Trump sequestra Maduro e vuole accaparrarsi la Groenlandia, tra le proteste formali della Danimarca, la blanda risposta dei leader europei e il silenzio assordante dei vertici della UE. Ne viene fuori un mondo in subbuglio che potrebbe generare effetti opposti ai desiderata dell’America di Trump, assieme al ruolo definitivamente subalterno di un Europa alla vana ricerca di autore. Il tutto in un processo compulsivo che è ben lungi dall’aver un percorso lineare, quanto repentino. Sono in molti ad aspettarsi una discontinuità che rimescolerà le carte, come la storia insegna nei momenti più cruciali.
“Nessuno oserà impugnare le armi contro gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia“, ha dichiarato alla CNN con fermezza Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, appena poche ore dopo il rapimento di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi.
Lo stile combattivo di Miller può destare qualche sorpresa, ma era perfettamente coerente con le circostanze che si stavano creando. Ciò che invece ha lasciato sconcertati è stata la reazione, anzi la mancata reazione, dei leaders europei a questa e, come vedremo tra poco, ad analoghe affermazioni: leader europei sparsi, confusi e con sentimenti profondamente rivelatori.
La confusione dei leader europei e la latitanza della UE
Il primo ministro danese, Mette Frederiksen, unico tra tutti gli europei, non ha ovviamente perso tempo nel ribattere immediatamente a Stephen Miller, confutando ogni ipotesi di annessione della Groenlandia da parte dell’America, avvertendo che un’eventuale aggressione degli Stati Uniti contro la Groenlandia avrebbe effettivamente segnato la fine della Nato.
Contemporaneamente, i leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e la stessa Groenlandia riaffermavano in una dichiarazione congiunta il loro impegno nei confronti dell’Alleanza Atlantica, affermando che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che le decisioni riguardanti l’isola sono solo per la Danimarca e la Groenlandia.
Tra queste due dichiarazioni, ciò che ha stonato più di ogni cosa è stata la mancanza assoluta di risposta da parte della leadership istituzionale dell’UE: nessun colpo da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, e stessa cosa per Kaja Kallas, nonostante il ruolo di Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, esercitato con non poca invadenza su qualunque questione legata alla guerra tra Ucraina e Russia, due Paesi che non fanno peraltro parte della UE. Gli stessi funzionari di Bruxelles, che emettono regolarmente terribili avvertimenti sulla presunta minaccia russa all’Europa, hanno rifiutato di fare qualsiasi commento alle agenzie internazionali sulle minacce degli Stati Uniti contro il territorio europeo in terra di Groenlandia.
Da segnalare come, solo poche ore prima, la maggior parte dei leader europei avesse offerto risposte tiepide o implicitamente favorevoli all’aggressione (sotto il profilo del diritto internazionale) di Donald Trump contro il Venezuela.
La logica che affiora in queste inaspettatamente tiepide risposte europee alla incursione in Venezuela è la volontà da parte dei leader europei di evitare a tutti i costi il confronto duro con Washington, in un contesto in cui, ironia della sorte, quegli stessi leader si sono trovati rapidamente di fronte alla prospettiva di un’azione simile da parte degli Stati Uniti ma paventata questa volta contro un Paese europeo.
Cosa farà Donald Trump?
Va detto che un “sequestro militare” diretto degli Stati Uniti della Groenlandia appare anche improbabile, ma va considerato come “non impensabile”.
Lo scenario d’arrivo più probabile potrebbe essere un “accordo di associazione” sul modello degli accordi di Washington con la Micronesia, le Isole Marshall e Palau. In base a questi accordi, gli Stati Uniti esercitano un’autorità radicale sulla difesa e sulla sicurezza, in cambio di assistenza finanziaria. Gli Stati coinvolti rimangono formalmente sovrani, ma in pratica sono strettamente legati alle priorità strategiche degli Stati Uniti. Un accordo analogo con la Groenlandia offrirebbe a Washington il vantaggio di consolidare il controllo, rispettando formalmente l’autogoverno groenlandese, ma indebolendo inevitabilmente la posizione della Danimarca.
