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	<title>Aviazione Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Aviazione Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<item>
		<title>Indonesia, la scommessa sull’olio di palma per far volare l’aviazione</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/indonesia-palma-sustainable-aviation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 16:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Aviazione]]></category>
		<category><![CDATA[Olio di Palma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Indonesia.jpg" type="image/jpeg" />Il più grande produttore mondiale di olio di palma accelera sui carburanti sostenibili per l’aviazione: Pertamina testa jet fuel “verde” con Pelita Air, Garuda e Citilink e punta alla commercializzazione entro 2-3 anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/indonesia-palma-sustainable-aviation/">Indonesia, la scommessa sull’olio di palma per far volare l’aviazione</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Indonesia.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Tra ambizione industriale, reputazione ambientale fragile e pressioni internazionali, l’Indonesia prova a trasformare la palma da olio nell’asset chiave per conquistare il mercato globale dei Sustainable Aviation Fuel. Una scommessa che può ridefinire il ruolo del Paese nei cieli del mondo o amplificare vecchie contraddizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="1-indonesia-vuole-decollare-con-il-carburante-di-casa">Indonesia vuole decollare con il carburante “di casa”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Bali, lontano dai numeri astratti dei report, il futuro dell’aviazione si testa letteralmente in pista. L’Indonesia ha iniziato a far volare aerei di linea con miscele di jet fuel convenzionale e carburante derivato dall’olio di palma, etichettato come <strong>sustainable aviation fuel (SAF)</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dichiarato dal governo è concreto, quasi aggressivo nei tempi: <strong>portare questi carburanti sul mercato entro due o tre anni</strong>. Non una ricerca accademica, quindi, ma una vera e propria road map industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un Paese che vive da decenni nel paradosso della palma — enorme ricchezza economica, enorme costo ambientale — la sfida è doppiamente simbolica: far sì che la pianta che ha alimentato tanta deforestazione diventi il cuore di una transizione energetica più pulita. O almeno, più pulita di ieri.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="2-pertamina-al-centro-test-in-volo-con-pelita-air-garuda-e-citilink">Pertamina al centro: test in volo con Pelita Air, Garuda e Citilink</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore di questo progetto è <strong>Pertamina</strong>, il colosso energetico statale. Non si limita a raffinare petrolio: sempre di più sta cercando di diventare un gruppo integrato che spazia dalle rinnovabili alla chimica verde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I test vengono condotti con tre compagnie indonesiane:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Pelita Air</strong>, controllata da Pertamina stessa, campo di prova naturale;</li>



<li><strong>Garuda Indonesia</strong>, compagnia di bandiera, vetrina internazionale e banco di prova reputazionale;</li>



<li><strong>Citilink</strong>, il vettore low-cost che intercetta il traffico interno e regionale.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Sugli aerei vengono caricate miscele di carburante tradizionale e SAF a base di olio di palma trattato: gli ingegneri monitorano consumi, prestazioni, comportamento dei motori, possibili effetti su manutenzione e durata delle componenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In parallelo, si analizzano logistica e costi: perché un carburante, per essere davvero “commerciale”, deve funzionare non solo in laboratorio ma nel conto economico delle compagnie.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="3-perche-proprio-lolio-di-palma-la-logica-industriale-di-jakarta">Perché proprio l’olio di palma? La logica (industriale) di Jakarta</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta dell’olio di palma non è casuale, né neutra. L’Indonesia è il primo produttore mondiale, con milioni di ettari coltivati e una filiera che va dai piccoli agricoltori alle grandi corporation agroindustriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista del governo, il ragionamento è quasi lineare:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>abbiamo una <strong>biomassa abbondante e già organizzata industrialmente</strong>;</li>



<li>il mondo dell’aviazione ha bisogno di SAF;</li>



<li>se riusciamo a trasformare la palma in carburante certificato e accettato, possiamo diventare <strong>hub globale del jet fuel “verde”</strong>.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">È, in qualche modo, l’idea di “fare upgrade” a una materia prima che oggi finisce in margarine, cosmetici, carburanti stradali: portarla nel segmento premium dell’energia per l’aviazione, dove i margini sono potenzialmente più interessanti e la domanda è destinata a crescere per vincoli regolatori.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="4-lelefante-nella-stanza-la-questione-ambientale-che-non-scompare">L’elefante nella stanza: la questione ambientale che non scompare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, però, entra l’argomento che nessun comunicato patinato può davvero aggirare: <strong>l’olio di palma è tra i simboli globali della deforestazione tropicale</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni, espansioni incontrollate di piantagioni hanno cancellato foreste in Indonesia, con impatti su biodiversità, comunità indigene, emissioni di CO₂. Le immagini degli incendi di torbiere e delle foreste bruciate sono ancora vive nella memoria di molti osservatori internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora il governo e Pertamina sostengono che il SAF da palma sarà diverso, “nuova generazione”:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>filiere tracciate,</li>



