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	<title>PNRR Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>PNRR Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>La Fondazione RESTART e i 116 milioni del PNRR: ora è tempo di trasparenza e responsabilità</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/fondazione-restart-116-milioni-pnrr-tempo-trasparenza-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 07:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Restart]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine_ottimizzata-1.jpg" type="image/jpeg" />Non serve dichiararsi ligi al rispetto delle attività formali, che diamo per scontate, occorre avere la responsabilità di dire cosa realmente ha portato di nuovo un investimento pubblico di ricerca sulle telecomunicazioni di tale portata, quale salto di qualità ha consentito al settore, a parte il percorso di crescita personale o professionale di questo o [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/fondazione-restart-116-milioni-pnrr-tempo-trasparenza-responsabilita/">La Fondazione RESTART e i 116 milioni del PNRR: ora è tempo di trasparenza e responsabilità</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/immagine_ottimizzata-1.jpg" type="image/jpeg" />
<p><em>Non serve dichiararsi ligi al rispetto delle attività formali, che diamo per scontate, occorre avere la <strong>responsabilità </strong>di dire cosa realmente ha portato di nuovo un investimento pubblico di ricerca sulle telecomunicazioni di tale portata, quale salto di qualità ha consentito al settore, a parte il percorso di crescita personale o professionale di questo o quel professore.</em></p>



<p><em>Serve un atto semplice e doveroso: dire se quei <strong>116 milioni di euro</strong> del Progetto RESTART diretto da Nicola Blefari Melazzi, con numeri, risultati e impatti industriali misurabili, siano stati utili agli interessi di alcune sacche del mondo universitario o se siano effettivamente serviti al Paese e alle sue esigenze industriali e di innovazione.</em></p>



<p>Nel dibattito pubblico italiano sul digitale, sull’innovazione e sulla sovranità tecnologica, ricorre spesso una parola e questa parola è: “<strong>Responsabilità</strong>”.</p>



<p>Responsabilità nell’uso delle risorse, nella scelta delle priorità, nella capacità di trasformare i fondi pubblici in risultati concreti, al di là della correttezza formale degli adempimenti di rendicontazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa è il Progetto RESTART?</h2>



<p>È proprio alla luce di questo principio che il progetto <strong>RESTART</strong>, condotto dalla omonima Fondazione presieduta dal prof. <strong>Nicola Blefari Melazzi</strong> merita oggi una domanda semplice, ma inevitabile: “<em>Come sono stati spesi i <strong>116 milioni di euro</strong> provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”</em>?<br>È a tutti chiaro che <strong>116 milioni di euro</strong> non siano una cifra marginale.<br>Sono risorse straordinarie, soldi europei presi a prestito e in buona parte da restituire, pensati per rilanciare il Paese dopo una crisi epocale.<br>Ora il progetto <strong>RESTART</strong> è concluso. Lecito, anzi utile, chiedersi cosa abbia portato, ovvero quali risultati siano scaturiti da quei <strong>116 milioni di euro</strong> e che tipo di applicazioni avranno sui mercati nazionali o internazionali di telecomunicazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla rendicontazione formale al progetto di crescita?</h2>



<p>Non parliamo in alcun modo, sia chiaro, di destinazioni distorte delle risorse, ci mancherebbe, anzi immaginiamo che tutto sia stato fatto nel più assoluto rispetto delle formali regole contabili.</p>



<p>Tuttavia avrebbero queste risorse potuto tradursi in infrastrutture migliori, competenze rafforzate, tecnologie operative, benefici misurabili per cittadini e imprese, trasferimenti alle aziende, rafforzamento del rapporto (non solo formale o strumentale) di queste con il mondo della ricerca, come accade nei paesi dove l’innovazione tecnologica corre?</p>



<p>Purtroppo a distanza di tre anni dal lancio del progetto, avvenuto nel gennaio 2023, il quadro che emerge dà risultati deludenti dal punto di vista delle prospettive di mercato, al punto che appare lecito farsi qualche domanda.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come nasce la Fondazione RESTART?</h2>



