Sempre meno figli in Occidente e diventa sempre più difficile assicurare un ricambio tra nuovi nati e popolazione anziana, con conseguenze sull’economia. I numeri che inchiodano anche l’Italia e le possibili soluzioni.
Che ci sia un cambiamento negli equilibri del mondo lo si nota non soltanto dalle trasformazioni geopolitiche, ma pure da quelle sociali e demografiche. In Occidente è in atto da tempo una tendenza alla denatalità, ben più profonda rispetto alle altre aree del mondo.
L’inverno demografico in Italia
In Italia da tempo si parla di inverno demografico, certificato da una popolazione sempre più vecchia e un tasso di sostituzione con le nuove nascite in squilibrio negativo. Dai dati OCSE risulta infatti che nel nostro Paese siamo destinati a diminuire con la popolazione in età da lavoro del 34% entro il 2060. Un calo che corrisponde a 12 milioni di persone, con un aumento non solo della popolazione anziana ma anche di pensionati, con effetti sulla crescita, sulla sanità, sul debito pubblico e sul PIL. Questo perché diminuirà la produttività, determinando una diminuzione annua del Prodotto Interno Lordo pro capite dello 0,5%. Un bel problema per un Paese come l’Italia che cresce dello zero virgola, con le nuove generazioni costrette a lavorare anche per pagare le pensioni di una vasta platea di popolazione.
Il boom demografico dell’Africa
Affrontiamo anche il problema di una bassissima natalità, che nel 2024 ha avuto un tasso di fecondità di 1,26 figli per ogni donna. Siamo estremamente distanti dal tasso di sostituzione che consente un ricambio nella popolazione, ovvero 2,1. Prendendo questo riferimento, a livello mondiale siamo 219esimi su 227 Paesi, come risulta dai dati raccolti dal World Factbook della CIA.
In testa il Niger con un tasso di fecondità del 6,64, ma c’è di più: la top ten dei Paesi più prolifici al mondo è monopolizzata da nazioni africane. E così è sino alla posizione numero 17 della classifica, occupata dall’Afghanistan (con un tasso del 4,43). L’Africa prosegue poi con altri Paesi, a dimostrazione del fatto che questo continente stia andando totalmente in controtendenza rispetto all’inverno demografico globale.
Nel resto dell’Occidente le cose non vanno meglio. L’unica che supera quota 2 nel tasso di fertilità è Israele, sfiorando un valore pari a 3 (2,92): tutti gli altri sono al di sotto questa soglia, a cominciare (sebbene di poco) l’Islanda, con un tasso di 1,92, seguita da una delle poche rappresentanti della vecchia Europa nelle posizioni più alte di questa classifica, ovvero la Francia (tasso di 1,90).

Le possibili soluzioni: l’immigrazione
Per far fronte a questa tendenza demografica negativa i Paesi rispondono con soluzioni più che altro dettate dall’ideologia che dal pragmatismo, da una parte e dall’altra. Pensare che le nascite possano avere una impennata sostenendo che essere mamme o papà è bello, o ancor peggio, facendo leva sul senso di colpa senza andare a fondo sulle cause che spingono a non figliare (non ci vuole chissà quale mente superiore: basterebbe considerare il rapporto tra una inflazione sempre più alta e stipendi sempre più bassi, oltre al fatto che procreare non è un obbligo di legge), è una follia che non solo arresterà l’inverno demografico, ma lo renderà più rigido. D’altro canto, non si può pensare ad una immigrazione incontrollata come soluzione del problema, considerati i risvolti sociali (in negativo) che essa potrebbe avere.
Considerando che esistono dei settori che rischiano di rimanere sguarniti a causa dei pensionamenti e in assenza di un ricambio, gli immigrati potrebbero sì garantire una soluzione, purché si parli di manodopera qualificata e specializzata che possa essere anche attirata nel Paese di destinazione (anche tramite politiche di regolarizzazione che non siano degli inferni burocratici).
Come scrive Alessandro Lubello su Internazionale, l’economista Martin Werding ha portato avanti uno studio secondo cui la Germania (il cui tasso di natalità è attualmente al 1,58) potrebbe giovare di effetti positivi sull’economia e sulle entrate statali se il numero di immigrati, generalmente più giovani rispetto alla popolazione che incontrano, salisse sui 200.000 annui. Va detto che nel Paese tedesco il 20% della popolazione è di origini straniere, e il numero di immigrati presenti – circa 17 milioni – è il più alto in Europa.
I casi della Spagna e del Liechtenstein
La questione resta però complessa, giacché i critici dell’immigrazione come soluzione parlano di lavoratori disposti ad accettare mansioni sottopagate, trasformando così il mercato di lavoro con salari che generalmente si abbassano.
Ci sono però casi come quello della Spagna: a fronte di un tasso di natalità dell’1,30, appena sopra a quello italiano, il Governo progressista ha portato avanti una politica immigratoria che ha fatto sì che la popolazione sia salita di 1,6 milioni di persone in tre anni, con effetti sulla crescita che nel 2024 si è attestata del 3,2%, riporta sempre Internazionale citando a sua volta Le Monde. Non solo, il 70% dei posti di lavoro creati negli ultimi quattro anni è stato coperto da individui arrivati in Spagna.
Ci sono poi casi particolari in Europa, come quello del Liechtenstein, il cui 70% della popolazione è costituito da immigrati. E il 49% ha natali fuori dall’UE. Ovviamente parliamo di un piccolissimo Stato che necessariamente fa storia a sé in termini di ricambio di popolazione.