<li>uso prioritario di olio raffinato da piantagioni esistenti,</li>



<li>focus crescente su scarti e rifiuti oleosi,</li>



<li>standard di sostenibilità più severi.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però una tensione di fondo: <strong>può un prodotto legato a una coltura controversa presentarsi come simbolo di sostenibilità?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta non dipenderà solo dalle emissioni misurate su carta, ma anche da quanto il mondo sarà disposto a credere a una riconversione reale del settore.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="5-un-mercato-affamato-di-saf-e-ancora-povero-di-offerta">Un mercato affamato di SAF (e ancora povero di offerta)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il contesto globale gioca, in parte, a favore dell’Indonesia. Le compagnie aeree, spinte da obiettivi di neutralità climatica e da crescenti pressioni regolatorie, hanno bisogno di sostituire una quota crescente di combustibile fossile con SAF.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa interessante è che, oggi, il <strong>collo di bottiglia non è la domanda, ma l’offerta</strong>:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>la capacità produttiva globale di SAF è ancora marginale rispetto ai consumi di jet fuel;</li>



<li>i prezzi del SAF restano molto più alti rispetto al cherosene tradizionale;</li>



<li>i progetti in pipeline non basteranno, da soli, a coprire gli obiettivi fissati per il 2030 e oltre.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">In questa scarsità strutturale, un Paese che può mobilitare in tempi relativamente rapidi grandi volumi di materia prima agricola diventa automaticamente interessante. Ed è esattamente la casella che l’Indonesia vorrebbe occupare.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="6-tra-diplomazia-e-business-lindonesia-come-fornitore-di-transizione">Tra diplomazia e business: l’Indonesia come fornitore di transizione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro al linguaggio tecnico dei test in volo, c’è un’operazione diplomatica abbastanza chiara. Se Jakarta riuscirà a:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>certificare il proprio SAF,</li>



<li>convincere i regolatori che le filiere non alimentano nuova deforestazione,</li>



<li>offrire prezzi competitivi,</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">potrà proporsi come <strong>fornitore indispensabile</strong> per le compagnie aeree asiatiche, ma anche per quelle europee e mediorientali in cerca di volumi garantiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, l’Indonesia non venderebbe più solo commodities agricole o combustibili fossili, ma <strong>un pezzo di transizione energetica globale</strong>. È un cambio di status: da “fornitore di materie prime” a “partner nella decarbonizzazione”.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="7-i-nodi-aperti-costi-reputazione-concorrenza">I nodi aperti: costi, reputazione, concorrenza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La strada, però, è tutt’altro che libera.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="8-costi-e-scala-industriale">Costi e scala industriale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Produrre SAF è complesso e costoso. Serve una chimica sofisticata, impianti dedicati, logistica ad hoc. Per essere competitivo, il carburante indonesiano dovrà sfruttare economie di scala e magari forme di sostegno pubblico mirato.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="9-reputazione-ambientale">Reputazione ambientale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L’olio di palma sconta un handicap d’immagine enorme. Anche con sistemi di certificazione avanzati, basterà una singola inchiesta o un singolo scandalo per riaccendere la diffidenza di mercati, ong, consumatori.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="10-concorrenza-tecnologica">Concorrenza tecnologica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, altre filiere stanno avanzando: SAF da rifiuti solidi urbani, da oli esausti, da residui agricoli, fino ai futuri e-fuel sintetici prodotti con elettricità rinnovabile. Se queste tecnologie scenderanno di prezzo più in fretta, l’Indonesia rischia di ritrovarsi con una soluzione “transitoria” che diventa obsoleta troppo presto.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="11-una-scelta-che-pesa-sul-lungo-periodo">Una scelta che pesa sul lungo periodo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è una domanda che aleggia sopra tutto il progetto, e riguarda la traiettoria stessa del Paese: <strong>l’Indonesia vuole legare il proprio futuro energetico a una coltura che ha già mostrato tutti i suoi limiti, o userà il SAF da palma come ponte verso un portafoglio più diversificato di tecnologie?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza non è marginale:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>nel primo caso, il rischio è quello di consolidare un modello agro-energetico ad alta intensità di terra, vulnerabile a critiche, boicottaggi e cambiamenti normativi;</li>



