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	<title>Carbone verde Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Carbone verde Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Cina, il paradosso del carbone verde: perché le mega-centrali di Gansu crescono nel boom delle rinnovabili</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/cina-paradosso-carbone-gansu-rinnovabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Carbone verde]]></category>
		<category><![CDATA[Rinnovabili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Rinnovabili.jpg" type="image/jpeg" />Nel cuore del corridoio di Hexi, la provincia di Gansu è vetrina delle rinnovabili cinesi, ma continua a investire in gigantesche centrali a carbone.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/cina-paradosso-carbone-gansu-rinnovabili/">Cina, il paradosso del carbone verde: perché le mega-centrali di Gansu crescono nel boom delle rinnovabili</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Rinnovabili.jpg" type="image/jpeg" />
<p>Mentre la Cina guida la transizione energetica globale con record di nuova capacità eolica e solare, nel deserto del Gobi entrano in funzione unità a carbone da 1.000 MW l’una. Il caso della centrale di Changle svela il vero nodo della strategia di Pechino: usare il carbone come “assicurazione” di sistema, rischiando però di bloccare per decenni la traiettoria delle emissioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="1-gansu-vetrina-verde-della-cina-ma-il-carbone-non-arretra">Gansu, vetrina verde della Cina (ma il carbone non arretra)</h2>



<p>Sul corridoio di Hexi, quella striscia di terra fertile ritagliata tra l’altopiano del Loess e il deserto del Gobi, il paesaggio sembra uscito da una brochure della transizione energetica: file di turbine eoliche a perdita d’occhio, campi fotovoltaici che seguono la curvatura della terra, dighe sul Fiume Giallo che regolano ogni goccia. Gansu è la “frontiera rinnovabile” della Cina, una delle province dove vento e sole sono più abbondanti e dove gli investimenti verdi hanno corso più veloce.</p>



<p>Oggi, le rinnovabili rappresentano circa il 62% della capacità di generazione elettrica installata nella provincia: un dato che, sulla carta, la colloca tra i campioni nazionali dell’energia pulita. </p>



<p>Eppure, basta spostare lo sguardo oltre le dune per vedere un’altra immagine, meno rassicurante: le sagome massicce delle torri di raffreddamento della centrale di Changle, una delle mega-centrali a carbone più grandi dell’Ovest cinese. Ogni nuova unità che entra in funzione aggiunge 1.000 megawatt di potenza, fino a raggiungere i 6.000 MW complessivi: l’equivalente del fabbisogno elettrico di un piccolo Paese europeo. </p>



<p>È in questa contraddizione visibile – pannelli solari da una parte, ciminiere dall’altra – che si legge il paradosso energetico della Cina contemporanea.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="2-la-centrale-di-changle-il-polmone-fossile-del-corridoio-di-hexi">La centrale di Changle: il “polmone fossile” del corridoio di Hexi</h2>



<p>La centrale di Changle, nel deserto di Guazhou, non è un vecchio relitto della fase industriale pesante: è un impianto di ultima generazione, strategico per la rete. Progettata con sei unità da 1.000 MW, è pensata fin dall’inizio come “centrale di punta” per stabilizzare il gigantesco hub eolico e fotovoltaico di Jiuquan, uno dei più grandi al mondo. </p>



<p>Nel 2025 le nuove unità 5 e 6 sono via via entrate in esercizio commerciale dopo i test di carico: un segnale chiaro che la corsa al carbone in Cina non riguarda solo vecchi impianti prolungati all’infinito, ma una nuova generazione di centrali costruite proprio nel cuore delle province “verdi”. </p>



<p>A livello locale, le autorità presentano Changle come una “batteria termica” al servizio delle rinnovabili: quando il vento cala, quando il sole si spegne dietro la polvere del deserto, è la centrale a carbone che deve entrare in funzione in pochi minuti per evitare blackout. È un argomento che torna spesso nei documenti ufficiali e nelle interviste ai funzionari: sicurezza energetica prima di tutto, crescita economica mai interrotta, costi sociali delle interruzioni di corrente ridotti al minimo.</p>



<p>Il risultato, però, è che la provincia che dovrebbe simboleggiare la fuga dal carbone diventa uno dei luoghi dove il carbone viene ingegnerizzato per durare più a lungo.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="3-il-contesto-globale-la-cina-superpotenza-verde-e-regina-del-carbone">Il contesto globale: la Cina superpotenza verde… e regina del carbone</h2>



