Le stime degli analisti economici parlano di una crescita stabile per l’Europa nel 2026, a dimostrazione del fatto che i vari urti globali sono ben sopportati dal Vecchio Continente. Ma l’Italia, pur più solida e affidabile per i mercati, non esce dal pantano dei soliti problemi
Nonostante tutto quello che ha passato e che tutt’ora deve affrontare, la situazione economica dell’Europa non solo regge ma conferma anche segnali di crescita. Questo è ciò che si evince dai dati diffusi dal Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook, in cui si analizzano le prospettive per il 2026.
L’Europe regge gli urti globali: l’esempio della Germania
Si cita spesso a proposito l’abusatissima parola “resilienza”, ma in questo caso è utile per descrivere la capacità di risposta del Vecchio Continente ai vari shock che ha subito negli ultimi anni, dalla pandemia ai rincari delle materie prime e dell’energia, considerando anche la guerra che si è ritrovata in seno dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina.
Secondo l’FMI l’Europa ha retto l’onda d’urto grazie a delle “buone decisioni politiche” in risposto alla crisi inflazionistica, proteggendo il potere d’acquisto in particolare in una Germania che, nonostante le turbolenze economiche che ne hanno minato lo status di locomotiva europea, resta sempre l’economia principale del continente.
Se è vero che nel 2026 la crescita sarà solo dello 0,6% secondo le stime dello scorso dicembre della Bundesbank, con altri analisti che migliorano questo dato all’1,2%, il Prodotto Interno Lordo nel 2026 ammonterà a 4,6 miliardi di euro (il 17% di tutto il PIL del continente), facendo sì che il Paese tedesco sia in cima alla classifica delle economie europee. Pare quindi che la Germania possa mettersi alle spalle la stagnazione che l’ha colpita nel 2025.

L’Europa Occidentale traina l’economia del continente
Tuttavia aleggia sempre lo spettro, decisamente concreto, dei dazi americani e gli effetti sull’economia reale anche degli altri Paesi. Oltre a generare incertezza sui mercati e compromettere la crescita. In generale comunque si prevede un maggiore slancio economico in Europa, con la regione occidentale che spicca nel 2026 per una quota relativa alla produzione di tutto il continente del 40% circa, per un valore di 27 miliardi di euro.
In questo 40% si collocano anche Paesi come il Regno Unito, con un PIL nel 2026 stimato a 3,6 miliardi di euro, e la Francia (3,1 miliardi), pur gravata da un debito pubblico sempre più insostenibile.

L’Italia e la mancanza di una crescita strutturale
Spostandoci invece nell’Europa meridionale, a svettare sono Italia e Spagna, rispettivamente a quota 2,3 miliardi di euro e 1,8 miliardi. Per quanto riguarda il nostro Paese, secondo le stime del 2024 dell’OCSE cresceremo nel 2026 tra lo 0,8% e l’1,1%. Dati più recenti, offerti dalle previsioni stilate dall’Ufficio Studi della CGIA, prevedono per l’Italia una crescita dello 0,7%, grazie alla stabilità dei consumi delle famiglie e della Pubblica Amministrazione, e per effetto di un export in ripresa. Confermato comunque l’incremento del PIL, che sarà del 2,9% (pari a 66 miliardi in più) rispetto al 2025.
Come però sottolinea la CGIA l’Italia continua a fare i conti con un problema atavico, ovvero l’incapacità di “consolidare una crescita strutturale”. Restiamo sotto la media europea, e questo è ormai un trend che si trascina da più di vent’anni. Pesa l’incidenza di burocrazia e fisco nell’economia, in particolare per le imprese, oltre alla mancanza di riforme strutturali che possano rendere competitivo il nostro Paese (se pensiamo di avere il nostro posto al sole nel quadro delle potenze globali grazie al fatto che la nostra cucina è diventata patrimonio Unesco stiamo freschi: urge puntare sull’innovazione, se pensiamo che il treno dell’intelligenza artificiale è in piena corsa e con le nostre imprese siamo ancora abbastanza indietro rispetto al resto dell’Europa).
Il 2026 è poi l’anno in cui termineranno (in estate) la loro corsa gli investimenti del PNRR, e questo è un ulteriore fattore critico per la nostra crescita. Di contro, come abbiamo visto, l’Europa manterrà una certa stabilità nella sua crescita, aiutata anche da un allentamento dell’inflazione e dalla diminuzione dei tassi d’interesse. Va detto che viviamo in un contesto storico di totale imprevedibilità e di scombinamento nello scacchiere internazionale, che spinge anche ad una certa prudenza mercati e consumatori. Come ha spigato la Chief Economist Europe del Mastercard Economics Institute Natalia Lechmanova, “i consumatori europei beneficiano di fondamentali solidi ma restano cauti e selettivi”.
