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	<title>AGCOM Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>AGCOM Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<item>
		<title>Il Piracy Shield: quando le lobby scrivono le regole e lo Stato paga il conto</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/il-piracy-shield-quando-le-lobby-scrivono-le-regole-e-lo-stato-paga-il-conto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Boaron]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[AGCOM]]></category>
		<category><![CDATA[Piracy Shield]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Piracy-Shield.jpg" type="image/jpeg" />Come un software &#8220;regalato&#8221; dalla Lega Serie A ha trasformato l&#8217;AGCOM in braccio operativo di interessi privati, sollevando interrogativi sulla governance digitale italiana In Italia, bloccare un sito internet non richiede l&#8217;ordine di un giudice. Basta la segnalazione di un dipendente di Sky o DAZN, e in 30 minuti il sito sparisce dalla rete. Un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/il-piracy-shield-quando-le-lobby-scrivono-le-regole-e-lo-stato-paga-il-conto/">Il Piracy Shield: quando le lobby scrivono le regole e lo Stato paga il conto</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Piracy-Shield.jpg" type="image/jpeg" />
<p><strong>Come un software &#8220;regalato&#8221; dalla Lega Serie A ha trasformato l&#8217;AGCOM in braccio operativo di interessi privati, sollevando interrogativi sulla governance digitale italiana</strong></p>



<p>In Italia, bloccare un sito internet non richiede l&#8217;ordine di un giudice. Basta la segnalazione di un dipendente di Sky o DAZN, e in 30 minuti il sito sparisce dalla rete. Un sistema unico in Europa, nato da un “regalo” della Lega Serie A allo Stato. Ma a quale prezzo?</p>



<p>Nell&#8217;interessante articolo di Luigi Gambardella sul <a href="https://italianelfuturo.com/piracy-shield-agcom-cloudflare-diritto-digitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Piracy Shield</strong></a> pubblicato su <strong>Italianelfuturo</strong> si fa notare come le norme emanate dall&#8217;AGCOM le consentano di intervenire senza un controllo giudiziario preventivo, in conflitto con l&#8217;ordinamento giuridico europeo. Infatti obbligano operatori globali ad agire &#8220;come braccio operativo del potere esecutivo sulla base di ordini amministrativi accelerati, la cui legittimità può essere valutata solo ex post, quando i loro effetti si sono già prodotti&#8221;.</p>



<p>In altri paesi europei ci sono leggi antipirateria, ma le ordinanze di blocco vengono emesse dai giudici, non da aziende private tramite una piattaforma di cui i soldi pubblici pagano manutenzione e aggiornamento.</p>



<p>Ma, oltre a questi aspetti legati al diritto e alle relative interpretazioni, è interessante considerare una serie di fatti che completano lo scenario: come è nata questa singolare situazione italiana, quali sono le reali motivazioni, come potranno evolversi gli eventi collegati a questo contesto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La genesi controversa: il &#8220;dono&#8221; della Lega Serie A</h2>



<p>Cominciamo dalla storia del Piracy Shield e del software che è alla base del suo funzionamento. L&#8217;AGCOM, come ente pubblico, normalmente acquisisce strumenti tecnologici tramite gara pubblica. In questo caso, il percorso è stato diverso: il software è stato acquistato dalla Lega Serie A e donato all&#8217;AGCOM attraverso quello che è stato definito un &#8220;dono modale&#8221;.</p>



<p>Dal punto di vista strettamente legale, la Pubblica Amministrazione può accettare donazioni. Tuttavia saltare la gara pubblica attraverso la formula della donazione solleva interrogativi sulla trasparenza e sul conflitto di interessi quando chi dona è anche il principale beneficiario della regolamentazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I costi nascosti del &#8220;regalo&#8221;</h2>



<p>Quel software gratuito si è rapidamente trasformato in una voce di spesa pubblica. Per gestire questa infrastruttura, che serve solo a favorire i ricavi della Lega Serie A valutabili a 900 milioni anno, lo Stato deve accollarsi i costi del Cloud su Azure, potenziare il personale dell&#8217;AGCOM e finanziare l&#8217;evoluzione della piattaforma Piracy Shield.</p>



<p>A questi costi si aggiungono quelli potenziali ben maggiori legati ai contenziosi: quando vengono bloccati per errore servizi legittimi, come è documentato che sia accaduto, lo Stato deve gestire le conseguenze legali di interventi attivati senza validazione giudiziaria preventiva, ma su segnalazione di organizzazioni private.</p>



<p>Per comprendere la peculiarità italiana, è istruttivo confrontare le procedure operative:</p>



<p><strong>1 &#8211; Modello europeo de-jure (giudiziario)</strong></p>



<p>Il modello basato sullo Stato di Diritto prevede che ogni limitazione della libertà (anche digitale) debba passare da un terzo imparziale, il giudice:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Segnalazione:</strong> Il titolare del diritto (es. Sky) scopre un sito pirata</li>



