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	<title>Digital Networks Act Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Digital Networks Act Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Switch-off obbligatorio: l’Europa non spenga il rame accendendo il rischio regolatorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Switch-off.jpg" type="image/jpeg" />Il Digital Networks Act (DNA) della Commissione europea sostiene di voler semplificare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni e accelerare gli investimenti nelle reti a capacità molto elevata. Eppure una delle sue scelte di bandiera rischia di produrre l’effetto opposto. Introducendo un quadro europeo di switch-off obbligatorio del rame, il DNA aggiunge un nuovo livello di [&#8230;]</p>
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<p>Il Digital Networks Act (DNA) della Commissione europea sostiene di voler semplificare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni e accelerare gli investimenti nelle reti a capacità molto elevata. Eppure una delle sue scelte di bandiera rischia di produrre l’effetto opposto. Introducendo un quadro europeo di switch-off obbligatorio del rame, il DNA aggiunge un nuovo livello di obblighi, criteri, procedure e potenziali contenziosi proprio quando il settore ha bisogno di chiarezza, rapidità e sobrietà regolatoria.</p>



<p>Se la promessa del DNA è la semplificazione, lo switch-off obbligatorio consegna l’opposto: una nuova macchina della compliance. Lo spegnimento del rame non è un vuoto di policy. È già gestito — spesso in modo efficace — dalle autorità nazionali di regolamentazione (NRA), che conoscono i vincoli locali di deployment, le dinamiche competitive e le realtà pratiche della migrazione di famiglie, PMI e servizi critici. L’UE può legittimamente fissare una direzione e obiettivi comuni. Ma trasformare una transizione industriale complessa in un nuovo obbligo giuridico europeo non semplifica il percorso verso la fibra; rischia di istituzionalizzare il processo.</p>



<p>In alcune aree d’Europa, rinviare lo switch-off del rame oltre il 2035 sarà necessario, giustificato e del tutto comprensibile. Non per mancanza di ambizione, ma per ragioni pratiche: geografia, costi marginali, ritardi nei permessi, capacità esecutiva limitata e necessità di migrare i servizi legacy senza shock per famiglie e PMI. Proprio per questo è incoerente — e in ultima analisi dannoso — legiferare una scadenza europea fissa se sappiamo già che serviranno deroghe e proroghe. Le scadenze con eccezioni non costruiscono fibra. Costruiscono fascicoli.</p>



<p>Ecco perché, nella fase di scrutinio legislativo, Parlamento europeo e Consiglio dovrebbero eliminare dal DNA la scadenza obbligatoria di switch-off del rame e lasciare le decisioni vincolanti sui tempi alle autorità nazionali. Manteniamo KPI e obblighi di trasparenza a livello UE — copertura e take-up, prontezza alla migrazione, continuità del servizio e replicabilità wholesale — ma evitiamo un obbligo guidato dalla data che inevitabilmente diventa il centro della disputa. Non è un arretramento. È realismo regolatorio: le autorità nazionali conoscono la realtà sul terreno — dove la fibra è davvero disponibile, quali prodotti wholesale sono replicabili, dove utenti vulnerabili e servizi critici richiedono migrazioni su misura e dove le dinamiche competitive verrebbero destabilizzate da uno switch-off prematuro. Solo loro possono calibrare tempi e condizioni area per area, con responsabilità e profonda conoscenza dei mercati locali.</p>



<p>Il DNA prova a strutturare lo switch-off tramite piani nazionali di transizione, classificazioni delle aree, criteri di readiness e una scadenza. In pratica significa: più piani, più criteri, più reporting, più consultazioni, più dispute, più contenzioso e più ritardi. Non è semplificazione; è compliance. E quando la transizione diventa procedura, l’investimento diventa attesa.</p>



<p>Il paradosso è semplice: una data obbligatoria soggetta a deroghe e proroghe non accelera l’esecuzione; sposta il conflitto. Quali aree hanno diritto a più tempo? Quali soglie contano? Chi decide se le condizioni sono soddisfatte, e su quali evidenze? Il risultato è prevedibile: l’investimento più “strategico” diventa posizionamento regolatorio, non deployment. Nel frattempo la scadenza diventa un punto di frizione politico — un campo di battaglia ricorrente — più che un acceleratore industriale.</p>



