezza di chi vive ogni giorno in quel mondo. Il rischio è che, tra una causa e l&#8217;altra, ci si dimentichi che la tecnologia non è un nemico da abbattere, ma uno strumento che abbiamo lasciato senza controlli. Ora resta da vedere se useremo quella luce per riparare i danni o solo per contare i soldi dei risarcimenti.</p>
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		<item>
		<title>Macron propone un divieto UE dei social media sotto i 15 anni</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/macron-propone-un-divieto-ue-dei-social-media-sotto-i-15-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 10:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/06/No-social.png" type="image/jpeg" />Dopo l’ennesimo atto di violenza scolastica, la Francia accelera sul fronte normativo: il Presidente Macron annuncia l’intenzione di vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, spingendo per una regolamentazione europea che mette in discussione la responsabilità delle piattaforme e apre un nuovo fronte nel dibattito sulla protezione dei minori online. In un contesto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/macron-propone-un-divieto-ue-dei-social-media-sotto-i-15-anni/">Macron propone un divieto UE dei social media sotto i 15 anni</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo l’ennesimo atto di violenza scolastica, la Francia accelera sul fronte normativo: il Presidente <strong>Macron </strong>annuncia l’intenzione di <strong>vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni</strong>, spingendo per una regolamentazione europea che mette in discussione la responsabilità delle piattaforme e apre un nuovo fronte nel dibattito sulla protezione dei minori online.</p>
</blockquote>



<p>In un contesto segnato da crescente preoccupazione per la sicurezza dei minori e l’impatto dei social media sui comportamenti giovanili, il Presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di promuovere un’iniziativa legislativa a livello dell’Unione Europea per vietare l’uso delle piattaforme digitali ai minori di 15 anni. La dichiarazione segue un tragico accoltellamento avvenuto in una scuola media a Nogent, nell’Haute-Marne, che ha riacceso il dibattito sul ruolo delle tecnologie digitali nell’escalation di comportamenti violenti tra i giovanissimi.</p>



<p>La misura, che Macron definisce “non più rimandabile”, mira a colmare un vuoto normativo sempre più evidente: sebbene la maggior parte delle piattaforme fissi a 13 anni l’età minima per la registrazione, numerosi report – incluso quello della Online Safety Authority australiana – dimostrano l’inefficacia sistemica dei meccanismi di verifica attualmente adottati. “Le piattaforme possono verificare l’età degli utenti. Devono farlo”, ha scritto Macron sul social X, a margine di un’intervista a France 2.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un cambio di paradigma normativo</h2>



<p>L’intenzione dichiarata è di agire in tempi rapidi. Se non ci saranno progressi a livello comunitario, la Francia procederà unilateralmente. La proposta, che si colloca nella scia delle recenti iniziative normative globali, richiama alla memoria l’intervento legislativo adottato in Australia nel 2023, che ha fissato a 16 anni l’età minima per accedere legalmente ai social network. Un benchmark internazionale che ha alzato l’asticella del dibattito politico e regolatorio, ridefinendo la nozione di responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le implicazioni giuridiche e geopolitiche</h2>



<p>Dal punto di vista giuridico, l’adozione di un divieto generalizzato nell’UE rappresenterebbe una novità dirompente, con effetti su vari livelli: dal trattamento dei dati personali dei minori (già disciplinato dal GDPR) alla responsabilità civile e penale delle piattaforme in caso di elusione delle norme. In termini geopolitici, la proposta francese potrebbe rafforzare la leadership europea nel campo della regolazione digitale, allineandosi alla strategia del Digital Services Act (DSA) e anticipando i futuri sviluppi del Digital Decade Policy Programme.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;opportunità per l’industria e la ricerca</h2>



<p>L’iniziativa apre anche una nuova finestra di opportunità per il settore tecnologico e per l’industria della sicurezza digitale. Start-up e aziende specializzate in strumenti di age verification, parental control e identità digitale potrebbero beneficiare di una domanda crescente. Allo stesso tempo, l’adozione di standard comuni a livello europeo favorirebbe lo sviluppo di un mercato unico della protezione dei minori online, con benefici in termini di interoperabilità e innovazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo della governance multilivello</h2>



<p>Tuttavia, l’efficacia di una simile misura dipenderà in larga parte dalla capacità di implementazione e monitoraggio da parte degli Stati membri, in un contesto di governance multilivello che richiede coordinamento istituzionale, coinvolgimento delle autorità garanti per la protezione dei dati e cooperazione con il settore privato. Il successo normativo, in altre parole, sarà legato alla capacità dell’UE di agire in modo coeso, superando le resistenze di mercato e le differenze culturali in tema di educazione digitale.</p>



<p>La proposta di Macron segna una svolta nel modo in cui l’Europa intende affrontare il rapporto tra minori e social media. Più che una risposta emergenziale, si tratta di una strategia che unisce tutela dei diritti fondamentali, sovranità tecnologica e responsabilità sociale delle piattaforme. La sfida sarà ora trasformare l’intento politico in una regolazione efficace, equilibrata e sostenibile, capace di tutelare i più giovani senza compromettere la libertà digitale.</p>
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