L’Italia e il ritardo sui Data Center. Un futuro a rischio nell’era dell’Intelligenza Artificiale

| 07/02/2025
L’Italia e il ritardo sui Data Center. Un futuro a rischio nell’era dell’Intelligenza Artificiale

È necessario un deciso cambio di passo, con investimenti concreti e, quel che più conta, una visione strategica, di cui non si ha traccia, per evitare che il nostro Paese diventi solo un consumatore di servizi cloud sviluppati altrove e, quel che più conta, controllati dall’estero. Il tempo per agire è ora.

Mentre Francia ed Emirati Arabi Uniti siglano un accordo per sviluppare un data center da 1 Gigawatt interamente destinato all’intelligenza artificiale, con un investimento compreso tra 30 e 50 miliardi di dollari, l’Italia continua a rimanere indietro, priva di una strategia chiara sugli investimenti nelle infrastrutture digitali.

Questo progetto franco-emiratino è solo l’ultimo esempio di come altri Paesi stiano rafforzando la loro posizione nel settore strategico dei data center e del cloud computing, mentre il nostro Paese rischia di diventare un semplice spettatore in un’epoca in cui il controllo dei dati e la capacità di calcolo sono più importanti che mai.

L’Italia ha da tempo un problema di sotto-investimento nelle infrastrutture digitali e mentre l’Europa e il resto del mondo corrono verso la creazione di grandi hub per il cloud e l’AI, da noi si continua a dibattere su questioni burocratiche, sui ritardi normativi e sulla scarsa attrattività del nostro mercato per gli investitori tecnologici.

Non è un caso che le grandi multinazionali preferiscano stabilire i loro data center in Paesi come Francia, Germania o i Paesi Bassi, dove esistono incentivi chiari e un contesto favorevole per l’innovazione.

Il settore dell’intelligenza artificiale richiede infrastrutture adeguate per lo sviluppo di modelli avanzati e per il trattamento dei dati su larga scala e senza data center di ultima generazione le aziende italiane che vogliono operare nell’AI saranno costrette a dipendere da infrastrutture estere, aumentando la vulnerabilità del nostro ecosistema digitale.

Al momento disponiamo del supercomputer Leonardo, nato nel 2022 e che dal 4° posto al mondo è ormai sceso al 9° posto, e il supercomputer dell’ENI (oggi al 5° posto al mondo), il cui uso è limitato ad esigenze dell’azienda e circoscritto al settore dell’energia.
La somma degli investimenti sostenuti per creare ambedue le strutture non si avvicina neanche lontanamente all’investimento deciso oggi da Francia ed Emirati Arabi Uniti.

In effetti, l’accordo tra Francia ed Emirati Arabi Uniti per sviluppare un data center da 1 Gigawatt con un investimento tra 30 e 50 miliardi di dollari dimostra che i governi più lungimiranti stanno investendo pesantemente in questa direzione. Questo progetto non è solo un’infrastruttura tecnologica, ma un tassello fondamentale per attrarre investimenti, potenziare l’industria dell’AI e rafforzare la sovranità digitale.

Al contrario, in Italia, la strategia sui data center è frammentata e, al di là dei due casi citati, esistono iniziative isolate, come i progetti di aziende private per costruire piccoli hub o le baraonde dei piccoli centri creati in seno alla pubblica amministrazione, ma manca un piano nazionale degno di questo nome che incentivi la creazione di grandi infrastrutture e che difenda e rafforzi l’ecosistema nazionale di cui le imprese nazionali hanno bisogno.
La Francia, al contrario, ha da tempo adottato politiche industriali mirate per attrarre investimenti in questo settore, offrendo incentivi fiscali e agevolazioni regolatorie

Se l’Italia non accelera sugli investimenti in data center e infrastrutture digitali, il rischio è quello di diventare sempre più dipendente dalle infrastrutture di altri Paesi.
Questo non solo comporta come al solito una perdita di competitività, ma espone il nostro Paese a rischi strategici: chi controlla i dati ha il potere di determinare l’evoluzione dell’economia digitale. Affidarsi esclusivamente a data center situati all’estero o collocati in Italia, ma di proprietà di grandi società estere, significa perdere autonomia sulle tecnologie emergenti, rendendo il sistema produttivo nazionale vulnerabile a eventuali cambiamenti normativi o restrizioni imposte da altri Stati.

L’Italia ha bisogno di un piano nazionale per i data center che incentivi la costruzione di grandi infrastrutture digitali con un forte supporto pubblico e privato. Servono incentivi fiscali e una semplificazione normativa per attrarre investimenti, riducendo la burocrazia e offrendo agevolazioni a chi vuole operare in questo settore.

È fondamentale rafforzare la collaborazione internazionale e stringere accordi con altri Paesi per sviluppare hub di calcolo e intelligenza artificiale, come stanno facendo Francia ed Emirati. Un altro aspetto cruciale è la sostenibilità energetica, perché i data center richiedono enormi quantità di energia e l’unica via per rendere il settore competitivo è investire in fonti rinnovabili.

L’accordo tra Francia ed Emirati Arabi Uniti (data center da 1 gigawatt e investimenti tra 30 e 50 miliardi di dollari) è un chiaro segnale della direzione in cui sta andando il mondo. L’Italia non può permettersi di restare indietro in una partita che determinerà il futuro dell’economia digitale.
È necessario un cambio di passo deciso, con investimenti concreti e, quel che più conta, una visione strategica, di cui per la verità non si ha traccia, per evitare che il nostro Paese diventi solo un consumatore di servizi cloud sviluppati altrove e, quel che più conta, controllati dall’estero. Il tempo per agire è ora.

Leggi anche il nostro approfondimento “Data center nel mondo. Cosa sono, dove sono e perché sono importanti. La sfida tra Stati Uniti e Cina

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