<p>L’incertezza regolatoria si traduce direttamente in rischio finanziario. Aumenta il costo del capitale, raffredda la propensione a investire e spinge gli operatori verso decisioni difensive&nbsp; l’opposto della narrativa pro-investimenti su cui si fonda il DNA. Una scadenza “a metà credibile” perché dipende da inevitabili deroghe non è un meccanismo di impegno; è una fonte di volatilità.</p>



<p>C’è poi un secondo rischio, spesso sottovalutato: la concorrenza. Il rame è legacy, ma in molti mercati ha storicamente sostenuto la concorrenza wholesale e la replicabilità delle offerte retail. Spegnerlo “per comando” prima di garantire ovunque un prodotto wholesale in fibra stabile, realmente equivalente e replicabile rischia di spostare il potere negoziale nel momento più fragile: la migrazione. Il pericolo è semplice: puoi modernizzare le reti mentre, involontariamente, modernizzi il potere di mercato.</p>



<p>Nessuno switch-off senza replicabilità wholesale dimostrabile sulla fibra. Una data non risolve questo. Una transizione ben governata sì e quella governance è inevitabilmente locale.</p>



<p>Qualcuno dirà che serve un obbligo europeo per evitare frammentazione. Ma esiste un modo più pulito per ottenere coerenza senza legiferare una scadenza rigida. Armonizziamo principi, trasparenza e responsabilità non una data. L’UE può fissare standard comuni di reporting, salvaguardie minime per utenti e servizi critici e KPI comparabili su copertura, take-up, prontezza alla migrazione e replicabilità wholesale. Questo crea allineamento. Una scadenza obbligatoria con eccezioni crea dispute.</p>



<p>Questo è in linea con quanto BEREC sottolinea da tempo: condizioni e ritmo dello switch-off sono disomogenei tra gli Stati membri e dipendono in modo cruciale da vincoli locali, incluso l’accesso alle infrastrutture fisiche. Chi decide deve conoscere il terreno non solo il calendario.</p>



<p>Quindi la risposta non è difendere il rame. È superarlo senza trasformare una transizione industriale in un contenzioso giuridico permanente a livello UE. L’Europa dovrebbe concentrare la forza regolatoria dove produce risultati misurabili: permessi più rapidi e prevedibili, accesso efficiente alle infrastrutture passive, condizioni chiare per la replicabilità wholesale sulla fibra e salvaguardie per consumatori e PMI durante la migrazione. L’UE deve fissare obiettivi, KPI e standard di trasparenza. Ma non dovrebbe imporre un obbligo basato su una data che poi deve essere — giustamente — ammorbidito con deroghe e proroghe.</p>



<p>Le autorità nazionali possono stabilire quando lo switch-off è tecnicamente sostenibile, economicamente ragionevole ed un impatto competitivo neutrale con una granularità che nessuna scadenza europea può eguagliare. L’Europa non ha bisogno di una data obbligatoria per spegnere il rame. Ha bisogno di rendere la fibra l’unica scelta razionale. Non legiferate una data. Progettate gli incentivi. E se il rinvio è necessario — come in molti casi lo sarà — allora una scadenza obbligatoria “simbolica” è un errore: non accelera la modernizzazione; accende solo il rischio regolatorio.</p>



<p></p>
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		<title>300 pagine per non decidere: l’addio silenzioso dell’Europa al mercato unico delle telecomunicazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 08:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato Unico Telecomunicazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Gemini_Generated_Image_r6aprtr6aprtr6ap.jpg" type="image/jpeg" />C’è una verità scomoda che va detta senza giri di parole: l’ambizione di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni è fallita. Non rallentata. Non ricalibrata. Non rinviata. Fallita. Tutto ciò che segue — Digital Networks Act compreso — rischia di diventare cosmetica istituzionale. I quadri vengono riorganizzati, i concetti raffinati, le procedure riscritte, [&#8230;]</p>
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<p>C’è una verità scomoda che va detta senza giri di parole: l’ambizione di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni è fallita. Non rallentata. Non ricalibrata. Non rinviata. Fallita.</p>