<li>nel secondo, la palma potrebbe diventare una sorta di “trampolino”, un modo per generare risorse economiche e politiche da reinvestire in soluzioni a più basso impatto.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Molto dipenderà anche da come verrà distribuito il valore lungo la filiera: se i benefici si fermeranno ai grandi conglomerati, o se coinvolgeranno davvero piccoli produttori e comunità rurali.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="12-un-paese-una-pianta-e-il-futuro-dellaviazione">Un Paese, una pianta e il futuro dell’aviazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scommessa indonesiana sul jet fuel da olio di palma ha qualcosa di profondamente emblematico. È come se il Paese stesse provando a riscrivere la storia di una pianta che, finora, è stata sinonimo di deforestazione e monocoltura, trasformandola in uno strumento — imperfetto, certo, ma concreto — per ridurre le emissioni dell’industria che più di tutte incarna l’idea di globalizzazione: l’aviazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il progetto funzionerà, l’Indonesia potrà dire di aver usato la propria realtà — non quella ideale dei manuali — per rispondere a una sfida planetaria. Se invece fallirà, rischierà di essere ricordata come il Paese che ha provato a chiamare “sostenibile” ciò che il mondo non era pronto ad accettare come tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, una cosa è già chiara:<br>il futuro dei cieli non si deciderà solo negli hangar e negli uffici delle compagnie aeree, ma <strong>nei campi, nelle raffinerie, nei laboratori dove si sperimenta come trasformare biomasse e molecole in qualcosa che possa far volare il mondo con un peso minore sul clima</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Indonesia, nel bene e nel male, ha scelto di stare lì, nel mezzo di questa trasformazione. Con una pianta antica, un’industria moderna e una domanda che non farà sconti: quanto siamo davvero disposti a cambiare per continuare a volare?</p>
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		<title>SAF, l’ora della verità: perché l’Europa dell’aviazione chiede una politica industriale (non solo mandati)</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/saf-lora-della-verita-perche-leuropa-dellaviazione-chiede-una-politica-industriale-non-solo-mandati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 11:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Aviazione]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[SAF]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/SAF-fuel-e1760447217977.png" type="image/jpeg" />Le compagnie aeree europee sollecitano Bruxelles: più produzione, sussidi mirati e mercato funzionante per il carburante sostenibile. Tra costi tripli, filiere fragili e competizione globale, il Sustainable Aviation Fuel rischia di diventare il vero test della politica industriale europea. L’Unione Europea ha acceso la miccia della transizione aerea con ReFuelEU Aviation, imponendo un minimo obbligatorio [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Le compagnie aeree europee sollecitano Bruxelles: più produzione, sussidi mirati e mercato funzionante per il carburante sostenibile. Tra costi tripli, filiere fragili e competizione globale, il Sustainable Aviation Fuel rischia di diventare il vero test della politica industriale europea.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>Unione Europea</strong> ha acceso la miccia della transizione aerea con <strong>ReFuelEU Aviation</strong>, imponendo un minimo obbligatorio di carburante sostenibile nei voli commerciali. Ma i CEO di <strong>Ryanair, Lufthansa, Air France-KLM, easyJet e IAG</strong> avvertono: senza un mercato funzionante e incentivi adeguati, l’obiettivo 2050 resta sulla carta. Mentre la produzione non decolla, le compagnie si scontrano con prezzi tripli, forniture limitate e un rischio crescente di dipendenza tecnologica dall’estero.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il paradosso del volo verde: mandati ambiziosi, molecole assenti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>2% di Sustainable Aviation Fuel (SAF)</strong> obbligatorio nei serbatoi europei nel 2025 doveva essere il primo passo di una scalata virtuosa verso il 6% nel 2030 e il 70% nel 2050. Sulla carta, un traguardo da leadership globale. Nella realtà, un <strong>mandato che corre più veloce della produzione</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le compagnie aeree si trovano incastrate tra una normativa che impone di usare un carburante “pulito” e una filiera che quel carburante non lo produce in quantità sufficienti. È un cortocircuito tipicamente europeo: <strong>ambizione normativa senza corrispettivo industriale</strong>.<br>L’Europa regola come se fosse già pronta a fornire alternative su larga scala, ma il motore industriale resta al minimo regime.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’appello dell’aviazione: dall’obbligo all’opportunità economica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro l’apparente resistenza delle compagnie non c’è negazione climatica, ma <strong>una domanda di realismo economico</strong>. Alla conferenza stampa congiunta di <strong>Airlines for Europe (A4E)</strong>, i CEO dei maggiori vettori europei hanno chiesto <strong>un’alleanza industriale</strong>, non nuovi vincoli. Vogliono investire, ma non in perdita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le richieste sono chiare: <strong>sussidi mirati</strong> per coprire la differenza di prezzo tra SAF e cherosene, <strong>semplificazione autorizzativa</strong> per i nuovi impianti, <strong>contratti di fornitura a lungo termine</strong> per garantire la bancabilità dei progetti.<br>“Oggi il SAF costa da tre a cinque volte più del jet fuel convenzionale” ha spiegato <strong>Kenton Jarvis</strong> di easyJet. “Se costasse uguale, i mandati sarebbero superflui”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro la battuta c’è una verità sistemica: <strong>la sostenibilità non può essere costruita solo a colpi di regolamento</strong>. Senza incentivi, la transizione rischia di restare un lusso per pochi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I prezzi del carburante verde e il nodo della fiducia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il SAF oggi costa in media <strong>€2.000-3.000 per tonnellata</strong>, ma i picchi superano anche i <strong>€7.000</strong>, secondo l’ICCT. Una volatilità che spaventa le compagnie e disincentiva i contratti di lungo periodo.