Tuttavia Micronesia, Isole Marshall e Palau, pur nella numerosità delle isolette, rappresentano comunità sperdute nell’Oceano, ma strategiche per ragioni militari. La Groenlandia è altra cosa: è grande 1/5 dell’intera Europa ed ha una superficie pari a 7 volte quella dell’Italia. Un accordo del 1951 consente già agli Stati Uniti di mantenere un numero illimitato di truppe sull’isola. Oggi si registra solo una base attiva, ma il quadro giuridico per l’espansione è saldamente in atto e l’ambiguità della Casa Bianca è intenzionale.
All’inizio di questa settimana, l’addetto stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che l’uso dell’esercito americano era “sempre un’opzione“, mentre Trump e i suoi consiglieri hanno esaminato diversi scenari di annessione. Ma qualunque sia il percorso scelto dalla sua amministrazione, Trump è determinato a risolvere rapidamente la questione.
E l’Europa cosa farà?
È più che probabile che i leader europei acconsentano, a giudicare dalle loro risposte sin qui registrate, altrimenti non avrebbe alcun senso la postura apparentemente irrazionale, se non suicida, della leadership politica europea.
Le ragioni di un loro inevitabile assenso sono facili da individuare: le élite europee sono profondamente radicate nel sistema transatlantico, da cui traggono il loro potere e la loro legittimità. In questo momento percepiscono quel sistema come minacciato e sono pronti a difenderlo a quasi tutti i costi, anche se ciò dovesse includere la sovranità di un pezzo di territorio europeo.
Del resto, non ci sarebbe nulla di nuovo. l’Europa ha già sacrificato ai diktat imperiali statunitensi i propri interessi economici e di sicurezza fondamentali. Si è unita a una guerra per procura contro la Russia che ha devastato l’Ucraina e svuotato forse irrimediabilmente la competitività industriale europea. Ha imposto sanzioni che hanno inflitto danni molto maggiori alle economie europee più che alla Russia. È rimasta vistosamente quanto maldestramente silenziosa dopo la distruzione di Nord Stream, un pezzo critico dell’infrastruttura energetica europea, un atto probabilmente compiuto con almeno un coinvolgimento indiretto degli Stati Uniti e molto probabilmente con l’accondiscendenza da parte di alcuni governi europei.
Alla faccia della tanto decantata “autonomia strategica” dell’Europa.
La realtà è che sotto la retorica dell’indipendenza continentale, i governi europei hanno sistematicamente assecondato ogni richiesta reclamata da Trump: dall’aumento della spesa militare della NATO (gran parte del quale confluirà direttamente nelle casse degli appaltatori della difesa statunitensi) alle condizioni commerciali punitive rappresentate dalla responsabilità finanziaria per sostenere la guerra in Ucraina.
La sgradevole sensazione è che per le classi di governo europee, la NATO e la guerra per procura in Ucraina riguardano la conservazione di un’architettura “imperiale” in cui possono svolgere un ruolo subordinato (agli USA) ma privilegiato, piuttosto che ragioni europee autonome di sicurezza o prosperità continentale.
Per questo motivo la NATO sopravviverebbe anche a una mossa degli Stati Uniti contro la Groenlandia, anche se spogliata di qualsiasi rimanente illusione di apparente uguaglianza sovrana tra i suoi membri da una parte e dall’altra dell’Atlantico.
Il paradosso della sindrome di Stoccolma
Una dinamica del genere aiuta anche a spiegare un apparente paradosso difficile da comprendere.
I leader europei, ormai apertamente disprezzati da Trump (da Emmanuel Macron a Friedrich Merz) sono stati ancor più favorevoli all’aggressione degli Stati Uniti contro il Venezuela rispetto alle forze populiste di destra che sono invece apertamente favorite da Trump, come Marine Le Pen o Viktor Orbán, che hanno come è noto adottato posizioni più caute o critiche. Le istituzioni dell’UE, in particolare, sono state a sostegno delle azioni di Washington: il blocco europeo non appare quindi come un contrappeso al potere degli Stati Uniti, ma piuttosto come uno dei suoi pilastri centrali.
