Open Fiber, la fibra italiana tra interesse pubblico e verità

| 30/01/2026
Open Fiber, la fibra italiana tra interesse pubblico e verità

Occorre affermare un’esigenza di normalità. Perché la fibra non può essere un comunicato arbitrario nel quale si dice ciò che si vuole, né un’etichetta sulla quale si scrive senza alcun controllo una prestazione invece di un’altra. È invece un servizio. E come tale deve essere dichiarato e assicurato all’utente finale, sia esso un nucleo familiare o una impresa (grande, piccola o micro). Intervengano il governo e la UE per tutelare fondi pubblici, efficienza dei servizi e costruzione del futuro.

L’Italia della fibra continua a prendersi in giro, con un piccolo esercito di dirigenti pubblici e un bel manipolo di manager che continuano a raccontarci come la banda ultralarga italiana sia una delle grandi opere della competitività nazionale.

La fibra nella nebbia verbale

Eppure, se consideriamo le vicende del settore allo stato attuale, a inizio del 2026, possiamo solo affermare con più che ragionevole certezza che Open Fiber, azienda guidata da Giuseppe Gola, è diventata soprattutto un caso di scuola: miliardi movimentati senza criterio, cantieri in perenne ritardo, scadenze di consegna che slittano e un dibattito pubblico intorno a tutto ciò ancora intrappolato in parole ambigue, ma esibite con toni da trionfo, come “commercializzazione”, “collaudabile”, “vendibile”, ma penosamente privi di qualsivoglia elementare metrica che spieghi concretamente se le cose si muovono, con quale velocità e in quale direzione. Quante famiglie sono davvero connesse? Quante imprese? Quante di esse con un servizio attivo e affidabile?

Dati con provenienza inidonea e incapacità pubblica di esercitare i controlli

A questo punto è meglio dichiarare subito l’opacità che sta erodendo tutte le affermazioni fallaci che accompagnano la banda ultralarga di Open Fiber in Italia. È una opacità che distrugge ogni forma di credibilità e condiziona pesantemente su ciò che si dice e che si sente sul tema, dal momento che molti dei dati che circolano nel racconto pubblico provengono da comunicazioni degli stessi soggetti coinvolti, incluso l’operatore. Nel caso di Open Fiber, quando si citano cifre “di copertura” o di “disponibilità alla vendita” si tratta, per loro natura, di dati dichiarati dall’azienda. Il punto non è di bollare le informazioni circolanti come “dati falsati”, ma semplicemente il fatto che un progetto così rilevante, finanziato e protetto con risorse pubbliche, non può basare la propria legittimazione su numeri auto-dichiarati o difficili da verificare dall’esterno. E questo chiama in causa gli enti incaricati del controllo sulle realizzazioni, dal momento che quanto dichiarato ufficialmente deve essere misurato con indicatori univoci e attraverso audit indipendenti, pubblici e replicabili.

Open Fiber dichiara quello che vuole. E i controlli?

Sul Piano Banda Ultralarga nelle Aree Bianche — indicato da tutti come l’asse storico della rete pubblica in fibra — i dati pubblicati dal soggetto attuatore mostrano un Paese in attività permanente, un modello realizzativo con un’attività priva di soste. Al 31 dicembre 2025 risultano infatti 6.884 Comuni in commercializzazione, 5.303 Comuni collaudati, 10.911 cantieri aperti e un importo cumulato dei lavori ordinati dall’inizio del Piano pari a 2.629.505.129 euro. Sono numeri reali, ufficiali, e raccontano che il lavoro è stato fatto? Apparentemente si. Ma è solo apparenza.

Purtroppo questi numeri raccontano come anche la politica italiana abbia imparato a giocare con le parole, a confondere il semplice avanzamento amministrativo con il risultato finale. Perché un Comune “in commercializzazione” non è automaticamente una comunità “connessa”, nel senso in cui lo intende un imprenditore o una scuola. Un Comune classificato con quelle espressioni non garantisce una attivazione rapida, non assicura una qualità stabile, non tutela una concorrenza effettiva, non determina un uso quotidiano. (Fonte: Infratel, stato avanzamento al 31/12/2025)

La relazione di avanzamento entra poi nel dettaglio FTTH: al 31 dicembre 2025 risultano collaudabili 5.347.338 unità immobiliari, di cui 5.055.026 collaudate e 292.312 in collaudo, su 6.268.236 unità pianificate nel perimetro FTTH del Piano. Anche qui: progresso concreto, ma ancora non sufficiente a chiudere la questione essenziale e concreta: quali sono effettivamente i numeri di riferimento? E già, semplicemente perché (ed è quello che occorre ricordare a lor signori) “collaudato” non significa “attivo”, e “attivo” non significa “usato”.

