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	<title>rifiuti Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<title>rifiuti Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Rifiuti, quanta plastica si ricicla al mondo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jan 2025 17:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Plastica.png" type="image/jpeg" />Gli Stati Uniti riciclano solo il 5% dei suoi rifiuti di plastica domestici. Ma qual e&#8217; la situazione nel resto del mondo? Gli Stati Uniti, il più grande inquinatore di plastica del mondo, riciclano solo il 5% dei propri rifiuti di plastica domestici. In tutto il mondo la situazione è leggermente migliore, ma uno sbalorditivo [&#8230;]</p>
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<p>Gli Stati Uniti riciclano solo il 5% dei suoi rifiuti di plastica domestici. Ma qual e&#8217; la situazione nel resto del mondo?</p>
</blockquote>



<p>Gli Stati Uniti, il più grande inquinatore di plastica del mondo, riciclano solo il 5% dei propri rifiuti di plastica domestici. <br>In tutto il mondo la situazione è leggermente migliore, ma uno sbalorditivo 91% dei rifiuti di plastica è ancora incenerito, dismesso o mal gestito, ovvero scaricato negli Oceani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come vengono smaltiti i rifiuti di plastica</h2>



<p>Il grafico che riportiamo di seguito, di Rosey Eason, utilizzando i dati dell’OCSE, dipinge un quadro chiaro della situazione. Ecco una panoramica globale di come i rifiuti di plastica sono smaltiti:</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="718" height="269" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Dati-per-articolo.png" alt="" class="wp-image-16211" srcset="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Dati-per-articolo.png 718w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Dati-per-articolo-300x112.png 300w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">Il riciclo e&#8217; una illusione?</h2>



<p>Il sistema di riciclo è profondamente imperfetto. <br>La maggior parte delle materie plastiche sono incompatibili, rendendo lo smistamento costoso e inefficiente. <br>Solo PET (#1) e HDPE (#2) sono ampiamente riciclati. <br>In breve, una volta che la maggior parte dei prodotti in plastica viene creata e raggiunge la fine della sua utilità, e&#8217; difficile da riutilizzare.<br>Anche l&#8217;economia del riciclo arranca nella sua complessita&#8217;. <br>La plastica vergine, che vede tra i principali componenti combustibili fossili, è più economica della plastica riciclata. Questa disparità di prezzo scoraggia l&#8217;uso di materiali riciclati.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://www.voronoiapp.com/_next/image?url=https%3A%2F%2Fcdn.voronoiapp.com%2Fpublic%2Fimages%2F947fc2a5-7980-46cb-88d8-0b1706c1f220.webp&amp;w=1080&amp;q=100" alt=""/></figure>
</div>


<p>Inoltre, l&#8217;aumento degli imballaggi flessibili, ovvero quelle confezioni leggere per snack e cibo, esacerba il problema. <br>Queste soluzioni multistrato, sebbene convenienti, sono incredibilmente difficili da riciclare a causa della composizione complessa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa possiamo fare con i rifiuti di plastica?</h2>



<p>Affrontare la crisi globale che genera l&#8217;ingente quantita&#8217; di plastica richiede un cambiamento sistemico. <br>Ecco alcuni passi che potrebbero aiutare a fermare la marea dei rifiuti di plastica:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>divieto di plastica monouso e/o non riciclabile</li>



<li>Trattato globale sulla plastica</li>



<li>eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili</li>



<li>implementazione e rafforzamento dei programmi di responsabilita&#8217; per i produttori di plastica</li>
</ul>



<p>Per risolvere il problema sara&#8217; necessario un cambiamento fondamentale anche nella nostra esperienza quotidiana, che porti ad un cambiamento fondamentale nel nostro rapporto con la plastica, guidato da politiche e innovazioni.</p>
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		<title>Rifiuti spaziali. Che cos&#8217;è la sindrome di Kessler?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Moi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 09:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[kessler]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Untitled-31.png" type="image/jpeg" />Nello spazio ci sono 130 milioni di detriti. Gli scienziati avvertono che la loro collisione potrebbe impedirci di lasciare la Terra, con grande disappunto di Elon Musk… Di recente, un satellite meteorologico dell&#8217;aeronautica statunitense è esploso nello spazio, scomponendosi in 50 pezzi, che si sono aggiunti ai circa 130 milioni di frammenti di &#8220;spazzatura spaziale&#8221; [&#8230;]</p>
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<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Nello spazio ci sono 130 milioni di detriti. Gli scienziati avvertono che la loro collisione potrebbe impedirci di lasciare la Terra, con grande disappunto di Elon Musk…</em></p>
</blockquote>