Dopotutto, di fronte all’atteggiamento di Trump, che ha abbandonato ogni pretesa di unità transatlantica e tratta sempre più l’Europa in termini apertamente commerciali se non neo-coloniali, la classe politica europea ha dimostrato la sua volontà di conformarsi, di adeguarsi e di obbedire.
Da tempo ormai gli attuali leader europei hanno smesso di pensare in termini di interessi nazionali o addirittura “europei“. Ma ciò che dovrebbe allarmare gli europei non è la prospettiva di “abbandono” degli Stati Uniti o il crollo della NATO (sviluppi che peraltro potrebbero, in linea di principio, creare spazio per una vera autonomia europea), quanto invece il contrario ovvero la probabilità che l’Europa rimanga bloccata in un ruolo subordinato, proprio mentre Washington adotta una posizione sempre più aggressiva e senza supporto di legge.
Questo è il contesto più ampio in cui l’attacco di Trump al Venezuela, da un lato, e le minacce contro la Groenlandia, dall’altro, devono essere collocati.
Multipolarità o neo-colonalismo?
Alcuni analisti hanno anche erroneamente interpretato il lancio della nuova strategia di sicurezza nazionale (National Security Strategy) e i tentativi di Trump di negoziare un accordo in Ucraina, assieme alle sue richieste di ridurre gli impegni in Europa, come prova di una sobria accettazione della multipolarità (vince sempre l’aspirazione egocentrica dell’assegnazione di un Nobel per la Pace…), ma quanto accaduto in Venezuela suggerisce una conclusione molto diversa.
Lungi infatti dall’abbandonare l’egemonia, gli Stati Uniti stanno tentando di preservarla attraverso nuovi mezzi, globalizzando una strategia di “guerra per procura” che pone sotto attacco i collegamenti più deboli (questo o quello Stato, questa o quella regione, questo o quel leader) nella catena di appartenenza internazionale o di protezione del sistema rivale che gli USA intendono contrastare.
Pur evitando quindi il contatto militare diretto con la Cina o con la Russia, il confronto viene spostato su teatri periferici e sostenuto attraverso la destabilizzazione permanente. In questo modello, anche le regole più elementari della convivenza internazionale vengono, come abbiamo visto, immediatamente accantonate.
Cosa nasconde la nuova strategia americana?
Tuttavia un cambiamento di rotta così pesante appare anche essere una reazione a una profonda crisi dell’egemonia statunitense, così come l’abbiamo conosciuta e percepita nel corso dei decenni.
Le dimensioni economiche di tale crisi sono note: debito pubblico in aumento, leva privata insostenibile, un sistema finanziario sempre più distaccato dall’attività produttiva, ampia deindustrializzazione e la graduale erosione, per quanto parziale, del sistema incentrato sul dollaro.
In breve, questa è una crisi specifica del capitalismo statunitense che trascina però dietro di sé l’intero ordine post-1945. E non è un caso che ad entrare in crisi siano proprio i paesi del cosiddetto Occidente democratico.
La risposta degli Stati Uniti a questo nuovo contesto non sarà (in queste condizioni) di plasmare o accettare un nuovo ruolo di Washington all’interno di un rinnovato accordo globale. Ciò che sta accadendo dice che l’America di Trump non vuole continuare a prosperare come uno Stato potente ma “normale”, perché vuole più verosimilmente riaffermare aggressivamente il proprio dominio universale.
Questa volontà assume profili di neo-imperialismo o neo-colonialismo, fondato non solo sulla coercizione economica, ma sull’accaparramento se non il sequestro diretto delle risorse naturali, il controllo delle rotte marittime e delle catene di approvvigionamento e persino la rivendicazione impropria e insostenibile di territori altrui, come nel caso della Groenlandia e perfino del Canada.