<br>In parallelo, cresce il sospetto che i fornitori di energia — da TotalEnergies a Neste — stiano <strong>speculando sull’obbligo di legge</strong> per imporre sovrapprezzi mascherati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il direttore generale di <strong>IATA</strong>, <strong>Willie Walsh</strong>, non usa mezzi termini: “l’industria petrolifera sta facendo profitti extra sulle spalle della sostenibilità”. Parla di <strong>price gouging</strong>, un’accusa inedita per un settore abituato alla diplomazia.<br>Eppure, anche i produttori hanno le loro ragioni: senza margini garantiti non possono finanziare i nuovi impianti e i progetti pilota restano tali.<br>Il risultato è un <strong>mercato immaturo</strong>, dove la fiducia è la prima vittima e la trasparenza la grande assente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli incentivi europei: troppo pochi, troppo lenti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per compensare i costi, Bruxelles ha introdotto un <strong>sistema di quote ETS dedicate</strong> all’aviazione. Nel 2024 sono state distribuite circa <strong>€125 milioni</strong> in equivalenti di carbon credits per aiutare le compagnie a coprire il gap SAF.<br>Ma è un cerotto su una frattura strutturale.<br>Il mercato europeo dell’aviazione brucia oltre <strong>55 milioni di tonnellate di carburante l’anno</strong>: l’impatto reale degli incentivi è inferiore all’1% del fabbisogno totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2026, inoltre, le compagnie aeree perderanno le <strong>quote ETS gratuite</strong> e dovranno acquistare il 100% delle emission allowances all’asta. Tradotto: <strong>costi ambientali più alti e meno risorse per investire in carburanti verdi.</strong><br>In assenza di una <strong>leva finanziaria più coraggiosa</strong>, il mandato rischia di diventare un vincolo regressivo — più punitivo che trasformativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La filiera che non decolla: feedstock scarsi, tecnologie immature</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tallone d’Achille è la <strong>catena produttiva</strong>.<br>Il 90% del SAF oggi prodotto in Europa deriva da processi <strong>HEFA</strong>, che utilizzano oli esausti o grassi animali. Ma la disponibilità di feedstock è limitata, e la concorrenza con altri settori (biocarburanti stradali, chimica verde, cosmetica) ne aumenta il prezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli <strong>e-fuels</strong>, carburanti sintetici derivati da idrogeno verde e CO₂ catturata, rappresentano la frontiera tecnologica più promettente, ma anche la più lontana.<br>Un solo impianto commerciale può costare <strong>oltre un miliardo di euro</strong> e richiedere volumi enormi di energia rinnovabile: un paradosso in un continente che fatica ancora a costruire parchi eolici e solari su scala.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso <strong>Shell Rotterdam</strong>, dove un mega-impianto di biocarburanti è stato sospeso per mancanza di redditività, è emblematico: persino i colossi dell’energia esitano a impegnarsi senza un quadro di incentivi stabile.<br>Il risultato è un’Europa che detta regole, ma <strong>importa tecnologia e combustibile</strong>, come fece un tempo con il gas.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La trappola della competitività: quando il green costa troppo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’obbligo di fare rifornimento per almeno il 90% negli aeroporti UE (la clausola <em>anti-tankering</em>) nasce per evitare che i vettori “saltino” i mandati rifornendosi in Paesi non regolati. Ma la misura, pur virtuosa, <strong>rischia di penalizzare la competitività</strong> dei vettori europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una compagnia asiatica o del Golfo può aggirare l’obbligo facendo scalo in mercati con carburante tradizionale più economico.<br>Nel frattempo, i vettori UE, già gravati dal sistema ETS, si trovano a operare in <strong>un regime asimmetrico</strong>, dove la sostenibilità diventa un costo competitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è se la transizione debba avvenire, ma <strong>come farla senza disarmare industrialmente il continente</strong>.<br>Senza una strategia industriale unitaria, l’Europa rischia di trasformare il suo vantaggio etico in <strong>uno svantaggio economico</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova geopolitica del carburante verde</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il SAF non è solo una tecnologia: è una nuova <strong>materia prima strategica</strong>.<br>Chi controllerà la produzione su larga scala controllerà anche le rotte economiche del futuro. Gli Stati Uniti, grazie all’<strong>Inflation Reduction Act</strong>, stanno attirando miliardi in investimenti per gli e-fuels.<br>Il Medio Oriente, forte di energia solare a basso costo, prepara impianti di sintesi carbonica competitivi.<br>La Cina, con le sue economie di scala, si posiziona come potenziale esportatore di carburanti sintetici low-cost.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa rischia di rimanere nel mezzo: <strong>normativamente ambiziosa, ma industrialmente fragile</strong>.<br>Senza una filiera interna solida, il continente si troverà a importare non solo energia, ma anche il proprio futuro climatico.<br>Il rischio è di sostituire la dipendenza dal petrolio con una <strong>nuova dipendenza da tecnologia e know-how extraeuropei</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La via d’uscita: de-risking, partenariati e visione industriale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per rendere reale il decollo verde, servono <strong>strumenti di politica industriale all’altezza della sfida</strong>.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Contratti per differenza (CfD)</strong> che compensino il delta di prezzo tra SAF e cherosene</li>