<li><strong>Analisi:</strong> Le forze dell&#8217;ordine (Polizia Postale) verificano l&#8217;illecito</li>



<li><strong>Provvedimento:</strong> Un giudice esamina le prove ed emette un&#8217;ordinanza di sequestro o oscuramento</li>



<li><strong>Esecuzione:</strong> L&#8217;ordine viene notificato manualmente ai vari provider (ISP)</li>



<li><strong>Tempo stimato:</strong> Da 3 a 15 giorni</li>
</ul>



<p><strong>2 &#8211; Modello italiano de-facto (Piracy Shield)</strong></p>



<p>Il sistema è stato progettato per eliminare i tempi della burocrazia tradizionale:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Segnalazione:</strong> Un dipendente di una società privata autorizzata (es. DAZN, Sky) individua un IP durante la trasmissione</li>



<li><strong>Input:</strong> Inserisce l&#8217;IP direttamente nella piattaforma</li>



<li><strong>Automazione:</strong> La piattaforma genera istantaneamente un ordine digitale</li>



<li><strong>Esecuzione:</strong> Tutti gli operatori (TIM, Vodafone, Cloudflare, ecc.) ricevono l&#8217;ordine via API e i loro sistemi bloccano l&#8217;IP</li>



<li><strong>Tempo reale:</strong> Massimo 30 minuti</li>
</ul>



<p>La velocità ha un costo: l&#8217;assenza di un filtro giudiziario preventivo. Il controllo è affidato a un algoritmo alimentato da segnalazioni di soggetti che hanno interesse commerciale diretto nel blocco. E la gerarchia dei tempi imposti rivela una distorsione nelle priorità normative che solleva interrogativi inquietanti: l&#8217;Unione Europea prevede 1 ora per la rimozione di contenuti terroristici (con ordine da autorità pubblica), 24 ore per l&#8217;hate speech, circa 28 ore per la diffamazione secondo i dati delle piattaforme. Piracy Shield impone 30 minuti per violazioni di copyright segnalate da privati!</p>



<p>Questo significa che l&#8217;Italia ha deciso che guardare una partita senza pagare merita una risposta più rapida del terrorismo, dell&#8217;incitazione all&#8217;odio razziale e della diffamazione.</p>



<p>Nessun ente pubblico tecnicamente competente, agendo autonomamente, fisserebbe simili priorità. Il fondato sospetto è che il “regalo” includa non solo il software, ma anche normative scritte da chi ha interesse commerciale diretto: un caso da manuale di regulatory capture che meriterebbe un&#8217;indagine parlamentare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le criticità tecniche e i blocchi collaterali</h2>



<p>Il sistema è automatizzato, i segnalatori autorizzati non sono ritenuti responsabili degli errori, prevale solo la logica dell&#8217;urgenza. Risultato: nell&#8217;ottobre 2024, il sistema <strong>ha bloccato Google Drive</strong>! Non un sito pirata: Google Drive, il servizio di archiviazione cloud usato da milioni di italiani, aziende e pubbliche amministrazioni. Un errore di inserimento, hanno spiegato. Ma l&#8217;errore aveva già prodotto i suoi effetti bloccando per ore migliaia di utenti di un legittimo servizio commerciale.</p>



<p>I sostenitori del sistema attribuiscono questi episodi a &#8220;errori umani di inserimento&#8221; da parte dei segnalatori, sostenendo che il software sia migliorabile con whitelist più robuste. I critici replicano che il problema è strutturale: il Piracy Shield tratta gli indirizzi IP come identificativi univoci, mentre nell&#8217;architettura moderna di internet un singolo IP può servire migliaia di siti simultaneamente attraverso CDN (Content Delivery Network) come Cloudflare.</p>



<p>Ordinare il blocco di un IP condiviso significa potenzialmente oscurare centinaia di servizi legittimi insieme al contenuto pirata. L&#8217;immagine dell&#8217;AGCOM, e per estensione dell&#8217;Italia, ne risulta compromessa quando interventi tecnicamente imprecisi colpiscono enti pubblici o privati di primaria importanza.</p>



<p>Uno dei casi più emblematici riguarda Cloudflare, gigante americano che gestisce circa il 20% del traffico internet mondiale. L&#8217;AGCOM ha avviato procedimenti sanzionatori che potrebbero arrivare a cifre nell&#8217;ordine di 14 milioni di euro (calcolate in percentuale sul fatturato), contestando la mancata esecuzione tempestiva di ordini di blocco.</p>



<p>Cloudflare replica che bloccare contenuti sul suo DNS pubblico globale (1.1.1.1) entro 30 minuti senza possibilità di verifica tecnica è incompatibile con l&#8217;architettura della rete. L&#8217;azienda fornisce gratuitamente servizi di protezione a migliaia di siti italiani, incluse istituzioni pubbliche, e ha promesso supporto pro-bono per la sicurezza informatica delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.</p>