Senza un indicatore pubblico, condiviso, affidabile e semplice sulle linee realmente accese e funzionanti, il Paese resta in una zona grigia dove ogni comunicazione può sembrare un successo e ogni ritardo una sfumatura ininfluente. (Fonte: Relazione stato avanzamento BUL dicembre 2025)

La storia infinita dei ritardi

E poi ci sono i ritardi, quelli che non possono più essere trattati come fenomeni meteorologici inaspettati e determinati dalle bizzarrie del Climate Change.

Nella stessa relazione sopra citata, Infratel riporta penali applicate per ritardi nella consegna e negli adeguamenti dei progetti esecutivi, tra cui 24.448.750 euro. Purtroppo quando le penali diventano una voce strutturale, una componente ordinaria di costo, la conclusione è semplice e lascia intendere che il sistema ha normalizzato l’eccezione. (Fonte: stessa relazione Infratel, sezione penali)

La patata bollente di “Italia a 1 Giga”

Sul PNRR la questione aggiunge qualche preoccupazione in più e non di poco conto, perché si trasforma anche in rischio reputazionale per l’Italia in Europa. Infratel indica per il Piano “Italia a 1 Giga” un contributo concesso pari a 3.455.437.571 euro.

Qui non serve retorica, serve contabilità e delivery. Ed è pertanto d’obbligo uscire dai giochi di parole. Occorre chiedersi: quanta parte è stata effettivamente trasformata in connessioni attive? Dove sono i dati comparabili e pubblici che lo dimostrano? (Fonte: Infratel–PNRR)

Ma emerge anche altro.

L’equivoco dell’FWA

C’è anche un tema tecnologico che viene trattato come un dettaglio, ma che invece è sostanza. L’FWA (Fixed Wireless Access, ovvero l’installazione di soluzioni wireless in sostituzione della fibra) può essere utile, ma diventa un problema politico quando la promessa pubblica era “fibra” e la realtà si trasforma in un mix che consente di “fare numero” di connessioni, senza garantire la stessa qualità e durabilità di una FTTH piena.

La stessa reportistica Infratel registra la componente FWA e i relativi collaudi (al 31 dicembre 2025: 2.840 siti in FWA collaudati positivamente su 2.903 collaudabili). Il punto non è demonizzare l’FWA: il punto è imporre trasparenza totale su dove, come e perché una soluzione che dovrebbe essere limitata e/o temporanea rischia invece di diventare la scorciatoia permanente per far quadrare numeri che non tornano (Fonti: Pagina avanzamento Infratel e relazione di dicembre 2025, vedi qui e qui). Un po’ come dire: sono stato incaricato di fare un ponticello in cemento armato, ma dal momento che non ce la faccio, lo realizzo con canne di bambù, perché tanto l’importante è consentire di poter andare dall’altra parte, intanto dichiaro che il ponticello è stato regolarmente realizzato…

Dai fatti concreti alla Governance

Fin qui i fatti. Ma oggi la vera questione è la governance, E qui bisogna smettere di far finta che tutto sia “tecnico”. I risultati discutibili e le opacità gestionali sono iniziati ad emergere con la gestione del precedente AD. Non perché un singolo manager “spieghi tutto”, ma semplicemente perché in quella fase si allarga la distanza tra avanzamento raccontato e risultato percepito, la comunicazione diventa difensiva e il progetto entra nel circuito più pericoloso: misurare il successo con definizioni comode e prefabbricate invece che con risultati reali e verificabili.

L’uscita del precedente AD di Open Fiber viene comunicata ufficialmente in modo neutro dall’azienda e descritta come una decisione, “in accordo con la società”, di lasciare l’incarico di amministratore delegato e direttore generale. (Fonte: Open Fiber, Comunicato Stampa del 28/09/2023).

Eppure, in un progetto finanziato e politicamente esposto, come è inequivocabilmente quello di Open Fiber, un cambio al vertice non è mai “solo” un fatto organizzativo: è un segnale. E quando quel segnale arriva dopo mesi di frizioni e promesse di recupero, è legittimo concludere che la governance non stava reggendo.

A complicare il quadro c’è stato anche il cambio degli assetti, con Enel costretta a uscire da Open Fiber, nonostante i risultati raggiunti fino a quel momento. Visto che dopo questo cambiamento di assetto proprietario i problemi si sono amplificati, la domanda diventa inevitabile: perché è stato fatto? Con quali finalità? Per assecondare quali interessi?

