La resa di Perplexity: dal copyright al revenue sharing, l’AI riscrive il patto con i media

RedazioneRedazione
| 29/08/2025
La resa di Perplexity: dal copyright al revenue sharing, l’AI riscrive il patto con i media

La startup americana annuncia un modello di revenue sharing con i publisher per evitare cause legali e rafforzare la propria legittimità, segnando un punto di svolta nel rapporto tra intelligenza artificiale, copyright e industria dei media.

Per anni le startup dell’intelligenza artificiale hanno costruito il proprio successo attingendo liberamente a contenuti giornalistici e dati online. Ora lo scenario cambia: Perplexity, tra le realtà più promettenti dell’AI search, ha deciso di riconoscere agli editori una quota dei ricavi generati dai suoi servizi. Una svolta non solo economica, ma politica e giuridica, che arriva mentre si moltiplicano le cause per violazione del copyright e che potrebbe ridefinire l’intero ecosistema dell’informazione digitale.

Un cambio di rotta che segna la maturità del settore

L’annuncio di Perplexity non è un semplice aggiustamento contrattuale: rappresenta un cambio di paradigma. Dopo anni di sviluppo accelerato, in cui le startup AI hanno sfruttato grandi quantità di contenuti disponibili online senza corrispettivi economici agli autori, si afferma per la prima volta l’idea che il valore dell’informazione vada remunerato. Questo non accade in un vuoto normativo, ma in un contesto di crescente pressione politica, sociale e legale, dove gli editori reclamano un ritorno economico e i governi cercano di tutelare la produzione di contenuti di qualità.

L’onda lunga delle cause legali: il caso dei quotidiani giapponesi

A spingere Perplexity verso il revenue sharing sono stati anche i tribunali. In Giappone, un gruppo di quotidiani ha intentato una causa contro la startup, accusandola di violazione sistematica del copyright per l’uso non autorizzato degli articoli. Questo caso si inserisce in un fronte giudiziario più ampio che coinvolge testate storiche come il New York Times e agenzie come Getty Images. A differenza delle dispute del passato tra editori e motori di ricerca tradizionali, oggi il problema è più radicale: i sistemi AI non si limitano a indirizzare traffico, ma riutilizzano il contenuto per produrre risposte sostitutive. La domanda giuridica diventa quindi ineludibile: dove finisce il fair use e dove inizia lo sfruttamento commerciale?

Il peso economico di un modello fragile

Dal punto di vista finanziario, la scelta di Perplexity è ambivalente. Condividere i ricavi con gli editori significa ridurre i margini in un momento in cui la startup deve ancora consolidare la propria posizione sul mercato. Ma può trasformarsi in una leva competitiva: presentarsi come attore “responsabile” può attrarre investitori e alleati industriali, oltre che evitare costose battaglie legali. In prospettiva, se il modello funzionasse, Perplexity potrebbe posizionarsi come pioniere di un approccio più equilibrato tra innovazione e sostenibilità, anticipando una trasformazione che i colossi tecnologici potrebbero essere costretti a seguire.

L’impatto tecnologico: dall’indicizzazione alle risposte dirette

Il modello tecnologico di Perplexity differisce profondamente dalla logica dei motori di ricerca tradizionali. Google o Bing rimandano l’utente verso i siti, generando traffico e quindi entrate pubblicitarie per gli editori. I sistemi AI, invece, forniscono risposte dirette e spesso esaustive, riducendo la necessità di cliccare sulle fonti originali. Questo passaggio, che piace agli utenti per la sua immediatezza, mina però il modello economico del giornalismo online. Il revenue sharing diventa dunque non solo un compromesso politico, ma una misura necessaria per preservare un ecosistema dell’informazione sostenibile.

Tre approcci a confronto

Il caso Perplexity riflette una sfida che va oltre i confini nazionali. In Europa, con l’AI Act e le regole sul copyright, si è già affermato il principio che l’uso dei contenuti per l’addestramento debba essere tracciabile e remunerato. In Asia, il Giappone si candida a stabilire i primi precedenti giudiziari rilevanti, aprendo un percorso che altri Paesi della regione potrebbero seguire. Negli Stati Uniti, il dibattito resta più divisivo: da un lato c’è la pressione delle lobby editoriali, dall’altro la volontà di non frenare lo sviluppo tecnologico in un momento di forte competizione con la Cina. In questo contesto, ogni scelta aziendale – come quella di Perplexity – acquista un significato geopolitico, perché contribuisce a delineare i nuovi standard globali di governance digitale.

Un nuovo patto tra AI e media

Per decenni, il rapporto tra tech company ed editori è stato conflittuale. Dalle dispute su Google News in Europa ai contratti di licensing sui social media, i contenuti giornalistici sono sempre stati oggetto di tensioni. Oggi l’AI riapre la questione in forma ancora più radicale. Se il revenue sharing dovesse consolidarsi, si aprirebbe la strada a una nuova catena del valore, in cui i contenuti diventano input essenziali della produzione tecnologica e non semplici accessori. Questo però comporta rischi: se gli accordi fossero gestiti esclusivamente dalle big tech, gli editori minori potrebbero ricevere compensi marginali, accentuando la concentrazione del mercato.

Un precedente destinato a fare scuola

La decisione di Perplexity ha già un valore simbolico: dimostra che la stagione in cui le startup potevano ignorare il tema dei diritti d’autore è finita. Se l’esperimento avrà successo, è probabile che altre aziende saranno costrette a seguire la stessa strada, trasformando il revenue sharing in standard industriale. Se, invece, dovesse fallire, la conseguenza sarebbe un inasprimento normativo, con governi e autorità regolatorie pronte a imporre obblighi stringenti. In entrambi i casi, l’impatto sarà rilevante e segnerà un precedente destinato a influenzare l’intera industria dell’AI.

Tra necessità e scommessa

Perplexity ha compiuto una scelta che è insieme una scommessa e un atto di necessità. Riconoscere un valore economico all’informazione significa ammettere che l’AI non può prosperare in un vuoto legale e industriale. Ma significa anche rischiare margini e crescita per guadagnare legittimità e sopravvivenza. In un’industria che corre a una velocità senza precedenti, il caso Perplexity potrebbe essere ricordato come il momento in cui l’intelligenza artificiale ha smesso di ignorare i costi nascosti dell’innovazione e ha dovuto fare i conti con la realtà dell’economia dell’informazione.

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