<p>Il confronto solleva anche una questione di principio: i fornitori di infrastruttura devono essere considerati responsabili dei contenuti che transitano sulla loro rete? La posizione di Cloudflare è che accettare questo principio in Italia creerebbe un pericoloso precedente applicabile in ogni altro Paese. Cloudflare fornisce l&#8217;infrastruttura, non è responsabile dei contenuti. <strong>Di fatto è come se lo Stato multasse le Poste perché qualcuno spedisce lettere con contenuti illegali</strong>.</p>



<p>Il paradosso finale: mentre lo Stato spende milioni e multa giganti tecnologici, basta una ricerca Google di 30 secondi per trovare guide che spiegano come aggirare il blocco. Cambiare DNS, attivare una VPN: operazioni alla portata di chiunque. <strong>Il sistema blocca solo chi non sa dove cercare soluzioni alternative, ma è ovvio che queste informazioni si diffonderanno rapidamente col passaparola.</strong></p>



<p>La Lega Serie A replica con statistiche che indicano un calo degli accessi ai principali siti pirata. La logica del legislatore, sostengono i difensori del sistema, non è fermare il 100% della pirateria (obiettivo riconosciuto impossibile), ma alzare la barriera d&#8217;ingresso per la massa di utenti &#8220;pigri&#8221;, che costituiscono la maggioranza del mercato.</p>



<p>Rimane aperta la questione se questo approccio giustifichi i costi economici, tecnici e reputazionali del sistema.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo sguardo europeo: un confronto aperto</h2>



<p>L&#8217;Unione Europea sta esaminando il modello italiano con attenzione. La Commissione ha avviato una procedura EU Pilot, chiedendo chiarimenti all&#8217;Italia su possibili incompatibilità con:</p>



<p><strong>Il Regolamento sulla Neutralità della Rete (2015/2120)</strong>, che richiede che il traffico Internet sia trattato equamente, senza discriminazioni arbitrarie.</p>



<p><strong>Il Digital Services Act</strong>, che stabilisce limiti precisi alla responsabilità degli intermediari tecnologici per i contenuti transitanti sulle loro piattaforme.</p>



<p>L&#8217;AGCOM sostiene che il Piracy Shield non violi queste norme perché si limita a ordini dinamici su contenuti specifici, senza imporre un filtraggio generalizzato, tuttavia molti giuristi contestano questa interpretazione, perché un sistema di blocco automatico basato su segnalazioni di privati senza controllo giudiziario preventivo rappresenta una forma di censura preventiva incompatibile con i principi europei.</p>



<p>Al momento non c&#8217;è una sentenza definitiva di infrazione, ma il confronto è aperto e l&#8217;esito incerto. Ad esempio in Francia, la corte costituzionale ha stabilito che bloccare l&#8217;accesso a internet senza un giudice è incostituzionale. In Germania, ogni blocco deve essere proporzionato e non causare danni collaterali. Il modello italiano si distingue nettamente da queste impostazioni.</p>



<p>Al di là degli aspetti legali, emergono preoccupazioni di natura economica e reputazionale: le grandi aziende tecnologiche potrebbero considerare l&#8217;Italia un mercato &#8220;ad alto rischio normativo&#8221;, gli investimenti in infrastrutture digitali potrebbero subire rallentamenti, eventuali sanzioni europee potrebbero superare di gran lunga le entrate previste dal sistema.</p>



<p>Se il sistema venisse dichiarato incompatibile con le norme UE, gli investimenti pubblici risulterebbero vanificati, con un danno economico e di immagine difficile da quantificare. Come l’Europa ha imparato dai danni provocati dalla “follia verde” ogni norma va vista in funzione delle implicazioni a lungo termine, cioè la strategia non deve essere sacrificata ai principi filosofici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Riflessioni conclusive: governance e equilibri delicati</h2>



<p>Il caso Piracy Shield solleva interrogativi che vanno oltre la lotta alla pirateria digitale. Emerge un modello in cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Soggetti privati con interessi economici diretti forniscono strumenti di controllo allo Stato</li>



<li>L&#8217;urgenza viene usata per bypassare le garanzie giudiziarie tradizionali</li>



<li>I costi pubblici di un &#8220;regalo&#8221; si rivelano significativi</li>



<li>L&#8217;efficacia tecnica del sistema rimane contestata</li>



<li>I rapporti con l&#8217;ordinamento europeo sono incerti</li>
</ul>



<p>Quindi un sistema che sposta gli equilibri tradizionali tra pubblico e privato, tra urgenza e garanzie, tra sovranità nazionale e normativa europea.</p>



<p>L&#8217;AGCOM, che dovrebbe essere il garante pubblico neutrale delle comunicazioni, si trova a gestire uno strumento che delega a soggetti privati autorizzati ampi poteri di segnalazione, con conseguenze immediate sulla rete.</p>