La politica deve fermarsi e riflettere su fibra e futuro

Ed eccoci al punto che la politica italiana continua pervicacemente a rimandare. Si parla ancora di “tavolo tecnico”. Quando in Italia non vuoi fare qualcosa o, peggio, vuoi nascondere qualcosa, la soluzione migliore è fare un “tavolo tecnico” o una “cabina di regia”.  Ma oggi non serve l’ennesimo tavolo. Serve un processo di chiarificazione. Un processo che reclami trasparenza e correttezza sull’operato di Open Fiber guidata da Giuseppe Gola. Naturalmente un processo nel senso industriale e istituzionale del termine: un accertamento su trasparenza, accountability e scelte conseguenti in base alle istruttorie attivate. Del resto tutto ciò appare ormai improcrastinabile, perché quando un progetto sostenuto da fondi pubblici vive per lunghi anni di proroghe, rimodulazioni e metriche ambigue, il danno non è solo tecnico: è un danno economico, competitivo ed è una lesione del tessuto democratico.

Occorre un processo di chiarimento subito

Ma vogliamo andare oltre.

Questo “processo” dovrebbe partire da tre cose semplici, tre verifiche operative ferme e determinate.

  • Primo: La ricostruzione di una contabilità consolidata, trasparente e leggibile dell’intera finanza pubblica coinvolta (fondi nazionali, regionali, europei ordinari e PNRR), con un prospetto unico e aggiornato.
  • Secondo: la definizione di una metrica non negoziabile, che faccia chiarezza oggettiva su linee attive — con tempi medi di attivazione e qualità misurata in modo standard, con evidenza pubblica e con misurazione ripetibile.
  • Terzo: la formulazione della domanda che decide la credibilità dell’intero sistema. Sono stati fatti controlli da società indipendenti con campionamenti sul campo e metodologia replicabile? Se esistono, vanno pubblicati integralmente. Se non esistono, allora il problema è enorme e occorre chiedersi senza esitazioni perché nessuno li ha pretesi, con tanti miliardi pubblici in gioco?

Governo e UE intervengano senza indugi

A chi vanno poste queste domande? Vanno rivolte innanzitutto a chi decide e controlla.

Innanzitutto al Governo, anzi a quella parte di governo che esprime competenze sul tema, a cui bisogna chiedere perché mai non esista un cruscotto unico nazionale, pubblico e mensile che metta al centro attivazioni reali e qualità dei servizi, invece di una sequenza di “stati” amministrativi espressi con lessico ambiguo e finemente selezionato? Perché, in una politica industriale fatta di miliardi, il Paese deve ancora orientarsi tra dati discutibili, che spesso restano comunicazioni interne di filiera, con un tono quasi privatistico e senza audit indipendenti e pubblici?

Secondariamente alla Commissione Europea, a cui va chiesto come si concili la logica di PNRR — fatta di milestone, target e pagamenti su risultati — con un settore in cui è così facile confondere avanzamento procedurale con connessioni realmente attive?

Infine, una domanda secca sul fronte della concorrenza. Tutti i sostegni pubblici a favore di Open Fiber — inclusi eventuali riequilibri, compensazioni o misure indirette — sono stati regolarmente notificati e valutati secondo le regole UE sugli aiuti di Stato, oppure esiste il rischio che una parte di tali riconoscimenti a favore di Open Fiber costituisca aiuti non notificati?

Una battaglia di chiarezza e trasparenza, caratteristiche intrinseche del digitale

Questa non è una crociata contro Open Fiber: è semmai una richiesta di normalità. Perché la fibra non è un comunicato arbitrario nel quale si dice ciò che si vuole, né un’etichetta sulla quale si scrive senza alcun controllo una prestazione invece di un’altra. È un servizio e come tale deve essere dichiarato e assicurato all’utente finale sia esso un nucleo familiare o una impresa (grande, piccole o micro).

E se a inizio 2026 l’Italia deve ancora domandarsi quanti italiani siano davvero connessi, perché nessuno riesce a dare numeri affidabili, allora il problema non è tecnologico. È invece un deficit facilmente individuabile ed è la violazione di un principio basilare, perché chi gestisce soldi pubblici deve rispondere pubblicamente dei risultati e chi non consegna deve pagare e con conseguenze reali, non con la concessione dell’ennesima rimodulazione concordata e arbitraria (perché non prevista e spesso neanche consentita) del progetto.

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