Mentre l’Europa si muove verso la digitalizzazione, l’Italia sembra aver restaurato una sorta di “dogana invisibile” applicata a ogni byte di memoria. L’ultima bozza di decreto ministeriale prevede nuovi aumenti per il compenso per copia privata: 21,02€ di sovraccarico su un SSD esterno, contro gli 0,80€ dell’Olanda. Non è solo una questione di prezzi fuori mercato, è il segnale di un meccanismo di potere oscuro dove il confine tra pubblico e privato è diventato pericolosamente fluido.
Un ente “ibrido” per un prelievo forzoso
Il primo paradosso è la natura stessa dell’esattore. La SIAE non è un ufficio delle entrate, è ufficialmente un “ente pubblico economico a base associativa”, ma questa definizione nasconde una realtà ben diversa: un’organizzazione privata,gestita dai propri associati (autori ed editori), che gode di poteri pubblici di riscossione.
È un caso unico: lo Stato impone una tassa per legge, ma permette a un’organizzazione privata di incassarla, gestirla e, soprattutto, trattenerne una parte consistente per la gestione interna. Una gestione “in famiglia” dove i controllati sono anche i controllori.
Un sospetto di “Do ut Des” tra politica e lobby
Ogni governo, di ogni colore politico, negli ultimi vent’anni ha firmato decreti per aumentare queste tariffe nonostante le proteste dei consumatori e le sentenze contrarie della giustizia amministrativa. È legittimo il sospetto di uno scambio di favori sistemico, una collusione buia che si consuma nelle stanze del Ministero della Cultura:
- Il Bancomat del Consenso: La SIAE gestisce milioni di euro che alimentano un enorme apparato di patronati, sovvenzioni culturali e contributi a pioggia. Per un politico, un rapporto privilegiato con chi gestisce questi rubinetti significa il sostegno dell’industria culturale e dei grandi media.
- La riforma fantasma: La riforma della SIAE giace nei cassetti del Parlamento da oltre un decennio. Questo stallo legislativo mantiene uno status quo che garantisce alla SIAE il monopolio della riscossione e ai partiti un interlocutore economico potente e influente.
- Porte girevoli e burocrazia: Il passaggio continuo di dirigenti tra i Ministeri e i vertici della SIAE crea un legame organico che rende impossibile una vigilanza oggettiva. Il “decisore pubblico” e il “beneficiario privato” siedono spesso allo stesso tavolo, talvolta scambiandosi le sedie.
Dove finiscono i soldi? Il labirinto della ripartizione
Quello che il consumatore paga, entra in un labirinto. Una fetta enorme va alla SIAE stessa: stipendi d’oro per i vertici e strutture elefantiache. Il resto viene ripartito con criteri “statistici”, che però favoriscono sempre i “grandi soci”, spesso eredi di cataloghi storici o multinazionali dell’editoria, lasciando le briciole agli artisti indipendenti.
Un prelievo forzoso democratico (pagano tutti) diventa un guadagno oligarchico (per pochi)!
Un’anomalia tutta italiana
L’Italia è l’unico Paese che applica queste tariffe anche a componenti interne come gli SSD, ignorando che oggi la musica si ascolta in streaming (pagando già un abbonamento) e non tramite copie private su disco. Ignorare questa realtà non è un errore tecnico, è una scelta politica deliberata per proteggere una rendita di posizione.
Finché non ci sarà trasparenza su come vengono distribuiti questi fondi, l’equo compenso non sembrerà un “diritto dell’autore”, ma un tributo feudale pagato dai cittadini a una lobby privata, con la benedizione compiacente dello Stato.
Il paradosso più stridente risiede nell’evoluzione tecnologica dell’ente: la digitalizzazione e l’automazione dei processi dovrebbero abbattere i costi operativi, eppure le trattenute della SIAE sugli oltre 150 milioni di incassi per l’Equo Compenso sono cresciute progressivamente, arrivando a divorare circa il 20% degli incassi.
È un’efficienza al contrario, dove il “disturbo” di incassare un balzello automatizzato su ogni SSD diventa la scusa per mantenere apparati burocratici elefantiaci. Invece di restituire valore agli artisti grazie alla tecnologia, il sistema sembra aver ottimizzato solo la propria capacità di drenare risorse, trasformando l’automazione in un moltiplicatore di rendita per la struttura stessa.
Questa gestione opaca si riflette in una discrasia brutale tra i giganti dell’industria e la base dei creativi. La redistribuzione di questi enormi incassi segue logiche di casta: i criteri statistici e il peso politico nelle assemblee garantiscono che il grosso del “tesoretto” finisca nelle casse dei grandi editori e dei detentori di cataloghi storici. Un sistema che punisce i piccoli autori e i nuovi talenti, che vedono solo le briciole del compenso tra le pieghe di una ripartizione disegnata ad hoc da e per chi detiene il monopolio del potere decisionale.