<p>Per capire perché Gansu conta sia turbine eoliche sia ciminiere, bisogna guardare alla fotografia complessiva del sistema energetico cinese.</p>



<p>Negli ultimi anni Pechino è diventata il baricentro della transizione globale: tra il 2019 e il 2024 ha rappresentato circa il 40% dell’espansione mondiale della capacità rinnovabile e ha superato la soglia dei 1.000 GW di sola capacità solare installata. </p>



<p>Nel 2024, da sola, la Cina ha aggiunto più capacità eolica e solare di quella cumulata in molti grandi Paesi industrializzati: il settore fotovoltaico è dominato da aziende cinesi lungo tutta la filiera, dai pannelli alle batterie, mentre le turbine “made in China” equipaggiano parchi eolici dentro e fuori i confini nazionali. </p>



<p>Eppure, nello stesso periodo, il Paese continua a segnare nuovi record nella domanda di carbone: nel 2024 il consumo di carbone è cresciuto ancora, facendo della Cina il Paese che brucia più carbone di tutti, oltre un terzo del totale mondiale, spesso proprio per alimentare le centrali elettriche. </p>



<p>Nel 2024 sono stati avviati cantieri per quasi 100 GW di nuova capacità a carbone, il livello più alto in quasi un decennio, mentre nel 2025 la messa in funzione di nuove centrali nella prima metà dell’anno è stata la più elevata dal 2016. </p>



<p>Questo è il quadro: la stessa Cina che guida il boom delle rinnovabili continua a costruire (e accendere) nuove centrali fossili. Gansu e Changle sono la versione in scala provinciale di questo compromesso nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="4-perche-le-rinnovabili-di-gansu-non-bastano-ancora">Perché le rinnovabili di Gansu non bastano (ancora)</h2>



<p>Se Gansu ha così tanta capacità eolica e solare, perché non può semplicemente spegnere le centrali a carbone? Qui entra in gioco la parte meno visibile della transizione, quella tecnica.</p>



<p>Le rinnovabili della provincia non sono “programmate”: il vento non soffia in base ai picchi di domanda, il sole cala proprio quando le famiglie accendono luci e riscaldamento. Senza un sistema di accumulo su larga scala – batterie, idroelettrico a pompaggio, idrogeno – la rete ha bisogno di una fonte di energia in grado di modulare la produzione praticamente in tempo reale.</p>



<p>Changle nasce esattamente con questa missione: è il “polmone” che si espande e si contrae al variare della generazione eolica e solare. I documenti di progetto la definiscono infatti una “centrale di punta” al servizio del grande hub rinnovabile di Jiuquan e della linea di trasmissione ad altissima tensione verso la Cina centrale. </p>



<p>Il problema è che, per fare questo lavoro, il carbone non resta in stand-by: brucia, emette CO₂, consuma acqua in una regione già arida. Più i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e le riforme del mercato elettrico tardano a maturare, più il carbone resta l’unico “ammortizzatore” credibile.</p>



<p>In termini di clima, tradotto è semplice: il prezzo della stabilità di oggi rischia di essere un debito di emissioni che si pagherà domani.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="5-la-politica-del-doppio-binario-di-pechino">La politica del “doppio binario” di Pechino</h2>



<p>Gansu non è un’anomalia, ma un tassello di una strategia più ampia che gli analisti definiscono “doppio binario”: da una parte una corsa accelerata alle rinnovabili, dall’altra il mantenimento – e in molti casi l’espansione – della flotta a carbone.</p>



<p>Tra il 2022 e il 2023 la Cina ha approvato circa 220 GW di nuova capacità a carbone, iniziando la costruzione di decine di GW nel 2023 e nella prima metà del 2024. <br>Anche dopo un rallentamento momentaneo delle nuove approvazioni nel 2024, nel 2025 i permessi hanno di nuovo accelerato rispetto alla prima metà dell’anno precedente, secondo l’analisi di Greenpeace. </p>



<p>La logica ufficiale è chiara: finché non esisterà un sistema di accumulo e di gestione della rete in grado di assorbire la crescita esplosiva di eolico e solare, il carbone rimarrà in servizio come “backup”, soprattutto durante i picchi di consumo estivi e invernali.</p>



<p>In teoria, questa fase dovrebbe essere temporanea. Pechino promette di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2060. Ma tra la teoria delle promesse e la pratica delle centrali che entrano oggi in esercizio c’è un vuoto temporale di decenni.</p>