<p>La struttura &#8220;ibrida&#8221; del sistema è ciò che solleva le maggiori perplessità in ambito sia tecnico sia giuridico. Una struttura che ricorda un altro caso italiano: la SIAE, ente privato con poteri pubblici che da decenni opera in una zona grigia tra tutela degli autori e protezione di lobby nazionali e internazionali. Il Piracy Shield sembra replicare questo modello: interessi privati che usano strumenti pubblici.</p>



<p>Mentre i dati sull&#8217;efficacia del Piracy Shield rimangono contesi tra sostenitori e critici, una certezza emerge: l&#8217;Europa osserva con molta preoccupazione il modello italiano per gli effetti che può avere sulla neutralità e libertà della rete.</p>



<p>La questione di fondo rimane aperta: come bilanciare la protezione del diritto d&#8217;autore con le garanzie costituzionali, l&#8217;efficacia tecnica con i costi sistemici, l&#8217;urgenza commerciale con i tempi della giustizia?</p>



<p>Il Piracy Shield è un tentativo di risposta. Ma una soluzione che costa più del problema, colpisce solo gli utenti ingenui e avvantaggia solo chi l&#8217;ha progettata non è una soluzione: è un trasferimento di costi dal privato al pubblico.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché il piracy shield italiano dovrebbe allarmare lo Stato di diritto digitale europeo</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/piracy-shield-agcom-cloudflare-diritto-digitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cybersicurezza e difesa]]></category>
		<category><![CDATA[AGCOM]]></category>
		<category><![CDATA[Cloudflare]]></category>
		<category><![CDATA[Piracy Shield]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-12-gen-2026-19_08_14.jpg" type="image/jpeg" />L’Italia presenta il Piracy Shield come una risposta emergenziale alla pirateria online, ma il modo in cui questo strumento viene applicato rivela qualcosa di molto più rilevante di una semplice controversia sullo streaming illegale di eventi sportivi, perché segnala una disponibilità a normalizzare una forma di controllo amministrativo sugli strati fondamentali di Internet, esercitato con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/piracy-shield-agcom-cloudflare-diritto-digitale/">Perché il piracy shield italiano dovrebbe allarmare lo Stato di diritto digitale europeo</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/ChatGPT-Image-12-gen-2026-19_08_14.jpg" type="image/jpeg" />
<p>L’Italia presenta il <em>Piracy Shield</em> come una risposta emergenziale alla pirateria online, ma il modo in cui questo strumento viene applicato rivela qualcosa di molto più rilevante di una semplice controversia sullo streaming illegale di eventi sportivi, perché segnala una disponibilità a normalizzare una forma di controllo amministrativo sugli strati fondamentali di Internet, esercitato con estrema rapidità, senza un controllo giudiziario preventivo effettivo e al riparo dai contrappesi che costituiscono l’ossatura dell’ordinamento giuridico europeo.</p>



<p>La sanzione da 14 milioni di euro inflitta da AGCOM a Cloudflare non è dunque soltanto una multa a carico di un intermediario ritenuto non collaborativo, ma l’affermazione di un principio molto più ampio, secondo cui un’autorità nazionale può pretendere che un operatore globale dell’infrastruttura digitale agisca come braccio operativo del potere esecutivo sulla base di ordini amministrativi accelerati, la cui legittimità può essere valutata solo ex post, quando i loro effetti si sono già prodotti.</p>



<p>Il <em>Piracy Shield</em> funziona attraverso richieste di blocco rapide, validate in un perimetro amministrativo ed eseguite quasi in tempo reale, senza la necessità di un’autorizzazione giudiziaria preventiva e senza rimedi che siano sufficientemente tempestivi ed efficaci da prevenire errori o blocchi eccessivi nel momento decisivo, comprimendo così accusa ed esecuzione in un unico processo automatizzato nel quale la velocità prende il posto della proporzionalità.</p>



<p>Quando la velocità diventa un sostituto del giudizio, la legalità cede silenziosamente il passo al potere.</p>



<p>Questa inversione della sequenza di enforcement non è un dettaglio tecnico, ma una scelta costituzionale, perché l’urgenza, per quanto politicamente attraente, non è mai stata considerata nelle democrazie una ragione sufficiente per escludere i giudici proprio nel momento in cui vengono incisi diritti fondamentali e infrastrutture sistemiche.</p>



<p>La resistenza di Cloudflare a questo schema è stata descritta nel dibattito interno come una forma di arroganza o di insubordinazione aziendale, ma tali letture ignorano una distinzione giuridica di base, radicata nel diritto europeo, e cioè che Cloudflare non ospita i contenuti in questione, non esercita alcun controllo editoriale su di essi e non trae profitto dalla loro diffusione, limitandosi invece a fornire servizi infrastrutturali neutrali — come la risoluzione DNS e la sicurezza di rete — che consentono ai dati di circolare indipendentemente dalla loro liceità o popolarità.</p>