<p>Di recente, un satellite meteorologico dell&#8217;aeronautica statunitense è esploso nello spazio, scomponendosi in 50 pezzi, che si sono aggiunti ai circa 130 milioni di frammenti di &#8220;spazzatura spaziale&#8221; che orbitano intorno alla Terra.<br>L&#8217;accumulo di detriti ha alimentato i timori riguardo la &#8220;<strong>sindrome di Kessler</strong>&#8220;. <br>Denominata così in onore dell&#8217;astrofisico americano <strong>Donald Kessler</strong>, descrive uno scenario in cui una collisione tra detriti spaziali innesca una reazione a catena di eventi simili. <br>Gli esperti non concordano sulla probabilità che si verifichi uno scenario del genere, né sull&#8217;entità della minaccia che potrebbe rappresentare per il pianeta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&#8217;è la sindrome di Kessler</h2>



<p>La sua definizione esatta non esiste. <br>È ancora &#8220;vaga&#8221;, come osservato dalla CNN, ma in generale la <strong>sindrome di Kessler</strong> descrive uno scenario in cui una collisione crea &#8220;<em>una nube di frammenti</em>&#8221; che &#8220;<em>a sua volta colpisce altri oggetti in orbita</em>&#8220;, generando &#8220;<em>ancora più detriti</em>&#8220;. <br>Questo &#8220;<em>effetto a cascata</em>&#8221; potrebbe proseguire fino a congestionare l&#8217;orbita terrestre con tali quantità di spazzatura da compromettere l’esplorazione dello spazio, con ripercussioni sulla nostra vita quotidiana.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I possibili effetti</h2>



<p>Nel peggiore scenario possibile, una nube di detriti spaziali attorno alla Terra comprometterebbe o interromperebbe le operazioni di tecnologie orbitali fondamentali come previsioni meteo, GPS e televisione. <br>I detriti metallici, in particolare, avrebbero il potenziale di &#8220;<em>disturbare la magnetosfera terrestre</em>&#8220;, esponendo le forme di vita ai pericolosi raggi cosmici.<br>Un evento legato alla <strong>sindrome di Kessler</strong>, ha spiegato <strong>Paul Lynam</strong>, astronomo presso il <strong>Lick Observatory</strong> dell&#8217;Università della California, &#8220;<em>colpirebbe tutti sul pianeta</em>&#8220;. <br>Inoltre, uno &#8220;<em>spazio orbitale sovraffollato</em>&#8221; limiterebbe l&#8217;uso dei telescopi terrestri e potrebbe mettere fine &#8220;<em>ai nostri sogni di andare sulla Luna o oltre</em>&#8220;, ha aggiunto il <strong>National Space Centre</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Minaccia o realta&#8217;</h2>



<p>Secondo <strong>Aerospace America</strong>, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso sul fatto che la sindrome di Kessler sia già in corso, o, in caso contrario, sul tipo di minaccia che potrebbe raggiungere. La <strong>Stazione Spaziale Internazionale</strong> (<strong>ISS</strong>) &#8220;<em>non è stata distrutta, i carichi utili continuano a raggiungere lo spazio profondo senza danni, e non siamo intrappolati sulla Terra</em>&#8221; a causa dei detriti, il che indica che o la &#8220;<em>calamità</em> <em>non è ancora sopraggiunta</em>&#8220;, oppure &#8220;<em>non la riconosciamo</em>&#8220;.<br>Attualmente, i detriti spaziali superano le <strong>9.300 tonnellate</strong>, come riportato dall&#8217;<strong>Agenzia Spaziale Europea (ESA)</strong>, che avverte che la &#8220;<em>probabilità di collisioni catastrofiche</em>&#8221; aumenterà progressivamente. Raddoppiando il numero di oggetti in orbita, il rischio di collisioni cresce di circa 4 volte.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I numeri</h2>