<li><strong>Off-take agreements pluriennali</strong> garantiti da BEI o governi nazionali, per dare stabilità agli investimenti</li>



<li><strong>Semplificazione normativa</strong> per gli impianti e armonizzazione degli standard sui feedstock</li>



<li><strong>Fondi pubblici mirati</strong> — non a pioggia, ma concentrati sulle tecnologie più scalabili.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto, una <strong>roadmap chiara al 2040</strong>, con obiettivi intermedi realistici.<br>Come nel caso dell’idrogeno, l’Europa deve passare dal “green talk” al “green build”: meno retorica, più capacità produttiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Governance e corresponsabilità: una filiera, molti protagonisti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La transizione non si fa per decreto, ma per <strong>collaborazione sistemica</strong>.<br>I regolatori devono offrire stabilità; i produttori, trasparenza e calendarizzazione degli investimenti; le compagnie aeree, impegni vincolanti di acquisto; gli aeroporti, infrastrutture di stoccaggio dedicate.<br>Anche i consumatori — le grandi aziende e le amministrazioni pubbliche — possono diventare <strong>clienti pilota</strong> del SAF, generando domanda iniziale e riducendo il rischio di mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un modello di <strong>governance distribuita</strong>, dove ognuno ha un pezzo di responsabilità e di opportunità.<br>Se manca una sola di queste tessere, la transizione si inceppa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla regola alla realtà: la sfida industriale dell’Europa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’appello dei CEO europei non è una rivolta contro l’ambiente, ma una <strong>richiesta di coerenza tra ambizione e realtà</strong>.<br>L’Europa non può più permettersi di essere un laboratorio normativo senza officine produttive.<br>Il rischio non è solo quello di mancare i target climatici, ma di <strong>perdere sovranità industriale</strong> su un settore che vale miliardi e occupa centinaia di migliaia di persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il volo verde, per decollare davvero, ha bisogno di <strong>una politica industriale che creda nel lungo periodo</strong>.<br>Solo allora il SAF smetterà di essere una sigla in un regolamento europeo e diventerà <strong>il carburante del futuro europeo</strong>: competitivo, disponibile, replicabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’Europa saprà trasformare l’obbligo in opportunità, potrà guidare la nuova economia del cielo.<br>Se invece continuerà a imporre obiettivi senza costruire strumenti, rischierà di essere spettatrice del suo stesso progetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a quel punto, la sostenibilità — da promessa — potrebbe diventare <strong>la più costosa delle illusioni.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/saf-lora-della-verita-perche-leuropa-dellaviazione-chiede-una-politica-industriale-non-solo-mandati/">SAF, l’ora della verità: perché l’Europa dell’aviazione chiede una politica industriale (non solo mandati)</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Decollare con un dito: la nuova era dell’aviazione personale è (quasi) arrivata</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/decollare-con-un-dito-la-nuova-era-dellaviazione-personale-e-quasi-arrivata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Moi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 06:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Aviazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/Moi1.png" type="image/jpeg" />Dall’ex ingegnere di SpaceX alle cabine intuitive, l’aviazione personale si reinventa: design semplificati, comandi fly-by-wire e interfacce tattili potrebbero trasformare l’aereo in un’estensione dell’automobile. Un futuro accessibile e sorprendentemente vicino. A Sky for Everyone: il sogno di Airhart Nel corso dell’anno 2020 — un anno che, come ben sappiamo, non fu privo di incertezze e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/decollare-con-un-dito-la-nuova-era-dellaviazione-personale-e-quasi-arrivata/">Decollare con un dito: la nuova era dell’aviazione personale è (quasi) arrivata</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dall’ex ingegnere di SpaceX alle cabine intuitive, l’aviazione personale si reinventa: design semplificati, comandi fly-by-wire e interfacce tattili potrebbero trasformare l’aereo in un’estensione dell’automobile. Un futuro accessibile e sorprendentemente vicino.