<p>Partiamo dal nome stesso della Fondazione, <strong>RESTART</strong>, che indica la volontà programmatica di assicurare una nuova partenza, ma verso quale punto di approdo e a favore di chi?</p>



<p>Il problema non è l’esistenza del progetto <strong>RESTART</strong> in sé, né la legittimità di finanziare ricerca, studi, coordinamento o iniziative accademiche, ci mancherebbe. Ma alcune regole di trasparenza andrebbero assecondate.</p>



<p>Il progetto <strong>RESTART</strong> è stato condotto per tre anni dalla omonima Fondazione, ma questo progetto è stato formalmente assegnato dal MUR alla <strong>Università di Tor Vergata</strong>.</p>



<p>Non è chiaro come entri in ballo la <strong>Fondazione RESTART</strong>, come e perché venga costituita, chi siano i suoi promotori, quali le regole di governance nella gestione di quel finanziamento.</p>



<p>Abbiamo anche cercato ovunque nel sito della <strong>Fondazione RESTART</strong> e nel sito dell’<strong>Università di Tor Vergata</strong>, ma non abbiamo trovato traccia di Atto Costitutivo e di Statuto della <strong>Fondazione RESTART</strong>. Ignoriamo pertanto il meccanismo di trasferimento di titolarità del progetto o le regole di assegnazione esecutiva intercorsi tra <strong>Università di Tor Vergata</strong> e <strong>Fondazione RESTART</strong>. Saremo grati a chi ci indicherà un angolo di web dove trovarli.</p>



<p>E ora entriamo nel merito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un finanziamento ricco, ma con quali risultati?</h2>



<p>Abbiamo dato una occhiata alle evidenze pubbliche, quanto sintetiche, di rendicontazione delle attività e ne viene fuori un quadro che sarà certamente in linea con le prescrizioni originarie del progetto, ma che a nostro parere porta e porterà ben poco al mercato a cui dice di voler contribuire. Risulta pertanto più che lecito farsi qualche domanda.</p>



<p>Quanti progetti concreti sono stati realizzati? <br>Quali infrastrutture digitali sono oggi operative grazie a quei fondi e quali benefici tangibili sono arrivati al sistema produttivo italiano, alle PMI, ai territori? Quali prototipi sono venuti fuori?</p>



<p>Domande legittime che, ad oggi, non sembrano trovare risposte altrettanto chiare. Almeno non ne vediamo a portata di mano, né ci viene in aiuto quanto pubblicato sul sito della Fondazione <strong>RESTART</strong>.</p>



<p>Il rischio qui è evidente. E consiste nell’assistere ancora una volta alla trasformazione di una straordinaria opportunità industriale in una sequenza di convegni, documenti, <em>advisory board</em> e report autoreferenziali. Attività forse utili per chi le produce, ma irrilevanti per il Paese, se non si traducono in <em>execution</em>, impatto e scalabilità industriale.</p>



<p>Da ricordare come i 14 Partenariati Estesi assegnati dal MUR (<strong>RESTART</strong> è il 14.mo) sono destinati a università, centri di ricerca e aziende, il che presuppone un occhio attento anche alle ricadute dirette sul sistema industriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un rendiconto delle attività che appare fumoso e poco orientato agli interessi dell’industria di settore</h2>



<p>Abbiamo letto con attenzione i <strong>KPI </strong>di <strong>RESTART</strong> e siamo rimasti per la verità sconcertati.</p>



<p>Si tratta, tra le altre cose, di un lungo e interminabile elenco di paper, carte su carte, analisi su analisi, scenari compilativi di cui internet è pieno, assieme a partecipazioni a tante Conferenze, uscite stampa, video, partecipazioni a Fiere, workshop in tutte o quasi le università partner, addirittura una lista di Partner interessati a <strong>RESTART</strong> (?) e, udite udite, fino l’indicazione dei follower racimolati su <strong>Linkedin</strong>.</p>