<p>La quantità di detriti orbitali sta aumentando rapidamente. <br>Se in passato si lanciavano circa <strong>80-100</strong> satelliti all&#8217;anno, nel 2020 il numero ha superato i <strong>1.000</strong>, raggiungendo oltre <strong>2.000</strong> nel solo 2022. <br>Inoltre, sempre più Paesi e aziende partecipano alla corsa ai satelliti. <br>Secondo l&#8217;<strong>Union of Concerned Scientists</strong>, entro il 2030, potrebbero esserci fino a <strong>57.000 satelliti</strong> in orbita terrestre bassa (del tipo di quelli di <strong>Musk</strong> e <strong>Bezos</strong>, per intenderci).<br>Va, peraltro, considerato che oggetti grandi quanto un mirtillo, orbitando attorno alla Terra, possiedono &#8220;<em>l&#8217;energia cinetica di un&#8217;incudine in caduta</em>&#8220;, mentre frammenti delle dimensioni di un pallone da calcio o più grandi, possiedono &#8220;<em>l&#8217;energia cinetica di una grande bomba</em>&#8220;.<br>Ciò nonostante, lo scenario non è ancora &#8220;catastrofico&#8221;, affermano dal <strong>National Space Centre</strong>. <br>Gli scienziati spaziali stanno &#8220;ideando soluzioni&#8221;, e sono già stati testati prototipi, con missioni programmate per &#8220;<em>aiutare a ripulire il nostro spazio orbitale</em>&#8220;. <strong>RemoveDebris</strong>, un progetto guidato dall&#8217;<strong>Università del Surrey</strong>, ha già catturato con successo un oggetto delle dimensioni di una scatola da scarpe &#8220;<em>intrappolandolo in una grande rete</em>&#8220;. <br>È stato catturato anche frammento di &#8220;<em>detriti simulati</em>&#8220;, e una &#8220;<em>membrana gigante</em>&#8221; sarà utilizzata per trascinare gli oggetti verso la Terra, in modo che &#8220;<em>si brucino in sicurezza nell&#8217;atmosfera</em>&#8220;.<br>Insomma dovremo provarle tutte, se vorremo andare su Marte.</p>



<p></p>
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		<title>Rifiuti nucleari: cosa sono e come smaltirli. Il caso dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Santoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2025 18:16:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Rifiuti-nucleari.png" type="image/jpeg" />I rifiuti nucleari sono un problema o una opportunità? Cosa sono e come vengono smaltiti? Facciamo il punto con uno sguardo anche al caso dell’Italia, che punta ad aprire un deposito nazionale nei prossimi anni. In un mondo che cerca di essere più sostenibile ed energeticamente più efficiente, l’opzione dell’energia nucleare torna di attualità. I [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Rifiuti-nucleari.png" type="image/jpeg" />
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<p><em>I rifiuti nucleari sono un problema o una opportunità? Cosa sono e come vengono smaltiti? Facciamo il punto con uno sguardo anche al caso dell’Italia, che punta ad aprire un deposito nazionale nei prossimi anni.</em></p>
</blockquote>



<p>In un mondo che cerca di essere più sostenibile ed energeticamente più efficiente, l’opzione dell’energia nucleare torna di attualità. I traumi di Chernobyl (ma anche di Fukushima) condizionano ancora il dibattito, ma in realtà sono stati fatti dei decisi passi avanti in termini di sicurezza degli impianti e nel trattamento di questa forma di energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Verso il nucleare pulito, ma che fare con i rifiuti e le scorie?</h2>



<p>Tanto è vero che oggi si parla di “nucleare pulito”, di centrali di terza e di quarta generazione (queste ultime sono in fase di costruzione o progettazione). Il presidente dell’Associazione Italiana Nucleare Umberto Minopoli, rispondendo ad una inchiesta pubblicata su Corriere.it, ha tratteggiato importanti progressi in questo settore. “[Il nucleare pulito] <em>è fatto di 56 nuove centrali in costruzione nel mondo (29 programmate e decise in Europa). Grazie ad esse e alla decisione di allungare la vita operativa del 60% delle centrali oggi attive (423), la potenza nucleare installata nel mondo è prevista più che raddoppiare (da 390 GW a 830 GW) al 2050</em>”.</p>



<p>Ma c’è un dato che preoccupa l’opinione pubblica, sempre relativo alla sicurezza. Ovvero lo smaltimento dei rifiuti nucleari. Un articolo pubblicato su New Atlas passa in rassegna la questione facendo il punto sulle possibilità di stoccaggio oggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa sono i rifiuti nucleari</h2>



<p>Anzitutto la definizione: “<em>i rifiuti nucleari o radioattivi sono il sottoprodotto di reattori nucleari, lavorazione e riprocessamento del combustibile, produzione di armi, strutture mediche e laboratori di ricerca”. Ma in realtà il termine si può applicare a diverse tipologie di rifiuti, prosegue New Atlas. E non solo, parliamo di un tipo di rifiuto che può cambiare in maniera drastica le sue proprietà nel tempo</em>.</p>



<p>Concentriamoci perciò sulle scorie prodotte da centrali nucleari. Altra definizione, in questo caso quella di combustibile nucleare offerta dal <a href="https://www.mase.gov.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica</a>: “<em>Le materie fissili impiegate o destinate a essere impiegate in un impianto nucleare. Sono inclusi l&#8217;uranio in forma di metallo, di lega o di composto chimico (compreso l&#8217;uranio naturale), il plutonio in forma di metallo, di lega o di composto chimico e ogni altra materia fissile che sarà qualificata come combustibile con decisione del Comitato direttivo dell&#8217;Agenzia per l&#8217;energia nucleare (NEA &#8211; Nuclear Energy Agency) dell&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE)</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come avvengono i processi in un reattore nucleare</h2>



