L’Italia non ha bisogno di un catalogo dell’export. Ha bisogno di scegliere

| 12/07/2026
L’Italia non ha bisogno di un catalogo dell’export. Ha bisogno di scegliere

Settantuno pagine, decine di settori, quasi ogni mercato del mondo. Tutto è importante, tutto viene definito strategico, tutto diventa prioritario.

E quindi, inevitabilmente, nulla lo è davvero.

È questo il limite del documento conclusivo della XIV Cabina di Regia per l’Internazionalizzazione. Export, investimenti esteri, turismo, sport, cultura, spazio, fiere, startup, materie prime, diplomazia scientifica, commercio elettronico e ricostruzione dell’Ucraina vengono riuniti in un grande inventario delle attività pubbliche. Ma la moltiplicazione di strutture, fondi, missioni e piattaforme non produce automaticamente una strategia.

L’Italia non ha bisogno di un altro catalogo di ciò che le amministrazioni fanno o intendono fare. Deve decidere dove vuole competere, in quali settori, con quali imprese e attraverso quali strumenti. Una politica per l’internazionalizzazione non può essere una somma di aspirazioni. Deve essere una scelta nell’uso di risorse limitate.

L’obiettivo di raggiungere 700 miliardi di euro di esportazioni entro il 2027 può avere una funzione mobilitante. Ma un numero aggregato, da solo, dice poco. Non chiarisce quali mercati dovrebbero generare la crescita, quali filiere dovrebbero trainarla, quante imprese oggi non esportatrici dovrebbero iniziare a farlo e quante piccole aziende dovrebbero trasformarsi in operatori internazionali strutturati.

Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto esportare di più. Dovrebbe essere costruire più imprese italiane abbastanza grandi, innovative e organizzate da competere stabilmente sui mercati globali, trattenendo in Italia una quota maggiore del valore prodotto.

Scegliere pochi mercati e presidiarli davvero

Il documento considera prioritari quasi tutti i principali mercati mondiali. Ma una strategia che abbraccia ogni geografia non consente di concentrare risorse, competenze e capitale politico. È una dichiarazione di presenza universale, non una politica industriale.

L’Italia dovrebbe individuare cinque o sei piattaforme geografiche realmente prioritarie e associare a ciascuna obiettivi industriali precisi.

Gli Stati Uniti restano essenziali per farmaceutica, aerospazio, tecnologie industriali e agroalimentare di fascia alta. L’India offre opportunità nei macchinari, nelle infrastrutture, nell’energia e nella componentistica. L’ASEAN è rilevante per automazione, manifattura avanzata e beni di consumo. I Paesi del Golfo richiedono un’offerta integrata su infrastrutture, salute, energia, difesa e tecnologie urbane. L’Africa non può essere trattata come un unico mercato, ma attraverso pochi Paesi-hub selezionati sulla base della stabilità, delle infrastrutture e della complementarità con le filiere italiane.

La Cina, infine, non può essere ridotta né a semplice rischio né a normale mercato di sbocco. Deve essere considerata contemporaneamente come mercato, piattaforma industriale, fonte di innovazione, partner e concorrente tecnologico.

Per ciascuna area dovrebbe esistere una strategia leggibile: settori da sostenere, barriere da rimuovere, imprese da accompagnare, risorse da utilizzare e risultati da raggiungere. Non basta organizzare missioni e business forum. Occorre costruire una presenza che continui dopo la visita ministeriale e dopo la fotografia istituzionale.

Non prodotti isolati, ma sistemi industriali

L’Italia continua a raccontare il Made in Italy soprattutto attraverso moda, cibo, arredamento e design. Sono eccellenze decisive, ma non esauriscono la capacità industriale del Paese.

L’Italia esporta anche macchinari, automazione, componentistica, farmaci, tecnologie energetiche, mezzi di trasporto, sistemi aerospaziali, infrastrutture digitali e servizi di ingegneria. Queste competenze vengono però ancora promosse in modo frammentato, azienda per azienda e fiera per fiera.

La vera sfida è presentare all’estero soluzioni integrate. Non soltanto una macchina, ma una linea produttiva. Non un singolo robot, ma robotica, software, integrazione, manutenzione e formazione. Non un componente energetico, ma progettazione, finanziamento, installazione e gestione.

La competizione globale non viene più vinta soltanto dall’impresa che produce l’oggetto migliore. Viene vinta dall’ecosistema capace di fornire una soluzione completa, assistere il cliente e aggiornare la tecnologia nel tempo.

Questo vale soprattutto per le PMI. Molte aziende italiane esportano, ma non sono realmente internazionalizzate. Vendono attraverso intermediari o partecipano occasionalmente a una fiera, senza una rete commerciale stabile, personale locale, assistenza post-vendita o una strategia distributiva di lungo periodo.

Una parte maggiore delle risorse pubbliche dovrebbe essere destinata alla costruzione di capacità operative: distributori qualificati, centri condivisi di assistenza tecnica, showroom industriali, piattaforme logistiche, export manager permanenti e acquisizioni mirate di operatori locali.

Per molte PMI, la soluzione non consiste nell’essere presenti da sole in venti Paesi, ma nell’aggregarsi con imprese complementari e costruire una posizione solida in due o tre mercati. Le grandi aziende italiane dovrebbero essere incentivate a portare con sé fornitori, startup, università e centri di ricerca.

Il successo non si misura dal numero di imprese accompagnate a una fiera, ma dal numero di quelle che, tre anni dopo, dispongono ancora di clienti, distributori, personale e fatturato stabile nel mercato.