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">A Sky for Everyone: il sogno di Airhart</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso dell’anno 2020 — un anno che, come ben sappiamo, non fu privo di incertezze e mutamenti globali — un giovane ingegnere di nome Nikita Ermoshkin, all’epoca impiegato presso la visionaria SpaceX, si pose un obiettivo tanto semplice quanto simbolico: imparare a pilotare un piccolo aereo, così da poter decollare da Los Angeles e planare fino a San Francisco — non per affari, non per gloria, ma per assaporare, con amici fidati, un burrito nel suo locale preferito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un desiderio ordinario, forse; ma fu proprio nel perseguire questo piccolo sogno — mentre si confrontava con strumentazioni complesse, checklist infinite, manopole indecifrabili e un’interfaccia che pareva uscita da un’altra epoca — che Nikita giunse a una riflessione tanto sconcertante quanto inevitabile: com’è possibile che, in un’era popolata da automobili intelligenti, telefoni che riconoscono il volto umano e frigoriferi che sanno quando scarseggia il latte, volare un piccolo velivolo richieda ancora gesti, sforzi e concentrazioni da accademia militare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così — tra una lezione di volo e l’altra, tra un decollo incerto e un atterraggio troppo ripido — nacque Airhart Aeronautics. Non una compagnia che promette veicoli volanti degni di romanzi di Jules Verne; non un sogno alimentato da eliche futuristiche o da propulsori a fusione fredda; bensì un progetto concreto, misurabile, quasi umile nel suo intento: costruire un piccolo aereo talmente semplice, talmente intuitivo, da poter essere appreso in un’ora — sì, un’ora soltanto — da chiunque sappia leggere una mappa, tenere salda una cloche e, soprattutto, credere che il cielo possa essere davvero per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paragone scelto da Ermoshkin non è banale: così come il cambio automatico ha spalancato le porte dell’automobile a milioni di guidatori — rendendo la meccanica dell’accelerazione un gesto quasi istintivo — così, una cabina di pilotaggio progettata per rispondere al corpo più che alla mente potrebbe segnare l’inizio di una nuova era dell’aviazione. Un’era in cui volare non sarà più un privilegio tecnico, ma un’opzione quotidiana. Perché no?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Interfacce intuitive: tra innovazione e necessità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>Airhart Sling</strong>, primo prototipo nato dalla collaborazione con Sling Aircraft, non si distingue per la sua struttura — no, non vi è nulla di radicalmente nuovo nella sua meccanica, che resta quella, sobria e collaudata, di un velivolo a quattro posti dalla linea classica. Eppure, è proprio lì dove non si vede — nella cabina, nei comandi, nel modo in cui il pilota comunica con la macchina — che accade qualcosa di inatteso. Non più decifrare strumenti, districare manopole, destreggiarsi in un rituale tecnico che pare tramandato da un&#8217;altra epoca; no, oggi basta un gesto. Un impulso. Un tocco leggero. Si spinge il comando a sinistra, si vira. Lo si tira a sé, si sale. Tutto qui. Nulla più. “È come usare un iPad”, dice Ermoshkin — e non lo dice per scherzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa visione, tanto sobria quanto rivoluzionaria, si inserisce con audacia nel discorso contemporaneo sull’Urban Air Mobility, dove ogni giorno si discute di come — e se — l’aeromobile possa entrare nella vita urbana come già ha fatto l’automobile. Ma non basta automatizzare, no; serve qualcosa di più profondo. Serve un volo che il corpo comprenda prima della mente, un’interfaccia che somigli non a un pannello di controllo, ma a un’estensione naturale della volontà. Quando, nei più recenti esperimenti, i controlli imitano i ritmi e le traiettorie del cammino umano, la curva di apprendimento si affloscia come un paracadute vuoto. E allora — forse — il cielo comincia davvero ad abbassarsi, fino quasi a diventare strada.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo dell’industria: tecnologia al servizio dell’intuito</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BAE Systems</strong>, gigante dell’aerospazio, lavora da oltre quarant’anni per perfezionare sistemi di controllo critico di volo. L&#8217;azienda ha sviluppato stick attivi capaci di restituire feedback tattili al pilota, rendendo il volo non solo più sicuro, ma anche più “sentito”. Questi <strong>active control sidesticks</strong>, certificati per aerei militari e oggi applicabili al settore civile, forniscono segnali sensoriali immediati: una vibrazione o un cambiamento di resistenza possono allertare il pilota su condizioni di pericolo, migliorando la consapevolezza e riducendo il rischio di errore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’approccio di BAE si basa sul principio del <strong>fly-by-wire</strong>: non