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	<title>Open Fiber Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Open Fiber Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Open Fiber, la fibra italiana tra interesse pubblico e verità</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-fibra-italiana-interesse-pubblico-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 08:12:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Open-Fiber-1.jpg" type="image/jpeg" />Occorre affermare un&#8217;esigenza di normalità. Perché la fibra non può essere un comunicato arbitrario nel quale si dice ciò che si vuole, né un’etichetta sulla quale si scrive senza alcun controllo una prestazione invece di un’altra. È invece un servizio. E come tale deve essere dichiarato e assicurato all’utente finale, sia esso un nucleo familiare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/open-fiber-fibra-italiana-interesse-pubblico-verita/">Open Fiber, la fibra italiana tra interesse pubblico e verità</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Open-Fiber-1.jpg" type="image/jpeg" />
<p><em>Occorre affermare un&#8217;esigenza di normalità. Perché la fibra non può essere un comunicato arbitrario nel quale si dice ciò che si vuole, né un’etichetta sulla quale si scrive senza alcun controllo una prestazione invece di un’altra. È invece un servizio. E come tale deve essere dichiarato e assicurato all’utente finale, sia esso un nucleo familiare o una impresa (grande, piccola o micro). Intervengano il governo e la UE per tutelare fondi pubblici, efficienza dei servizi e costruzione del futuro.</em></p>



<p>L’Italia della fibra continua a prendersi in giro, con un piccolo esercito di dirigenti pubblici e un bel manipolo di manager che continuano a raccontarci come la <strong>banda ultralarga</strong> italiana sia una delle grandi opere della competitività nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fibra nella nebbia verbale</h2>



<p>Eppure, se consideriamo le vicende del settore allo stato attuale, a inizio del 2026, possiamo solo affermare con più che ragionevole certezza che <strong>Open Fiber</strong>, azienda guidata da <strong>Giuseppe Gola</strong>, è diventata soprattutto un caso di scuola: miliardi movimentati senza criterio, cantieri in perenne ritardo, scadenze di consegna che slittano e un dibattito pubblico intorno a tutto ciò ancora intrappolato in parole ambigue, ma esibite con toni da trionfo, come “<em><u>commercializzazione</u></em>”, “<em><u>collaudabile</u></em>”, “<em><u>vendibile</u></em>”, ma penosamente privi di qualsivoglia elementare metrica che spieghi concretamente se le cose si muovono, con quale velocità e in quale direzione. Quante famiglie sono davvero connesse? Quante imprese? Quante di esse con un servizio attivo e affidabile?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dati con provenienza inidonea e incapacità pubblica di esercitare i controlli</h2>



<p>A questo punto è meglio dichiarare subito l’opacità che sta erodendo tutte le affermazioni fallaci che accompagnano la banda ultralarga di <strong>Open Fiber</strong> in Italia. È una opacità che distrugge ogni forma di credibilità e condiziona pesantemente su ciò che si dice e che si sente sul tema, dal momento che molti dei dati che circolano nel racconto pubblico provengono da comunicazioni degli stessi soggetti coinvolti, incluso l’operatore. Nel caso di <strong>Open Fiber</strong>, quando si citano cifre “<em><u>di copertura</u></em>” o di “<em><u>disponibilità alla vendita</u></em>” si tratta, per loro natura, di dati dichiarati dall’azienda. Il punto non è di bollare le informazioni circolanti come “dati falsati”, ma semplicemente il fatto che un progetto così rilevante, finanziato e protetto con risorse pubbliche, non può basare la propria legittimazione su numeri auto-dichiarati o difficili da verificare dall’esterno. E questo chiama in causa gli enti incaricati del controllo sulle realizzazioni, dal momento che quanto dichiarato ufficialmente deve essere misurato con indicatori univoci e attraverso audit indipendenti, pubblici e replicabili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Open Fiber dichiara quello che vuole. E i controlli?</h2>



<p>Sul <strong>Piano Banda Ultralarga</strong> nelle Aree Bianche — indicato da tutti come l’asse storico della rete pubblica in fibra — i dati pubblicati dal soggetto attuatore mostrano un Paese in attività permanente, un modello realizzativo con un’attività priva di soste. Al 31 dicembre 2025 risultano infatti <strong>6.884 Comuni</strong> in commercializzazione, <strong>5.303 Comuni </strong>collaudati, 10.911 cantieri aperti e un importo cumulato dei lavori ordinati dall’inizio del Piano pari a <strong>2.629.505.129 euro</strong>. Sono numeri reali, ufficiali, e raccontano che il lavoro è stato fatto? Apparentemente si. Ma è solo apparenza.</p>



<p>Purtroppo questi numeri raccontano come anche la politica italiana abbia imparato a giocare con le parole, a confondere il semplice avanzamento amministrativo con il risultato finale. Perché un Comune “<em><u>in commercializzazione</u></em>” non è automaticamente una comunità “<em><u>connessa</u></em>”, nel senso in cui lo intende un imprenditore o una scuola. Un Comune classificato con quelle espressioni non garantisce una attivazione rapida, non assicura una qualità stabile, non tutela una concorrenza effettiva, non determina un uso quotidiano. (<em>Fonte</em>: <a href="https://www.infratelitalia.it/archivio-news/notizie/piano-banda-ultralarga-i-dati-sullo-stato-di-avanzamento-al-31-dicembre-2025" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Infratel, stato avanzamento al 31/12/2025</em></strong></a>)</p>



<p>La relazione di avanzamento entra poi nel dettaglio <strong>FTTH</strong>: al 31 dicembre 2025 risultano collaudabili <strong>5.347.338 unità immobiliari</strong>, di cui <strong>5.055.026</strong> collaudate e <strong>292.312</strong> in collaudo, su <strong>6.268.236</strong> unità pianificate nel perimetro <strong>FTTH</strong> del Piano. Anche qui: progresso concreto, ma ancora non sufficiente a chiudere la questione essenziale e concreta: quali sono effettivamente i numeri di riferimento? E già, semplicemente perché (ed è quello che occorre ricordare a lor signori) “<em><u>collaudato</u></em>” non significa “<em><u>attivo</u></em>”, e “<em><u>attivo</u></em>” non significa “<em><u>usato</u></em>”.</p>



<p>Senza un indicatore pubblico, condiviso, affidabile e semplice sulle linee realmente accese e funzionanti, il Paese resta in una zona grigia dove ogni comunicazione può sembrare un successo e ogni ritardo una sfumatura ininfluente. (<em>Fonte</em>: <a href="https://www.infratelitalia.it/sites/infratel.mise.gov.it/files/Relazione%20Stato%20Avanzamento%20BUL%20%28dicembre%202025%29.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Relazione stato avanzamento BUL dicembre 2025</em></strong></a>)</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia infinita dei ritardi</h2>



<p>E poi ci sono i ritardi, quelli che non possono più essere trattati come fenomeni meteorologici inaspettati e determinati dalle bizzarrie del Climate Change.</p>



<p>Nella stessa relazione sopra citata, <strong>Infratel</strong> riporta penali applicate per ritardi nella consegna e negli adeguamenti dei progetti esecutivi, tra cui <strong>24.448.750 euro</strong>. Purtroppo quando le penali diventano una voce strutturale, una componente ordinaria di costo, la conclusione è semplice e lascia intendere che il sistema ha normalizzato l’eccezione. (<em>Fonte</em>: stessa relazione <a href="https://www.infratelitalia.it/sites/infratel.mise.gov.it/files/Relazione%20Stato%20Avanzamento%20BUL%20%28dicembre%202025%29.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Infratel, sezione penali</em></strong></a>)</p>



<h2 class="wp-block-heading">La patata bollente di “Italia a 1 Giga”</h2>



<p>Sul <strong>PNRR</strong> la questione aggiunge qualche preoccupazione in più e non di poco conto, perché si trasforma anche in rischio reputazionale per l’Italia in Europa. <strong>Infratel </strong>indica per il Piano “<strong><em>Italia a 1 Giga</em></strong>” un contributo concesso pari a <strong>3.455.437.571 euro</strong>.</p>



<p>Qui non serve retorica, serve contabilità e <em>delivery</em>. Ed è pertanto d’obbligo uscire dai giochi di parole. Occorre chiedersi: quanta parte è stata effettivamente trasformata in connessioni attive? Dove sono i dati comparabili e pubblici che lo dimostrano? (<em>Fonte</em>: <a href="https://www.infratelitalia.it/infratel-italia-per-il-pnrr" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Infratel–PNRR</em></strong></a>)</p>