<p>Censurabile infine l’organizzazione dell’evento di chiusura che si celebrerà proprio stamane e per ben tre giorni, per presentare i risultati del progetto <strong>RESTART</strong>, un progetto finanziato con soldi pubblici, che è stato assegnato ad una università pubblica, che ha fondi di una certa rilevanza destinati alla disseminazione dei risultati, che però fa pagare l’ingresso alla conferenza di chiusura e di presentazione dei risultati con un biglietto d’ingresso peraltro costoso. <br>Un modo antipatico per filtrare la platea?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Meglio ricordare le ragioni del PNRR e perché ci siamo indebitati sino al collo</h2>



<p>Ma torniamo al cuore del problema.</p>



<p>Il <strong>PNRR</strong> nel suo complesso, va ricordato, non è stato pensato per finanziare ecosistemi chiusi o circuiti autoreferenziali, ma per cambiare strutturalmente l’Italia.</p>



<p>Ed è per questo che ci siamo indebitati sino al collo.</p>



<p>In un momento in cui alle imprese si chiede efficienza, risultati, <em>accountability</em>, non è francamente accettabile che progetti finanziati con fondi pubblici non siano sottoposti allo stesso livello di analitico scrutinio, e precisiamo non sotto il profilo della rendicontazione formale (su cui non abbiamo alcun dubbio…), ma della sostanza dei risultati capaci di accrescere la portata industriale del Paese e da sottoporre alla collettività e alla comunità di osservatori ed esperti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Occorre più trasparenza</h2>



<p>La trasparenza non è e non può essere un fastidio burocratico.</p>



<p>È il presupposto della credibilità.</p>



<p>Senza dati, senza <strong>KPI</strong> plausibili e non formali, senza obiettivi verificabili in chiave industriale, ogni narrazione sull’innovazione rischia di diventare retorica.</p>



<p>Infine, c’è una questione di principio politico e istituzionale.</p>



<p>In generale, ogni euro del <strong>PNRR </strong>speso male o in modo opaco è un euro sottratto a investimenti reali: reti, piattaforme, competenze, industria.</p>



<p>È un autogol per l’Italia, soprattutto mentre altri Paesi europei usano le stesse risorse per rafforzare il proprio posizionamento tecnologico e industriale.</p>



<p>Non serve dichiararsi ligi al rispetto degli adempimenti formali previsti da un progetto pubblico, rispetto che diamo per scontato. Occorre avere la <strong>responsabilità </strong>di dire cosa realmente ha portato di nuovo un investimento pubblico di ricerca sulle telecomunicazioni di tale portata e quale salto industriale di qualità ha consentito al settore, a parte il percorso di crescita personale o professionale di questo o quel professore.</p>



<p>Serve un atto semplice e doveroso: dire se quei <strong>116 milioni di euro </strong>del Progetto <strong>RESTART</strong> diretto dal <strong>prof. Nicola Blefari Melazzi</strong>, con numeri, risultati e impatti industriali misurabili siano stati utili agli interessi di alcune sacche del mondo universitario o se siano effettivamente serviti al Paese e alle sue esigenze industriali e di innovazione.</p>



<p>Tutto il resto è rumore. Il tempo dei convegni è finito. Ora è tempo di fatti.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;Europa pronta a usare per la difesa i fondi non spesi del Recovery Fund. L&#8217;Italia rischia di perdere i fondi del PNRR?</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/leuropa-pronta-a-usare-per-la-difesa-i-fondi-non-spesi-del-recovery-fund-litalia-rischia-di-perdere-i-fondi-del-pnrr/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2025 08:56:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/02/shutterstock_1962430072-scaled.jpg" type="image/jpeg" />Se l&#8217;Unione Europea decidesse di riallocare alla difesa le risorse non ancora utilizzate dal PNNR entro il 2026, il rischio per l&#8217;Italia sarebbe concreto. Le risorse che non siamo stati in grado di spendere potrebbero essere dirottate altrove, privando l&#8217;economia nazionale di un&#8217;opportunità cruciale per la modernizzazione e la crescita. L&#8217;Unione Europea sta valutando la [&#8230;]</p>
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<p><em>Se l&#8217;Unione Europea decidesse di riallocare alla difesa le risorse non ancora utilizzate dal PNNR entro il 2026, il rischio per l&#8217;Italia sarebbe concreto. Le risorse che non siamo stati in grado di spendere potrebbero essere dirottate altrove, privando l&#8217;economia nazionale di un&#8217;opportunità cruciale per la modernizzazione e la crescita.</em></p>
</blockquote>