<p>Obbligare un soggetto di questo tipo ad attuare misure di blocco in tempo reale a livello infrastrutturale non rappresenta un’estensione graduale della responsabilità delle piattaforme, ma una rottura strutturale con il principio, da tempo consolidato, secondo cui i servizi di intermediazione che operano come <em>mere conduit</em> non possono essere trasformati in censori automatizzati sulla base di sole determinazioni amministrative, soprattutto in assenza di un vaglio giudiziario nel momento dell’esecuzione.</p>



<p>La posizione espressa dall’amministratore delegato di Cloudflare, Matthew Prince, va quindi letta non come una difesa ideologica di un Internet deregolamentato, ma come un avvertimento fondato su una logica istituzionale precisa, perché quando agli operatori infrastrutturali viene imposto di agire immediatamente senza una copertura giudiziaria, l’onere di valutare legalità, proporzionalità ed errore viene trasferito in modo silenzioso dai tribunali a soggetti privati che non hanno né il mandato né la legittimazione per svolgere tale funzione.</p>



<p>Altrettanto preoccupanti sono gli inevitabili effetti extraterritoriali prodotti dal <em>Piracy Shield</em>, poiché ordini rivolti a sistemi globalmente distribuiti non possono essere confinati in modo netto entro i confini nazionali e finiscono per incidere sul funzionamento di servizi ben oltre il territorio italiano, creando un precedente che, se replicato da altri Stati membri, porterebbe alla frammentazione di Internet in una costellazione di zone di comando amministrativo sovrapposte, ciascuna governata da proprie logiche emergenziali.</p>



<p>Questa traiettoria è difficilmente compatibile con l’ambizione dichiarata dell’Europa di governare lo spazio digitale attraverso il diritto e non attraverso la discrezionalità, soprattutto in un momento in cui l’Unione europea è impegnata a definire un quadro comune tramite strumenti come il <em>Digital Services Act</em>, che presuppongono controllo giudiziario, proporzionalità e coordinamento, anziché sperimentazioni unilaterali da parte delle autorità nazionali.</p>



<p>Le conseguenze economiche non sono meno rilevanti, perché regimi regolatori fondati su un enforcement discrezionale e su decisioni procedurali compresse non si limitano a scoraggiare gli investimenti, ma minano la prevedibilità stessa su cui si basa qualsiasi impegno infrastrutturale di lungo periodo, rendendo del tutto comprensibile che Cloudflare abbia messo in discussione la possibilità di continuare a fornire servizi, supporto alla sicurezza e investimenti in una giurisdizione nella quale la conformità implica l’accettazione di obblighi giuridicamente incerti.</p>



<p>Reazioni di questo tipo non dovrebbero essere interpretate come pressioni politiche, ma come risposte razionali al rischio regolatorio, poiché nessun operatore infrastrutturale globale può operare in modo sostenibile laddove la responsabilità deriva non da una condotta illecita, ma dall’insistenza affinché l’applicazione della legge rispetti l’architettura fondamentale dello Stato di diritto.</p>



<p>Il rischio più profondo messo in luce dal caso Cloudflare è che il <em>Piracy Shield</em> si trasformi da strumento eccezionale in modello ordinario di governance, normalizzando un sistema nel quale l’efficienza amministrativa prevale sul controllo giudiziario e nel quale poteri straordinari diventano caratteristiche permanenti della regolazione digitale.</p>



<p>Se ogni Stato membro rivendica il diritto di sorvegliare Internet attraverso meccanismi esecutivi automatizzati, il mercato unico digitale si dissolve in un quadro regolatorio incoerente e l’Europa rinuncia, di fatto, alla propria pretesa di essere uno spazio governato da regole e non da scorciatoie.</p>



<p>La controversia tra l’Italia e Cloudflare non riguarda dunque la pirateria, né lo sport, né le prerogative di una singola impresa, ma la scelta se l’Europa intenda restare fedele al principio secondo cui il potere sulle infrastrutture digitali critiche deve essere limitato dal diritto, dal controllo giudiziario e dalla responsabilità, anziché dalla velocità, dalla discrezionalità e dalla convenienza amministrativa.</p>