<p>Nelle centrali nucleari tradizionali questo combustibile è sottoforma di pellett, contenente uranio arricchito. Ovvero che presenta un maggior contenuto dell’isotopo 235 U. <br>I cilindretti di uranio sono inseriti dentro dei tubi di lega metallica, ovvero delle barre raccolte in fasce. A loro volte queste fasce sono immerse in acqua, che serve a refrigerare il tutto.</p>



<p>Avviene quindi la divisione degli atomi di uranio che producono ciascuno due neutroni. All’interno del reattore questo processo viene rallentato in modo tale che i neutroni possano essere assorbiti da un atomo di uranio-235. In questo modo avviene un’altra divisione con conseguenti due neutroni emessi, a loro volta assorbiti da altri atomi. Così avviene la reazione nucleare, spiegata in maniera brutale, con conseguente produzione di energia e trasformazione di alcuni atomi di uranio-238 in plutonio nell’assorbire i neutroni. Si creano anche altri isotopi come il cesio-137 o lo stronzio-90. Il combustibile si esaurisce e diventa un rifiuto quando si consuma una quantità sufficiente di uranio-235.</p>



<p>Come riporta inoltre New Atlas, “<em>un singolo grammo di uranio rilascia l&#8217;energia equivalente a tre tonnellate di carbone. Ciò significa che in un grande reattore da gigawatt vengono prodotte meno di 30 tonnellate di combustibile esausto all&#8217;anno</em>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’impatto dei rifiuti nucleari</h2>



<p>Ma che fare con tutto questo scarto? Abbiamo parlato delle paure dell’opinione pubblica, in merito anzitutto alla radiazione emessa dai rifiuti. Anche qui qualche dato per capire di cosa stiamo parlando, e ci viene in soccorso sempre New Atlas. “<em>I rifiuti ad alto livello costituiscono il 3% del combustibile esaurito in volume, ma producono il 95% della radioattività. Non solo sono altamente radioattivi, ma sono anche termicamente caldi, quindi devono essere schermati con cura e possono essere maneggiati solo da manipolatori a distanza. Per dare un&#8217;idea di quanto siano radioattivi questi rifiuti quando escono dal reattore, emettono 10.000 rem/ora di radiazioni per i successivi 10 anni. Bastano solo 500 rem/ora per uccidere un essere umano</em>”.</p>



<p>Insomma, possono rappresentare effettivamente un pericolo. Considerando inoltre che, come abbiamo detto in precedenza, i rifiuti nel corso della loro emivita (ovvero il tempo di decadimento della massa iniziale) mutano da un elemento all’altro. Alcuni di essi possono richiedere anche una quantità di tempo notevole, come il plutonio-239 che impiega 24.000 anni per decadere. Lo iodio-131 necessita di meno tempo, ma emette però più radiazioni del plutonio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo stoccaggio dei rifiuti nucleari</h2>



<p>Di conseguenza il combustibile esausto nelle centrali nucleari viene immerso in piscine di stoccaggio per alcuni anni. Per ridurre la radioattività di un millesimo in genere bisogna attendere un quarantennio. Per scorie di alto livello si passa quindi a livello intermedio, con una radiazione più leggera e la trasformazione in elementi transuranici.</p>



<p>Dopo il raffreddamento nelle vasche, le barre raffreddate di combustibile vengono immesse in fusti, dove rimangono per un decennio e possono resistere a calamità naturali o attacchi terroristici. In fase di stoccaggio il combustibile viene estratto dalle barre. A loro volta i rifiuti ad alto livello diventano una polvere essiccata, mescolata con vetro fuso. Il risultato viene versato in contenitori in acciaio inossidabile di un metro di altezza, e quindi lasciato raffreddare. Questo processo consente di ridurre le emissioni di radiazioni con la dispersione nel vetro. Quindi, questi contenitori vengono inviati nella struttura di stoccaggio.</p>



<p>Esistono comunque diverse opzioni teoriche che vanno al di là dell’attuale stoccaggio in siti geologicamente stabili, come il contenimento delle scorie in involucri in acciaio e confinati nella calotta glaciale antartica, sepolti per 100.000 anni sotto il ghiaccio. O spediti in pozzi profondi tra due placche tettoniche e quindi lasciati sprofondare nel mantello fuso della Terra, riporta New Atlas. O ancora nelle profondità oceaniche, facendoli sprofondare anche qui ma nel limo.</p>



