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	<title>ONU Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>ONU Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Verso +2,8 °C: l’allarme dell’ONU sul collasso climatico</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/verso-2-8-c-allarme-onu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 08:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Clima-ONU.jpg" type="image/jpeg" />L’ultima edizione del rapporto Emissions Gap dell’ONU descrive come le politiche attuali ci stiano spingendo verso un riscaldamento globale di circa 2,8 °C rispetto all’era preindustriale, ben oltre gli obiettivi di Parigi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/verso-2-8-c-allarme-onu/">Verso +2,8 °C: l’allarme dell’ONU sul collasso climatico</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Clima-ONU.jpg" type="image/jpeg" />
<p>Malgrado impegni e promesse, le emissioni globali continuano a salire: solo un cambiamento radicale può ancora evitare la frattura della sicurezza climatica mondiale.</p>



<p>Nel corso dell’ultima settimana, il United Nations Environment Programme (UNEP) ha lanciato un allarme che non si può più ignorare: le politiche climatiche attuali stanno spingendo il pianeta su una traiettoria di <strong>circa +2,8 °C</strong> di aumento medio della temperatura globale entro fine secolo. <br>Questo dato, che supera largamente l’obiettivo più ambizioso dell’Paris Agreement di contenere l’aumento a 1,5 °C, segnala che non siamo più semplicemente in ritardo: siamo in rotta verso un <em>collasso climatico</em>, parola scelta dallo stesso segretario generale dell’ONU. <br>In questo articolo esploreremo cosa significa questa soglia, perché siamo arrivati a questo punto, quali rischi concreti ci attendono e, soprattutto, quali scelte ci restano.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="1-scenario-28-c-oltre-la-soglia-dellaccettabile">Scenario +2,8 °C. Oltre la soglia dell’“accettabile”</h2>



<p>Il rapporto dell’UNEP evidenzia che, se tutti gli attuali impegni nazionali venissero rispettati <strong>senza</strong> ulteriori miglioramenti, l’aumento stimato scenderebbe a circa +2,3 °C–2,5 °C. Ma <strong>con i livelli di politica attuale</strong> (ossia quanto effettivamente in atto, non solo annunciato), la cifra sale appunto a +2,8 °C. <br>Questo significa che, anche nel caso più ottimistico, il margine di sicurezza si è quasi dissolto: il limite di 1,5 °C non è più realisticamente evitabile. E se prevalgono le politiche “business as usual”, rischiamo di superare anche la soglia di 2 °C, un traguardo che molti scienziati considerano punto di non ritorno per alcune catastrofi ambientali. <br>È utile ricordare che solo pochi anni fa le proiezioni parlavano di +3 °C o oltre per questo secolo: il fatto che il margine sia sceso a 2,8 °C è un piccolo progresso, ma la sostanza è che <strong>non è abbastanza</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="2-le-cause-del-divario-tra-promesse-e-realta">Le cause del divario tra promesse e realtà</h2>



<p>Perché siamo in questa situazione? Il rapporto indica diverse ragioni critiche:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Le emissioni globali nel 2024 sono aumentate del 2,3% rispetto all’anno precedente. Un’accelerazione rispetto alla media decennale. </li>



<li>Le politiche climatiche annunciate (“Nationally Determined Contributions” o NDC) in molti casi non sono accompagnate da misure concrete di implementazione. Il rapporto segnala che gran parte del miglioramento nel calcolo delle proiezioni dipende da aggiornamenti di dati o metodologie e <strong>non</strong> da svolte politiche reali. </li>



<li>Alcuni grandi emettitori, tra cui gli Stati Uniti, hanno annunciato o attuato inversioni di rotta nelle politiche climatiche. Questo ha giocato un ruolo nella revisione verso l’alto delle stime. </li>



<li>La crisi della deforestazione, l’uso del suolo e la combustione di combustibili fossili rimangono driver essenziali delle emissioni globali. </li>
</ul>



<p>Abbiamo, quindi, molta buona volontà a parole, ma poca volontà reale nei fatti e ogni anno di procrastinazione rende più difficile il riavvolgimento della traiettoria.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="3-impatti-anticipati-non-e-piu-domani-ma-oggi">Impatti anticipati: non è più “domani” ma “oggi”</h2>



<p>Un riscaldamento medio globale di +2,8 °C non è un numero astratto: comporta impatti profondi su società, economia, biodiversità. Tra i principali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Ondate di calore estreme, con lunghezze e intensità superiori a quelle viste fino ad oggi, aumenteranno la mortalità per surriscaldamento e peggioreranno le condizioni sanitarie nelle aree urbane e rurali.</li>