<p>Tutto ciò che segue — Digital Networks Act compreso — rischia di diventare cosmetica istituzionale. I quadri vengono riorganizzati, i concetti raffinati, le procedure riscritte, ma la decisione che avrebbe davvero trasformato l’Europa in un unico continente anche nelle reti viene deliberatamente evitata.</p>



<p>Un mercato unico delle telecomunicazioni non nasce da un titolo altisonante o da una conferenza stampa. Nasce quando il potere viene realmente spostato dalle capitali nazionali al livello europeo: politica dello spettro, condizioni operative uniformi, autorizzazioni davvero transfrontaliere, un enforcement applicato allo stesso modo ovunque — non semplicemente “armonizzato” sulla carta. È qui che il progetto si è incagliato. E non per colpa della tecnologia. Per colpa della politica.</p>



<p>Per molti Stati membri, lo spettro non è solo infrastruttura. È gettito. È leva industriale domestica. È controllo. E quando un dossier tocca soldi e sovranità, l’Europa continua a comportarsi come una somma di capitali, non come un’unione capace di decidere come un blocco. Il mercato unico è stato la vittima di questa scelta.</p>



<p>In questo contesto, il Digital Networks Act arriva avvolto in una promessa ripetuta per mesi: semplificazione, meno burocrazia, regolazione più leggera, un quadro più favorevole agli investimenti. Un nuovo inizio. Eppure, la realtà che sta prendendo forma va nella direzione opposta. Quello che emerge non è deregulation, ma stratificazione. Non chiarezza, ma complessità. Nuove definizioni che si sovrappongono alle vecchie. Procedure aggiuntive, eccezioni, clausole di flessibilità, rimandi incrociati, linee guida, organismi di coordinamento — e, inevitabilmente, 27 implementazioni nazionali che trasformano la “semplificazione” in un labirinto regolatorio.</p>



<p>Quando l’Europa rifiuta di decidere sul potere, legifera sul dettaglio.</p>



<p>È un riflesso tipicamente europeo: quando manca il coraggio politico, la densità normativa riempie il vuoto. Ma nessun mercato unico è mai stato costruito con un regolamento di 300 pagine. La lunghezza è raramente segno di forza strategica; più spesso è il sintomo di un sistema che ha cercato di tenere insieme tutti senza scegliere. E i testi che non scelgono producono quasi sempre due effetti molto concreti: incertezza per chi investe e ampio spazio per chi vuole rinviare.</p>



<p>Il risultato è che l’Europa rischia di presentare come “Europa delle reti” ciò che, nella pratica, è una frammentazione gestita con ordine. Si promettono investimenti continentali senza creare le condizioni continentali per realizzarli. Agli operatori si chiede di accelerare su fibra e 5G, di rafforzare resilienza e sicurezza, di sostenere la transizione tecnologica — ma li si lascia intrappolati in un ecosistema dove la scala è strutturalmente più difficile da raggiungere che altrove. Il confronto è brutale ma inevitabile: un mercato e un regolatore negli Stati Uniti; uno Stato, una direzione strategica in Cina; ventisette sistemi regolatori e politici in Europa.</p>



<p>Lo switch-off del rame incarna perfettamente questa contraddizione. Viene spesso raccontato come una transizione naturale: si spegne il vecchio e si passa al nuovo. In realtà non è un interruttore, ma un conflitto politico — tra tempi tecnici e consenso elettorale, tra centri urbani e periferie, tra costi immediati e benefici di lungo periodo, tra cantieri e permessi, tra promesse e coperture reali. Progettato come una transizione costellata di deroghe nazionali e “flessibilità”, diventa un invito aperto al rinvio. Con questo approccio, non si arriverà allo switch-off neppure nel 2035 — non perché sia tecnicamente impossibile, ma perché diventa politicamente troppo facile continuare a spostare l’asticella in avanti, fino a trasformarla in una data simbolica più che in un impegno operativo.</p>