<p>Ma emerge anche altro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’equivoco dell’FWA</h2>



<p>C’è anche un tema tecnologico che viene trattato come un dettaglio, ma che invece è sostanza. L’<strong>FWA</strong> (<em>Fixed Wireless Access</em>, ovvero l’installazione di soluzioni wireless in sostituzione della fibra) può essere utile, ma diventa un problema politico quando la promessa pubblica era “<em><u>fibra</u></em>” e la realtà si trasforma in un mix che consente di “<em><u>fare numero</u></em>” di connessioni, senza garantire la stessa qualità e durabilità di una <strong>FTTH</strong> piena.</p>



<p>La stessa reportistica <strong>Infratel</strong> registra la componente <strong>FWA</strong> e i relativi collaudi (al 31 dicembre 2025: <strong>2.840 siti</strong> in <strong>FWA</strong> collaudati positivamente su <strong>2.903</strong> collaudabili). Il punto non è demonizzare l’<strong>FWA</strong>: il punto è imporre trasparenza totale su dove, come e perché una soluzione che dovrebbe essere limitata e/o temporanea rischia invece di diventare la scorciatoia permanente per far quadrare numeri che non tornano (<em>Fonti</em>: <strong><em>Pagina avanzamento Infratel e relazione di dicembre 2025, </em></strong><a href="https://www.infratelitalia.it/archivio-news/notizie/piano-banda-ultralarga-i-dati-sullo-stato-di-avanzamento-al-31-dicembre-2025" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>vedi qui</em></strong></a> e <a href="https://www.infratelitalia.it/sites/infratel.mise.gov.it/files/Relazione%20Stato%20Avanzamento%20BUL%20%28dicembre%202025%29.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>qui</em></strong></a>). Un po&#8217; come dire: sono stato incaricato di fare un ponticello in cemento armato, ma dal momento che non ce la faccio, lo realizzo con canne di bambù, perché tanto l’importante è consentire di poter andare dall’altra parte, intanto dichiaro che il ponticello è stato regolarmente realizzato…</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dai fatti concreti alla Governance</h2>



<p>Fin qui i fatti. Ma oggi la vera questione è la <em>governance</em>, E qui bisogna smettere di far finta che tutto sia “<em><u>tecnico</u></em>”. I risultati discutibili e le opacità gestionali sono iniziati ad emergere con la gestione del precedente AD. Non perché un singolo manager “<em>spieghi tutto</em>”, ma semplicemente perché in quella fase si allarga la distanza tra avanzamento raccontato e risultato percepito, la comunicazione diventa difensiva e il progetto entra nel circuito più pericoloso: misurare il successo con definizioni comode e prefabbricate invece che con risultati reali e verificabili.</p>



<p>L’uscita del precedente AD di <strong>Open Fiber</strong> viene comunicata ufficialmente in modo neutro dall’azienda e descritta come una decisione, “<em>in accordo con la società</em>”, di lasciare l’incarico di amministratore delegato e direttore generale. (<em>Fonte</em>: <a href="https://openfiber.it/media/comunicati-stampa/comunicato-stampa-cda-28-settembre-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Open Fiber</em></strong>, <strong>Comunicato Stampa del 28/09/2023</strong></a>).</p>



<p>Eppure, in un progetto finanziato e politicamente esposto, come è inequivocabilmente quello di <strong><em>Open Fiber</em></strong>, un cambio al vertice non è mai “<em><u>solo</u></em>” un fatto organizzativo: è un segnale. E quando quel segnale arriva dopo mesi di frizioni e promesse di recupero, è legittimo concludere che la <em>governance</em> non stava reggendo.</p>



<p>A complicare il quadro c’è stato anche il cambio degli assetti, con <strong>Enel</strong> costretta a uscire da <strong>Open Fiber</strong>, nonostante i risultati raggiunti fino a quel momento. Visto che dopo questo cambiamento di assetto proprietario i problemi si sono amplificati, la domanda diventa inevitabile: perché è stato fatto? Con quali finalità? Per assecondare quali interessi?</p>



<h2 class="wp-block-heading">La politica deve fermarsi e riflettere su fibra e futuro</h2>



<p>Ed eccoci al punto che la politica italiana continua pervicacemente a rimandare. Si parla ancora di “tavolo tecnico”. Quando in Italia non vuoi fare qualcosa o, peggio, vuoi nascondere qualcosa, la soluzione migliore è fare un “tavolo tecnico” o una “cabina di regia”.&nbsp; Ma oggi non serve l’ennesimo tavolo. Serve un processo di chiarificazione. Un processo che reclami trasparenza e correttezza sull’operato di <strong>Open Fiber</strong> guidata da <strong>Giuseppe Gola</strong>. Naturalmente un processo nel senso industriale e istituzionale del termine: un accertamento su trasparenza, accountability e scelte conseguenti in base alle istruttorie attivate. Del resto tutto ciò appare ormai improcrastinabile, perché quando un progetto sostenuto da fondi pubblici vive per lunghi anni di proroghe, rimodulazioni e metriche ambigue, il danno non è solo tecnico: è un danno economico, competitivo ed è una lesione del tessuto democratico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Occorre un processo di chiarimento subito</h2>



<p>Ma vogliamo andare oltre.</p>



<p>Questo “processo” dovrebbe partire da tre cose semplici, tre verifiche operative ferme e determinate.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Primo: La ricostruzione di una contabilità consolidata, trasparente e leggibile dell’intera finanza pubblica coinvolta (fondi nazionali, regionali, europei ordinari e PNRR), con un prospetto unico e aggiornato.</li>



<li>Secondo: la definizione di una metrica non negoziabile, che faccia chiarezza oggettiva su linee attive — con tempi medi di attivazione e qualità misurata in modo standard, con evidenza pubblica e con misurazione ripetibile.</li>



<li>Terzo: la formulazione della domanda che decide la credibilità dell’intero sistema. Sono stati fatti controlli da società indipendenti con campionamenti sul campo e metodologia replicabile? Se esistono, vanno pubblicati integralmente. Se non esistono, allora il problema è enorme e occorre chiedersi senza esitazioni perché nessuno li ha pretesi, con tanti miliardi pubblici in gioco?</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Governo e UE intervengano senza indugi</h2>



<p>A chi vanno poste queste domande? Vanno rivolte innanzitutto a chi decide e controlla.<strong><em></em></strong></p>



<p>Innanzitutto al <strong>Governo</strong>, anzi a quella parte di governo che esprime competenze sul tema, a cui bisogna chiedere perché mai non esista un cruscotto unico nazionale, pubblico e mensile che metta al centro attivazioni reali e qualità dei servizi, invece di una sequenza di “stati” amministrativi espressi con lessico ambiguo e finemente selezionato? Perché, in una politica industriale fatta di miliardi, il Paese deve ancora orientarsi tra dati discutibili, che spesso restano comunicazioni interne di filiera, con un tono quasi privatistico e senza audit indipendenti e pubblici?</p>



<p>Secondariamente alla <strong>Commissione Europea</strong>, a cui va chiesto come si concili la logica di <strong>PNRR</strong> — fatta di milestone, target e pagamenti su risultati — con un settore in cui è così facile confondere avanzamento procedurale con connessioni realmente attive?</p>



<p>Infine, una domanda secca sul fronte della concorrenza. Tutti i sostegni pubblici a favore di <strong>Open Fiber</strong> — inclusi eventuali riequilibri, compensazioni o misure indirette — sono stati regolarmente notificati e valutati secondo le regole UE sugli aiuti di Stato, oppure esiste il rischio che una parte di tali riconoscimenti a favore di <strong>Open Fiber</strong> costituisca aiuti non notificati?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una battaglia di chiarezza e trasparenza, caratteristiche intrinseche del digitale</h2>



<p>Questa non è una crociata contro <strong>Open Fiber</strong>: è semmai una richiesta di normalità. Perché la fibra non è un comunicato arbitrario nel quale si dice ciò che si vuole, né un’etichetta sulla quale si scrive senza alcun controllo una prestazione invece di un’altra. È un servizio e come tale deve essere dichiarato e assicurato all’utente finale sia esso un nucleo familiare o una impresa (grande, piccole o micro).</p>