<li>L’innalzamento del livello del mare accelererà, con maggiore frequenza di inondazioni costiere e perdita di terreni abitativi o agricoli. Anche differenze di pochi decimi di grado in meno di riscaldamento hanno effetti significativi sul numero delle persone a rischio.</li>



<li>Ecosistemi sensibili come barriere coralline, foreste pluviali tropicali, ghiacciai alpine e artici subiranno contrazioni e collassi: la perdita biologica non è solo una questione ambientale, ma economica e sociale.</li>



<li>Sicurezza alimentare e idrica saranno messe a dura prova: siccità più frequenti o precipitazioni più intense, combinate con sistemi agricoli fragili, rischiano di alimentare crisi migratorie, conflitti e instabilità geopolitiche.</li>
</ul>



<p>Si apre una finestra di conseguenze che estende la crisi climatica dal regno dell’“altro futuro” a quello del presente.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="4-quali-azioni-ancora-sono-possibili-e-perche-il-tempo-e-contro-di-noi">Quali azioni ancora sono possibili e perché il tempo è contro di noi</h2>



<p>Nonostante il quadro cupo, il rapporto dell’ONU ricorda che <strong>non è ancora del tutto troppo tardi</strong>: tecnicamente, contenere l’aumento entro 1,5 °C è ancora possibile, a patto di una riduzione immediata e drastica delle emissioni. <br>Tuttavia, questo richiede:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>La fine incontestabile dei sussidi ai combustibili fossili e la chiusura graduale delle centrali più inquinanti.</li>



<li>Investimenti rapidi e massicci nelle energie rinnovabili, infrastrutture resilienti e tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio.</li>



<li>Cooperazione internazionale rafforzata: i paesi più vulnerabili rischiano di essere travolti e occorre che i grandi emettitori assumano leadership concreta e includano la finanza climatica come pilastro del negoziato globale.</li>



<li>Cambiamenti sociali e comportamentali: non basta la politica, serve una trasformazione culturale ed economica che renda la decarbonizzazione un fatto quotidiano.</li>
</ul>



<p>Il rapporto avverte che ogni anno di attesa aumenta il fabbisogno di riduzione delle emissioni: più si aspetta, più drastica dovrà essere la manovra dopo, con costi enormi in termini economici, sociali e ambientali.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="5-il-bivio-geopolitico-economico">Il bivio geopolitico-economico</h2>



<p>Al di là delle tecnologie e delle politiche, la crisi climatica è anche una crisi geopolitica ed economica. Il rapporto dell’ONU arriva in un momento di fragile cooperazione internazionale: il percorso verso la COP 30 è segnato dall’assenza di alcuni leader chiave e dalla mancanza di nuovi impegni vincolanti. <br>L’economia globale, inoltre, resta altamente legata ai combustibili fossili: l’industria, gli investitori e i mercati stanno ancora scommettendo su profitti legati a petrolio, gas e carbone. La contraddizione è evidente: da un lato emergono allarmi netti, dall’altro la logica del lucro e della crescita salvaguarda l’inerzia.<br>Questo rende la crisi climatica non solo un problema tecnico, ma <strong>politico</strong> e <strong>etico</strong>: decidere di uscire dalla “zona di comfort” economica oggi significa evitare che la vita adulta delle prossime generazioni diventi un bilancio di danni incalcolabili.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="6-verso-una-visione-critica-e-visionaria">Verso una visione critica e visionaria</h2>



<p>Il mondo si trova ora a un bivio: procedere come finora significa accettare un futuro segnato da rotture ambientali, costi sociali elevatissimi e una vita umana profondamente diversa rispetto a quella che abbiamo conosciuto. Oppure, e c’è ancora una scelta, reagire con urgenza, coerenza e coraggio.<br>Immaginiamo un pianeta dove le città costiere non sono sommerse, dove la biodiversità continua a sostenere il benessere umano, dove l’agricoltura non è costantemente in crisi e dove la coesione globale prevale sulla competizione degli Stati-Nazione per risorse finite. Questo non è un sogno ingenuo: è un orizzonte concreto a portata di mano, <strong>ma solo</strong> se agiamo <em>subito</em>.<br>L’allarme dell’ONU sul +2,8 °C non è un bollettino di fine; è un appello: urgente, chiaro, irrevocabile. Quando si dice “collasso climatico” non si tratta di un’iperbole mediatica: è il linguaggio che riflette la realtà di un sistema che sta per superare i suoi limiti.<br>Così, guardando oltre: la vera domanda non è più «se» ma «come»» avremo il coraggio di plasmare il prossimo decennio. Perché il tempo delle “politiche dilazionate” è finito. La storia del pianeta non aspetta.</p>
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		<title>Il tempo è scaduto: l’ONU sfida Cina, UE e grandi economie sui piani climatici</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/il-tempo-e-scaduto-lonu-sfida-cina-ue-e-grandi-economie-sui-piani-climatici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 09:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[COP30]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/ONU.png" type="image/jpeg" />Alla vigilia della COP30 in Brasile, le Nazioni Unite chiedono impegni concreti al 2035: la credibilità dell’Accordo di Parigi e del multilateralismo climatico è in bilico La diplomazia climatica entra in una fase di resa dei conti. A pochi mesi dalla COP30 di Belém, l’ONU ha richiamato governi e grandi economie a presentare piani climatici [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/il-tempo-e-scaduto-lonu-sfida-cina-ue-e-grandi-economie-sui-piani-climatici/">Il tempo è scaduto: l’ONU sfida Cina, UE e grandi economie sui piani climatici</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/ONU.png" type="image/jpeg" />
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<p>Alla vigilia della COP30 in Brasile, le Nazioni Unite chiedono impegni concreti al 2035: la credibilità dell’Accordo di Parigi e del multilateralismo climatico è in bilico</p>
</blockquote>