ci sono connessioni meccaniche dirette tra comandi e superfici mobili dell’aereo, ma segnali digitali che traducono ogni gesto in un’azione calibrata. È lo stesso concetto che Ermoshkin e soci stanno cercando di “distillare” in una forma estremamente semplificata: un’interfaccia in cui l’esperienza dell’utente venga prima della complessità tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, la storia recente dell’aviazione insegna che l’affidabilità e la modularità di sistemi digitali certificati (come i FADEC di BAE, presenti in oltre 40.000 motori in servizio) sono ormai una garanzia. L’innovazione vera si gioca oggi sul fronte dell’interazione uomo-macchina, non più sulla sola meccanica del volo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla complessità al comfort cognitivo: una sfida culturale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ma siamo davvero pronti a considerare l’aereo un mezzo “familiare”? Se il sogno del volo personale è antico quanto Leonardo, è pur vero che l’ostacolo maggiore è sempre stato l&#8217;accessibilità mentale e formativa, non tecnica. È qui che la proposta di Airhart e l’evoluzione dei controlli intuitivi trovano una sinergia culturale e tecnologica. Rendere il volo familiare significa ridurre l’ansia del controllo, restituire al pilota la <strong>fiducia nei propri gesti</strong>, creare un ambiente in cui il corpo possa “capire” prima ancora della mente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo concetto è centrale anche in ambito ergonomico, come mostrano le più recenti ricerche sull’interazione collaborativa tra uomo e robot nei contesti industriali. Laddove la macchina è progettata per leggere i segnali del corpo umano e rispondere in modo prevedibile, l’accettazione e la sicurezza aumentano. Lo stesso principio può essere applicato all’aviazione: un sistema che <strong>si adatta al comportamento naturale</strong> dell’utente è non solo più facile da usare, ma anche più sicuro e accettato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’aria non è più un lusso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea che volare possa diventare un gesto quotidiano, alla portata del “guidatore medio”, non è più un’utopia. È il risultato di una convergenza tra design centrato sull’utente, tecnologie maturate nel settore militare e nuove esigenze di mobilità urbana. Se Airhart rappresenta oggi la versione startup di questa visione, giganti come BAE Systems forniscono le basi infrastrutturali e tecnologiche per renderla possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera innovazione, dunque, non sta nel costruire l’ennesimo “aereo del futuro”, ma nel <strong>rendere il cielo un’estensione della strada</strong>. In un mondo in cui l’infrastruttura urbana è satura e il tempo è la nuova valuta, semplificare il volo non è solo un atto tecnico, ma una dichiarazione politica: che la mobilità può e deve diventare più umana, più intuitiva, più libera.</p>
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		<title>C919, la sfida cinese all’aviazione globale rallenta in Europa: EASA posticipa la certificazione tra tre e sei anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[Aviazione]]></category>
		<category><![CDATA[C919]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[EASA]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/EASA.png" type="image/jpeg" />La corsa di COMAC verso i mercati internazionali si scontra con il muro regolatorio europeo. Le implicazioni per Airbus, Boeing e la geopolitica industriale del volo. Il sogno cinese di entrare stabilmente nel mercato globale dell’aviazione commerciale subisce un rallentamento strategico. L’Agenzia per la Sicurezza Aerea dell’Unione Europea (EASA) ha dichiarato che saranno necessari tra [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La corsa di <strong>COMAC</strong> verso i mercati internazionali si scontra con il muro regolatorio europeo. Le implicazioni per <strong>Airbus, Boeing</strong> e la geopolitica industriale del volo.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il sogno cinese di entrare stabilmente nel mercato globale dell’aviazione commerciale subisce un rallentamento strategico. L’Agenzia per la Sicurezza Aerea dell’Unione Europea (<strong>EASA</strong>) ha dichiarato che saranno necessari <strong>tra tre e sei anni</strong> per certificare il <strong>C919</strong>, il jet di linea a corridoio singolo sviluppato dal costruttore statale cinese <strong>COMAC</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il C919, entrato in servizio commerciale in Cina nel 2023 dopo aver ottenuto la certificazione domestica nel 2022, è stato progettato per competere direttamente con le <strong>famiglie Airbus A320 e Boeing 737</strong>, dominate dal duopolio occidentale. Tuttavia, secondo quanto dichiarato dal direttore esecutivo dell’EASA <strong>Florian Guillermet</strong> in un’intervista a <em>L’Usine Nouvelle</em>, la certificazione europea non arriverà prima del 2028, smentendo l’obiettivo iniziale di COMAC di ottenere l’autorizzazione entro il 2025.