<p>E se a inizio 2026 l’Italia deve ancora domandarsi quanti italiani siano davvero connessi, perché nessuno riesce a dare numeri affidabili, allora il problema non è tecnologico. È invece un deficit facilmente individuabile ed è la violazione di un principio basilare, perché chi gestisce soldi pubblici deve rispondere pubblicamente dei risultati e chi non consegna deve pagare e con conseguenze reali, non con la concessione dell’ennesima rimodulazione concordata e arbitraria (perché non prevista e spesso neanche consentita) del progetto.</p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Open Fiber: quando il fallimento diventa un fatto pubblico</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-fallimento-fatto-pubblico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 07:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-16-gen-2026-17_11_58.jpg" type="image/jpeg" />Quando un progetto pubblico fallisce, si cercano attenuanti. Quando a certificarlo è la Corte dei Conti, le attenuanti finiscono. Il documento dei magistrati contabili sul Piano Banda Ultralarga non lascia spazio a interpretazioni: Open Fiber non è stata in grado di realizzare l’infrastruttura strategica che le era stata affidata (scarica qui il documento originale della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-16-gen-2026-17_11_58.jpg" type="image/jpeg" />
<p><em>Quando un progetto pubblico fallisce, si cercano attenuanti. Quando a certificarlo è la Corte dei Conti, le attenuanti finiscono</em>.</p>



<p>Il documento dei magistrati contabili sul <strong><em>Piano Banda Ultralarga</em></strong> non lascia spazio a interpretazioni: <strong>Open Fiber</strong> non è stata in grado di realizzare l’infrastruttura strategica che le era stata affidata (<em>scarica <strong><a href="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Delibera_71_2025_CCC.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui </a></strong>il documento originale della Corte dei Conti)</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le ragioni di un fallimento</h2>



<p>Tutto ciò di cui drammaticamente parliamo (sia per le ingenti somme investite che per gli ambiziosi obiettivi dichiarati) non è stato determinato da cause eccezionali, né per eventi imprevedibili, ma semplicemente per una incapacità strutturale di esecuzione. La lista di cui dolersi è lunga: cronoprogrammi disattesi, scadenze rinviate più volte e sempre disattese, coperture incomplete e profondamente disomogenee sul territorio assegnato.</p>



<p>A distanza di anni dall’avvio del piano, la fibra <strong>FTTH</strong> (l’unico standard, va ribadito, tecnologicamente coerente con gli obiettivi europei) resta lontana dai target promessi, mentre soluzioni transitorie vengono “normalizzate” e presentate furbescamente come se fossero risultati di cui fare paradossalmente ampia esibizione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come è potuto accadere tutto ciò?</h2>



<p>Ciò di cui parliamo non è più un ritardo fisiologico. È un fallimento operativo certificato. E ancora più grave è il metodo, perché di fronte alle difficoltà, <strong>Open Fiber</strong> non ha corretto radicalmente il modello industriale né accelerato l’esecuzione. Ha scelto una strategia diversa: riprogrammare, riprogrammare e ancora riprogrammare (tempi, modi, milestone e tecnologie usate), spostando in avanti gli obiettivi, riscrivendo i piani, ridefinendo le scadenze. Un meccanismo che la <strong>Corte dei Conti</strong> descrive con linguaggio tecnico, ma che nei fatti equivale a una ammissione di incapacità: quando l’esecuzione fallisce, si cambia il calendario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A nulla sono valse sollecitazioni e penali. Certezza di impunità?</h2>



<p>Le penali contrattuali, teoricamente previste per garantire disciplina e accountability, si sono rivelate sostanzialmente inefficaci. Decine di milioni di euro non hanno prodotto alcuna discontinuità operativa. Nessuna accelerazione, nessun cambio di passo. Segno evidente di una governance debole, incapace di imporre responsabilità reali a un soggetto che opera con risorse pubbliche su un’infrastruttura critica nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Open Fiber non può più essere considerato un soggetto di mercato</h2>



<p>A questo punto cade definitivamente anche la narrazione di <strong>Open Fiber</strong> come operatore di mercato. Un’azienda che dipende strutturalmente da fondi pubblici, che sopravvive grazie a continue rimodulazioni contrattuali e che non rispetta gli impegni assunti non è un campione industriale. È un progetto assistito. La <strong>Corte dei Conti</strong> lo afferma con prudenza istituzionale; i fatti lo dimostrano senza bisogno di eufemismi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Open Fiber genera  un danno doppio per l’Italia: privi di banda ultralarga e con un mercato alterato</h2>



<p>Ma il danno, tuttavia, va ben oltre <strong>Open Fiber</strong>. Ogni ritardo nella banda ultralarga significa imprese meno competitive, territori marginalizzati, servizi digitali che non decollano. Significa perdere credibilità verso l’Europa e trasformare una delle più grandi opportunità di modernizzazione del Paese in un esercizio di burocrazia infrastrutturale.</p>



<p>C’è poi un aspetto che non può più essere eluso: la distorsione del mercato. Un operatore che beneficia di ingenti risorse pubbliche senza risultati proporzionati altera la concorrenza e penalizza chi investe davvero, rispettando tempi, vincoli e logiche industriali. Non è un dettaglio tecnico. È una questione di equità e di politica industriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le responsabilità cadono innanzitutto sulla responsabilità di settore nel governo</h2>



<p>Questo non è solo un fallimento aziendale. È anche un fallimento di sorveglianza pubblica, un deficit di controllo politico su come sono spesi i soldi pubblici. Perché tollerare ritardi cronici, obiettivi mancati e responsabilità diluite significa accettare l’idea che in Italia le grandi infrastrutture digitali possano sottrarsi alle regole che valgono per tutti gli altri. E perché mai una normale impresa e il suo imprenditore devono sottostare a regole a cui si sottraggono soggetti che vengono posti arbitrariamente in una corsia preferenziale?</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Corte dei Conti ha fatto il suo dovere, ora la politica faccia il suo</h2>



<p>Ora tocca alla politica e ai decisori pubblici fare ciò che finora hanno evitato: riconoscere il fallimento e cambiare radicalmente approccio. Continuare così non è muoversi nell’interesse del Paese, Non è prudenza. È complicità.</p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Open Fiber e la favola della rete pronta e disponibile</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-e-la-favola-della-rete-pronta-e-disponibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 10:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/ChatGPT-Image-2-dic-2025-11_36_08-1.jpg" type="image/jpeg" />Le mappe ufficiali di copertura raccontano una storia di apparente progresso, ma chi prova a richiedere un collegamento FTTH scopre, nella pratica, che la fibra non arriva lì dove è stata dichiarata. Le autorità pubbliche, specialmente quelle preposte al controllo sullo stato di avanzamento della rete, dovrebbero pretendere chiarezza sui dati reali.L’Italia merita (anzi necessita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/12/ChatGPT-Image-2-dic-2025-11_36_08-1.jpg" type="image/jpeg" />
<p><em>Le mappe ufficiali di copertura raccontano una storia di apparente progresso, ma chi prova a richiedere un collegamento FTTH scopre, nella pratica, che la fibra non arriva lì dove è stata dichiarata. Le autorità pubbliche, specialmente quelle preposte al controllo sullo stato di avanzamento della rete, dovrebbero pretendere chiarezza sui dati reali.L’Italia merita (anzi necessita di) una rete davvero completata e non semplicemente dichiarata.</em></p>



<p>C’è un’abitudine molto italiana, nella quale spesso ci si imbatte, che consiste nel dichiarare la missione che ci è stata assegnata come compiuta, anche quando la realtà dimostra l’esatto contrario.</p>



<p>Certo, qualcuno di voi potrà dire: “<em>Ma non è sempre così</em>”.</p>



<p>Ed è vero. Ma nel caso di <strong>Open Fiber</strong>, questa abitudine ha assunto dimensioni paradossali.</p>



<p>Mentre i vertici della società parlano di una rete “<em>quasi completata</em>” e diffondono un nuovo mantra cavouriano: “<em>Fatta la rete, ora bisogna fare i clienti</em>” – milioni di cittadini e imprese continuano a vivere in aree dove la fibra è solo una promessa scritta nei report aziendali, magari mandati anche a <strong>Bruxelles</strong>.</p>



<p>Le mappe ufficiali di copertura raccontano una storia di apparente progresso, ma chi prova a richiedere un collegamento FTTH scopre, nella pratica, che la fibra non arriva lì dove è stata dichiarata.</p>



<p>Il risultato è un alto livello di scontentezza degli gli utenti finali e di irritazione degli operatori di tlc, che si trovano a fare contratti che poi non possono onorare.</p>