<p>Nel resistere al <em>Piracy Shield</em> nella sua forma attuale, Cloudflare non nega il diritto dell’Italia di far rispettare le proprie leggi, ma impone una resa dei conti necessaria con una questione istituzionale più profonda, perché un sistema nel quale l’enforcement è legittimo solo in quanto rapido non è un sistema governato dal diritto, bensì uno nel quale l’autorità sostituisce silenziosamente il giudizio — e una volta superata quella soglia, difficilmente il potere resta confinato allo scopo per cui era stato originariamente invocato.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>AGCOM. Regolamentare i Content Delivery Network (CDN)? Un pericoloso errore strategico</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/agcom-regolamentare-i-content-delivery-network-cdn-un-pericoloso-errore-strategico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Aug 2025 09:44:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[AGCOM]]></category>
		<category><![CDATA[Content Delivery Network]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/08/AGCOM.png" type="image/jpeg" /> AGCOM ha deciso di trattare queste reti digitali come se fossero operatori telefonici tradizionali, imponendo loro vincoli burocratici, autorizzazioni e obblighi pensati per una realtà tecnologica molto diversa. Chi ama davvero Internet — come rete aperta, efficiente, competitiva — non può restare in silenzio. È una scelta sbagliata. E può essere ancora fermata. Viviamo in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/agcom-regolamentare-i-content-delivery-network-cdn-un-pericoloso-errore-strategico/">AGCOM. Regolamentare i Content Delivery Network (CDN)? Un pericoloso errore strategico</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/08/AGCOM.png" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p> <br>AGCOM ha deciso di trattare queste reti digitali come se fossero operatori telefonici tradizionali, imponendo loro vincoli burocratici, autorizzazioni e obblighi pensati per una realtà tecnologica molto diversa. Chi ama davvero Internet — come rete aperta, efficiente, competitiva — non può restare in silenzio. È una scelta sbagliata. E può essere ancora fermata.</p>
</blockquote>



<p>Viviamo in un’epoca in cui Internet non è più un lusso, ma un’infrastruttura essenziale. Facciamo tutto o quasi in rete: studiamo, lavoriamo, comunichiamo, ci curiamo. Eppure, proprio ora che dovremmo rafforzarla e renderla più efficiente, si sta compiendo in Italia una scelta che rischia di indebolirla.</p>



<p>Mi riferisco alla recente decisione dell’<strong>AGCOM</strong> di regolamentare i <strong>CDN</strong> (<em>Content Delivery Network</em>), quelle reti intelligenti che permettono ai contenuti di viaggiare più velocemente e in modo più affidabile, portandoli vicini agli utenti. Chi non ricorda ancora oggi gli allarmi lanciati a ridosso dell’arrivo di <strong>Netflix</strong> in Italia? “<em>La rete non reggerà</em>…”, “<em>Salterà il sistema</em>…”, “<em>I cavi si squaglieranno</em>…”. <strong>Netflix</strong> arrivò e non accadde nulla di tutto ciò. Perché? Perché è proprio grazie ai <strong>CDN</strong>, se possiamo vedere video in streaming senza interruzioni, partecipare a una videolezione senza ritardi o fare un acquisto online in pochi secondi.</p>



<p>Ora, <strong>AGCOM</strong> ha deciso di trattare queste reti digitali come se fossero operatori telefonici tradizionali, imponendo loro vincoli burocratici, autorizzazioni e obblighi pensati per una realtà tecnologica molto diversa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una scelta senza precedenti in Europa</h2>



<p>L’Italia è, ad oggi, l’unico Paese dell’Unione Europea ad aver compiuto un passo simile.<br>Nessuna delle altre autorità nazionali ha esteso il <strong>Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche</strong> a infrastrutture come i <strong>CDN</strong>. Lo ha sottolineato anche <strong>CCIA Europe</strong>, che in una dettagliata analisi ha messo in guardia: questa regolamentazione rischia di scoraggiare gli investimenti, aumentare i costi per i fornitori di contenuti, e rallentare l’innovazione digitale proprio nel momento in cui il nostro Paese dovrebbe accelerare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una tassa digitale nascosta?</h2>



<p>Dietro questa decisione si cela un rischio ancora più grande: quello di trasformare i <strong>CDN</strong> in vittime di una “network fee” indiretta.<br>Applicando loro i meccanismi arbitrali previsti dall’articolo 26 del <strong>Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche</strong> — pensati per gli operatori di rete — si apre la porta alla possibilità che i fornitori di contenuti vengano costretti a pagare per garantire la consegna dei loro servizi.<br>Come ha scritto la professoressa <strong>Barbara van Schewick</strong> della Stanford Law School, uno dei riferimenti mondiali in materia di neutralità della rete: <em>“…Quando i fornitori di contenuti sono costretti a pagare per accedere agli utenti, non siamo più davanti a un Internet aperto, ma a un sistema a doppia velocità che penalizza l’innovazione&#8230;”</em></p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi ci perde? Tutti</h2>



<p>I primi a farne le spese sarebbero gli utenti finali: cittadini, imprese, studenti.<br>Meno <strong>CDN</strong> significherebbe video più lenti, contenuti che si bloccano, servizi digitali più costosi o meno affidabili.<br>Le <strong>PMI italiane</strong>, che dipendono da piattaforme online per vendere e comunicare, si troverebbero svantaggiate in un contesto europeo più competitivo e snello.<br>In secondo luogo, l’intero sistema digitale nazionale rischia di indebolirsi.<br>Le aziende che operano nel cloud, nello streaming o nella distribuzione dei contenuti potrebbero preferire altri mercati europei, più chiari e meno opachi sul piano regolatorio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un’analogia concreta per capirci meglio</h2>