<p>Ogni nuova unità da 1.000 MW come quelle di Changle viene progettata per funzionare 30–40 anni. Anche se venisse usata sempre meno nel mix complessivo, il rischio concreto è di trovarsi nel 2040–2050 con una flotta moderna, tecnicamente efficiente, ma climaticamente incompatibile con gli obiettivi globali.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="6-i-numeri-del-paradosso-piu-capacita-verde-ma-anche-piu-carbone">I numeri del paradosso: più capacità verde, ma anche più carbone</h2>



<p>Il lato più beffardo di questa storia sta nei numeri.</p>



<p>Secondo le stime della China Electricity Council, già nel 2024 la capacità installata di eolico e solare combinata è destinata a superare quella a carbone, arrivando al 40% del totale contro il 37% del carbone. In altre parole: sulla carta, il sistema elettrico cinese è sempre più verde.</p>



<p>Ma guardando non la capacità, bensì l’energia effettivamente prodotta, il quadro cambia. Il carbone continua a coprire la quota principale della generazione elettrica e nel 2024 la domanda legata al carbone ha toccato un nuovo massimo, trainata da elettricità e industria pesante. </p>



<p>È come avere un gigantesco parco auto di veicoli elettrici parcheggiati e continuare a usare ogni giorno i vecchi motori diesel per i tragitti più importanti.</p>



<p>In questo contesto, le mega-centrali come Changle non sono un’anomalia, ma un tassello logico di un sistema che si è “abituato” al carbone come infrastruttura di sicurezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="7-reti-accumulo-mercato-le-tre-condizioni-che-mancano">Reti, accumulo, mercato: le tre condizioni che mancano</h2>



<p>Per affrancarsi davvero dal carbone, Gansu e la Cina nel suo complesso non possono limitarsi a installare più pannelli e turbine: servono tre pilastri che oggi sono ancora incompleti.</p>



<p><strong>1. Reti di trasmissione più flessibili</strong><br>Una parte dell’energia rinnovabile prodotta in province interne come Gansu non arriva ai grandi centri industriali della costa per limiti di rete e congestioni. In passato, l’elettricità eolica e solare è stata spesso “tagliata” (curtailment) perché non c’era capacità di trasmissione o perché i contratti favorivano la generazione da carbone. </p>



<p><strong>2. Accumulo su larga scala</strong><br>Progetti di stoccaggio – batterie, impianti idroelettrici a pompaggio, sistemi termici – sono in forte crescita, ma non ancora alla scala necessaria per sostituire il carbone nel ruolo di riserva. Alcuni progetti a Gansu, come impianti solari termodinamici con stoccaggio a sali fusi, mostrano la direzione, ma sono ancora eccezioni e non la regola. </p>



<p><strong>3. Riforma del mercato elettrico</strong><br>Finché le centrali a carbone sono remunerate in base alla potenza disponibile o a ore garantite di funzionamento, gli operatori non hanno un incentivo reale a ridurre al minimo l’uso del carbone e valorizzare davvero la flessibilità offerta dalle rinnovabili. È un tema di regolazione, non solo di tecnologia.</p>



<p>Senza questi tre ingredienti, il carbone resta la soluzione “facile” ogni volta che qualcosa nella rete scricchiola.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="8-costi-nascosti-e-rischio-di-lock-in">Costi nascosti e rischio di lock-in</h2>



<p>Dietro la retorica della “sicurezza energetica” c’è un conto che si presenta più avanti.</p>



<p>Le mega-centrali a carbone come Changle significano:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Emissioni di CO₂</strong> per decine di milioni di tonnellate l’anno, in una fase storica in cui la finestra temporale per rimanere entro gli obiettivi climatici è sempre più stretta</li>



<li><strong>Investimenti immobilizzati</strong> per miliardi di dollari in infrastrutture che, se le politiche climatiche si faranno davvero stringenti, rischiano di trasformarsi in stranded assets, impianti “bloccati” che non possono più funzionare come previsto</li>



<li><strong>Impatto locale</strong> in termini di qualità dell’aria e uso dell’acqua, soprattutto in regioni desertiche dove ogni metro cubo conta.</li>
</ul>



<p>È il classico trade-off tra presente e futuro: ogni gigawatt di carbone che rende più semplice la gestione della rete oggi rende più complicata – e costosa – la decarbonizzazione di domani.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="9-se-la-cina-sbaglia-il-tempo-della-transizione">Se la Cina sbaglia il tempo della transizione</h2>