<p>Il vero punto, allora, non è stabilire se il Digital Networks Act sia ambizioso nei toni o moderno nel linguaggio. Il punto è più brutale: sta nascendo dentro una cornice che ha già accettato la sconfitta sul mercato unico. Quando quell’architrave crolla, tutto il resto diventa manutenzione regolatoria, non politica industriale. In quel contesto, persino la promessa di “meno regole” rischia di trasformarsi nella sua caricatura: più regole per gestire una realtà che i decisori non hanno il coraggio di cambiare.</p>



<p>Se l’Europa vuole davvero uscire dall’impasse, deve fare l’opposto di ciò che oggi sembra profilarsi. Servono poche scelte nette, leggibili, applicabili e vincolanti. Non un’enciclopedia di commi, ma un quadro essenziale che riduca davvero l’attrito e tolga spazio al rinvio.</p>



<p>Perché le reti non sono un settore come gli altri. Sono l’infrastruttura della sovranità tecnologica. E la sovranità, per definizione, non si costruisce con le mezze misure né con l’eccesso di carta. Si costruisce decidendo.</p>
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		<title>Gli incumbent delle telecomunicazioni europee devono smettere di nascondersi dietro il miraggio delle fusioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 11:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Euorpa]]></category>
		<category><![CDATA[Telco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Gambardella14.png" type="image/jpeg" />L’industria europea delle telecomunicazioni ha rispolverato il suo slogan preferito: la necessità di un approccio “lungimirante” alle fusioni per liberare investimenti e innovazione. L’argomento suona convincente, almeno in apparenza. Ma andando oltre la superficie, si scopre che si tratta meno di costruire il futuro digitale dell’Europa e più di proteggere gli incumbent dalle pressioni della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Gambardella14.png" type="image/jpeg" />
<p>L’industria europea delle telecomunicazioni ha rispolverato il suo slogan preferito: la necessità di un approccio “lungimirante” alle fusioni per liberare investimenti e innovazione. L’argomento suona convincente, almeno in apparenza. Ma andando oltre la superficie, si scopre che si tratta meno di costruire il futuro digitale dell’Europa e più di proteggere gli incumbent dalle pressioni della concorrenza.</p>



<p>La narrazione è ben collaudata. Si sostiene che l’Europa sia “troppo frammentata”, a differenza degli Stati Uniti o della Cina, e quindi incapace di generare la scala necessaria per il 5G, la fibra e l’intelligenza artificiale. La cura prescritta è la concentrazione nazionale: meno operatori per Paese, margini più alti e, in teoria, più capacità di investire. Ma si tratta di un rimedio illusorio. <strong>L’esperienza dimostra che quando i mercati nazionali si consolidano, i prezzi aumentano, gli investimenti rallentano e l’innovazione si inaridisce. Gli oligopoli non costruiscono il futuro.</strong></p>



<p>Il Regno Unito offre un monito. Dopo una serie di fusioni, la concorrenza si è ridotta, ma le promesse di nuovi massicci investimenti non si sono mai concretizzate. I consumatori hanno pagato di più, mentre gli aggiornamenti infrastrutturali arrancavano. L’Europa non può permettersi di ripetere lo stesso errore sotto la bandiera della “scala”.</p>



<p><strong>Il vero ostacolo alle ambizioni digitali dell’Europa non è la frammentazione, ma il rifiuto di completare un vero mercato unico delle telecomunicazioni</strong>. Per decenni, gli incumbent hanno resistito all’apertura delle fortezze nazionali, lamentando allo stesso tempo la loro incapacità di competere con i rivali globali. <strong>Il risultato è un mosaico di operatori che si aggrappano a confini che nell’economia digitale non hanno più senso.</strong></p>



<p>Se il consolidamento deve servire l’Europa, dev’essere <strong>paneuropeo, non nazionale</strong>. E questo richiede una riforma strutturale: una chiara separazione tra <strong>reti</strong> e <strong>servizi</strong>. Le reti, per loro natura, resteranno nazionali. Ma devono essere gestite come <strong>piattaforme wholesale-only</strong>, aperte, neutrali e non discriminatorie. I servizi, al contrario, devono poter scalare a livello continentale, offerti senza soluzione di continuità a 450 milioni di cittadini e imprese in un vero mercato unico digitale.</p>



