Dazi USA: una nuova sfida al commercio europeo e globale

| 03/04/2025

Il Presidente Donald Trump nella conferenza stampa di ieri sera ha lanciato una nuova sfida al commercio europeo e globale e, dichiarando l’emergenza nazionale per ridurre il deficit commerciale, ha annunciato dazi minimi al 10% per tutti i paesi e tariffe reciproche per sessanta Stati “worst offenders”, quelli con i maggiori squilibri commerciali nei confronti degli Stati Uniti.

Questo segna un cambio di passo molto rischioso nelle dinamiche del commercio internazionale, dopo decenni in cui il libero scambio è stato considerato il volano della ricchezza ed interconnessione dei popoli, capace di portare benessere e pace, assistiamo ad un ribaltamento delle logiche di politica economica che sono state alla base dell’economia globale dalla Seconda guerra mondiale ad oggi.

Viene ribaltata una delle principali Teorie del commercio con l’estero dell’economista Ricardo, quella del “vantaggio comparato”, secondo cui per incrementare ricchezza e benessere economico di un popolo ogni Stato trova convenienza a produrre internamente ciò in cui riesce meglio e presenta un maggiore valore aggiunto, importando il resto dall’esterno che produrrebbe invece a costi più alti e con minore qualità.

Con buona pace di Ricardo, Trump ieri ha dichiarato che i nuovi dazi “porteranno all’età dell’oro”, rilanceranno il “sogno americano” e genereranno miliardi di miliardi di dollari per ridurre le tasse e il debito degli americani. Rilancia il vecchio motto America First e ne aggiunge uno nuovo “Make America Wealthy Again”, intendendo con wealthy chiusura e autarchia.

Ha parlato di “giorno della liberazione”, giorno in cui gli USA reclamano il loro futuro, “faremo pagare quello che gli altri ci tassano”, precisando successivamente che i dazi non saranno esattamente reciproci, i paesi verranno tassati la metà di quello che tassano gli USA. In sostanza, i dazi secondo Trump rappresentano “la regola d’oro per la nuova età dell’oro americana”.

Secondo questo schema e i calcoli di Trump, l’Unione Europea fa pagare il 39% ai beni USA e questi ultimi imporranno dazi al 20%. Per Israele le tariffe saranno del 17%, per il Brasile del 10%, per la Cina del 34% e per la Gran Bretagna del 10%.

Come se non bastasse, ha aggiunto che le tariffe reciproche saranno affiancate dai dazi al 25% su tutte le auto importate. E anche qui un nuovo slogan, che suona più come una provocazione: “se volete dazi zero, venite e produrre in America”. L’ordine esecutivo firmato dal presidente americano prevede una clausola che gli consente di rispondere a qualsiasi tipo di ritorsione.

Lo dicono proprio gli Stati Uniti che hanno basato il proprio sviluppo industriale, dopo l’epoca fordista, sulla delocalizzazione delle produzioni industriali in paesi come la Cina e l’India, dove il costo della manodopera era più basso e le regole ambientali meno rigide o del tutto inesistenti. Così l’America ha retto e sviluppato la propria economia dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, favorendo al contempo anche lo sviluppo di questi paesi, che però per lunghi anni sono stati ampiamente sfruttati.

Appare singolare che il Presidente Trump e i suoi sherpa non abbiano valutato il grande rischio di queste politiche protezionistiche, ovvero la riduzione ingente delle esportazioni americane, e che, per quanto potranno essere surrogate da un incremento dei consumi a livello nazionale, immagino che Trump conti molto sulla numerosa classe media americana e sui i grandi consumatori, non saranno mai equivalenti alle esportazioni nel mercato globale. Una prima conseguenza potrebbe essere l’inflazione e la volatilità delle borse.

La reazione europea non si è fatta attendere, la Presidente della Commissione europea Von der Leyen ha dichiarato “siamo pronti a reagire, ma siamo pronti a negoziare, non è troppo tardi”.Finalizzeremo il primo pacchetto di contromisure sull’acciaio e prepareremo altri contro dazi in caso di fallimento dei negoziati.” Ha aggiunto: “seguiremo con attenzione anche gli effetti indiretti che queste tariffe potrebbero avere, perché non possiamo assorbire la sovraccapacità globale né accettare il dumping sul nostro mercato. Come europei promuoveremo e difenderemo sempre i nostri interessi e valori. E difenderemo sempre l’Europa, lavoreremo per ridurre le barriere, non per aumentarle. Passiamo dal confronto al negoziato”. 

Anche la reazione della Presidente Meloni è stata immediata, che ora avrà qualche difficoltà ad essere tanto apertamente filo-atlantica, ha annullato gli impegni odierni e ha convocato una riunione urgente a Palazzo Chigi sui dazi Usa verso l’Unione europea. Il primo passo dovrebbe essere una task force con i ministri competenti, che dovrebbero essere Giancarlo Giorgetti (MEF), Adolfo Urso (MIMIT), Francesco Lollobrigida (MASAF) e Tommaso Foti (Affari europei), affiancati dai due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Secondo quanto si apprende, il vertice dovrà definire le azioni nazionali da intraprendere in seguito all’introduzione di nuovi dazi da parte del governo degli Stati Uniti.

La Presidente Meloni ha dichiarato in apertura “faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell’interesse dell’Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei”.

Chiaramente, la reazione non può essere solo italiana, francese, inglese, etc, la reazione che ci attendiamo, forte e chiara, deve essere europea, e non si intravedono all’orizzonte grandi spazi di negoziato con gli USA come auspica la Presidente Von der Leyen. Del resto, non sfugge a nessuno di noi che tra gli Stati membri vige l’Unione doganale, già dal 1968, che regola e armonizza i dazi doganali sui beni provenienti dai paesi extra UE, in vigore non solo tra gli Stati membri ma anche tra gli Stati terzi che hanno concluso con la UE Accordi di cooperazione commerciale e di Unione doganale (come, per esempio, la Repubblica di San Marino che ha siglato questo accordo nel 1991 con l’allora Comunità Economica Europea).

Solitamente un comune nemico è anche un comune federatore, ci chiediamo quindi: “L’aggressiva politica commerciale del tycoon riuscirà a federare un’Europa, sempre più divisa politicamente, almeno in ambito economico – commerciale?

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