<p>L&#8217;<strong>Unione Europea </strong>sta valutando la possibilità di destinare circa <strong>93 miliardi di euro</strong> di fondi non spesi del <strong>Recovery Fund</strong> alla difesa comune europea. Secondo il <strong><em>Financial Times</em></strong>, questa decisione potrebbe rappresentare sì un punto di svolta per l&#8217;integrazione militare europea, ma solleva anche interrogativi cruciali per i singoli Stati membri, in particolare per l&#8217;Italia.</p>



<p>I <strong>93 miliardi di euro</strong> di cui parla il <strong><em>Financial Times</em></strong> sono risorse formalmente a disposizione degli Stati membri nell’ambito del <strong>Recovery Fund</strong> (in particolare del <strong>Recovery and Resilience Facility, RRF</strong>), ma non ancora “prenotate” o richieste integralmente.</p>



<p>In altre parole, quando l’<strong>Unione Europea </strong>ha messo a disposizione i fondi per fronteggiare la crisi post-pandemica, ha predisposto una quota di sovvenzioni (<em>grants</em>) e una di prestiti (<em>loans</em>), di cui i Paesi avrebbero potuto usufruire presentando i relativi piani di spesa e riforme. Molti Stati membri non hanno richiesto la totalità dei prestiti disponibili, temendo un incremento eccessivo del proprio debito pubblico. Ecco perché è emersa la disponibilità di un vero e proprio “<em>tesoretto</em>” non utilizzato, stimato, appunto in circa <strong>93 miliardi di euro</strong>.</p>



<p>Ora la <strong>Commissione Europea</strong> sta valutando la possibilità di “riorientare” queste risorse verso altre priorità, come la difesa comune, alla luce delle tensioni geopolitiche degli ultimi anni.</p>



<p>Se l’<strong>Unione Europea </strong>dovesse decidere di dirottare una parte di tali fondi verso spese militari, ogni Paese rischierebbe di perdere qualsiasi opportunità di accesso a quelle risorse, tanto più se manifestano lentezza nell’utilizzo dei finanziamenti o non dimostrano di avere un piano di spesa concreto e credibile.</p>



<p>Da qui emergono alcuni quesiti che potrebbero riguardare direttamente l’Italia.</p>



<p>Ad esempio, oltre alla valorizzazione di questo &#8220;tesoretto&#8221;, c&#8217;è il rischio che anche i fondi già assegnati a singoli Paesi e non spesi entro il <strong>2026</strong> siano destinati alla difesa?</p>



<p>L&#8217;Italia è, come è noto, uno dei principali beneficiari del <strong>Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)</strong>. Tuttavia, la capacità di assorbire e spendere efficacemente questi fondi è stata finora limitata da ritardi burocratici e difficoltà nella realizzazione dei progetti.</p>



<p>Se l&#8217;<strong>Unione Europea</strong> decidesse di riallocare le risorse non utilizzate entro il <strong>2026</strong> alla difesa, il rischio per l&#8217;Italia sarebbe concreto: i fondi che il Paese non sarà in grado di spendere potrebbero essere dirottati altrove, privando l&#8217;economia nazionale di un&#8217;opportunità cruciale per la modernizzazione e la crescita.</p>