<p>Sono tutti metodi che presentano aspetti critici per via delle implicazioni tecniche o geopolitiche. Ma anche in termini di eventuale recupero dei rifiuti una volta smaltiti. Questo perché le scorie possono essere “riciclate” per la creazione di nuovo combustibile. Oppure contenere al loro interno isotopi nucleari utili ad esempio nell’industria medica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I depositi di stoccaggio in Italia e il progetto nazionale al vaglio</h2>



<p>In Italia, come riporta il Sole 24 Ore, esistono 100 depositi di stoccaggio in 22 siti. In essi vengono confinati i prodotti di scarto medicali di bassa e media attività. Non esiste però un deposito nazionale vero e proprio di smaltimento definitivo (cosa che ha determinato una procedura di infrazione al nostro Paese da parte della Commissione Europea). Tuttavia siamo in fase procedurale, in attesa di un’autorizzazione unica prevista per il 2029 e una entrata in servizio stimata entro il 2039.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le possibili aree dove nascerà il deposito nazionale</h2>



<p>Per quanto riguarda le aree potenziali, esse sono state individuate in Basilicata (10 in tutto), a cavallo con la Puglia (4) e una nella stessa regione, nel Lazio e in particolare nel viterbese (21), nell’alessandrino in Piemonte (5), in Sardegna (8) e in Sicilia (2).</p>



<p>Come ha spiegato il ministro dell’Ambiente Picchetto Fratin si tratta di proposte del CNAI, al vaglio dell’Autorità di regolamentazione per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, e ancora nulla è stato deciso “<em>sino al completamento della procedura di Valutazione Ambientale Strategica</em>“, coinvolgendo le amministrazioni locali. Il ministro ha anche sottolineato l’importanza del Deposito anche come opportunità di sviluppo per i territori coinvolti.</p>



<p>Il termine a disposizione delle amministrazioni locali per inviare le proprie osservazioni sulla Carta Nazionale delle Aree Idonee è scaduto lo scorso 26 dicembre. Ma il ministero ha concesso una proroga di trenta giorni “<em>al fine di consentire un coinvolgimento, un dialogo e una valutazione migliori da parte delle autonomie locali</em>”.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/rifiuti-nucleari-cosa-sono-e-come-smaltirli-il-caso-dellitalia/">Rifiuti nucleari: cosa sono e come smaltirli. Il caso dell’Italia</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Plastica, una organizzazione no-profit presenta la sua soluzione per il vortice di rifiuti negli Oceani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2024 15:09:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2024/11/Plastica.jpg" type="image/jpeg" />Un vortice di rifiuti di plastica, con le dimensioni del Queensland, sta facendo il giro dell&#8217;Oceano Pacifico.La plastica oceanica si accumula in cinque aree, la più grande è la Great Pacific Garbage Patch, situata tra le Hawaii e la California. La Great Pacific Garbage Patch è stimata essere il doppio del Texas, il triplo delle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/plastica-lenorme-vortice-di-rifiuti-negli-oceani/">Plastica, una organizzazione no-profit presenta la sua soluzione per il vortice di rifiuti negli Oceani</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Un vortice di rifiuti di plastica, con le dimensioni del Queensland, sta facendo il giro dell&#8217;Oceano Pacifico.<br>La plastica oceanica si accumula in cinque aree, la più grande è la <strong>Great Pacific Garbage Patch</strong>, situata tra le Hawaii e la California.</em></p>
</blockquote>



<p>La <strong>Great Pacific Garbage Patch</strong> è stimata essere il doppio del Texas, il triplo delle dimensioni della Francia o della Thailandia.<br>Circa 100 milioni di chilogrammi di plastica galleggiano nella Great Pacific Garbage Patch, che contiene 1,8 trilioni di pezzi più grandi di 0,5 mm.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Great Pacific Garbage Patch</h2>



<p>Si tratta di circa 160 pezzi per persona che vivono sul pianeta.<br>Circa il 92% della massa di plastica galleggiante nella Great Pacific Garbage Patch è costituita da oggetti più grandi, che si frammentano continuamente in pezzi più piccoli.<br>Solo circa l&#8217;8% della massa è di microplastica.<br>Si stima che vengano immesse, ogni anno, negli Oceani, da 1,15 a 2,41 milioni di tonnellate di plastica.<br>Le plastiche più resistenti mostrano resilienza nell&#8217;ambiente marino.<br>Una volta che queste materie plastiche entrano nel vortice è improbabile che lascino l&#8217;area fino a quando non si degradano in microplastiche più piccole sotto gli effetti del sole, delle onde e dell’ecosistema marino. &nbsp;<br>Man mano che sempre più plastica viene abbandonata nell’ambiente, la concentrazione di microplastica nella Great Pacific Garbage Patch continuerà ad aumentare.<br>A causa delle variabili stagionali e interannuali di vento e correnti, la posizione e la forma del GPGP è in continua evoluzione.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading">Contenere ed eliminare questa dispersione di materiali</h2>



