Open Fiber: quando il fallimento diventa un fatto pubblico

| 17/01/2026
Open Fiber: quando il fallimento diventa un fatto pubblico

Quando un progetto pubblico fallisce, si cercano attenuanti. Quando a certificarlo è la Corte dei Conti, le attenuanti finiscono.

Il documento dei magistrati contabili sul Piano Banda Ultralarga non lascia spazio a interpretazioni: Open Fiber non è stata in grado di realizzare l’infrastruttura strategica che le era stata affidata (scarica qui il documento originale della Corte dei Conti).

Le ragioni di un fallimento

Tutto ciò di cui drammaticamente parliamo (sia per le ingenti somme investite che per gli ambiziosi obiettivi dichiarati) non è stato determinato da cause eccezionali, né per eventi imprevedibili, ma semplicemente per una incapacità strutturale di esecuzione. La lista di cui dolersi è lunga: cronoprogrammi disattesi, scadenze rinviate più volte e sempre disattese, coperture incomplete e profondamente disomogenee sul territorio assegnato.

A distanza di anni dall’avvio del piano, la fibra FTTH (l’unico standard, va ribadito, tecnologicamente coerente con gli obiettivi europei) resta lontana dai target promessi, mentre soluzioni transitorie vengono “normalizzate” e presentate furbescamente come se fossero risultati di cui fare paradossalmente ampia esibizione.

Come è potuto accadere tutto ciò?

Ciò di cui parliamo non è più un ritardo fisiologico. È un fallimento operativo certificato. E ancora più grave è il metodo, perché di fronte alle difficoltà, Open Fiber non ha corretto radicalmente il modello industriale né accelerato l’esecuzione. Ha scelto una strategia diversa: riprogrammare, riprogrammare e ancora riprogrammare (tempi, modi, milestone e tecnologie usate), spostando in avanti gli obiettivi, riscrivendo i piani, ridefinendo le scadenze. Un meccanismo che la Corte dei Conti descrive con linguaggio tecnico, ma che nei fatti equivale a una ammissione di incapacità: quando l’esecuzione fallisce, si cambia il calendario.

A nulla sono valse sollecitazioni e penali. Certezza di impunità?

Le penali contrattuali, teoricamente previste per garantire disciplina e accountability, si sono rivelate sostanzialmente inefficaci. Decine di milioni di euro non hanno prodotto alcuna discontinuità operativa. Nessuna accelerazione, nessun cambio di passo. Segno evidente di una governance debole, incapace di imporre responsabilità reali a un soggetto che opera con risorse pubbliche su un’infrastruttura critica nazionale.

Open Fiber non può più essere considerato un soggetto di mercato

A questo punto cade definitivamente anche la narrazione di Open Fiber come operatore di mercato. Un’azienda che dipende strutturalmente da fondi pubblici, che sopravvive grazie a continue rimodulazioni contrattuali e che non rispetta gli impegni assunti non è un campione industriale. È un progetto assistito. La Corte dei Conti lo afferma con prudenza istituzionale; i fatti lo dimostrano senza bisogno di eufemismi.

Open Fiber genera  un danno doppio per l’Italia: privi di banda ultralarga e con un mercato alterato

Ma il danno, tuttavia, va ben oltre Open Fiber. Ogni ritardo nella banda ultralarga significa imprese meno competitive, territori marginalizzati, servizi digitali che non decollano. Significa perdere credibilità verso l’Europa e trasformare una delle più grandi opportunità di modernizzazione del Paese in un esercizio di burocrazia infrastrutturale.

C’è poi un aspetto che non può più essere eluso: la distorsione del mercato. Un operatore che beneficia di ingenti risorse pubbliche senza risultati proporzionati altera la concorrenza e penalizza chi investe davvero, rispettando tempi, vincoli e logiche industriali. Non è un dettaglio tecnico. È una questione di equità e di politica industriale.

Le responsabilità cadono innanzitutto sulla responsabilità di settore nel governo

Questo non è solo un fallimento aziendale. È anche un fallimento di sorveglianza pubblica, un deficit di controllo politico su come sono spesi i soldi pubblici. Perché tollerare ritardi cronici, obiettivi mancati e responsabilità diluite significa accettare l’idea che in Italia le grandi infrastrutture digitali possano sottrarsi alle regole che valgono per tutti gli altri. E perché mai una normale impresa e il suo imprenditore devono sottostare a regole a cui si sottraggono soggetti che vengono posti arbitrariamente in una corsia preferenziale?

La Corte dei Conti ha fatto il suo dovere, ora la politica faccia il suo

Ora tocca alla politica e ai decisori pubblici fare ciò che finora hanno evitato: riconoscere il fallimento e cambiare radicalmente approccio. Continuare così non è muoversi nell’interesse del Paese, Non è prudenza. È complicità.

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