<p>Ma attenzione, nonostante le apparenze, ciò di cui parliamo non è un dettaglio tecnico o commerciale. È innanzitutto un problema politico che si trasforma immediatamente in un problema di credibilità di sistema.</p>



<p>Viene allora da chiedersi come sia possibile che fondi pubblici destinati alla digitalizzazione del Paese, peraltro ingenti e per buona parte rientranti nelle dotazioni del PNRR, si trasformino in una gigantesca operazione di marketing maldestramente orientata.</p>



<p>Ma l’Italia non ha bisogno di slogan.</p>



<p>Ha bisogno di risultati certi e verificabili.</p>



<p>Invece di chiedere il finanziamento pubblico di <em>voucher</em> o costose, quanto inutili, campagne di sensibilizzazione verso utenti che sarebbero ben felici di pagare per avere quella rete che non c’è, sarebbe più utile <strong>completare</strong> davvero la rete, <strong>collegare</strong> concretamente le abitazioni e <strong>dimostrare</strong> nei fatti che la banda ultra larga esiste non solo nei comunicati stampa, ma è presente nelle disponibilità condominiali a disposizione di cittadini e imprese.</p>



<p>La verità è che il “<em>take up</em>” – ovvero la percentuale di utenti che si collegano alla rete in fibra – è elevata solo nelle Aree nere, perché solo in quelle aree la rete è collegata alle abitazioni.</p>



<p>Non a caso, là dove la fibra è disponibile e funziona, il mercato risponde spontaneamente. E la ragione è molto semplice: nessuno rifiuta una connessione veloce, stabile e affidabile.</p>



<p>Il problema quindi non è la domanda, il problema è l’offerta.</p>



<p>O, meglio, la mancanza di trasparenza sui risultati reali dell’offerta.</p>



<p>Le autorità pubbliche, specialmente quelle preposte al controllo sullo stato di avanzamento della rete, dovrebbero pretendere chiarezza sui dati reali.</p>



<p>Quanti numeri civici sono effettivamente connessi, quanti ordini di collegamenti restano “<strong>KO</strong>” (come si dice in gergo) per mancanza di infrastruttura, e quanti milioni di euro sono stati spesi per una rete che in molte zone resta semplicemente virtuale?</p>



<p>Senza questa verifica indipendente, parlare di “<em>switch-off del rame</em>” è una finzione, anzi una impostura. Prima si costruisce la rete, poi si spengono le vecchie linee. Come accade in tutta Europa. Non il contrario.</p>



<p><strong>Open Fiber</strong> è nata con una missione importante: portare la fibra nelle aree dove il mercato non arriva. Ma oggi, a distanza di anni e miliardi di fondi già spesi, serve un bagno di realtà.</p>



<p>L’Italia merita (anzi necessita di) una rete davvero completata e non semplicemente dichiarata.</p>



<p>Solo allora potremo parlare dei modi migliori per “<strong><em>fare i clienti</em></strong>”.</p>



<p>Fino a quel momento, sarebbe meglio tornare a “<strong><em>fare la rete</em></strong>”.</p>
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		<title>Piano Italia a 1 Giga, dura interrogazione dell’on. Pandolfo sulla gestione Open Fiber: “Un disastro nazionale, tradimento del PNRR”</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/piano-italia-a-1-giga-dura-interrogazione-dellon-pandolfo-sulla-gestione-open-fiber-un-disastro-nazionale-tradimento-del-pnrr/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 14:32:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
		<category><![CDATA[Piano Italia 1 Giga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Pandolfo-e1759847708372.png" type="image/jpeg" />Pesante interrogazione del parlamentare del PD sulle inadempienze di Open Fiber: un caso che danneggia inequivocabilmente gli interessi di consumatori, cittadini e imprese nell’accesso ai servizi avanzati della rete, facendo arretrare l’Italia dell’innovazione. Si riaccende il dibattito sul Piano Italia a 1 Giga, uno dei pilastri del PNRR e promessa solenne fatta ai cittadini italiani [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Pandolfo-e1759847708372.png" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Pesante interrogazione del parlamentare del PD sulle inadempienze di Open Fiber: un caso che danneggia inequivocabilmente gli interessi di consumatori, cittadini e imprese nell’accesso ai servizi avanzati della rete, facendo arretrare l’Italia dell’innovazione.</p>
</blockquote>



<p>Si riaccende il dibattito sul Piano <strong>Italia a 1 Giga</strong>, uno dei pilastri del <strong>PNRR</strong> e promessa solenne fatta ai cittadini italiani e all’Unione Europea per colmare il divario digitale del Paese.</p>



<p>Il deputato <strong>Alberto Pandolfo</strong> (PD) ha presentato una dura interrogazione parlamentare (<strong><a href="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/5_04491.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Atto Camera n. 5-04491</a></strong>) rivolta ai ministri delle<strong> Imprese e del Made in Italy</strong>, dell’<strong>Economia</strong>, degli <strong>Affari europei</strong>, del <strong>PNRR e delle Politiche di coesione</strong>.</p>



<p>L’atto — attualmente in corso di esame alla Camera dei Deputati presso la <strong>IX Commissione</strong> (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni) — accusa apertamente <strong>Open Fiber</strong>, la società guidata da <strong>Giuseppe Gola</strong> di gravi ritardi e di incapacità gestionali che hanno determinato il fallimento industriale, arrivando a parlare di “<em>disastro nazionale</em>” e di “<em>tradimento degli obiettivi del PNRR</em>”.</p>



<p>Secondo il testo, <strong>Open Fiber</strong>, società affidataria della gran parte delle gare per la realizzazione della rete in fibra ottica, avrebbe accumulato inadempienze ripetute e difficoltà operative tali da compromettere il rispetto degli impegni con Bruxelles.</p>



<p>L’interrogazione cita il caso eclatante della riduzione di <strong>700 mila civici</strong> rispetto ai target iniziali, definita “<em>una decisione senza precedenti</em>” che rappresenterebbe un arretramento storico nella politica industriale italiana e “<em>un’anomalia incalcolabile per il Paese</em>”. Pandolfo parla senza mezzi termini di “<em>fallimento industriale e manageriale</em>”, denunciando anche “<em>assenza di trasparenza, opacità gestionale, mancanza di rendicontazione adeguata e sospetti di concorrenza distorta</em>”.</p>



<p>L’interrogazione sottolinea come la “<em>persistenza dei ritardi e la mancanza di controlli adeguati del Governo</em>” rischino di configurare “<em>un danno erariale di proporzioni gigantesche</em>” e pongano seri dubbi sulla conformità dell’intera operazione alle norme UE sugli aiuti di Stato e sulla neutralità tecnologica. L’on. <strong>Alberto Pandolfo</strong> chiede, dunque, al Governo se non ritenga che “<em>la gestione di Open Fiber costituisca un disastro nazionale</em>” e domanda perché, nonostante le inadempienze, non sia mai stata avviata alcuna procedura di revoca delle concessioni né applicate le penali previste nei confronti della società.</p>



<p>Pandolfo sollecita inoltre il Governo, da un lato a revocare immediatamente le concessioni affidate a <strong>Open Fiber</strong> e far subentrare operatori seri e qualificati in grado di completare i lavori “<em>senza ulteriori ritardi e nel pieno rispetto degli obiettivi europei</em>”; dall’altro, di attivare iniziative di competenza per impedire che in futuro si ripetano “<em>situazioni di monopolio inefficiente e dannoso</em>” e per favorire invece “<em>una competizione sana, trasparente e meritocratica nell’interesse del Paese</em>”. Secondo l’on. <strong>Alberto Pandolfo</strong>, la situazione “<em>mette a rischio non solo la credibilità dell’Italia in Europa, ma anche miliardi di euro di fondi del PNRR</em>” che potrebbero essere soggetti a contestazioni da parte della Commissione europea.</p>



<p>L’interrogazione, approdata ufficialmente in Commissione il 2 ottobre, rappresenta un duro atto politico sul caso <strong>Open Fiber</strong> che non può passare inosservato.</p>