<p>Pensiamo ai <strong>CDN</strong> come a una rete di autostrade digitali.</p>



<p>Finora, queste autostrade erano aperte e ben tenute, permettendo a chiunque — dalle startup alle big tech — di far viaggiare contenuti in modo rapido. Ora, qualcuno vorrebbe trattarle come strade a pedaggio, con barriere, limiti e costi.<br>Il risultato?<br>Traffico rallentato, diseguaglianze di accesso, meno innovazione.<br>Chi ci guadagna da questo cambio di modello?<br>È lecito sospettare che alcuni <strong>Operatori tradizionali</strong>, poco incentivati a innovare i propri servizi, possano avere interesse a rallentare chi oggi porta contenuti direttamente all’utente, in modo più efficiente.<br>Non possiamo permettere che la tutela di vecchi modelli di business freni la trasformazione digitale dell’Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una correzione di rotta è ancora possibile</h2>



<p>Tuttavia non è ancora troppo tardi per ripensare questa stortura.<br>Regolamentare non significa frenare: significa trovare il giusto equilibrio tra tutela e sviluppo. Ma oggi quell’equilibrio è stato smarrito. E allora cosa fare?<br>È necessario:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Ritirare o sospendere la delibera</strong>, avviando un confronto serio con tutti gli stakeholder, in primis con i fornitori di contenuti e tecnologia</li>



<li><strong>Evitare soluzioni nazionali isolate</strong>, che creano frammentazione del mercato europeo</li>



<li><strong>Tutelare la neutralità della rete</strong>, uno dei pilastri della democrazia digitale.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Difendere l’Internet che vogliamo</h2>



<p>Regolamentare i <strong>CDN</strong> come operatori di rete non migliorerà la rete italiana. La renderà solo più lenta, costosa, ingessata.<br>In un mondo che corre verso il <strong>5G</strong>, l’<strong>AI</strong> e l’<strong>Edge Computing</strong>, abbiamo bisogno di più flessibilità, più intelligenza regolatoria, più apertura.<br>Chi ama davvero Internet — come rete aperta, efficiente, competitiva — non può restare in silenzio. È il momento di dirlo chiaramente: questa di <strong>AGCOM </strong>è una scelta sbagliata.<br>E può essere ancora fermata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/agcom-regolamentare-i-content-delivery-network-cdn-un-pericoloso-errore-strategico/">AGCOM. Regolamentare i Content Delivery Network (CDN)? Un pericoloso errore strategico</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Meta vs AGCOM: la Corte UE apre agli Stati membri sui compensi editoriali, ma tutela la libertà contrattuale</title>
		<link>https://italianelfuturo.com/meta-vs-agcom-la-corte-ue-apre-agli-stati-membri-sui-compensi-editoriali-ma-tutela-la-liberta-contrattuale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2025 15:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[AGCOM]]></category>
		<category><![CDATA[Meta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/justice_eu_image_converted.jpg" type="image/jpeg" />L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’UE si pronuncia sul caso Meta-AGCOM: i Paesi membri possono introdurre misure a tutela degli editori, purché rispettino i principi di libertà contrattuale e armonizzazione del diritto d’autore. L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGEU), Maciej Szpunar, ha espresso il proprio parere nel caso C-797/23 Meta Platforms [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/meta-vs-agcom-la-corte-ue-apre-agli-stati-membri-sui-compensi-editoriali-ma-tutela-la-liberta-contrattuale/">Meta vs AGCOM: la Corte UE apre agli Stati membri sui compensi editoriali, ma tutela la libertà contrattuale</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/justice_eu_image_converted.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’UE si pronuncia sul caso Meta-AGCOM: i Paesi membri possono introdurre misure a tutela degli editori, purché rispettino i principi di libertà contrattuale e armonizzazione del diritto d’autore.</p>
</blockquote>



<p>L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGEU), Maciej Szpunar, ha espresso il proprio parere nel caso <strong>C-797/23 Meta Platforms Ireland vs AGCOM</strong>, una controversia che intreccia proprietà intellettuale, politica industriale e regolazione delle Big Tech nell’economia digitale europea.</p>



<p>La questione nasce dalla decisione dell’autorità italiana per le comunicazioni (AGCOM) di imporre a Meta il pagamento di un compenso agli editori per l’uso di snippet – brevi estratti – di contenuti giornalistici su Facebook. La misura si basa sull’attuazione italiana della Direttiva UE 2019/790 sul diritto d&#8217;autore nel mercato unico digitale, ma Meta ne ha contestato la compatibilità con l’armonizzazione del copyright a livello comunitario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il contesto normativo: la Direttiva Copyright e il nuovo equilibrio digitale</h2>



