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	<title>Luca Tomassini Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Luca Tomassini Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Chi governa l’intelligenza artificiale governa il futuro. Intervista a Luca Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 08:33:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Tomassini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Luca-Tomassini.jpg" type="image/jpeg" />E&#8217; appena uscito l&#8217;ultimo libro di Luca Tomassini &#8220;L’illusione intelligente. Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale&#8221;, che propone una lettura critica e strutturale dell’AI: non come semplice tecnologia, ma come infrastruttura di potere che interroga il ruolo dello Stato, del mercato e della responsabilità pubblica. Ne nasce una riflessione su sovranità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/chi-governa-lintelligenza-artificiale-governa-il-futuro-intervista-a-luca-tomassini/">Chi governa l’intelligenza artificiale governa il futuro. Intervista a Luca Tomassini</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Luca-Tomassini.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; appena uscito l&#8217;ultimo libro di Luca Tomassini &#8220;L’illusione intelligente. Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale&#8221;, che propone una lettura critica e strutturale dell’AI: non come semplice tecnologia, ma come infrastruttura di potere che interroga il ruolo dello Stato, del mercato e della responsabilità pubblica. Ne nasce una riflessione su sovranità digitale, concentrazione economica e fragilità delle istituzioni democratiche nell’era algoritmica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo abbiamo incontrato e ne e&#8217; scaturita l&#8217;intervista che vi proponiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Nel suo nuovo libro <em>L’illusione intelligente. Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale,</em> lei sostiene che l’intelligenza artificiale non sia una semplice evoluzione tecnologica, ma una vera e propria trasformazione politica ed economica. Da dove nasce questa convinzione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Nasce dall’esperienza diretta e dall’osservazione storica. Ogni grande infrastruttura tecnologica – dall’energia alle telecomunicazioni – ha sempre ridistribuito potere, ricchezza e influenza. L’AI fa lo stesso, ma su una scala inedita: incide sul lavoro, sull’informazione, sulla sicurezza, sulla capacità decisionale degli Stati. Pensarla come uno strumento neutro significa ignorare che oggi l’innovazione è diventata una questione di sovranità economica e democratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Lei parla di “democrazie fragili”. Qual è il nesso tra intelligenza artificiale e crisi democratica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Le democrazie funzionano grazie a mediazione, pluralismo, responsabilità. L’ecosistema digitale, invece, tende a semplificare, accelerare, polarizzare. L’intelligenza artificiale amplifica queste dinamiche: personalizza l’informazione, riduce lo spazio del confronto e rende opachi i processi decisionali. Il risultato non è una dittatura tecnologica, ma una democrazia che perde progressivamente spessore, capacità di deliberare e fiducia nei fatti condivisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Dal punto di vista economico, l’AI viene spesso presentata come il motore della prossima grande crescita. Lei invita però alla cautela.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. La crescita in sé non è mai un valore assoluto. Dipende da come viene distribuita. L’AI genera enormi incrementi di produttività, ma tende a concentrare valore e potere in chi controlla dati, infrastrutture e modelli. Senza politiche correttive, rischiamo una crescita che aumenta il PIL ma riduce la coesione sociale, comprimendo il lavoro e ampliando le disuguaglianze. È già successo in altre fasi della globalizzazione, oggi il rischio è ancora maggiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Il lavoro è uno dei pilastri del libro. L’AI sta davvero cambiando la natura del lavoro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Sì, e in modo profondo. Non stiamo assistendo alla scomparsa del lavoro, ma alla sua smaterializzazione e frammentazione. Molte professioni cognitive vengono automatizzate parzialmente, altre perdono valore contrattuale. Il rischio è che l’insicurezza diventi strutturale, una condizione permanente. Questo non è inevitabile: dipende dalle scelte industriali e dalle politiche pubbliche che accompagnano l’adozione dell’AI.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. In questo scenario, quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Tornare a fare politica industriale. Non per sostituirsi al mercato, ma per orientarlo. Significa investire in formazione continua, protezioni sociali adeguate, infrastrutture digitali pubbliche e criteri chiari sull’uso dell’AI. Lasciare tutto alle logiche di mercato equivale ad accettare che il futuro venga deciso da chi ha più capitale e meno responsabilità pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Lei è molto critico verso l’idea di una autoregolazione tecnologica. Perché?