Prima dell’internazionalizzazione viene la competitività

Il futuro dell’export italiano dipenderà sempre meno dalla sola forza del marchio e sempre più dalla capacità di integrare intelligenza artificiale, robotica, automazione, semiconduttori, biotecnologie, nuovi materiali e software nei prodotti e nei processi industriali.

Non basta presentare alcune startup alle fiere internazionali. Occorre fare in modo che l’innovazione entri nelle fabbriche italiane e ne aumenti produttività, qualità e capacità di competere.

L’Italia dovrebbe concentrare le risorse sui domini nei quali dispone già di basi industriali: robotica e Physical AI applicate alla manifattura, macchinari intelligenti, semiconduttori e advanced packaging, farmaceutica e biotecnologie, spazio e tecnologie dual use, infrastrutture energetiche e digitali, tecnologie agroindustriali e nuovi materiali.

La domanda non è quante iniziative sull’intelligenza artificiale siano state lanciate, ma quante imprese abbiano aumentato produttività ed esportazioni grazie alla sua adozione. Non conta il numero di tavoli sulla robotica, ma il numero di fabbriche che utilizzano sistemi avanzati e di aziende capaci di venderli nel mondo.

La crescita dimensionale è parte dello stesso problema. Troppe imprese italiane restano piccole non per vocazione, ma perché incontrano difficoltà nell’accesso al capitale, nell’assunzione di manager, nelle acquisizioni e nell’integrazione con aziende complementari.

Nessuna diplomazia economica può compensare a lungo un sistema produttivo frenato da energia costosa, capitale insufficiente, carenza di competenze e tempi amministrativi incompatibili con quelli degli investitori.

La promozione all’estero non può sostituire le riforme interne. Prima di vendere al mondo l’immagine di un’Italia tecnologica, bisogna rendere tecnologica, produttiva e scalabile una parte molto più ampia della sua economia.

Attrarre investimenti, non collezionare annunci

Anche la politica per l’attrazione degli investimenti deve cambiare criterio di valutazione. Non basta sommare il valore teorico dei progetti annunciati, assistiti o sottoposti a tutoraggio.

Un investimento esiste quando il capitale viene speso, gli impianti vengono costruiti, le persone vengono assunte e una filiera locale viene attivata.

Ogni grande progetto sostenuto dal settore pubblico dovrebbe essere valutato sulla base dell’occupazione qualificata che genera, della ricerca localizzata in Italia, del trasferimento tecnologico, del coinvolgimento dei fornitori nazionali e del contributo alla sicurezza delle filiere strategiche.

Un grande data center, per esempio, non può essere celebrato soltanto per il valore nominale dell’investimento. Occorre sapere quanti posti di lavoro creerà, quanta energia e acqua utilizzerà, quale impatto avrà sulla rete elettrica, quale quota delle forniture sarà affidata ad aziende italiane e quanto valore aggiunto resterà sul territorio.

Gli incentivi pubblici devono acquistare capacità industriale, ricerca, occupazione e autonomia tecnologica. Non devono finanziare annunci.

Serve inoltre una vera politica di aftercare. Attrarre una multinazionale è soltanto il primo passo. Bisogna collegarla alle università e alle imprese locali, favorire nuovi investimenti e intervenire prima che decida di trasferire altrove le attività strategiche.

Misurare il cambiamento, non l’attività

L’Italia dispone già di molti soggetti: MAECI, MIMIT, ICE, SACE, SIMEST, CDP, Invitalia, Regioni, Camere di commercio e reti diplomatiche. Il problema non è crearne altri. È stabilire chi decide, chi esegue e chi risponde dei risultati.

Per ogni priorità dovrebbe esistere un responsabile, un budget, una scadenza e pochi indicatori verificabili. I risultati dovrebbero essere pubblicati annualmente e sottoposti a valutazione indipendente.

Una politica pubblica non si misura dal numero delle attività organizzate, ma dal cambiamento economico che riesce a produrre.

Bisogna misurare l’export aggiuntivo generato, i nuovi esportatori stabili, la crescita dimensionale delle imprese coinvolte, i contratti conclusi, gli investimenti effettivamente realizzati, i posti di lavoro creati e le attività di ricerca localizzate.

Anche i fallimenti devono essere riconosciuti. Un sistema che considera successi tutti i progetti ancora in corso e attribuisce ogni sospensione a cause esterne non apprende nulla. Senza la possibilità di fallire, nessun indicatore misura davvero l’efficacia di una politica.

L’Italia possiede imprese straordinarie, competenze industriali profonde e una forte reputazione internazionale. Ciò che manca non è un’altra piattaforma, una nuova cabina di regia o un ulteriore evento. Manca la capacità di concentrare risorse e responsabilità su pochi obiettivi.

Una strategia credibile dovrebbe poter essere riassunta in poche pagine: alcuni mercati prioritari, un numero limitato di filiere, pochi progetti trasformativi, un responsabile per ciascun obiettivo e indicatori pubblici verificabili. Tutto il resto è amministrazione ordinaria.

L’Italia non diventerà più forte perché organizza più missioni o produce documenti più lunghi. Diventerà più forte quando saprà costruire imprese più grandi, integrare tecnologia nelle proprie filiere e trasformare la presenza internazionale da una successione di eventi in una capacità industriale permanente.

Internazionalizzare non significa essere presenti ovunque. Significa diventare indispensabili da qualche parte.

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