<p>La Direttiva 2019/790 (nota anche come &#8220;Direttiva Copyright&#8221;) ha introdotto, tra l’altro, un nuovo <strong>diritto connesso a favore degli editori di pubblicazioni giornalistiche</strong>, consentendo loro di negoziare compensi con le piattaforme digitali che utilizzano i loro contenuti.</p>



<p>Secondo Meta, l’intervento italiano rappresenterebbe una <strong>distorsione del quadro armonizzato</strong> a livello UE, generando frammentazione normativa e incertezza giuridica. In particolare, la multinazionale americana teme che iniziative nazionali autonome possano minare la coerenza del mercato unico digitale, ostacolando l’innovazione e il libero flusso di contenuti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il parere dell’Avvocato Generale: margini di autonomia sì, ma con limiti precisi</h2>



<p>Nella sua opinione, l’Avvocato Generale Szpunar ha riconosciuto che <strong>gli Stati membri mantengono la facoltà di introdurre strumenti a tutela degli editori</strong>, purché non si compromettano due principi fondamentali:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>La libertà contrattuale delle parti</strong> coinvolte (editori e piattaforme)</li>



<li><strong>L’armonia normativa</strong> a livello europeo in materia di diritto d&#8217;autore</li>
</ol>



<p>Szpunar ha chiarito che <strong>il diritto connesso riconosciuto agli editori non si esaurisce nella facoltà di rifiutare l’uso non remunerato dei propri contenuti</strong>, ma ha una portata più ampia: punta a garantire <strong>una quota equa dei ricavi generati dalle piattaforme</strong> attraverso l’uso di tali contenuti. Questo – sottolinea l’Avvocato – risponde a un obiettivo di interesse pubblico: <strong>sostenere la sostenibilità economica della stampa</strong>, elemento essenziale per il pluralismo e la democrazia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo di AGCOM e il nodo della libertà contrattuale</h2>



<p>Il punto cruciale del caso riguarda le competenze attribuite ad AGCOM. In base alla normativa italiana, l’Autorità:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>definisce i criteri di riferimento per calcolare l’equa remunerazione</li>



<li>interviene nella risoluzione delle controversie tra editori e piattaforme</li>



<li>monitora il rispetto degli obblighi di trasparenza informativa.</li>
</ul>



<p>Per l’Avvocato Generale, tali poteri sono compatibili con il diritto UE <strong>solo se si configurano come strumenti di supporto e non come imposizioni autoritative</strong> che eliminano il margine negoziale tra le parti. La libertà contrattuale resta quindi il parametro centrale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le implicazioni economiche e geopolitiche: la sovranità digitale tra mercato e regolazione</h2>



<p>Questa causa riflette tensioni più ampie nel panorama europeo e globale:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Da un lato, l’UE vuole promuovere un <strong>mercato digitale competitivo ma equo</strong>, dove le Big Tech contribuiscano al valore che estraggono dagli ecosistemi locali</li>



<li>Dall’altro, si teme che <strong>interventi regolatori troppo nazionali possano frammentare l’ecosistema</strong> e indebolire la capacità europea di agire come blocco unico.</li>
</ul>



<p>La posizione di Meta – che auspica regole “uniformi e prevedibili” – rientra in una più ampia strategia di resistenza alle normative nazionali differenziate. Allo stesso tempo, però, <strong>le autorità nazionali chiedono maggiore autonomia</strong> per proteggere la sostenibilità del settore editoriale e riequilibrare le asimmetrie di potere tra piattaforme e produttori di contenuti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prossimi sviluppi: verso una sentenza chiave per la governance del digitale</h2>



<p>La Corte di Giustizia dell’Unione Europea – che spesso si allinea al parere dell’Avvocato Generale – emetterà la sentenza definitiva nei prossimi mesi. Il verdetto sarà cruciale per:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>delineare i confini tra <strong>armonizzazione comunitaria e iniziativa nazionale</strong></li>



<li>chiarire il ruolo degli organismi di regolazione nell’<strong>intermediazione tra editori e piattaforme</strong></li>



<li>stabilire il grado di protezione che l’UE intende realmente riconoscere alla <strong>filiera dell’informazione</strong>.</li>
</ul>



<p>Il caso <strong>Meta vs AGCOM</strong> rappresenta una prova di maturità per l’Europa digitale. Le domande che pone vanno oltre il diritto d’autore: riguardano l’identità economica e culturale del continente, la <strong>sovranità normativa nell’era dei giganti tecnologici</strong> e la capacità di costruire un modello di regolazione che non soffochi l’innovazione, ma la renda sostenibile, inclusiva e condivisa.<br></p>
<p>L'articolo <a href="https://italianelfuturo.com/meta-vs-agcom-la-corte-ue-apre-agli-stati-membri-sui-compensi-editoriali-ma-tutela-la-liberta-contrattuale/">Meta vs AGCOM: la Corte UE apre agli Stati membri sui compensi editoriali, ma tutela la libertà contrattuale</a> proviene da <a href="https://italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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