La dichiarazione di Trump secondo cui il Venezuela sarà “governato” dagli Stati Uniti, unita alla minaccia di ulteriori azioni al fulmicotone (come per Maduro) nel caso in cui il governo venezuelano decidesse di resistere, è quindi emblematica.
Questo orientamento, si badi bene, è dichiarato apertamente nella strategia per la sicurezza nazionale, prima citata.
Il documento sottolinea come gli Stati Uniti negheranno ai concorrenti “non emisferici” il controllo sui beni strategicamente vitali, condizionando gli aiuti e il commercio americani all’allineamento politico, scoraggiando i governi dal collaborare con potenze rivali come la Cina o la Russia e a tal fine utilizzeranno mezzi finanziari, tecnologici e di sicurezza (compresi i militari) per garantire l’adeguamento ai loro desiderata.
Una strategia che va ben oltre “l’emisfero americano”
Questa strategia è già in fase di attuazione, ma va ben oltre il cosiddetto emisfero occidentale tanto caro a Rubio.
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno condotto operazioni di bombardamento in 7 paesi (tra cui spiccano Iran, Nigeria e Somalia) e nessuno di essi è stato mai autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e nessuno di essi può essere credibilmente giustificato come atto di autodifesa ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. Parallelamente, Trump ha emesso minacce dirette contro un elenco ormai crescente di altri Stati.
In termini puramente empirici, qualcuno potrebbe osservare, non c’è nulla di nuovo. Gli Stati Uniti ricorrono quasi sempre all’azione violenta per difendere i propri interessi economici e strategici. E si potrebbe anche aggiungere che questa è stata una caratteristica costante della politica degli Stati Uniti, soprattutto nella fase del cosiddetto ordine basato sulle regole.
In tutta l’America Latina in particolare, Washington è ripetutamente intervenuta, di nascosto o palesemente, ogni volta che i governi hanno perseguito riforme agrarie, nazionalizzazioni delle risorse naturali o percorsi di sviluppo indipendenti che hanno sfidato gli interessi degli Stati Uniti.
Ciò che è nuovo è l’abbandono definitivo di qualsivoglia pretesa di legalità o di qualunque preoccupazione umanitaria. Non c’è più spazio per cose del genere e ciò che emerge è l’essenza di un dominio senza egemonia ovvero di un potere esercitato apertamente e coercitivamente, senza alcun condizionamento morale o etico (per ricorrere al lessico con cui le nostre democrazie si sono spesso distinte dal resto del mondo).
Ed è proprio questa nudità del potere che rende il momento attuale così pericoloso. Se non c’è più alcuna regola, ovvero se la regola è che non ci sono più regole, nemmeno retoricamente, Washington sta legittimando efficacemente una politica di potere sfrenata a cui l’Occidente, fino a poco tempo fa, sosteneva apertamente di opporsi.
USA contro Cina?
Ciò che alimenta ulteriormente la destabilizzazione è che le azioni degli Stati Uniti contro il Venezuela e quelle minacciate contro la Groenlandia non sono intese esclusivamente in termini economici. Sono anche (e forse innanzitutto) mosse strategiche dirette contro la Cina e, in misura minore, la Russia.
La tanto conclamata strategia di Washington del controllo delle “sfere di influenza” nasconde l’obiettivo reale di creare piattaforme da cui il potere degli Stati Uniti possa essere proiettato in modo più aggressivo, per affrontare la Cina, possibilmente prima che l’equilibrio del potere tecnologico ed economico si sposti irreversibilmente nel continente asiatico.
Questa è la pericolosa scommessa in atto, guardando ad un processo che sta ridisegnando i poteri del mondo. Ed è una posizione ereditata da una più antica visione di epoca coloniale, che vedeva lo sviluppo non occidentale stesso come una minaccia esistenziale.
