L’Europa vuole il Mercato Unico, ma non fino in fondo

| 16/02/2026
L’Europa vuole il Mercato Unico, ma non fino in fondo

L’Europa vuole competere come un continente, ma continua a regolarsi come una confederazione.

Ogni vertice europeo ribadisce la stessa urgenza: completare il Mercato Unico, accelerare l’Unione dei Mercati dei Capitali, rafforzare la competitività. La diagnosi è condivisa. Il problema è la conseguenza. Perché quasi nessuno, davvero, vuole fino in fondo il Mercato Unico. Non gli Stati membri, che difendono prerogative regolatorie costruite nel tempo. Non molte autorità nazionali, che perderebbero centralità. E soprattutto non una parte significativa degli incumbents industriali e finanziari europei, che prosperano proprio grazie alla frammentazione.

Un Mercato Unico autentico non è un perfezionamento tecnico. È una redistribuzione di potere. Significa regole uniformi applicate in modo coerente. Significa che ciò che vale a Milano valga a Parigi e a Varsavia. Significa che un’impresa possa raccogliere capitale, quotarsi e investire su scala continentale senza attraversare ventisette sistemi fiscali, regolatori e amministrativi differenti. Significa ridurre la discrezionalità nazionale e rafforzare la supervisione europea.

Il caso dell’Unione dei Mercati dei Capitali rende la contraddizione evidente. La Commissione europea ha ricordato nel dicembre 2025 che, nel 2024, la capitalizzazione di mercato delle borse dell’UE era circa il 73% del PIL, contro il 270% negli Stati Uniti: un divario che misura la differenza di profondità dei mercati. Non è un dettaglio statistico. È ciò che determina liquidità, capacità di assorbire rischio e velocità nel finanziare crescita e innovazione.

La frammentazione, però, non è solo una questione di efficienza. È un freno competitivo. In modo volutamente brutale ma illuminante, la commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luís Albuquerque ha paragonato la frammentazione dei mercati finanziari europei a un “dazio interno equivalente al 110%” sulle attività finanziarie. È una formula provocatoria, ma efficace. Dice che l’Europa paga dentro casa un costo che nessun blocco economico integrato accetterebbe, mentre all’esterno compete con mercati domestici molto più profondi e coerenti.

Questo limite pesa ancora di più nell’era dell’intelligenza artificiale. L’AI non è un settore come gli altri: è una tecnologia general purpose che richiede investimenti continui in compute, dati, cloud, reti, sicurezza e talenti. Qui la scala non è un vantaggio: è la soglia minima di accesso.

Ed è qui che i numeri più recenti diventano istruttivi. In un’analisi pubblicata dalla Commissione nel 2025, tra il 2020 e il 2025 gli Stati Uniti hanno allocato il 34% di circa €1,33 trilioni di venture capital complessivo all’AI, mentre l’Europa ha destinato il 18% di circa €252 miliardi. La differenza non è solo nella dimensione del mercato: è nella capacità di concentrare capitale su una frontiera tecnologica decisiva. Anche quando l’Europa accelera, lo fa in un perimetro finanziario più piccolo e, soprattutto, meno integrato.

Secondo il Financial Times, nel 2025 il venture capital europeo ha raggiunto circa €66 miliardi, con investimenti in AI pari a €23,5 miliardi. È un segnale importante. Nonostante ciò, senza un mercato dei capitali più profondo e integrato, trasformare questi flussi in campioni continentali resta più difficile, e la tentazione per molte imprese di spostare raccolta di capitale e quotazioni verso mercati più liquidi rimane forte.

A bloccare l’integrazione non sono dettagli tecnici. È l’equilibrio degli interessi. Un mercato davvero integrato ridurrebbe il potere regolatorio nazionale, ridimensionerebbe alcune piazze finanziarie, comprimerebbe rendite consolidate e aumenterebbe la pressione competitiva sugli incumbents. Molti grandi operatori chiedono scala europea quando parlano di competizione globale, ma difendono protezioni nazionali quando si tratta di armonizzazione reale. Invocano sovranità europea, ma resistono alla centralizzazione che renderebbe quella sovranità possibile. Vogliono un mercato unico per competere fuori dall’Europa, ma non per competere dentro l’Europa.

Il Mercato Unico non è incompleto per errore. È incompleto perché completarlo implica costi politici immediati e benefici distribuiti nel tempo. Implica che alcuni governi perdano margini di controllo, che alcune piazze finanziarie ridimensionino il proprio peso e che alcuni incumbents affrontino una concorrenza più ampia.

L’Europa dispone delle analisi e degli strumenti. Ciò che resta incerto è la disponibilità a modificare gli equilibri su cui l’attuale frammentazione si regge. Finché questa disponibilità non emergerà, il Mercato Unico continuerà a essere una priorità dichiarata più che una realtà compiuta.

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