La Cina corre sul 6G: un chip per connettere il mondo (e sfidare l’America)

RedazioneRedazione
| 31/08/2025
La Cina corre sul 6G: un chip per connettere il mondo (e sfidare l’America)

La Cina presenta il primo chip “all-frequency” al mondo, capace di raggiungere 100 gigabit al secondo e funzionare su tutte le bande dello spettro. Una svolta tecnologica che promette di abbattere il digital divide ma che, soprattutto, ridisegna gli equilibri del potere globale.

Non è solo un annuncio scientifico, è un messaggio politico: la Cina ha svelato il primo chip 6G universale al mondo, in grado di funzionare su tutte le frequenze e garantire connessioni fino a 5.000 volte più rapide rispetto a quelle disponibili oggi in molte aree rurali degli Stati Uniti. Dietro il dato tecnico si nasconde una verità più ampia: l’innovazione nelle telecomunicazioni è diventata uno degli strumenti più potenti di competizione geopolitica del XXI secolo.

Una rivoluzione tecnologica dal cuore della Cina

Il nuovo chip, sviluppato da un team congiunto della Peking University e della City University of Hong Kong, promette velocità di trasmissione dati superiori a 100 gigabit al secondo. La sua peculiarità non risiede soltanto nella rapidità, ma nella capacità di operare su tutte le frequenze dello spettro wireless, superando la tradizionale frammentazione delle soluzioni esistenti. Pubblicata su Nature, la ricerca offre a Pechino un potente strumento di soft power: dimostra che la Cina non solo partecipa alla corsa al 6G, ma ne rivendica la leadership. In un momento di forte competizione con Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, l’annuncio vale quanto una dichiarazione di forza.

Superare il digital divide: promessa o strategia?

Il chip apre prospettive concrete per colmare il divario digitale che penalizza vaste aree del pianeta. Nelle zone rurali degli Stati Uniti, come in molti Paesi emergenti, la velocità media di connessione si misura in megabit, ben lontana dalle prestazioni urbane. Un chip capace di offrire connessioni ultraveloci anche su bande finora poco sfruttate potrebbe portare istruzione a distanza, telemedicina e nuove opportunità economiche in aree marginali. Ma il tema non è solo tecnologico: se sarà la Cina a fornire le soluzioni per la connettività globale, Pechino potrà presentarsi come attore indispensabile dello sviluppo digitale mondiale, accrescendo la propria influenza politica.

La sfida della standardizzazione internazionale

La vera partita, tuttavia, non si giocherà soltanto nei laboratori, ma nelle sedi degli organismi di standardizzazione globale. Oggi il 5G utilizza frequenze intorno ai 3 GHz, i satelliti intorno ai 30 GHz e le applicazioni emergenti – come la chirurgia olografica – richiedono oltre 100 GHz. Fino a oggi ogni esigenza ha imposto soluzioni dedicate e non compatibili. Il chip universale promette di eliminare queste barriere, ma perché la promessa diventi realtà occorrerà che gli standard vengano accettati a livello internazionale. Se Pechino riuscirà a imporre i propri protocolli, non conquisterà solo un vantaggio industriale: controllerà l’architettura stessa della connettività globale.

Un confronto aperto

La notizia si inserisce in un contesto di crescente tensione tecnologica tra Pechino e Washington. Gli Stati Uniti hanno già reagito con durezza al predominio cinese nel 5G, imponendo sanzioni e restrizioni a colossi come Huawei. Con il 6G la posta in gioco è ancora più alta: un chip brevettato in Cina e in grado di diventare standard globale rappresenterebbe una sfida diretta alle industrie occidentali, da Qualcomm a Nokia, da Ericsson a Intel. La competizione non riguarda più solo quote di mercato: è la capacità stessa di dettare le regole del gioco digitale globale che viene messa in discussione.

Implicazioni industriali e giuridiche

Se il chip universale dovesse diffondersi, l’impatto sull’industria sarebbe enorme. La possibilità di utilizzare un unico dispositivo per smartphone, satelliti e applicazioni mediche ridurrebbe drasticamente i costi di produzione e distribuzione. Ma ciò solleva domande cruciali sui diritti di proprietà intellettuale. Se la Cina detenesse i brevetti chiave, le aziende occidentali rischierebbero di trovarsi in posizione di subordinazione, costrette a pagare royalties o a sviluppare soluzioni alternative meno efficienti. In un mondo in cui la proprietà intellettuale è ormai un’arma geopolitica, il tema dei brevetti 6G potrebbe accendere nuove dispute commerciali e legali tra Cina e Occidente.

Il 6G come asset strategico della quarta rivoluzione industriale

Il chip non rappresenta solo una svolta nelle telecomunicazioni, ma un asset strategico per l’intera economia digitale. Applicazioni come realtà aumentata, intelligenza artificiale distribuita, telemedicina avanzata, veicoli autonomi e smart cities dipendono da connettività ultra-veloci e stabili. Chi controllerà il 6G non controllerà soltanto la rete: avrà un ruolo dominante nella definizione della quinta rivoluzione industriale. In questo senso, il nuovo chip cinese è molto più di un dispositivo tecnologico: è un tassello di un più ampio disegno di potere economico e politico.

Oltre la tecnologia, la governance globale

Il chip 6G universale sviluppato in Cina non è soltanto un progresso tecnico. È un simbolo della nuova competizione per l’egemonia tecnologica, un’anticipazione del mondo in cui vivremo nei prossimi decenni. La promessa di connettere anche le aree più remote con velocità vertiginose apre scenari straordinari, ma pone interrogativi profondi sulla governance della rete, sulla protezione dei diritti e sul controllo politico delle infrastrutture digitali. In definitiva, la domanda che il chip di Pechino pone al mondo non è “quanto sarà veloce il futuro”, ma chi deciderà a quali regole quel futuro dovrà rispondere.

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