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Certificazione come leva geopolitica e barriera tecnica all’ingresso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La certificazione da parte di agenzie come l’EASA o la statunitense <strong>FAA</strong> è uno snodo fondamentale per l’accesso ai mercati aerei globali. Senza tale validazione, il C919 resterà confinato ai cieli cinesi e ad alcuni Paesi con regimi di certificazione bilaterali, come Indonesia, Vietnam e Laos. Per i <strong>lessor internazionali</strong> e le <strong>compagnie aeree extra-cinesi</strong>, l’approvazione da parte di autorità di sicurezza riconosciute a livello mondiale è condizione imprescindibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritardo annunciato da EASA non è solo una questione tecnica. La validazione riguarda l’intero disegno dell’aeromobile, la sicurezza dei componenti e test di volo indipendenti. L’Agenzia europea collabora con COMAC da circa quattro anni e ha riconosciuto gli sforzi della Cina per allinearsi agli standard internazionali. Ma, come osservano diversi analisti, la certificazione aeronautica si sta sempre più configurando come un <strong>asset geopolitico</strong>, in un contesto di rivalità strategica tra blocchi economici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tecnologia globale, manifattura nazionale: il paradosso del C919</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene sia prodotto in Cina, il C919 incorpora una quota significativa di tecnologie occidentali. Il motore <strong>LEAP</strong>, ad esempio, è frutto della collaborazione tra <strong>GE Aerospace</strong> (USA) e <strong>Safran</strong> (Francia), due aziende cardine nella fornitura di propulsori ad alta efficienza. Questo dettaglio complica ulteriormente il quadro geopolitico e regolatorio, rendendo il programma C919 una sorta di <strong>ibrido industriale</strong>: strategicamente cinese, ma tecnologicamente interdipendente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il modello di sviluppo adottato da COMAC riflette un tentativo di scalare la <strong>catena del valore aeronautico</strong> sfruttando partnership estere, in assenza di una completa autonomia tecnologica. Tuttavia, la mancata certificazione EASA e l’assenza di una strategia di approvazione presso la FAA rallentano le ambizioni internazionali del programma.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Implicazioni economiche e politiche industriali</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’attesa di tre-sei anni per l’approvazione europea impatta direttamente sulla <strong>scalabilità commerciale</strong> del C919 e sulle <strong>prospettive di export</strong> per il settore aerospaziale cinese. In parallelo, rafforza la posizione competitiva di <strong>Airbus e Boeing</strong>, garantendo loro una finestra temporale prolungata per consolidare ordini e aggiornare le rispettive gamme narrow-body.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista della <strong>politica industriale</strong>, l’Europa si trova a dover bilanciare la difesa delle proprie eccellenze strategiche con gli impegni multilaterali in ambito di concorrenza e liberalizzazione dei mercati. La certificazione EASA, lungi dall’essere una mera formalità, diventa così uno strumento di <strong>controllo selettivo dell’accesso al mercato europeo</strong>, con implicazioni sistemiche per il diritto dell’innovazione e le normative WTO.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una lunga attesa per la “terza via” dell’aviazione civile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso del C919 rappresenta l’ultima frontiera nella competizione tra modelli industriali nazionali e logiche multilaterali di regolazione. COMAC, pur con forti supporti statali e investimenti significativi, si scontra con i <strong>tempi lunghi dell’accettazione globale</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se da un lato la Cina dimostra ambizioni concrete per entrare in un mercato finora dominato dall’Occidente, dall’altro lato il sistema internazionale pone vincoli, standard e barriere non tariffarie sempre più sofisticati.<br>La <strong>convergenza tra aeronautica, diplomazia e tecnologia</strong> sarà quindi determinante per stabilire se il C919 potrà davvero rappresentare una “terza via” nel trasporto aereo globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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