<p>La <strong>diplomazia climatica </strong>entra in una fase di resa dei conti. A pochi mesi dalla <strong>COP30 di Belém</strong>, l’<strong>ONU </strong>ha richiamato governi e grandi economie a presentare piani climatici più ambiziosi <strong>entro settembre</strong>. Le <strong>Nationally Determined Contributions</strong>, cardine dell’<strong>Accordo di Parigi</strong>, rischiano di trasformarsi da promessa collettiva a clamoroso fallimento se Cina, Unione Europea e Stati Uniti non sapranno offrire una traiettoria credibile al 2035. In gioco non c’è solo la lotta al riscaldamento globale, ma la capacità del sistema multilaterale di resistere alle spinte geopolitiche e agli interessi economici che frenano la transizione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le NDC come architrave della governance climatica</h2>



<p>Le <strong>Nationally Determined Contributions (NDCs)</strong> non sono semplici allegati tecnici. Sono il perno dell’Accordo di Parigi, l’intesa che ha definito l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2°C e possibilmente entro 1,5°C. Ogni Paese deve aggiornare periodicamente i propri piani di riduzione delle emissioni, adattamento e transizione energetica.</p>



<p>Le NDC sono diventate, nel tempo, un test politico più che ambientale. Presentarle significa assumersi una responsabilità pubblica di fronte ai partner internazionali, agli investitori e alle opinioni pubbliche. Non presentarle equivale a segnalare debolezza o mancanza di volontà. Il termine fissato dalle Nazioni Unite per settembre 2025 è, quindi, una linea rossa: senza impegni concreti, la COP30 rischia di aprirsi sotto il segno del fallimento annunciato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’appello di Simon Stiell: dal vincolo alla leva di sviluppo</h2>



<p>In una lettera ai quasi 200 governi, Simon Stiell, capo del segretariato UNFCCC, ha scelto un linguaggio meno tecnico e più politico: le NDC, ha scritto, “<em>sono tra i più potenti motori di crescita economica e di miglioramento degli standard di vita del XXI secolo</em>”. È un cambio di paradigma comunicativo.</p>



<p>Per anni la narrativa climatica è stata costruita intorno ai limiti, alle restrizioni e ai sacrifici. Oggi l’ONU cerca di ribaltare lo schema, presentando gli impegni climatici come strumenti di modernizzazione industriale e di competitività globale. È lo stesso linguaggio che gli Stati Uniti hanno adottato con l’<strong>Inflation Reduction Act</strong>, trasformando la decarbonizzazione in politica industriale, e che la Cina utilizza nel promuovere le proprie filiere di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici. L’appello di Stiell mira a mostrare che il clima non è un costo, ma un investimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Cina: tra dipendenza dal carbone e leadership verde</h2>



<p>La Cina, oggi responsabile di oltre il 30% delle emissioni globali, resta l’attore chiave. Da un lato guida il mondo nello sviluppo delle rinnovabili, dei veicoli elettrici e delle tecnologie di stoccaggio. Dall’altro continua a costruire centrali a carbone, con un ritmo che contraddice la narrativa di transizione.</p>



<p>Pechino ha annunciato che presenterà il proprio aggiornamento delle NDC in autunno, poco prima della COP30. Una scelta che ha una chiara logica geopolitica: arrivare a Belém con una posizione flessibile, utile a massimizzare il peso negoziale e a rafforzare il ruolo di leader del Sud globale. La Cina utilizza la transizione verde non solo per ridurre la propria dipendenza energetica, ma come <strong>leva di soft power</strong>, proiettando influenza industriale e diplomatica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Unione Europea e le contraddizioni interne</h2>