<p>Il <strong>Governo</strong> (e in particolare il <strong>Ministero delle Imprese e del Made in Italy</strong> e il <strong>Ministero dell’Economia e delle Finanze</strong>) è ora chiamato a rispondere nel merito: se e come intenda intervenire per salvare il Piano <strong>Italia a 1 Giga</strong>, un progetto che avrebbe dovuto chiudere il digital divide e che rischia, invece, di trasformarsi in uno dei più clamorosi fallimenti della politica industriale italiana degli ultimi anni.</p>
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		<title>Rete unica. Per Open Fiber un salvataggio di Stato, spacciato per visione industriale?</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/rete-unica-per-open-fiber-un-salvataggio-di-stato-spacciato-per-visione-industriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 10:15:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
		<category><![CDATA[Rete Unica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Gola2-1.jpg" type="image/jpeg" />Chi pagherà il conto? Il rischio è che il conto sarà pagato dal sistema Paese, cioè da tutti noi. I promotori della rete unica sostengono che la fusione serva a razionalizzare gli investimenti e a evitare inutili duplicazioni. Ma anche in questo caso, la verità è un’altra. Eppure la via d’uscita c’è. L’Italia è tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Gola2-1.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chi pagherà il conto? Il rischio è che il conto sarà pagato dal sistema Paese, cioè da tutti noi. I promotori della rete unica sostengono che la fusione serva a razionalizzare gli investimenti e a evitare inutili duplicazioni. Ma anche in questo caso, la verità è un’altra. Eppure la via d’uscita c’è.</p>
</blockquote>



<p>L’Italia è tra i fanalini di coda in Europa per quanto riguarda l’adozione della fibra <strong>FTTH</strong>, con una penetrazione ferma al <strong>30%</strong>, a fronte di una media europea che supera il <strong>50%</strong>.</p>



<p>Allo stesso tempo, <strong>Open Fiber</strong> – presentata e protetta come “campione pubblico” incaricato di cablare il Paese – è sommersa dai debiti e ha mancato gran parte degli obiettivi del PNRR.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Riparte la carica sulla rete unica</h2>



<p>In questo scenario, che definire critico è un eufemismo, rispunta come un fungo la cosiddetta “rete unica” tra <strong>FiberCop </strong>e <strong>Open Fiber</strong>, un obiettivo che viene presentato come frutto di una strategia industriale visionaria.</p>



<p>Ma l’operazione è in effetti ben lontana dall’esserlo. E dietro un obiettivo così pomposo rischia di nascondersil’ennesimo salvataggio di Stato travestito da “riforma strutturale”. Ciò che affiora è invece un vistoso errore strategico che rischia di compromettere irreparabilmente la concorrenza, la trasparenza e il futuro digitale del Paese.</p>



<p><strong>Open Fiber</strong> era partita con grandi ambizioni: portare la fibra in tutta Italia, creare un’alternativa pubblica al colosso ex monopolista, stimolare la concorrenza e attrarre investimenti. Invece, le performance sono state molto deludenti. <strong>Open Fiber</strong> ha accumulato ritardi clamorosi, ha mostrato una capacità operativa inadeguata, ha faticato a rispettare le tempistiche imposte dai bandi pubblici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rete unica usata come salvagente per Open Fiber</h2>



<p>La domanda a questo punto è semplice: chi pagherà il conto? E la risposta è altrettanto ovvia: il conto sarà pagato dal sistema Paese, cioè da tutti noi.</p>



<p>I promotori della rete unica sostengono che la fusione serva a razionalizzare gli investimenti e a evitare inutili duplicazioni. Ma anche in questo caso, la verità è un’altra. Questa operazione serve a coprire le perdite di Open Fiber con i soldi – e le infrastrutture – degli altri attori privati ancora convinti di poter competere in un mercato aperto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli equivoci politici e strutturali</h2>



<p>Si parla di modello “<em>wholesale only</em>” e di approccio “pro-competitivo”. Ma in realtà si sta costruendo un monopolio infrastrutturale, formalmente neutro e separato, ma sostanzialmente controllato dal Ministero dell’Economia e da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), ovvero dallo Stato. Il nuovo soggetto sarà quello che fissa le tariffe, decide le condizioni di accesso alle infrastrutture, stabilisce le priorità e i tempi degli investimenti, rispondendo agli stessi azionisti pubblici che oggi finanziano e proteggono <strong>Open Fiber</strong>. Il risultato è che il regolatore e l’operatore diventano la stessa cosa, dando luogo ad una commistione pericolosa, che mina la credibilità di qualsiasi sistema basato sulla concorrenza.</p>



<p>Nessuno si chiede cosa succederà agli operatori alternativi che si vedranno costretti a dipendere da un soggetto unico, controllato dallo Stato.</p>



<p>Nessuno si interroga su come potrà sopravvivere la competizione in un mercato dove la rete diventa unica e le regole le decide chi la possiede.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Europa, intanto, parla un’altra lingua</h2>



<p>Bruxelles insiste sulla necessità di reti resilienti, interoperabili, orientate all’investimento privato e al co-investimento. Eppure, l’Italia risponde con una soluzione centralista, opaca, anti-competitiva. Si citano più volte, tirandoli per la giacchetta, <strong>Enrico Letta</strong>, <strong>Mario Draghi</strong>, la <strong>Digital Compass</strong>, ma si fa finta di non leggere ciò che realmente dicono.</p>



<p>Nessuno di essi invoca la creazione di un monopolista statale. Al contrario, tutti loro evidenziano l’importanza della concorrenza, della trasparenza e della scalabilità in un mercato dinamico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Concorrenza e mercato come nemici?</h2>



<p>Non è un caso che l’unica area in cui le reti di <strong>Open Fiber</strong> e <strong>FiberCop</strong> si sovrappongano davvero sia quella “nera”, l’unica in cui la concorrenza infrastrutturale esiste. Ed è proprio lì che si vuole eliminare ogni doppia presenza, col pretesto dell’efficienza. Ma in realtà, si sta cancellando l’unico vero spazio di libertà tecnologica rimasto nel Paese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi pagherà il conto?</h2>



<p>Il prezzo di questa operazione lo pagheremo tutti.<br>Lo pagheranno i consumatori, che si troveranno con meno scelta e meno qualità.<br>Lo pagheranno gli operatori privati, che dovranno sottostare a condizioni imposte da un monopolio pubblico.<br>Lo pagherà l’innovazione, perché un soggetto unico, per definizione, non ha incentivo a migliorarsi.<br>E lo pagherà anche l’Italia, che perderà attrattività agli occhi degli investitori esteri, sempre più scoraggiati da un sistema in cui la concorrenza è teorica e lo Stato interviene per salvare i suoi campioni falliti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quale via d’uscita?</h2>



<p>Eppure, una via alternativa esiste. La rete unica non è inevitabile come il ciclo delle stagioni.<br>L’Italia può ancora scegliere un’altra strada: rilanciare la competizione infrastrutturale nei territori contendibili, garantire trasparenza nelle regole d’accesso e promuovere modelli di co-investimento realmente aperti.<br>La digitalizzazione del Paese non può fondarsi sull’eliminazione della concorrenza, né sulla protezione pubblica di un fallimento industriale.<br>Deve nascere da una visione lungimirante, in cui efficienza, apertura e innovazione siano una volta per tutte i pilastri fondanti.<br>La rete unica, così come è concepita oggi, è invece l’antitesi di tutto questo. È un passo falso.</p>



<p>Ed è un rischio che l’Italia non può permettersi.</p>



<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br><strong> </strong></p>
</blockquote>
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		<title>Altro che switch-off! Meglio interrompere una falsa narrazione che nasconde il doppio fallimento, infrastrutturale ed economico</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/altro-che-switch-off-meglio-interrompere-una-falsa-narrazione-che-nasconde-un-doppio-fallimento-infrastrutturale-ed-economico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2025 09:47:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Gola1.jpg" type="image/jpeg" />La narrazione attuale non può nascondere il doppio fallimento di Open Fiber: infrastrutturale ed economico. Le case? Non vengono collegate. Lo switch-off? Non è praticabile. I conti? Non tornano. Cosa serve? Che la fibra arrivi davvero nelle case degli italiani, vista anche la notevole quantità di fondi pubblici italiani ed europei già spesi e quelli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Gola1.jpg" type="image/jpeg" />
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<p>La narrazione attuale non può nascondere il doppio fallimento di Open Fiber: infrastrutturale ed economico. Le case? Non vengono collegate. Lo switch-off? Non è praticabile. I conti? Non tornano. Cosa serve? Che la fibra arrivi davvero nelle case degli italiani, vista anche la notevole quantità di fondi pubblici italiani ed europei già spesi e quelli che rischiano di andare in fumo.</p>
</blockquote>



