La fibra ed il grande alibi del take-up

| 05/05/2026
La fibra ed il grande alibi del take-up

Il problema non sono i cittadini. Il problema è che in troppi casi la fibra non arriva davvero.

Da anni in Europa si ripete una tesi tanto comoda quanto falsa: la fibra sarebbe disponibile, ma cittadini e imprese non la attiverebbero. 

È una narrazione utile, perché sposta sugli utenti finali la responsabilità di ritardi, inefficienze e lavori incompleti. Ma resta un alibi. La verità è più semplice. In Italia non manca il take-up dove le case sono realmente collegate. Manca dove la rete non arriva davvero fino alle abitazioni, dove i civici non sono realmente vendibili dagli operatori, dove l’ultimo tratto non è stato completato, dove la copertura esiste nelle mappe ma non nella vita reale. 

La stessa Strategia italiana per la Banda Ultra Larga lo riconosce: nelle aree nere non si registra un problema strutturale di take-up. Il problema emerge soprattutto nelle aree bianche, dove troppo spesso la fibra si ferma prima delle unità immobiliari. Ed è difficile attivare una rete che, semplicemente, non arriva fino in casa. Nelle aree nere, dove c’è concorrenza e dove la connessione è effettiva, il take-up c’è. Ed è perfettamente logico. Quando la fibra arriva davvero dentro casa, quando gli operatori possono venderla, quando il servizio è realmente attivabile, famiglie e imprese migrano. Il problema, dunque, non è una presunta apatia degli italiani. Il problema è che in troppe parti del Paese si continua a confondere copertura teorica, rete completata, civico collegato, linea vendibile e servizio realmente attivabile. 

Da questa confusione nasce la conclusione più conveniente: manca la domanda. No. In moltissimi casi manca ancora l’offerta effettiva. Anche i dati più recenti raccontano una storia diversa da quella che alcuni cercano di imporre. Gli accessi FTTH crescono, mentre il rame continua a ridursi. Non è il ritratto di un Paese che rifiuta la fibra. È il ritratto di un Paese che sta migrando, ma con forti discontinuità territoriali, perché l’infrastruttura non è stata completata e resa attivabile con la stessa efficacia ovunque.  

C’è poi un fatto che rende ancora più inconsistente la favola del mancato take-up. In Italia, sul mercato retail, per il consumatore finale la fibra costa spesso quanto il rame, o comunque sostanzialmente quanto il rame. Se il consumatore paga uguale, perché dovrebbe scegliere una tecnologia peggiore, meno performante e senza futuro? Non lo farebbe. E infatti, quando la fibra è davvero disponibile e attivabile, viene scelta. Se la migrazione non avviene, nella maggior parte dei casi il problema non è la domanda. È che quella fibra non arriva ancora davvero dove dovrebbe arrivare. 

Il nodo vero, soprattutto nelle aree bianche finanziate con soldi pubblici, è la confusione tra copertura dichiarata e disponibilità reale. Si sommano case “passate”, case “collegate”, civici “coperti”, unità “vendibili”, linee “attivabili”, e poi da questo miscuglio si trae la conclusione più comoda: gli utenti non vogliono la fibra. No. In molti casi manca l’offerta effettiva. Mancano lavori conclusi. Mancano collegamenti finali. Manca la vendibilità reale. Mancano tempi certi. E mancano soprattutto responsabilità chiare. Nessuno può attivare una linea che non arriva davvero nella propria abitazione. Nessuno può migrare su una rete che esiste nei comunicati ma non nella realtà. Nessuno può essere accusato di non comprare un servizio che, di fatto, non è ancora realmente disponibile.

Ma c’è un aspetto ancora più grave nel dibattito italiano. Invece di partire dalla domanda giusta – la rete sostitutiva è davvero pronta? – si è tentato di trasformare lo switch-off obbligatorio del rame nella leva decisiva per far crescere il take-up. È un’impostazione profondamente sbagliata. È il problema affrontato al contrario. Lo switch-off del rame non può essere la premessa della modernizzazione. Deve esserne la conseguenza. Prima si costruisce una rete sostitutiva reale, capillare e attivabile. Prima si completano i lavori. Prima si garantisce che le abitazioni siano effettivamente raggiunte dalla fibra, o da soluzioni alternative adeguate. Solo dopo si può discutere di spegnere il rame. Fare il contrario significherebbe usare una forzatura regolatoria per mascherare un fallimento industriale.

Per fortuna, anche a livello europeo si è compreso che uno switch-off rigido e generalizzato del rame entro il 2030 sarebbe stato irrealistico e potenzialmente pericoloso. La proposta di Digital Networks Act della Commissione europea supera quell’orizzonte meccanico e introduce un percorso più prudente: piani nazionali di transizione, condizioni di sostenibilità, tutela degli utenti finali, garanzie sulla disponibilità effettiva di servizi alternativi comparabili e un orizzonte al 2035 per le aree dove esistono condizioni effettive di sostituzione. Per le aree residue, la proposta prevede un completamento progressivo entro la fine del 2039, salvo eccezioni motivate quando la fibra non è economicamente sostenibile e non esiste una soluzione alternativa adeguata. È un passaggio fondamentale. L’Europa riconosce, in sostanza, che non si può spegnere il rame per decreto se prima non esiste davvero una rete sostitutiva. Non basta una copertura statistica. Non basta una mappa. Non basta dichiarare un civico “coperto”. Serve una connessione reale, attivabile, economicamente accessibile e capace di sostituire il servizio esistente senza lasciare indietro cittadini, imprese, territori fragili e aree rurali. Questo dovrebbe essere il principio elementare di ogni transizione seria: prima la fibra, poi la chiusura del rame.

Lo switch-off è l’ultimo capitolo di una migrazione riuscita, non il trucco per nascondere ciò che ancora manca. È una misura che accompagna una transizione già resa possibile dai fatti, non un artificio per creare artificialmente condizioni che non si sono ancora realizzate.

Per questo è profondamente fuorviante sostenere che in Italia il problema principale sia il basso take-up. Il problema principale è che in troppe aree del Paese, proprio dove l’intervento pubblico avrebbe dovuto colmare il fallimento di mercato, la rete non è stata completata con la necessaria efficacia. Finché questa realtà non viene affrontata con onestà, continuare a evocare il basso take-up significa spostare il discorso dal terreno della responsabilità industriale a quello della propaganda. È più facile accusare i cittadini di non voler migrare che ammettere che, in molti casi, non è stata ancora costruita una rete davvero sostitutiva.

Il punto va detto con chiarezza: dove c’è competizione e dove le case sono realmente connesse, il take-up c’è. Dunque, la favola secondo cui gli italiani non vogliono la fibra non regge. Serve solo a nascondere il vero nodo: non la domanda insufficiente, ma l’infrastruttura incompleta. Prima si facciano i lavori. Prima si porti davvero la fibra fino alle abitazioni. Prima si renda ogni civico realmente vendibile e attivabile. Prima si chiudano i ritardi. Prima si verifichi, strada per strada e casa per casa, che esista una rete sostitutiva reale. Solo dopo si potrà discutere seriamente di switch-off del rame. Il take-up non è il problema. Il problema è che in troppi casi si vuole spegnere il rame prima di aver acceso davvero la fibra.

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