<p>Se la Cina calibra i tempi, l’Unione Europea appare bloccata dalle proprie divisioni. Tradizionalmente considerata l’avanguardia della diplomazia climatica, l’UE fatica oggi a definire la propria traiettoria al 2040, che dovrebbe fungere da base per gli obiettivi al 2035. Francia e Polonia chiedono più tempo, temendo ricadute sulla competitività e sulla sicurezza energetica.</p>



<p>Il rischio è che Bruxelles arrivi alla COP30 con una posizione indebolita, proprio mentre promuove strumenti come il <strong>Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM)</strong>, pensato per imporre dazi climatici sulle importazioni e difendere l’industria europea. Se l’UE non saprà parlare con una sola voce, la sua credibilità come architetto di regole globali verrebbe messa seriamente in discussione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli Stati Uniti e l’ambivalenza politica</h2>



<p>Gli Stati Uniti restano il più grande emettitore storico e il principale finanziatore della transizione verde attraverso l’Inflation Reduction Act. Eppure la loro posizione internazionale resta ambivalente. La polarizzazione politica interna e l’incertezza elettorale mettono in dubbio la continuità degli impegni assunti.</p>



<p>Questo dualismo – massicci investimenti domestici da un lato, esitazioni multilaterali dall’altro – indebolisce la capacità degli Stati Uniti di guidare il processo globale. È una crepa che la Cina sfrutta abilmente per rafforzare la propria influenza nei Paesi emergenti, mentre l’Europa cerca di colmarla con il suo arsenale normativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le NDC come strumenti di politica industriale</h2>



<p>Dietro il linguaggio tecnico, le NDC sono documenti di politica economica e industriale. Ogni obiettivo climatico stabilisce priorità di investimento, incentivi fiscali e traiettorie tecnologiche. Secondo l’<strong>International Energy Agency</strong>, per raggiungere la neutralità climatica entro metà secolo saranno necessari oltre 4.000 miliardi di dollari all’anno di investimenti verdi.</p>



<p>Le nuove NDC al 2035 indicheranno quali Paesi guideranno le filiere del futuro – dall’idrogeno verde alle tecnologie di cattura del carbonio – e quali rischiano invece di restare ancorati a modelli industriali obsoleti. Non è solo una questione di emissioni: è una competizione per il controllo delle catene globali del valore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Geopolitica del clima: la diplomazia delle emissioni</h2>



<p>Il cambiamento climatico è diventato terreno di <strong>competizione geopolitica</strong>. L’UE usa i suoi strumenti regolatori per esportare standard, la Cina offre infrastrutture verdi ai Paesi in via di sviluppo, gli Stati Uniti puntano sul potere finanziario e tecnologico.</p>



<p>Le NDC sono al centro di questo gioco. Un obiettivo ambizioso o debole non produce solo conseguenze ambientali, ma segnala forza o fragilità politica. La COP30 sarà, quindi, molto più di un summit climatico: sarà il luogo in cui si misureranno i rapporti di potere tra blocchi economici e aree geopolitiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’urgenza dei dati e l’economia del rischio</h2>



<p>Il contesto scientifico non lascia spazio alle ambiguità. Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato. Gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi della storia moderna. Eventi estremi – dagli incendi in Canada e Grecia alle alluvioni in Libia e Germania – hanno già prodotto danni economici enormi. Secondo <strong>Munich Re</strong>, solo nel 2023 i disastri naturali hanno generato perdite assicurate per oltre 250 miliardi di dollari.</p>



<p>La realtà è che l’inazione costa più dell’azione. Ma la politica resta prigioniera di cicli elettorali brevi, che mal si conciliano con la logica di lungo periodo necessaria per gestire la transizione. L’IPCC avverte che senza un salto immediato di ambizione, la soglia critica di 1,5°C sarà superata già nel prossimo decennio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La credibilità del multilateralismo in gioco</h2>



<p>La scadenza di settembre per la presentazione delle nuove NDC non è un dettaglio tecnico. È un test di credibilità per l’Accordo di Parigi e per il sistema multilaterale nel suo complesso. La COP30 in Brasile sarà il momento della verità: potrà rilanciare l’ambizione globale oppure sancire l’irrilevanza della diplomazia climatica.</p>



<p>In gioco non c’è solo la traiettoria delle emissioni, ma la possibilità che la cooperazione internazionale riesca a resistere alle spinte nazionalistiche e agli interessi di breve periodo. Le NDC sono la bussola che può guidare la transizione, ma senza un impegno politico reale rischiano di restare carta senza peso.</p>



<p>La crisi climatica non aspetta. La diplomazia non può più permettersi il lusso di rinviare. La resa dei conti è già iniziata.</p>
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