<p><strong>Giuseppe Gola</strong>, amministratore delegato di <strong>Open Fiber</strong>, continua a dipingere un quadro ottimistico sull’avanzamento della fibra ottica in Italia, celebrando il presunto completamento dei lavori nelle cosiddette Aree bianche, il recente rifinanziamento dell’azienda e la strategia di <em>switch-off</em> dalla rete in rame.<br>Tuttavia, dietro queste affermazioni positive si cela una realtà più complessa e meno confortante, che si può sintetizzare in poche parole: la fibra sarà anche arrivata in molte zone del Paese, ma resta ancora fuori da troppe abitazioni.<br>E così, <strong>Open Fiber</strong> mostra non soltanto un ritardo infrastrutturale significativo, ma anche evidenti limiti economici ed una gestione per essere gentili a dire poco opaca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo switch-off? Una richiesta che non sta in piedi</h2>



<p>Lo <em>switch-off</em> evocato con insistenza ossessiva da <strong>Giuseppe Gola</strong>, AD di <strong>Open Fiber</strong>, sembra più un alibi che una soluzione.<br>Continuare a parlare della necessità di incentivare la migrazione dalla rete in rame alla fibra ottica elude la questione fondamentale e cioè che moltissimi edifici non sono realmente collegati alla rete in fibra.<br>Non basta disattivare la vecchia rete per spingere cittadini e imprese ad adottare la nuova tecnologia, specialmente se la rete in fibra arriva soltanto fino alla strada, senza penetrare effettivamente nelle abitazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Intanto la fibra italiana langue</h2>



<p>Questo scenario si traduce in un tasso di attivazione della fibra italiana tra i più bassi d’Europa, un problema certamente non attribuibile alla resistenza culturale degli utenti, bensì a una mancanza strutturale nell’offerta di fibra pronta per essere usata dall’utente finale.</p>



<p>La narrazione della &#8220;copertura al 100%&#8221; nelle Aree bianche è anch’essa fuorviante. E la ragione è molto semplice: una cosa è la copertura teorica, altra cosa è quella reale.</p>



<p>Come si fa a reclamare il successo di copertura semplicemente contando i chilometri di cavi posati, senza preoccuparsi volutamente delle connessioni effettivamente attivate e funzionanti?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non è un problema di voucher o incentivi</h2>



<p>È inoltre un ulteriore elemento di confusione scaricare le responsabilità esclusivamente sulla mancanza di voucher o sugli incentivi governativi.</p>



<p><strong>Open Fiber</strong> ha avuto a disposizione anni e miliardi di euro per sviluppare la rete, ma i risultati sono stati inferiori alle aspettative, anche a causa di scelte industriali discutibili a seguito dell’uscita dell’ENEL dall’azionariato di <strong>Open Fiber</strong> e delle lentezze operative e le difficoltà nel dialogo con gli operatori commerciali che trovano difficile se non impossibile offrire sul mercato connessioni che in realtà non sono disponibili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E poi ci sono gli economics</h2>



<p>A ciò si aggiunge una pesante questione economica.<br>Nonostante gli ingenti investimenti pubblici e privati, <strong>Open Fiber </strong>continua a registrare perdite, con un rosso dichiarato di <strong>364 milioni di euro</strong> e una previsione di break-even non prima del <strong>2028</strong>.<br>Questa situazione riflette una realtà finanziaria preoccupante.<br>L’azienda dipende, infatti, da continue ricapitalizzazioni, come l’ultima effettuata da <strong>Cassa Depositi e Prestiti</strong> e <strong>Macquarie</strong> e l’aiuto di Stato previsto dal Governo di ulteriori <strong>660 milioni di euro </strong>tra il <strong>2027 </strong>e il <strong>2029</strong>, aiuto peraltro non notificato a Bruxelles. Appare del tutto evidente come si tratti di un modello di business basato su iniezioni ricorrenti di capitali pubblici e privati, un modello chiaramente insostenibile.<br>Inoltre, il ritorno sugli investimenti finora realizzati è stato deludente.<br>Nonostante una copertura teorica solo apparentemente alta, l’effettiva adozione della fibra rimane bassa, determinando flussi di cassa insufficienti e allungando ulteriormente il recupero degli investimenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso Starlink e la fibra</h2>



<p>Infine, appare miope e rischiosa la sottovalutazione di tecnologie alternative come <strong>Starlink</strong>.<br>Liquidarla come semplice &#8220;complemento&#8221; ignora una realtà già presente: mentre la fibra fatica a raggiungere molte aree del Paese, <strong>Starlink</strong> offre già connessioni efficienti nelle zone rurali e periferiche.</p>



<p>In sintesi, la narrazione attuale non può nascondere il doppio fallimento di <strong>Open Fiber</strong>, infrastrutturale ed economico. L’Italia non ha più bisogno di autocelebrazioni, ma di soluzioni concrete: serve che la fibra arrivi davvero nelle case degli italiani vista anche la notevole quantità di fondi pubblici italiani ed europei già spesi.</p>
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		<item>
		<title>Open Fiber: la voragine finanziaria della fibra italiana</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-la-voragine-finanziaria-della-fibra-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 12:59:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italianelfuturo.com/?p=21022</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Open-Fiber.jpg" type="image/jpeg" />Ecco i dati su Open Fiber del nuovo Report di NewStreet Research: dipendenza dai fondi pubblici, debito fuori controllo e sostenibilità incerta mettono in discussione la sua esistenza nel lungo periodo.Senza una nuova strategia e meno dipendenza dallo Stato, il destino di Open Fiber potrebbe avere conseguenze disastrose per l’intero sistema delle telecomunicazioni in Italia. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/open-fiber-la-voragine-finanziaria-della-fibra-italiana/">Open Fiber: la voragine finanziaria della fibra italiana</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Open-Fiber.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Ecco i dati su <strong>Open Fiber</strong> del nuovo Report di <em>NewStreet Research</em>:  dipendenza dai fondi pubblici, debito fuori controllo e sostenibilità incerta mettono in discussione la sua esistenza nel lungo periodo.<br>Senza una nuova strategia e meno dipendenza dallo Stato, il destino di <strong>Open Fiber</strong> potrebbe avere conseguenze disastrose per l’intero sistema delle telecomunicazioni in Italia.</p>
</blockquote>



<p><strong>Open Fiber</strong> è nata con l’ambizione di portare la fibra ottica in ogni angolo d’Italia, una missione strategica per la digitalizzazione del Paese. Ma a guardare i numeri, sembra più una montagna di debiti con poche certezze di sostenibilità economica. E oggi <strong>Open Fiber</strong> ha il profilo di un’iniziativa che, invece di rappresentare il futuro della connettività, rischia di trasformarsi in una voragine finanziaria senza fine, sostenuta artificialmente da continui quanto ingiustificabili aiuti pubblici.</p>



<p>I dati riportati in questo editoriale provengono dal recente Rapporto pubblicato da <strong>NewStreet Research</strong>, una delle più autorevoli società di analisi finanziaria specializzate nel settore delle telecomunicazioni e delle infrastrutture digitali. <strong>NewStreet Research</strong> fornisce studi approfonditi sugli operatori di rete, valutandone la sostenibilità economica e il potenziale di crescita, con un focus particolare sulle dinamiche di mercato e sulle implicazioni per gli investitori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una crescita fragile e dipendente dai fondi pubblici</h2>



<p>I dati parlano chiaro: <strong>Open Fiber</strong> prevede di passare da una copertura di <strong>16 milioni di unità immobiliari</strong> nel <strong>2024</strong> a <strong>24 milioni di unità immobiliari</strong> nel <strong>2031</strong>. Tuttavia, oltre 1/3 di queste unità è servito con fondi pubblici, segnale inequivocabile che il mercato non è in grado di sostenere spontaneamente il modello di business della società. E così, mentre <strong>FiberCop</strong> si muove con logiche più orientate al mercato, <strong>Open Fiber</strong> sopravvive grazie alla generosità dello Stato, con un’influenza politica sempre più evidente nelle sue decisioni strategiche.</p>



<p>Nel <strong>2024</strong>, l’azienda ha ricevuto altri <strong>2 miliardi di euro</strong> tra capitale e prestiti, portando il totale del debito a <strong>5.6 miliardi</strong> <strong>di euro</strong>.<br>Ma il conto non si fermerà qui.<br>Entro il <strong>2037</strong> si stima che il debito crescerà fino a <strong>13.1 miliardi</strong>, un’enormità per un’azienda che dovrebbe operare in un settore ad alta marginalità. La leva finanziaria è spaventosa: nel 2025 si prevede un rapporto <strong>debito/EBITDA di 21.4x</strong>, riducendosi solo a <strong>11.5x</strong> nel <strong>2037</strong>— quindi con livelli ancora ben al di sopra della sostenibilità.<br>Il risultato è un <em>business model</em> insostenibile.</p>