<p>È qui che il <strong>Digital Networks Act</strong> deve dimostrare coraggio. La tentazione sarà di annacquare la politica della concorrenza in nome degli investimenti. Ma ciò non farebbe che rafforzare ulteriormente gli incumbent. Al contrario, il DNA deve imporre apertura, favorire i modelli wholesale-only e creare le condizioni per la nascita di fornitori paneuropei di servizi digitali.</p>



<p>Né Washington né Pechino hanno costruito la loro forza digitale sugli oligopoli nazionali; l’Europa non dovrebbe illudersi di riuscirci. I mercati finanziari premieranno apertura e scala continentale, non fusioni difensive che bloccano risorse in strutture del passato.</p>



<p><strong>L’Europa non ha bisogno di meno telco; ha bisogno di telco migliori.</strong> Non ha bisogno dell’illusione della scala; ha bisogno della realtà dell’apertura. Se soccomberà al miraggio delle fusioni, rimarrà intrappolata nel passato. Se invece abbraccerà la separazione e un mercato unico, potrà conquistare il futuro.</p>



<p>La scelta è netta. Nell’era dell’intelligenza artificiale e della connettività di nuova generazione, l’Europa può o resuscitare i fantasmi dei campioni nazionali, oppure costruire un quadro continentale all’altezza dell’era digitale. La risposta dovrebbe essere ovvia.</p>
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		<item>
		<title>Il Digital Networks Act rischia di creare più problemi che soluzioni</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/il-digital-networks-act-rischia-di-creare-piu-problemi-che-soluzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 06:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/Gambardella3.png" type="image/jpeg" />In un momento in cui l’Europa vuole correre verso l’intelligenza artificiale e una connettività di nuova generazione, rischia di inciampare riscrivendo da zero le regole digitali. Con il Digital Networks Act (DNA), la Commissione Europea punta a trasformare radicalmente il quadro normativo delle telecomunicazioni. Ma è lecito domandarsi: serve davvero un nuovo regolamento? O stiamo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/il-digital-networks-act-rischia-di-creare-piu-problemi-che-soluzioni/">Il Digital Networks Act rischia di creare più problemi che soluzioni</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/Gambardella3.png" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>In un momento in cui l’Europa vuole correre verso l’<strong>intelligenza artificiale</strong> e una connettività di nuova generazione, rischia di inciampare riscrivendo da zero le regole digitali.</p>
</blockquote>



<p>Con il <em>Digital Networks Act</em> (DNA), la <strong>Commissione Europea</strong> punta a trasformare radicalmente il quadro normativo delle telecomunicazioni. Ma è lecito domandarsi: serve davvero un nuovo regolamento? O stiamo rischiando di creare più confusione che progresso?</p>



<p>L’obiettivo del DNA è ambizioso e condivisibile: semplificare la normativa, migliorare la gestione dello spettro radio, garantire una concorrenza più equa tra operatori di rete e piattaforme digitali, rafforzare la fibra ottica e armonizzare l’azione delle autorità nazionali ed europee. Ma quando si guarda più da vicino, emergono molti interrogativi su tempi, metodo e reali benefici della proposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema giovane che merita fiducia</h2>



<p>L’attuale sistema, il <em>Codice europeo delle comunicazioni elettroniche</em> (EECC), è stato approvato solo pochi anni fa. Non è ancora stata condotta una valutazione seria dei suoi effetti. In questo contesto, smantellarlo a favore di una nuova normativa generale appare prematuro e rischioso. Un cambiamento così radicale potrebbe generare incertezza per aziende e investitori, proprio mentre l’Europa ha bisogno di stabilità per attrarre capitali e realizzare reti all’avanguardia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Semplificare sì, ma con metodo</h2>



<p>Unire in un solo testo regolamenti diversi – dall’EECC al Regolamento su Internet Aperto fino ai regolamenti BEREC – può sembrare una semplificazione, ma non garantisce di per sé maggiore chiarezza. Ogni normativa ha origini, obiettivi e ambiti diversi. Un accorpamento forzato potrebbe generare ambiguità, soprattutto se non accompagnato da una chiara razionalizzazione dei contenuti.</p>