<p>Questa prospettiva evidenzia due sfide fondamentali.</p>



<p>Da un lato, l&#8217;Italia deve accelerare l&#8217;attuazione del <strong>PNRR</strong> per evitare di perdere finanziamenti essenziali.</p>



<p>Dall&#8217;altro, emerge una questione politica più ampia: l&#8217;<strong>Unione Europea </strong>sta progressivamente riorientando la propria agenda verso la difesa comune, riflettendo le nuove sfide geopolitiche legate al conflitto in <strong>Ucraina</strong> e alle tensioni globali.</p>



<p>Va infine sottolineato che, nonostante alcune ipotesi di dilazione emerse recentemente, sarà molto difficile in questo nuovo contesto ottenere una proroga per l&#8217;utilizzo dei fondi del <strong>PNRR</strong>, i quali dovranno a questo punto essere spesi integralmente entro <strong>giugno 2026</strong>.</p>



<p>Se da una parte il rafforzamento della difesa europea è un obiettivo strategico comprensibile, dall&#8217;altra la riconversione di fondi pensati per stimolare la crescita economica potrebbe penalizzare i Paesi che più ne hanno bisogno.</p>



<p>L&#8217;Italia, quindi, si trova davanti a un bivio: sfruttare al massimo e velocemente le risorse disponibili per la ripresa o rischiare di vederle reindirizzate verso priorità diverse.</p>



<p>Il governo italiano deve agire con urgenza per accelerare i progetti del <strong>PNRR </strong>e assicurarsi che ogni euro destinato al Paese venga effettivamente investito nel rilancio dell&#8217;economia. In parallelo, è necessario un confronto a livello europeo per garantire che eventuali riallocazioni di fondi non penalizzino le economie più fragili. La partita è aperta e il tempo stringe.</p>
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		<item>
		<title>Reti in fibra ottica e PNRR. Il problema non è l’Europa, ma l’Italia</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/reti-in-fibra-ottica-e-pnrr-il-problema-non-e-leuropa-ma-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 11:44:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[fibra]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Reti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/02/Editoriale-fibra.png" type="image/jpeg" />Banda ultralarga a rilento, ma nessuna inadempienza dovuta a mancanza di risorse. L’Unione Europea può e deve incoraggiare la concretizzazione dei progetti, ma non ha il potere di sostituirsi alle amministrazioni nazionali. Basta col dire che la colpa è degli altri. Un editoriale di qualche giorno fa ha insistito sui presunti “tempi biblici” dell’Europa e [&#8230;]</p>
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<p>Banda ultralarga a rilento, ma nessuna inadempienza dovuta a mancanza di risorse. L’Unione Europea può e deve incoraggiare la concretizzazione dei progetti, ma non ha il potere di sostituirsi alle amministrazioni nazionali. Basta col dire che la colpa è degli altri.</p>
</blockquote>



<p>Un editoriale di qualche giorno fa ha insistito sui presunti “<em>tempi biblici</em>” dell’Europa e sul fatto che per l’approvazione del <strong>Digital Networks Act</strong> bisognerà attendere la fine di quest’anno, auspicando l’arrivo di fondi aggiuntivi per la banda extra larga.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il vero problema non e&#8217; la lentezza di Bruxelles</h2>



<p>Non condividiamo affatto il contenuto di quell’editoriale, che vi invitiamo a leggere (<a href="https://www.corrierecomunicazioni.it/telco/tlc-i-tempi-biblici-delleuropa-che-si-perde-nelle-chiacchiere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Tlc, i tempi biblici dell’Europa che si perde nelle chiacchiere</em></strong></a>) perché la realtà dei fatti è ben differente.<br>Il vero problema non è la lentezza di Bruxelles, ma come i fondi europei per le telecomunicazioni vengono – o, come in questo caso, non vengono – utilizzati.<br>L’Unione europea, va ricordato, ha già destinato all’Italia svariati miliardi di euro attraverso il <strong>PNRR</strong>, con l’obiettivo di favorire la transizione digitale e potenziare la rete in fibra ottica. <br>Nonostante ciò, il nostro Paese non sta spendendo in modo efficace queste risorse e i lavori procedono, come è a tutti noto, a rilento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">6,7 miliardi di euro per la connettivita&#8217;</h2>