<p><strong>Open Fiber</strong> non solo brucia cassa, ma fatica a dimostrare di poter generare profitti significativi. I ricavi previsti dovrebbero crescere da <strong>641 milioni di euro</strong> nel <strong>2024</strong> a <strong>1,85 miliardi di euro</strong> nel <strong>2037</strong>, con un EBITDA che salirebbe dal <strong>42%</strong> al <strong>62%</strong>. Ma sono solo previsioni ottimistiche su carta.</p>



<p>La realtà è che i costi di espansione sono enormi: <strong>900 milioni di euro</strong> all’anno fino al <strong>2030</strong>. E con un livello di debito così alto, la pressione finanziaria rischia di schiacciare qualsiasi possibilità di crescita redditizia. Inoltre, c’è un altro problema: la fibra è un investimento a lungo termine, ma <strong>Open Fiber</strong> non ha ancora dimostrato di poter convertire la copertura in clienti attivi in modo efficiente.</p>



<p>Nel <strong>2025</strong> si prevedono solo <strong>3,1 milioni</strong> di linee <strong>FTTP attive</strong>, con una crescita che rimane incerta e un break-even finanziario atteso solo nel <strong>2037</strong>. Una scommessa troppo rischiosa per un’azienda che sopravvive grazie ai soldi pubblici.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="508" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-10-1024x508.png" alt="" class="wp-image-21023" srcset="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-10-1024x508.png 1024w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-10-300x149.png 300w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-10-768x381.png 768w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-10.png 1119w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">Una valutazione catastrofica</h2>



<p>Se i numeri operativi sono traballanti, quelli finanziari sono ancora peggiori. Il valore dell’<strong><em>Enterprise value </em></strong>(EV) è stimato a <strong>5 miliardi di euro</strong>, ma con un <strong><em>Equity value</em></strong> negativo di quasi <strong>2 miliardi di euro</strong>.<br>Traduzione?<br>Se <strong>Open Fiber</strong> fosse una società privata senza il sostegno dello Stato, sarebbe tecnicamente fallita. La forte esposizione al debito e la bassa redditività mettono seriamente in dubbio la capacità della società di generare valore nel lungo periodo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="511" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-11-1024x511.png" alt="" class="wp-image-21024" srcset="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-11-1024x511.png 1024w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-11-300x150.png 300w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-11-768x383.png 768w, https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/immagine-11.png 1085w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">Quale futuro per Open Fiber?</h2>



<p>A questo punto, Open Fiber si trova di fronte a tre possibili scenari:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>⁠Continuare a ricevere finanziamenti pubblici, garantendo la sua sopravvivenza a spese dei contribuenti italiani</li>



<li>Affrontare una ristrutturazione del debito, con un ridimensionamento del business e possibili tagli drastici agli investimenti</li>



<li>⁠Sperare in una fusione con FiberCop, un’opzione che però creerebbe un problema di monopolio e una leva finanziaria comunque insostenibile (<strong>9.0x</strong>).</li>
</ol>



<p>Nessuna di queste alternative è priva di rischi.</p>



<p>La più probabile è la prima: <strong>Open Fiber</strong> continuerà a drenare risorse pubbliche per rimanere in vita.</p>



<p>Ma fino a quando?</p>



<p>Se non si trova una vera soluzione di mercato, il rischio è che la società entri in difficoltà finali già prima del <strong>2030</strong>, lasciando un enorme buco finanziario sulle spalle degli italiani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sogno o fallimento?</h2>



<p><strong>Open Fiber</strong> avrebbe potuto rappresentare il pilastro della digitalizzazione italiana, ma si sta rivelando una cattedrale nel deserto, incapace di sostenersi autonomamente. L’eccessiva dipendenza dai fondi pubblici, il debito fuori controllo e la sostenibilità incerta mettono seriamente in discussione la sua esistenza nel lungo periodo.</p>



<p>Se non si interverrà con una strategia più solida e meno dipendente dallo Stato, il destino di <strong>Open Fiber</strong> potrebbe essere segnato, con conseguenze disastrose per l’intero sistema delle telecomunicazioni in Italia.</p>
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		<title>Open Fiber: un buco nero finanziario che rallenta la digitalizzazione del Paese</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-un-buco-nero-finanziario-che-rallenta-la-digitalizzazione-del-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 10:25:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-74.jpg" type="image/jpeg" />Mentre l&#8217;Italia si sforza a fatica di colmare il divario digitale e portare la banda ultralarga in ogni angolo del Paese, Open Fiber continua a dimostrare tutte le sue fragilità, tra perdite milionarie, indebitamento alle stelle e ritardi nei progetti. Il Bilancio 2024, appena approvato, racconta una storia preoccupante: la storia di un’azienda che brucia [&#8230;]</p>
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<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Mentre l&#8217;Italia si sforza a fatica di colmare il divario digitale e portare la banda ultralarga in ogni angolo del Paese, <strong>Open Fiber</strong> continua a dimostrare tutte le sue fragilità, tra perdite milionarie, indebitamento alle stelle e ritardi nei progetti. Il <strong>Bilancio 2024</strong>, appena approvato, racconta una storia preoccupante: la storia di un’azienda che brucia soldi, accumula debiti e si scontra con ostacoli operativi che mettono a rischio la digitalizzazione nazionale.</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Perdite crescenti e un modello di business insostenibile</h2>



<p>Nonostante una crescita del fatturato del <strong>16%</strong>, che ha portato i ricavi a <strong>675 milioni di euro</strong>, Open Fiber ha chiuso il 2024 con una perdita netta di <strong>364 milioni di euro</strong>, peggiorando rispetto ai <strong>296 milioni di euro</strong> dell’anno precedente. Il vero problema, però, è che l’azienda prevede di diventare finanziariamente sostenibile solo nel <strong>2028</strong>. In parole povere, <strong>Open Fiber</strong> continua a consumare più risorse di quante ne riesca a generare, lasciando aperta una domanda fondamentale: chi pagherà il conto nei prossimi anni?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un debito che sfiora il baratro</h2>



<p>I numeri parlano chiaro: la posizione finanziaria netta di <strong>Open Fiber</strong> è negativa per oltre <strong>6 miliardi di euro</strong>. E per continuare a operare, ha dovuto ottenere una nuova linea di credito da <strong>1,05 miliardi di euro</strong> e un’iniezione di capitale di <strong>1 miliardo di euro</strong> da parte degli azionisti. Questo significa che, senza un continuo afflusso di denaro esterno, il progetto rischia di crollare su sé stesso. Va da sé che un modello finanziario basato su debiti e continui aumenti di capitale non è certo il segnale di una gestione solida e sostenibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ritardi, multa da 40 milioni e digitalizzazione a rischio</h2>



<p>A peggiorare ulteriormente il quadro ci sono i ritardi accumulati nei progetti infrastrutturali. <strong>Open Fiber</strong> è stata sanzionata con una multa di <strong>40 milioni di euro</strong> da <strong>Infratel </strong>per non aver rispettato le tempistiche previste per le Aree bianche, quelle zone dove il mercato privato non investe e l’intervento pubblico è essenziale per portare internet veloce. Questi ritardi non sono solo un problema per l’azienda, ma per l’intero Paese: significa che milioni di italiani, soprattutto nelle zone meno servite, resteranno ancora a lungo senza connessioni adeguate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un futuro incerto per la Banda Ultralarga Italiana</h2>



<p>Di fronte a questi dati, la domanda è inevitabile: <strong>Open Fiber</strong> è davvero in grado di portare avanti il suo compito di digitalizzare il Paese? Il mix di perdite, debiti, ritardi e guerre interne al settore sembra suggerire di no. Il rischio è che, se non verranno prese misure correttive immediate, l’Italia resti indietro nell’innovazione digitale, con enormi ripercussioni per cittadini e imprese.</p>