<p>In alternativa, interventi mirati sui singoli strumenti esistenti permetterebbero di mantenere l’equilibrio tra flessibilità e coerenza, senza creare nuovi vuoti normativi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Attenzione alle specificità locali</h2>



<p>Uno dei rischi maggiori del DNA è un’eccessiva centralizzazione. Le autorità nazionali conoscono meglio le realtà del proprio mercato e sanno intervenire dove serve. Un regolamento unico europeo troppo rigido potrebbe non adattarsi a tutti i contesti locali, danneggiando proprio quei Paesi che hanno bisogno di maggiore elasticità per crescere. L’Italia, ad esempio, ha un assetto regolatorio specifico che integra media e comunicazioni: serve attenzione per non creare sovrapposizioni o incoerenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Separare le reti dai servizi: la concorrenza parte da qui</h2>



<p>Un punto cruciale riguarda il futuro degli operatori di sola infrastruttura – i cosiddetti <em>wholesale only</em>. Questi soggetti si occupano esclusivamente di costruire e gestire le reti, senza vendere direttamente servizi ai clienti finali. Questo modello, sempre più adottato in Europa, si basa su un principio semplice ma potente: separare la gestione delle reti dalla fornitura dei servizi.</p>



<p>Perché è così importante?</p>



<p>Perché la separazione favorisce la concorrenza nei mercati <em>downstream</em>, cioè tra gli operatori che offrono Internet, telefonia, contenuti e servizi digitali al consumatore finale. Se più operatori possono accedere in modo equo e non discriminatorio alla stessa rete, aumenta la possibilità di scelta, si abbassano i prezzi, migliora la qualità e si stimola l’innovazione.</p>



<p>Il modello <em>wholesale only</em> è quindi uno strumento essenziale per garantire pluralismo nei servizi digitali, evitare abusi di posizione dominante e accelerare la diffusione della fibra ottica in modo trasparente e competitivo. Non a caso, questo approccio è stato promosso da diverse autorità nazionali, e rappresenta una risposta concreta alle sfide della transizione digitale.</p>



<p>Il DNA, però, non sembra valorizzare appieno questo modello. Al contrario, introduce incertezze sull’accesso alla rete e sulla regolazione dei rapporti tra operatori. L’idea di imporre un “prodotto standard” europeo potrebbe non solo essere inefficace, ma anche controproducente: rischia di ostacolare proprio quei modelli virtuosi che si stanno affermando sul mercato.</p>



<p>È fondamentale che la nuova normativa non penalizzi chi investe in infrastrutture aperte e neutrali, ma anzi li tuteli e li incentivi. L’Europa non può permettersi di scoraggiare gli investimenti in reti moderne e indipendenti: è proprio da qui che passa la vera concorrenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Parità di regole tra operatori satellitari e terrestri</h2>



<p>Altro tema delicato è la concorrenza tra chi offre connettività via satellite e chi lo fa attraverso reti terrestri. Garantire una concorrenza leale è fondamentale, ma va riconosciuto che queste due modalità operano in condizioni tecnologiche e regolatorie profondamente diverse. Applicare regole identiche a situazioni disomogenee potrebbe compromettere lo sviluppo di soluzioni innovative.</p>



<p>L’Europa ha bisogno di reti più forti, veloci e affidabili, ma non ha bisogno di una rivoluzione normativa improvvisata. Il DNA nasce con buone intenzioni, ma rischia di trasformarsi in un esperimento costoso e disorientante. Prima di riscrivere tutto, sarebbe più utile – e più saggio – correggere ciò che non funziona. Perché nel mondo digitale, cambiare troppo in fretta può farci perdere il passo anziché guadagnare terreno.</p>



<p><strong>E soprattutto, non dimentichiamoci di chi sta a valle di queste scelte: cittadini e imprese europee, che hanno bisogno di certezze, non di nuove complessità. La vera trasformazione digitale parte da regole intelligenti, non da un salto nel buio.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/il-digital-networks-act-rischia-di-creare-piu-problemi-che-soluzioni/">Il Digital Networks Act rischia di creare più problemi che soluzioni</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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