<p>Per contenere e poi eliminare questa dispersione di materiali negli Oceani non solo e’ necessario impedire ad ulteriore plastica di fluire negli Oceani, ma anche necessario ripulire ciò che è già disperso.<br>Se lasciata circolare, la plastica avrà un impatto sui nostri ecosistemi, sulla salute e sulle economie per decenni o addirittura secoli.<br>La ONG <strong>Ocean Cleanup</strong> ha affermato che la sua tecnologia potrebbe ripulire la patch in &#8220;un tempo opportuno e con costi trasparenti&#8221;.<br>Per pulire un&#8217;area di dimensioni considerevoli come il <strong>Great Pacific Garbage Patch</strong> è necessaria una soluzione strategica ed efficiente dal punto di vista energetico.<br>Con una relativa differenza di velocità mantenuta tra il sistema di pulizia e la plastica vengono create coste artificiali per concentrare la plastica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La soluzione di Ocean Cleanup</h2>



<p>Il sistema è composto da una lunga barriera a forma di U che guida la plastica in una zona di ritenzione all&#8217;estremità. Attraverso la propulsione attiva viene mantenuta una lenta velocità in avanti con il sistema.<br>Per pulire un&#8217;area di queste dimensioni, è necessaria una soluzione strategica ed efficiente dal punto di vista energetico.<br>I sistemi galleggianti di Ocean Cleanup sono progettati per catturare materie plastiche che vanno da piccoli pezzi, di dimensioni solo millimetriche, fino a grandi detriti, tra cui reti da pesca, che possono essere larghe decine di metri.<br>Ocean Cleanup prevede di essere in grado di rimuovere il 90% della plastica oceanica galleggiante entro il 2040.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La tecnologia di estrazione</h2>



<p>La ONG ha dichiarato di aver rimosso più di 45.000 chilogrammi di rifiuti e lo 0,5%, dei rifiuti nella Great Pacific Garbage Patch negli ultimi tre anni.<br>L’Ocean Cleanup ha sviluppato un localizzatore GPS che emula il modo in cui la plastica si muove nell’oceano e un drone con telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale che possono essere utilizzate per rilevare gli hotspot dell’inquinamento.<br>L’organizzazione utilizza anche una tecnologia di estrazione nota come <em><strong>“System 03” </strong></em>per estrarre enormi volumi di plastica dai vortici oceanici, che sono grandi sistemi di correnti oceaniche circolanti formate da modelli di vento e forza di rotazione della Terra.<br>La tecnologia di estrazione <em>&#8220;System 03&#8221; </em>è costituita da una barriera galleggiante di circa 2,2 km, che viene trainata tra due navi a movimento lento.<br>L’organizzazione ha detto che, secondo i suoi dati estrapolati, il problema potrebbe essere risolto in cinque anni, con un costo pari a $ 6 miliardi.<br>La strategia delineata da Ocean Cleanup prevede l’intercettazione della plastica e della spazzatura nei fiumi che scorrono verso il mare, e anche la pulizia di ciò che è già stato accumulato nell’oceano utilizzando le sue tecnologie di identificazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La plastica, impatto sulla salute e sull’ambiente</h2>



<p>L’aumento dei consumi combinato con una gestione impropria dei rifiuti in molti paesi ha reso l’inquinamento da plastica un problema a livello mondiale, causando danni non solo all’ambiente, ma anche alla salute umana e alle economie.<br>Gli esseri umani producono oltre 400 milioni di tonnellate di plastica all’anno.<br>Questo è all’incirca il peso di tutti gli esseri umani sul pianeta e si prevede che la produzione di plastica continuerà a salire.<br>Di questi 400 milioni di tonnellate che vengono prodotte ogni anno negli Oceani finisce meno dello 0,5%.<br>Questo perché solo una piccola parte di plastica viene smaltita in modo errato e una parte ancora più piccola di questo entra nei corsi d&#8217;acqua.<br>Ciò non significa che il problema dell’inquinamento da plastica oceanica sia irrilevante.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La gestione dei rifiuti</h2>



