Il termometro INSEE si raffredda a febbraio 2026: l’industria resta sopra la media storica, ma ordini e prospettive di produzione peggiorano. E il quadro macro si complica tra domanda debole, lavoro in frenata e politica fiscale sotto stress.
L’indicatore dell’industria scende a 102 (da 105), mentre il clima d’affari complessivo cala a 97 e il clima dell’occupazione tocca 93. Numeri che, letti insieme a PMI e spread, disegnano una Francia più vulnerabile proprio mentre l’Europa prova a ripartire.
Il dato che conta davvero non è “102”: è il cambio di direzione
A febbraio 2026 l’indicatore di fiducia delle imprese manifatturiere francesi scende a 102 da 105 di gennaio. È un arretramento netto, anche se il livello resta sopra la media di lungo periodo (100).
L’industria non crolla, però perde slancio proprio nelle componenti che anticipano i prossimi mesi: produzione e portafogli ordini. INSEE segnala, infatti, un deterioramento “marcato” delle opinioni su produzione passata e attesa e sui carnets de commandes complessivi.
In un’economia come la Francia, dove il 2026 si apre con una domanda ancora fragile, il rischio non è la recessione “da titolo”, ma un ritmo di crescita troppo lento per sostenere investimenti, occupazione e consolidamento fiscale.
La mappa dei settori: chi tiene e chi si indebolisce
Per capire se è un inciampo o un segnale, vale più la mappa che la headline. Nel report INSEE il quadro aggregato mostra:
- Clima d’affari complessivo: 97 (in calo da 99 circa), sotto la media 100
- Industria: 102 (da 105)
- Servizi: 95 (in calo, sotto media)
- Commercio al dettaglio: 98 (leggero calo, sotto media)
- Costruzioni: 97 (stabile, ma sotto media)
- Clima dell’occupazione: 93 (ancora più distante dalla media)
Questa “tabella mentale” è il vero contenitore-notizia: l’industria resta relativamente migliore, ma il resto dell’economia di mercato si scurisce. E quando servizi e lavoro arretrano insieme, la fiducia diventa un tema trasversale non confinato alle fabbriche.
Finanza: l’economia rallenta mentre la politica dei tassi resta ferma
Sul fronte monetario, la fotografia è quasi paradossale: l’economia manda segnali di raffreddamento, ma la BCE continua a comunicare stabilità. Il tasso sui depositi è al 2% e, secondo un sondaggio Reuters, gli economisti vedono un prolungamento della pausa almeno fino a fine 2026.
Per i mercati, il punto è che una Francia che perde momentum non “porta automaticamente” tassi più bassi. Se l’Eurozona nel complesso regge, la BCE può permettersi di aspettare. E questo sposta il rischio: non più “tassi in salita”, ma tassi fermi abbastanza a lungo da diventare un freno per investimenti e credito.
Lavoro: il dato più delicato è 93
C’è un numero, più degli altri, che merita di essere evidenziato: 93. È il valore dell’indicatore sintetico del clima dell’occupazione, sceso e “nettamente” sotto la media di lungo periodo.
Qui entra in gioco la qualità della crescita. Se la fiducia industriale arretra, ma resta sopra 100, si può parlare di normalizzazione. Se, invece, il lavoro si indebolisce, il rischio è una spirale più subdola: consumi prudenti, servizi sotto pressione, aspettative più fredde e, di conseguenza, investimenti rinviati.
I PMI flash di febbraio, pur essendo una metrica diversa, vanno nella stessa direzione: Francia vicina alla stagnazione, con domanda debole e nuovi ordini in calo.
Tecnologia e industria: non basta “produrre”, serve vendere (e soprattutto esportare)
Il passaggio più interessante del momento è che la produzione può anche reggere, ma ciò che si deteriora è il cuore commerciale: ordini e prospettive. Questo, nel 2026, è particolarmente rilevante per i settori dove la Francia vuole giocare una partita industriale “alta”: digitalizzazione manifatturiera, semiconduttori europei, aerospazio, difesa, infrastrutture energetiche.
Senza domanda, la tecnologia non fa miracoli. L’innovazione accelera la produttività, ma non sostituisce il mercato. Ed è proprio nei cicli di rallentamento che si vede la differenza tra chi ha filiere robuste e chi vive di picchi.
Green e transizione: la domanda debole rende la transizione più politica che economica
Quando la fiducia cala, gli investimenti “green” diventano più dipendenti da tre fattori: incentivi, costo del capitale e visibilità normativa. Con tassi fermi, ma non bassi e con una domanda interna che non dà certezze, la transizione rischia di scivolare da progetto industriale a dossier politico: si fa ciò che è finanziabile e difendibile nel breve, non sempre ciò che sarebbe ottimale nel lungo.
Questo non significa stop alla transizione: significa che la velocità non la decide più solo la tecnologia, ma la combinazione tra finanza pubblica e fiducia privata.
Geopolitica e rischio-Paese: la Francia resta “core”, ma la fiscalità entra nel radar
Sul fronte geopolitico-finanziario, la Francia non è un Paese periferico: è una colonna dell’Eurozona. Eppure la sensibilità degli investitori ai fondamentali fiscali è tornata un tema. La Cour des Comptes ha avvertito che la leva delle tasse è “esaurita” e che saranno inevitabili scelte sul lato della spesa, con un quadro di deficit e debito che rende il Paese più esposto a shock di fiducia.
Qui la fiducia delle imprese diventa anche un indicatore politico: se l’economia rallenta mentre la finanza pubblica è sotto tensione, lo spazio per “comprare tempo” si restringe.
La Francia non è in crisi, è in bilico. Ed è peggio (per i decisori)
Il messaggio di febbraio 2026 non è “allarme rosso”. È più sofisticato, e proprio per questo più scomodo: la Francia è in bilico tra una normalizzazione industriale e un indebolimento più ampio di servizi e lavoro. L’indice a 102 dice che l’industria non è malata. Il clima d’affari complessivo a 97 e il lavoro a 93 suggeriscono però che il Paese sta entrando in un tratto di strada dove la crescita non basta a risolvere i problemi che si è portato dietro.
In questa fase, il vero rischio non è un crollo improvviso, ma una economia che si muove troppo lentamente: abbastanza stabile da evitare la crisi, abbastanza debole da rendere più difficile tutto il resto (transizione green, strategia tecnologica, gestione del debito, coesione sociale).
E in Europa, oggi, la velocità non è un lusso: è il differenziale competitivo.