<p>La banda Ultralarga è troppo importante per essere lasciata in balia di un’azienda che naviga sempre più a vista. È tempo di ripensare le strategie nazionali e assicurarsi che il futuro digitale dell’Italia non venga sacrificato per colpa di un modello gestionale fallimentare. Ed è altrettanto importante che il governo vigili su di tale modello, per evitare che peggiori lo stato delle cose.</p>
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		<title>La revisione del piano “Italia a 1 Giga” appesa a un filo</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/la-revisione-del-piano-italia-a-1-giga-appesa-a-un-filo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 13:31:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Italia a 1 Giga]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/shutterstock_2154695917-scaled.jpg" type="image/jpeg" />La posta in gioco è altissima: in assenza di una revisione del piano, l’Italia non riuscirà a rispettare le scadenze concordate con l’Unione Europea e rischia così di perdere un’occasione fondamentale per colmare il divario digitale, con gravi ripercussioni sulle prospettive di crescita e sulla credibilità del Paese in Europa. È ormai evidente che il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/shutterstock_2154695917-scaled.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La posta in gioco è altissima: in assenza di una revisione del piano, l’<strong>Italia</strong> non riuscirà a rispettare le scadenze concordate con l’<strong>Unione Europea</strong> e rischia così di perdere un’occasione fondamentale per colmare il <strong>divario digitale</strong>, con gravi ripercussioni sulle prospettive di crescita e sulla credibilità del Paese in Europa.</p>
</blockquote>



<p>È ormai evidente che il progetto “<strong><em>Italia a 1 Giga</em></strong>”, parte fondamentale della strategia del <strong>Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)</strong>, non sia in linea con le tempistiche e gli obiettivi fissati. Come abbiamo spesso ribadito, <strong>Open Fiber</strong> rischia di non portare a termine i lavori entro i termini previsti, se non verrà prontamente rivista la pianificazione delle attività.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa rischiamo?</h2>



<p>La posta in gioco è altissima: in assenza di una revisione del piano, l’Italia non riuscirà a rispettare le scadenze concordate con l’<strong>Unione Europea</strong>. Si aprirebbero così scenari rischiosi per il nostro Paese, in un momento storico in cui i fondi del <strong>Recovery Plan</strong> sono cruciali per la modernizzazione dell’infrastruttura digitale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa potrebbe accadere?</h2>



<p>Da un lato, verrebbero meno le risorse necessarie a sostenere la ripresa economica e l’innovazione. Dall’altro, si aprirebbe la questione delle ingenti penali che <strong>Open Fiber</strong> dovrebbe corrispondere per il mancato rispetto delle tempistiche: un ulteriore ostacolo a una già complicata sostenibilità economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quali conseguenze?</h2>



<p>L’inevitabile ripercussione sarebbe un conseguente rallentamento, se non un blocco, dell’intero progetto. Senza l’adeguamento del piano non sarà possibile per <strong>Open Fiber</strong> delineare un nuovo <strong>Piano industriale sostenibile</strong>. Questo, a cascata, limiterà l’accesso alle risorse finanziarie che consentirebbero di potenziare le infrastrutture e completare i cantieri aperti. <br>In altre parole, la mancanza di fiducia dei soci e dei potenziali investitori potrebbe tradursi in difficoltà nella ricapitalizzazione, ponendo un serio problema di continuità e stabilità per l’azienda stessa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione</h2>



<p>In conclusione, appare difficile (possiamo dircelo?) che la <strong>Commissione Europea</strong> possa accettare una revisione sostanziale del Piano e, ancor di più, che possa avallare la copertura delle abitazioni non servite da <strong>Open Fiber</strong> tramite il satellite di <strong>Elon Musk</strong>. L’Italia rischia così di perdere un’occasione fondamentale per colmare il divario digitale, con gravi ripercussioni sulle prospettive di crescita e sulla credibilità del Paese in Europa.</p>
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		<title>Open Fiber celebra record inutili, mentre l&#8217;Italia resta indietro. Vera digitalizzazione è ancora lontana</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/open-fiber-celebra-record-inutili-mentre-litalia-resta-indietro-vera-digitalizzazione-e-ancora-lontana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2025 17:34:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Open Fiber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-12-1.jpg" type="image/jpeg" />Le dichiarazioni di Open Fiber sul ponte digitale nello Stretto di Messina parlano di un’infrastruttura da record mondiale con una velocità di 8,16 Terabit al secondo. Invece di esaltare dorsali da record, bisognerebbe accelerare la copertura FTTH, eliminare i ritardi e garantire maggiore concorrenza nel settore. Le dichiarazioni di Open Fiber sul ponte digitale nello [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/open-fiber-celebra-record-inutili-mentre-litalia-resta-indietro-vera-digitalizzazione-e-ancora-lontana/">Open Fiber celebra record inutili, mentre l&#8217;Italia resta indietro. Vera digitalizzazione è ancora lontana</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-12-1.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le dichiarazioni di <strong>Open Fiber</strong> sul <strong>ponte digitale</strong> nello <strong>Stretto</strong> di <strong>Messina</strong> parlano di un’infrastruttura da record mondiale con una velocità di 8,16 Terabit al secondo. Invece di esaltare dorsali da record, bisognerebbe accelerare la copertura FTTH, eliminare i ritardi e garantire maggiore concorrenza nel settore.</p>
</blockquote>



<p>Le dichiarazioni di <strong>Open Fiber</strong> sul ponte digitale nello <strong>Stretto di Messina</strong> parlano di un’infrastruttura da record mondiale con una velocità di <strong>8,16 Terabit al secondo</strong>, definita come un passo avanti per la digitalizzazione del Sud Italia. Tuttavia, dietro queste affermazioni trionfalistiche e di facciata si nascondono diverse criticità che meritano di essere analizzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La velocità dichiarata non significa accesso reale per cittadini e imprese</h2>



<p>Gli <strong>8,16 Terabit/s</strong> rappresentano solo la capacità massima teorica della dorsale e non la velocità effettiva disponibile per utenti e aziende. Il vero problema in Italia non è la potenza della dorsale, ma la mancanza di fibra ottica capillare nelle città e nei piccoli centri, dove molte persone sono ancora bloccate con connessioni lente o inaffidabili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;infrastruttura inutile senza copertura capillare</h2>



<p>Un collegamento ultra-veloce tra Calabria e Sicilia è irrilevante, se nelle città e nei comuni mancano connessioni <strong>FTTH (Fiber to the Home)</strong>. Non è con una dorsale che si chiude il <em>digital divide</em>, ma con investimenti concreti per portare la fibra nelle case e nelle aziende. Ad oggi, la Sicilia ha ancora molte Aree bianche e numerose zone dove la copertura è insufficiente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Open Fiber continua ad accumulare ritardi nelle aree interne</h2>



<p>Se <strong>Open Fiber</strong> è in grado di realizzare una dorsale con velocità record, perché non ha ancora completato i lavori nelle aree meno servite dell’Italia? I bandi <strong>BUL (Banda Ultra Larga)</strong>, finanziati con fondi pubblici, hanno subito ritardi significativi. La priorità dovrebbe essere portare fibra e internet veloce ai cittadini, non celebrare record infrastrutturali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un monopolio mascherato da innovazione</h2>



<p>Le dichiarazioni parlano di “rivoluzione digitale”, ma il vero problema è la mancanza di concorrenza. <strong>Open Fiber</strong> opera in un regime di monopolio di fatto nelle aree finanziate dallo Stato, impedendo l’ingresso di nuovi operatori che potrebbero accelerare la digitalizzazione del Paese. La rete in fibra in Italia dovrebbe essere invece aperta a una vera competizione di mercato, senza un unico player che opera in solitudine ed è quindi libero di rallentare l’innovazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il confronto con l’Europa dimostra che l’Italia è ancora indietro</h2>



<p>Mentre si celebrano dorsali da record, la realtà è che Paesi come <strong>Francia</strong> e <strong>Spagna</strong> hanno già superato l’Italia nella copertura <strong>FTTH</strong> per cittadini e imprese. La strategia italiana è stata per anni sbagliata, puntando su soluzioni ibride come <strong>FTTC (Fiber to the Cabinet)</strong> invece di una copertura completa in fibra ottica.</p>



<p>Le dichiarazioni di queste ore parlano di un grande traguardo tecnologico, ma è fuorviante perché la vera sfida per l’Italia è garantire internet ultra-veloce per tutti. Invece di esaltare dorsali da record, bisognerebbe accelerare la copertura <strong>FTTH</strong>, eliminare i ritardi e garantire maggiore concorrenza nel settore.</p>



<p>Solo così si potrà parlare davvero di digitalizzazione del Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/open-fiber-celebra-record-inutili-mentre-litalia-resta-indietro-vera-digitalizzazione-e-ancora-lontana/">Open Fiber celebra record inutili, mentre l&#8217;Italia resta indietro. Vera digitalizzazione è ancora lontana</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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