Queste azioni possono essere anche viste come iniziative diversive per tenere impegnato l’avversario. Il tempo stesso diventa un’arma che può far tardare il corso degli eventi, perché può sempre accadere qualcosa. Prolungare il conflitto e mantenere l’instabilità nella speranza che uno shock esterno, ad esempio una svolta tecnologica o una crisi interna al potere tra rivali, potrebbe aiutare a ripristinare la capacità di controllo perduta.
E se la strategia di Trump isolasse di più gli USA?
L’ironia è che questa strategia appare profondamente autolesionista, perché più il comportamento degli Stati Uniti diventa apertamente coercitivo, più velocemente questo comportamento erode le stesse strutture che un tempo sostenevano l’egemonia americana.
Dopo il 1945, il dominio degli Stati Uniti non è stato costruito attraverso l’annessione territoriale o il puro potere militare, ma attraverso una paziente architettura amministrativa, ad esempio creando una fitta rete di alleanze internazionali, alimentando il sistema finanziario sostenuto dal dollaro, facilitando i regimi commerciali globali, rafforzando gli organismi internazionali di standard, sviluppando gli ecosistemi tecnologici.
Questa egemonia in rete ha reso l’integrazione con i sistemi guidati dagli Stati Uniti il percorso di minor resistenza allo sviluppo per la maggior parte degli Stati, anche se, ovviamente, il ricorso a rappresaglie violente era sempre lì e veniva spesso utilizzata.
Ma quando un egemone si comporta come una caricatura del potere neo-imperiale, come si ha la sensazione che stia avvenendo in questi mesi, tutto ciò incoraggia inevitabilmente gli Stati terzi a cercare alternative di appartenenza, che ora, a differenza anche di un decennio fa, esistono effettivamente.
Per dirla in altre parole, Trump sta di fatto incentivando altre nazioni a diversificare ulteriormente le rispettive riserve, ridurre l’esposizione al dollaro, esplorare nuovi sistemi di pagamento e costruire nuove partnership di sicurezza. E tutto ciò non è solo opera dei BRICS. Molti Paesi, dal Sudafrica al Brasile e all’India, stanno già singolarmente respingendo le tattiche aggressive di Trump. E il paradosso è che i principali beneficiari dell’aggressione Trumpiana sono proprio quelli che Washington stessa cerca di contenere con il nuovo “sistema operativo” americano che regola i rapporti col mondo.
La Cina, e anche la Russia, hanno passato anni a sostenere uno scenario alternativo per la cooperazione globale basato sull’uguaglianza sovrana e sulla multipolarità. Ogni atto di illegalità negli Stati Uniti rafforza il fascino e l’attrattività da essi emanati su altri Stati.
Dopo l’assalto illegale al Venezuela, aspettiamoci che la coda di Paesi che cercheranno di associarsi in qualche modo ai BRICS (o a raggruppamenti simili) si allunghi, anche se gli Stati Uniti dovessero rispondere intensificando le minacce contro coloro che lo faranno.
Requiem per l’Europa?
L’Europa, nel frattempo, rischia di assicurarsi il declino, se non il fallimento, del disegno europeo.
Le élite europee hanno deciso di assumere un ruolo subordinato rispetto allo sfilacciato sistema imperiale e neocoloniale di questa America.
Stanno sacrificando l’autonomia a lungo termine del continente per la prospettiva del personale e continuo accesso al potere della sua classe dirigente (basti pensare alle dichiarazioni reiterate da parte di leaders di singoli Paesi europei e di rappresentanti del più alto livello della UE).
Hanno deciso di allinearsi con un potere egemone che governa attraverso la coercizione, proprio nel momento in cui l’adattabilità e la moderazione sarebbero necessarie più che mai.
Tutto ciò espone le nostre società a rischi crescenti, sia economici che politici e militari, senza alcun aumento della sicurezza dei confini e della integrità delle nostre persone o dell’influenza internazionale esercitata.
E così, mentre il futuro dell’ordine globale rimane quantomai incerto, il destino dell’Europa sembra ormai segnato. Salvo improbabili inversioni di tendenza.