<p>Le infrastrutture di utilizzo e gestione dei rifiuti in plastica differiscono in tutto il mondo.<br>Solo il 9% viene riciclato e circa il 22% dei rifiuti di plastica in tutto il mondo o non viene raccolto o viene smaltito in modo improprio.<br>Le persone nei paesi ad alto reddito consumano più plastica, ma i sistemi di gestione dei rifiuti sono di solito efficaci, il che significa che anche se c&#8217;è molta plastica in giro, è per lo più tenuto fuori dall&#8217;ambiente naturale.<br>Nel frattempo, i paesi a basso reddito consumano meno plastica. Le emissioni di questi paesi rimangono basse anche se mancano le infrastrutture locali di gestione dei rifiuti.<br>La maggior parte delle emissioni di plastica proviene da paesi a medio reddito, dove l&#8217;uso della plastica è in crescita, ma la mancanza di sistemi di gestione dei rifiuti adeguati presenta sfide nell&#8217;affrontare l&#8217;aumento dei consumi.<br>Durante le tempeste e altri eventi di forti piogge, le emissioni di plastica possono aumentare fino a dieci volte quando la spazzatura si riversa nei corsi d&#8217;acqua.<br>I fiumi sono le arterie che trasportano la plastica dalla terra al mare.<br>Tuttavia, non tutta la plastica presente in un fiume finirà nell’oceano. Molti oggetti affondano sul letto del fiume o rimangono bloccati da qualche parte lungo il sistema fluviale.<br>Pertanto, le città costiere nei paesi a medio reddito sono gli hotspot di emissioni di plastica più rilevanti.<br>Quasi la metà della plastica affonda direttamente a causa della sua bassa galleggiabilità. Dell&#8217;altra metà che galleggia, la maggior parte di esso non va lontano, ma si fermerà su una costa.<br>Ciò può avere gravi conseguenze per l&#8217;ambiente costiero e per le industrie della pesca e del turismo, nonché per gli elevati costi di pulizia per le comunità costiere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non solo plastica come forma di inquinamento</h2>



<p>La plastica proveniente dai fiumi è la principale fonte di inquinamento per gli Oceani, ma vi è un&#8217;altra importante fonte di plastica nella Great Pacific Garbage Patch: gli attrezzi da pesca.<br>Circa l’80% della plastica nel GPGP proviene dalle attività di pesca in mare.<br>Le boe, trappole, casse, reti e distanziatori di ostriche sono esempi di attrezzi legati alla pesca trovati nella Great Pacific Garbage Patch.<br>Le attrezzature da pesca perse o scaricate in mare hanno una probabilità molto più alta di accumularsi al largo, perché emesse lontano dalle coste, sono meno propense a tornare naturalmente a riva. Gli attrezzi da pesca sono progettati per sopravvivere in acqua per lunghi periodi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Microplastiche</h2>



<p>Quando si parla di microplastiche è utile distinguere tra <strong>microplastiche primarie</strong> e <strong>secondarie</strong>. Le microplastiche primarie, come i nurdles e le microsfere cosmetiche, sono prodotte in quelle dimensioni.<br>Le microplastiche secondarie provengono dalla degradazione di oggetti più grandi. Due principali fonti di microplastica secondaria da/sul territorio sono pneumatici per veicoli e abbigliamento sintetico.<br>Le microplastiche sono molto più difficili da pulire e, a causa delle loro piccole dimensioni, aumentano la loro biodisponibilità, il che significa che possono potenzialmente avere un impatto su più specie rispetto a oggetti più grandi.<br>L’Ocean Cleanup rimuove gli oggetti di plastica dall’oceano mentre sono ancora a una dimensione “macroplastica” più grande, per impedire a questi oggetti di rompersi in pezzi più piccoli e formare microplastiche.<br>Qualsiasi ecosistema marino è finemente bilanciato e qualsiasi cambiamento in tale equilibrio può avere un impatto serio sui suoi abitanti.<br>I detriti di plastica galleggianti possono consentire a specie come gli organismi costieri di diffondersi lontano dai loro ambienti abituali e prosperare in mare aperto, sconvolgendo l’equilibrio dell’ecosistema marino.<br>Alcune materie plastiche non contengono solo additivi nocivi e sostanze chimiche, ma fungono anche da magneti per le tossine dall&#8217;aria o dall&#8217;acqua circostante.<br>Gli oggetti più grandi aumentano i livelli di microplastiche nelle acque in modo esponenziale.<br>Quelli più piccoli viaggiano lungo la catena alimentare, arrivando fino a noi umani.</p>



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		<title>L&#8217;Intelligenza Artificiale e&#8217; anche un moltiplicatore dei rifiuti elettronici che inquinano l&#8217;ambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 10:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[E-waste]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2024/11/E-waste.jpg" type="image/jpeg" />Il boom dell’intelligenza artificiale non sta solo impattando sul consumo di energia e acqua, ma sta anche creando una quantità senza precedenti di rifiuti elettronici. Lo studio annuale sulle tendenze dell’IA dello Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence (HAI) ha fatto emergere che gli investimenti privati nell’IA sono passati da 3 miliardi di dollari nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/intelligenza-artificiale-limpatto-dei-rifiuti-elettronici-sullambiente/">L&#8217;Intelligenza Artificiale e&#8217; anche un moltiplicatore dei rifiuti elettronici che inquinano l&#8217;ambiente</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p><em>Il boom dell’intelligenza artificiale non sta solo impattando sul consumo di energia e acqua, ma sta anche creando una quantità senza precedenti di rifiuti elettronici.</em></p>
</blockquote>



