Il futuro della memoria del cinema è nel cloud. Intervista a Piero Costantini, CEO Mnemonica

| 11/03/2026
Il futuro della memoria del cinema è nel cloud. Intervista a Piero Costantini, CEO Mnemonica

Per oltre un secolo la memoria del cinema è stata affidata alla materialità della pellicola: fragile, ma tangibile. Oggi quella memoria vive, invece, in milioni di file digitali distribuiti tra hard disk, nastri magnetici e infrastrutture cloud. Una trasformazione che ha moltiplicato la produzione audiovisiva globale, ma ha aperto anche una nuova e poco compresa vulnerabilità: la possibilità che intere opere spariscano non per censura o oblio culturale, ma per semplice fragilità tecnologica.

Nel cuore di questa transizione si colloca il lavoro di Mnemonica, piattaforma nata per costruire una memoria digitale strutturata del cinema, accompagnando le opere lungo tutto il loro ciclo di vita: dalla produzione alla distribuzione fino alla conservazione a lungo termine.

In occasione della rassegna “Custodi di sogni – I tesori della Cineteca Nazionale”, abbiamo intervistato Piero Costantini, CEO di Mnemonica, per comprendere come sta cambiando il concetto stesso di archivio audiovisivo: da deposito statico a infrastruttura viva della cultura contemporanea.
Una trasformazione che oggi riguarda non solo la tecnologia e l’industria del cinema, ma anche il futuro della memoria culturale europea e la sua sovranità digitale.

Il festival “Custodi di sogni – I tesori della Cineteca Nazionale” richiama l’idea della memoria del cinema. Nel passaggio dalla pellicola al digitale, che cosa significa oggi essere davvero “custodi” di un’opera audiovisiva?

Per essere custodi delle opere audiovisive oggi bisogna prima di tutto lasciare dietro di sé l’idea, semplice ma sbagliata, che basti mettere i dati su un supporto fisico per averli disponibili per sempre. Nel passaggio al digitale la conservazione è un processo attivo e monitorato. Essere custodi significa garantire che i file rimangano non solo integri, ma leggibili, comprensibili, accessibili nel futuro,e sempre pronti per un pubblico potenziale. Essere custodi significa proteggere il valore economico e culturale di un’opera dall’oblio di un digitale fragile e dispersivo.

Negli ultimi vent’anni l’industria audiovisiva ha vissuto una trasformazione radicale: produzione digitale, piattaforme, distribuzione globale.
Secondo lei qual è oggi la vera fragilità del patrimonio audiovisivo?

La fragilità risiede nell’illusione che il digitale sia eterno e automatico. Come accennato, molti produttori affidano i loro master a hard drive o nastri LTO stoccati in scantinati o presso terzi, senza protocolli di disaster recovery o verifiche di integrità, senza contratti di servizio espliciti. Un hard disk ha una vita media di soli sette anni: oltre quel periodo si apre un “vuoto di memoria” che rischia di far sparire intere opere per un semplice guasto meccanico o una chiave scaduta. Su grande scala diventa una minaccia economica e culturale per l’intero comparto. C’è dietro una inerzia culturale, certo, ma, soprattutto, un vuoto tecnologico e normativo.

Mnemonica nasce proprio con l’idea di costruire una memoria digitale del cinema. Da dove nasce questa intuizione e quale problema concreto volevate risolvere quando avete fondato l’azienda?

L’intuizione nasce nel 2014 osservando l’accumulo disordinato di supporti fisici e la frammentazione della filiera del cinema digitale. Volevamo risolvere il paradosso di un’industria che produceva sempre più dati ma diventava sempre più incapace di ritrovarli e gestirli in sicurezza. Mnemonica è nata per dare al cinema una memoria cloud nativa, trasformando l’archivio da costo passivo a risorsa strategica.

Spesso si pensa all’archivio come a un deposito statico. Voi parlate invece di “archivio vivo”. Che cosa cambia, concretamente, tra conservare un contenuto e mantenerlo vivo nel tempo?

Un archivio tradizionale è un binario morto, eventualmente utile a ricercatori e studiosi. L’archivio vivo è parte di un ecosistema che comprende il mercato. Su Mnemonica Archive l’opera non è solo “salvata”. È indicizzata con un ampio set di metadati anagrafici, tecnici e commerciali, anche grazie alla potente integrazione con The Movie Data Base, che consentono di ritrovare un’opera facilmente e orientarsi fra i suoi materiali anche fra molti anni. Si può far vedere in sicurezza in apposite screening room a potenziali acquirenti. Può essere consegnata immediatamente a un distributore o a una sala cinematografica ovunque nel mondo. Ecco, in breve direi che conservare è fermare il tempo, mentre mantenere vivo è permettere all’opera di continuare a generare valore.

Uno degli aspetti interessanti della vostra piattaforma è l’idea di un content hub che accompagna l’opera lungo tutto il suo ciclo di vita: dalla produzione alla distribuzione fino alla conservazione. Perché questa integrazione è diventata oggi così strategica?

Perché elimina i colli di bottiglia fra le varie fasi della produzione, e poi tra la fine della post-produzione e la conservazione a lungo termine. Ad esempio, consegnare clip per il montaggio all’interno di Mnemonica è facile come un drag and drop, e poi il montaggio restituisce gli elaborati allo stesso modo. Anche spostare un contenuto da Mnemonica Production ad Archive è immediato e si conservano non solo i file, ma tutta l’intelligenza e l’organizzazione costruita durante la lavorazione. Questa fluidità accorcia la filiera e garantisce che il master non vada mai perso nei passaggi di mano tra laboratori e produttori.