<p>Secondo i dati del <strong>Ministero delle Imprese e del Made in Italy</strong>, ben <strong>6,7 miliardi di euro </strong>del PNRR sono stati stanziati per progetti italiani di connettività, tra cui il piano “<strong>Italia a 1 Giga</strong>”, che dovrebbe portare la fibra ottica nelle abitazioni e ridurre il digital divide.<br>L’editoriale, ahimè, ignora quasi completamente questi elementi, attribuendo ogni responsabilità alle “<em>chiacchiere</em>” di Bruxelles. <br>Ma qui le chiacchiere, come si usa dire, stanno a zero, dal momento che la Commissione Europea ha erogato i fondi, ma l’implementazione dei progetti italiani è rallentata dalla burocrazia, da gare d’appalto complesse e da ritardi nei cantieri.</p>



<h2 class="wp-block-heading">“<em>Perché le risorse già ampiamente disponibili non sono state sfruttate appieno?</em>”</h2>



<p>La vera domanda, quindi, non è perché il <strong>Digital Networks Act</strong> arriverà a fine anno, ma, piuttosto: “<em>Perché le risorse già ampiamente disponibili non sono state sfruttate appieno?</em>”<br>Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che la Commissione Europea potrebbe esercitare maggiore pressione sugli Stati membri, imponendo tempi certi e controlli più rigidi sull’avanzamento dei lavori. L’Europa può e deve aumentare la vigilanza, intensificando i controlli sull’utilizzo dei fondi del PNRR e intervenendo in presenza di ostacoli burocratici che bloccano la realizzazione dei progetti in fibra ottica. Inoltre, potrebbe prevedere meccanismi di “clausole” per sollecitare i Paesi a rispettare le tempistiche, con la possibilità di sospendere le tranche successive di finanziamento in caso di inadempienza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Attribuire la responsabilita&#8217; a Bruxelles significa semplificare</h2>



<p>Ma, va ricordato una volta per tutte, se il <strong>Piano per la Banda Ultralarga</strong> non prende forma, la colpa non può certo ricadere su presunte responsabilità di Bruxelles. Troppo comodo risolvere i problemi, dicendo che la colpa è degli altri. <br>Detto questo, l’editoriale pecca di superficialità anche perché manca di chiedersi: “<em>Perché l’Italia, pur disponendo di notevoli risorse, non progredisce con l’installazione capillare della fibra, dal momento che dispone già delle somme necessarie per l’investimento?</em>”<br>Attribuire la responsabilità all’Europa (“<em>Tante parole e pochi fatti</em>”) significa semplificare, alterare il corso delle cose, poiché Bruxelles ha già stanziato importi ingenti e non può certo sopperire a inefficienze che spettano soprattutto al Paese risolvere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nessuna inadempienza per mancanza di risorse</h2>



<p>Quindi nessuna inadempienza dovuta a mancanza di risorse. <br>Né vale l’auspicio sprezzante dell’editoriale su Bruxelles che, quanto alla ormai sepolta questione del Fair Share, si perde in &#8220;<em>chiacchiere, senza venirne a capo</em>”.<br>L’Unione Europea, è il caso di ricordarlo, può e deve incoraggiare la concretizzazione dei progetti, ma non ha il potere di sostituirsi alle amministrazioni nazionali. <br>Siano queste a far rispettare tempi e obiettivi, senza alcuna richiesta di ulteriori finanziamenti che appaiono del tutto fuori luogo, perché mai come in questo caso, la colpa non è degli altri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/reti-in-fibra-ottica-e-pnrr-il-problema-non-e-leuropa-ma-litalia/">Reti in fibra ottica e PNRR. Il problema non è l’Europa, ma l’Italia</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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