<p>La domanda di fondo, guardando Gansu dal satellite, è quasi brutale: la Cina vuole davvero usare il carbone come “paracadute temporaneo” o sta progettando, consapevolmente o meno, un futuro dove il carbone rimarrà importante ben oltre il 2030–2040?</p>



<p>I segnali sono misti. Da un lato, la crescita delle rinnovabili è definita “senza precedenti” da molte analisi internazionali.  <br>Dall’altro, il ritmo con cui vengono avviati nuovi cantieri a carbone e l’assenza di un piano chiaro di chiusura anticipata delle centrali esistenti suggeriscono un atteggiamento prudente, quasi difensivo. </p>



<p>Se Pechino dovesse sbagliare il tempo della transizione, spingendo troppo a lungo sul carbone per timore di instabilità elettriche, rischierebbe un triplo effetto:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Ritardare il picco delle emissioni</strong>, rendendo più ripida e dolorosa la curva di riduzione successiva</li>



<li><strong>Sovraccaricare il sistema economico</strong> con il costo di impianti da chiudere prima del tempo o da riconvertire in fretta</li>



<li><strong>Indebolire la sua stessa narrazione geopolitica</strong> di superpotenza della transizione, offrendo agli avversari l’argomento perfetto per accusarla di greenwashing.</li>
</ol>



<h2 class="wp-block-heading" id="10-uno-scenario-alternativo-dal-carbone-re-al-carbone-assicurazione">Uno scenario alternativo: dal carbone “re” al carbone “assicurazione”</h2>



<p>C’è però anche uno scenario diverso, che alcuni analisti iniziano a considerare plausibile: quello in cui la Cina, dopo aver costruito “troppo” carbone, ne riduce rapidamente l’utilizzo, trasformando le centrali da motore principale a riserva di emergenza.</p>



<p>In questo scenario, impianti come Changle verrebbero usati sempre meno, solo nei momenti di picco o in condizioni estreme, mentre la crescita di rinnovabili, accumulo e reti intelligenti permetterebbe al sistema di reggere senza problemi.</p>



<p>Non sarebbe la transizione perfetta, ma sarebbe una via d’uscita meno traumatica: il carbone non sparirebbe dall’oggi al domani, ma perderebbe il ruolo di “re” della generazione elettrica e diventerebbe un’assicurazione sempre più rara, sempre più cara.</p>



<p>Perché ciò accada, però, non basta contare i gigawatt di pannelli installati: serve una decisione politica esplicita, soprattutto sul fronte della regolazione del mercato elettrico e della pianificazione delle chiusure.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="11-la-lezione-di-gansu-per-la-transizione-globale">La lezione di Gansu per la transizione globale</h2>



<p>Gansu è un laboratorio. Non solo per la Cina, ma per chiunque stia provando a fare i conti con lo stesso paradosso: espandere le rinnovabili senza fidarsi abbastanza da mollare davvero i combustibili fossili.</p>



<p>Camminando idealmente lungo il corridoio di Hexi, si attraversano tre tempi diversi:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>il futuro delle turbine e dei parchi solari</li>



<li>il presente delle centrali a carbone che tengono in piedi la rete</li>



<li>e un passato industriale che non è mai stato davvero archiviato.</li>
</ul>



<p>Il punto è che questi tre tempi non possono coesistere all’infinito. A un certo momento, uno dei tre, il passato fossile, dovrà cedere il passo, non solo nelle dichiarazioni, ma nelle ore di funzionamento, nei bilanci, nei contratti.</p>



<p>Se la Cina riuscirà a trasformare impianti come Changle da simbolo del ritardo fossile a piattaforma di transizione – usata sempre meno, fino a diventare marginale – avrà scritto una parte decisiva della storia climatica del XXI secolo. Se invece continuerà a costruire e utilizzare carbone come se fosse ancora l’asse portante del sistema, il corridoio di Hexi resterà l’immagine perfetta di un mondo che ha scelto la transizione… ma non fino in fondo.</p>



<p>In definitiva, ciò che succede tra le dune di Gansu non è una storia locale: è uno specchio della domanda che riguarda tutti, Europa compresa. Quanto siamo disposti a fidarci davvero delle rinnovabili e quando decideremo, finalmente, che il vecchio motore a carbone può essere spento, non solo “tenuto acceso per sicurezza”?</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/cina-paradosso-carbone-gansu-rinnovabili/">Cina, il paradosso del carbone verde: perché le mega-centrali di Gansu crescono nel boom delle rinnovabili</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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