Nel vostro Manifesto parlate di Future Heritage. È un’espressione molto potente.
Che cosa significa costruire oggi l’eredità culturale audiovisiva del futuro?

Significa agire oggi per stabilire le condizioni tecniche e legali affinché il patrimonio digitale di domani possa esistere. Il Future Heritage è l’impegno a non lasciare alle future generazioni solo depositi pieni di rottami digitali, ma un capitale culturale accessibile, fruibile, ancora capace di emozionare.

Dal 2022 Mnemonica è anche la piattaforma ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia per la raccolta delle proposte. Che cosa significa lavorare con una delle istituzioni cinematografiche più importanti al mondo?

Venezia ci usa sia per la raccolta che per la valutazione delle opere partecipanti a ogni edizione del Festival. Lavorare con La Biennale non solo è un grande onore, ma significa validare la nostra tecnologia ai massimi livelli di stress e sicurezza, gestendo migliaia di upload che arrivano insieme da tutto il mondo, allo stesso tempo garantendo la normale operatività dei nostri clienti senza il minimo cedimento. È la dimostrazione che la nostra visione di “content hub” è scalabile e affidabile per una grande varietà di usi per le istituzioni più prestigiose del settore, e ormai non teme confronti nello scenario globale.

Il vostro approccio viene definito human-centered: tecnologia al servizio delle persone che fanno cinema. Come si traduce questo principio nella progettazione della piattaforma?

Si traduce in una tecnologia che non impone processi rigidi, ma abilita le persone a lavorare meglio. Il design è curato per essere piacevole e intuitivo, riducendo lo sforzo cognitivo in contesti di produzione stressanti. Inoltre, manteniamo un supporto tecnico molto personalizzato e un dialogo costante con tutti i tecnici che usano lo strumento quotidianamente, accogliendo le loro richieste di miglioramenti se pensiamo che possano essere di interesse comune. Molte delle migliori funzionalità di Mnemonica sono nate proprio così.

Mnemonica è la prima azienda italiana ad aver ottenuto il finanziamento europeo Creative Europe – Innovative Tools and Business Models. Che ruolo può avere l’Europa nello sviluppo di infrastrutture digitali per la cultura?

L’Europa deve farsi promotrice di standard comuni e di una sovranità digitale che protegga il nostro patrimonio e la nostra creatività. Essere la prima azienda italiana finanziata nel bando che hai menzionato ci dà la responsabilità di spingere verso una normativa europea che riconosca il cloud come standard certificato per la conservazione, garantendo che i dati rimangano in territorio UE e sotto il controllo dei creatori europei.

Negli ultimi anni il concetto di sovranità digitale europea è entrato anche nel dibattito culturale. Possiamo dire che la conservazione degli archivi audiovisivi sia diventata anche una questione geopolitica?

Assolutamente sì. La sovranità dei dati è cruciale: affidare il patrimonio culturale europeo a infrastrutture cloud extra-UE ci rende vulnerabili a decisioni politiche o cambi di governo imprevedibili. E del resto qualunque infrastruttura privata, anche se nazionale o europea, è sempre a rischio di essere acquisita e passare in mani incontrollabili se non c’è almeno il baluardo di una golden power pubblica. Proteggere i nostri archivi significa proteggere la nostra memoria d’identità nazionale ed europea.

Il cinema è sempre stato un patrimonio culturale, ma oggi è anche un enorme patrimonio di dati. Stiamo entrando nell’era in cui il valore di un’opera audiovisiva si misura anche nella sua gestione digitale?

Sì, perché un’opera che non può essere trovata o rigenerata tecnicamente ha un valore di mercato pari a zero. I dati sono il “nuovo petrolio”, come si dice, solo se sono sicuri e condivisibili. La capacità di estrarre valore da un catalogo dipende interamente dall’effettiva capacità di controllo sui dati che lo costituiscono.

Oggi gran parte dei contenuti audiovisivi passa attraverso piattaforme globali e infrastrutture cloud non europee. C’è il rischio che la memoria audiovisiva europea finisca custodita da infrastrutture tecnologiche che non appartengono all’Europa?

Non è solo un rischio. Allo stato attuale è una certezza. Attualmente utilizziamo infrastrutture come Amazon Web Services, pur in regioni UE per conformità GDPR, ma auspichiamo con forza lo sviluppo di un cloud autenticamente europeo. La memoria non è solo storage, è controllo politico e culturale sulla propria storia.

Molti produttori e professionisti continuano a gestire file e archivi con sistemi improvvisati o supporti fisici. È un problema culturale dell’industria audiovisiva o semplicemente il segno che la transizione al digitale non è stata davvero compresa fino in fondo?

C’è ancora un forte ritardo culturale. Molti vedono la conservazione come un costo opzionale, residuale, da fine budget, e non come l’ultima, fondamentale fase della produzione. Il nostro compito, anche attraverso il nostro Manifesto, è far capire che la conservazione professionale è la migliore assicurazione sul valore futuro di un film.

Barberio & Partners s.r.l.

Via Donatello 67/D - 00196 Roma
P.IVA 16376771008

Policy
Privacy Policy
Cookie Policy
Termini e Condizioni
iscriviti alla nostra newsletter
Questo sito è protetto da reCAPTCHA e la Informativa sulla Privacy di Google, nonché i Termini di Servizio sono applicabili.