<p>Lo studio annuale sulle tendenze dell’IA dello <a href="https://aiindex.stanford.edu/report/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence (HAI)</a> ha fatto emergere che gli investimenti privati nell’IA sono passati da 3 miliardi di dollari nel 2022 a 25 miliardi di dollari nel 2023, con le aziende che adottano strumenti di intelligenza artificiale più velocemente che mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Massiccio uso di componenti hardware</h2>



<p>Nel 2023, le aziende tecnologiche hanno prodotto 51 sistemi di apprendimento automatico significativi, mentre il mondo accademico ne ha prodotti solo 15.<br>Questi dati sono determinanti per impattare sulle aziende costringendole ad aggiornare continuamente gli hardware dei data center, scartando le apparecchiature ancora funzionanti per l’acquisto di macchine più performanti per mantenere un vantaggio competitivo.<br>Questo massiccio uso di componenti per alimentare l’hardware che gestisce modelli di intelligenza artificiale sta imponendo alle aziende di scartare milioni di tonnellate di componenti elettronici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La gestione dei rifiuti elettronici</h2>



<p>Nature Computational Science, nel suo paper <a href="https://www.nature.com/articles/s43588-024-00712-6" target="_blank" rel="noreferrer noopener">E-waste challenges of generative artificial intelligence</a>, evidenzia come l’intelligenza artificiale generativa (GAI) richieda risorse computazionali sostanziali per la formazione e l’inferenza dei modelli, ma le implicazioni elettroniche (e-waste) del GAI e le sue strategie di gestione rimangono sottoesplose.<br>Il documento introduce un framework di analisi del flusso di materiale basato sulla potenza computazionale per quantificare ed esplorare modi di gestire i rifiuti elettronici generati dal GAI, con particolare attenzione ai modelli linguistici di grandi dimensioni.<br>I risultati indicano che questo flusso di rifiuti elettronici potrebbe aumentare, raggiungendo potenzialmente un accumulo totale di 1,2-5,0 milioni di tonnellate durante il 2020-2030.<br>Ciò può essere intensificato nel contesto delle restrizioni geopolitiche sulle importazioni di semiconduttori e del rapido turnover dei server per i risparmi sui costi operativi.<br>Tuttavia l’implementazione di strategie di economia circolare lungo la catena del valore GAI potrebbe ridurre la generazione di rifiuti elettronici del 16-86%, sottolineando l&#8217;importanza di una gestione proattiva dei rifiuti elettronici di fronte all&#8217;avanzamento delle tecnologie GAI.<br>I modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT, Claude o LlaMa da soli potrebbero generare 2,75 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all’anno, aumentando gravemente l’impatto ambientale dell’IA.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La geografia degli e-waste</h2>



<p>Il flusso di rifiuti sta crescendo a un ritmo allarmante, con un tasso di crescita composto annuo del 110%, superando drammaticamente la crescita del 2,8% dei rifiuti elettronici convenzionali come schermi e lavatrici.<br>La geografia di questa crisi è molto concentrata.<br>Il Nord America è in testa con il 58% dei rifiuti elettronici legati all’IA, seguito dall’Asia orientale, al 25%, e dall’Europa al 14%, secondo una ricerca dell’Accademia cinese delle scienze e dell’Università del Reichman.<br>Oltre alle enormi quantità di rifiuti elettronici, l’industria dell’IA in generale sta consumando enormi quantità di risorse.<br>Per ogni 4 query, ChatGPT consuma mezzo litro di acqua.<br>Se si pensa che ChatGPT ha oltre 220 milioni di visitatori ogni mese è facile comprendere il motivo di un incremento significativo dei costi idrici, quasi raddoppiati in meno di un decennio, in tutte quelle città vicino ai data center dell’IA.<br>Si stima che entro il 2030, questi rifiuti conterranno quasi un milione di tonnellate di piombo, 6.000 tonnellate di bario, nonché’ significative quantità di cadmio, antimonio e mercurio.<br>Tutti questi elementi non possono che non avere ulteriori impatti sull’ambiente con rischi ben documentati per il suolo, l’acqua e la salute pubblica.<br>Il riciclo e’ fondamentale. I metalli come oro, argento e platino utilizzati nei server scartati rappresentano un significativo potenziale finanziario se recuperati. Lo studio stima che un corretto riciclaggio di questi metalli potrebbe iniettare 70 miliardi di dollari nell’economia.</p>
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