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Perché la storia dimostra che non funziona. Le grandi innovazioni hanno sempre richiesto regole: il lavoro industriale, la finanza, l’energia. L’AI non fa eccezione. Pensare che si governi da sola è una forma di rinuncia alla politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Il tema della concentrazione del potere nelle grandi piattaforme attraversa tutto il libro. Quanto è grave oggi questo squilibrio?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. È uno dei nodi centrali del nostro tempo. Pochissimi attori controllano dati, cloud, capacità di calcolo e modelli avanzati. Questo non è solo un problema di concorrenza, ma di democrazia economica. Chi controlla queste infrastrutture ha un potere di influenza enorme su mercati, informazione e decisioni pubbliche. Senza contromisure, il rischio è una privatizzazione di fatto di funzioni che un tempo erano pubbliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. L’Europa può davvero recuperare terreno?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. A mio modo di vedere si, ma solo se supera la frammentazione. Servono investimenti comuni, strategie industriali coordinate e una visione di lungo periodo. La sovranità digitale non è chiudersi, ma avere alternative credibili. Senza dati, infrastrutture e competenze proprie, l’Europa resterà un grande mercato di consumo tecnologico, non un attore geopolitico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Lei propone il principio “umano-centrico” come chiave di governo dell’innovazione. Come si traduce in pratica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Significa fissare dei limiti e delle priorità. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è socialmente desiderabile. L’adozione dell’AI dovrebbe essere accompagnata da valutazioni obbligatorie sull’impatto umano, come già avviene per l’ambiente. E significa usare leva pubblica – incentivi, regolazione – per premiare modelli che aumentano le capacità delle persone invece di sostituirle indiscriminatamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Nel libro lei scrive che il rischio maggiore non è un’AI troppo potente, ma una società troppo debole.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Esatto. Una società che rinuncia al giudizio critico, che delega per comodità, che accetta l’opacità in cambio di efficienza. Quando decisioni economiche, amministrative o politiche vengono automatizzate senza controllo democratico, non stiamo guadagnando progresso, ma perdendo responsabilità. L’AI diventa pericolosa quando smettiamo di interrogarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D. Veniamo allora alla prospettiva futura: siamo destinati a subire questa trasformazione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">R. No, ed è questo il messaggio centrale del libro. L’innovazione non è una forza naturale, ma una costruzione sociale. Dipende da scelte politiche, industriali e culturali. Possiamo governare l’intelligenza artificiale oppure lasciarci governare da essa. La differenza la fa la consapevolezza collettiva e il coraggio di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;IA non e&#8217; un destino, ma un campo di decisione</strong>. <strong>Conclusioni</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’illusione intelligente, scrive Luca Tomassini, è credere che il futuro sia già scritto negli algoritmi. In realtà, l’intelligenza artificiale non è un destino, ma un campo di decisione. Può diventare uno strumento di crescita inclusiva, rafforzare il lavoro, la democrazia e la sovranità economica, oppure accentuare disuguaglianze, precarietà e concentrazione del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La posta in gioco non è tecnologica, ma politica. E riguarda una scelta fondamentale: se accettare un’innovazione guidata da pochi attori privati o rivendicare un governo pubblico e democratico della trasformazione digitale. Perché, conclude Tomassini, il vero rischio non è che le macchine diventino intelligenti, ma che gli esseri umani rinuncino a esserlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fine delle promesse della Silicon Valley segna un passaggio storico. Le grandi aziende tecnologiche non chiedono più consenso: lo presuppongono. Sono diventate infrastrutture private di funzioni pubbliche, senza che a questo corrisponda una responsabilità pubblica adeguata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo spazio che si gioca la partita dell’intelligenza artificiale. Non tra entusiasmo e rifiuto, ma tra governo e delega. Perché, conclude Tomassini, ogni vuoto politico prima o poi viene riempito. E decidere da chi e come è oggi la vera scelta davanti a noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(*) <em>Luca Tomassini è un imprenditore, dirigente di azienda e accademico italiano. È conosciuto come uno dei i padri della telefonia mobile italiana e uno dei maggiori interpreti della rivoluzione digitale. Professore aggiunto in diverse università, tra molti premi e riconoscimenti è stato nominato dal Presidente Mattarella Cavaliere del Lavoro e Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Già direttore dell’innovazione del Gruppo Telecom Italia è presidente della Fondazione Luca &amp; Katia Tomassini. Ha pubblicato numerosi saggi, tra i quali, di recente, Oltre. Il ruolo dell’uomo nella società dell’intelligenza artificiale (Franco Angeli, 2024), Il grande salto (LUISS, 2020), L’innovazione non chiede permesso (Franco Angeli, 2018) e Vite Connesse (Franco Angeli, 2015).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>www.lucatomassini.it</em></p>



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