Una nuova fase della transizione energetica continentale ed una analisi sul perché la sicurezza dell’Europa non si gioca solo nei cieli, ma nelle reti elettriche.
Monaco e la sicurezza energetica europea
L’analisi che segue nasce a partire dall’articolo pubblicato da BBC News il 13 febbraio 2026, nel quale si descrive come la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco abbia segnato una sorta di spartiacque nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa, con un richiamo esplicito a una “nuova era geopolitica”.
Se da un lato questo articolo evidenzia le dinamiche politiche e strategiche tra Washington e i partner europei, dall’altro lascia aperta una questione di fondamentale rilevanza: l’Europa non può limitare la sua riflessione alla sola dimensione militare della sicurezza, ma deve urgentemente riconoscere che la sua vulnerabilità energetica è oggi parte integrante della sua capacità di difesa e di deterrenza.
La seguente brevissima analisi, si propone di collocare questa osservazione in un contesto storico e sistemico più ampio, mostrando come decenni di evoluzione del mercato energetico europeo e di relativa transizione incompiuta possano aver posto l’Unione alle estremità di un bivio strategico.
Il gas come architrave geopolitica
Le relazioni energetiche tra Europa e Russia hanno progressivamente ridefinito la geografia del potere nel continente. I gasdotti Nord Stream hanno consolidato una dipendenza strutturale, mentre il gas naturale è divenuto elemento cardine delle politiche energetiche nazionali.
La crisi ucraina ha reso evidente ciò che per anni era rimasto sottotraccia: la dipendenza energetica comporta vulnerabilità strategica. La sostituzione delle forniture russe con GNL proveniente da altri mercati ha attenuato il rischio politico immediato, ma non ha eliminato la fragilità sistemica.
Il Mediterraneo e il ritorno dell’energia come leva strategica
Parallelamente, il Mediterraneo orientale è divenuto un nuovo epicentro energetico. Le scoperte dei giacimenti Leviathan e Tamar hanno modificato gli equilibri regionali, mentre il progetto EastMed e le tensioni sulle Zone Economiche Esclusive hanno accentuato la dimensione geopolitica delle infrastrutture.
Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali choke point globali. Il controllo delle rotte energetiche si conferma fattore determinante nella competizione tra potenze, in un contesto in cui le risorse naturali tornano al centro delle relazioni internazionali.
Sicurezza energetica e deterrenza europea
La sicurezza europea non può più essere interpretata esclusivamente in chiave militare. Reti elettriche, interconnessioni transfrontaliere, terminali di rigassificazione, sistemi di accumulo e piattaforme digitali di gestione costituiscono asset strategici.
Colpire le infrastrutture energetiche significa incidere direttamente sulla resilienza industriale e sociale. In un sistema caratterizzato da crescente elettrificazione, la rete elettrica rappresenta il sistema nervoso dell’economia.
L’occasione mancata della transizione in Italia
Alla fine degli anni Novanta l’Europa avviava la liberalizzazione dei mercati energetici. In Italia, il Decreto Legislativo 79/1999 apriva alla concorrenza e all’autoproduzione. Pochi anni dopo, il D.Lgs. 387/2003 qualificava gli impianti alimentati da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti, segnando una svolta normativa di grande portata.
Il messaggio era inequivocabile: la transizione energetica non rappresentava solo una scelta ambientale, ma una strategia infrastrutturale e industriale. In quegli anni si abbandonavano progressivamente olio combustibile e carbone, sostituendoli con centrali a ciclo combinato a gas, caratterizzate da rendimenti prossimi al 60%. Il gas era concepito come fonte ponte, funzionale alla progressiva affermazione delle rinnovabili.
Tuttavia, quella fase transitoria non si è conclusa nei tempi previsti. Il ponte è diventato struttura permanente, rallentando il processo di indipendenza energetica.
La mancata accelerazione della transizione, soprattutto in Italia, ha progressivamente trasformato una scelta tattica in una dipendenza strutturale.
Se l’obiettivo iniziale era ridurre l’esposizione energetica estera attraverso la diffusione capillare delle rinnovabili, il rallentamento normativo, autorizzativo e industriale ha finito per consolidare la centralità del gas ben oltre la sua funzione originaria.
Oggi paghiamo il prezzo di quella lentezza: vulnerabilità geopolitica, esposizione ai mercati internazionali e crescente dipendenza da forniture esterne, comprese quelle statunitensi.
L’Italia, poi, rappresenta un caso emblematico. Priva di significative risorse fossili nazionali, fortemente dipendente dall’importazione di gas e caratterizzata da un tessuto industriale energivoro, il Paese avrebbe avuto – e avrebbe tuttora – un interesse strategico prioritario nell’accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili.
L’indipendenza energetica italiana non può essere interpretata come autosufficienza assoluta, ma come drastica riduzione della dipendenza estera attraverso:
- generazione distribuita;
- fotovoltaico diffuso su edifici;
- eolico onshore e offshore;
- accumulo distribuito e utility-scale;
- elettrificazione efficiente dei consumi finali.
Ogni rinvio giustificato da convenienze economiche contingenti rischia di tradursi in una subordinazione strutturale nel medio periodo.
Rinviare oggi significa pagare domani in termini di sovranità, competitività e stabilità macroeconomica.
La dimensione tecnico-sistemica della indipendenza energetica
Un sistema energetico sempre più basato su fonti rinnovabili diffuse richiede investimenti crescenti in ricerca e sviluppo, perché cambia la natura stessa del sistema elettrico e con essa le condizioni della sua stabilità.
Per oltre un secolo essa è stata garantita dalla massa rotante dei sistemi di generatori presenti nelle grandi centrali tradizionali, che assicuravano inerzia e continuità operativa quasi “per legge fisica”.
Oggi quella stabilità non si può più garantire con soluzioni tradizionali: deve essere progettata e ricostruita attraverso strumenti tecnologici avanzati. È in questo contesto che emerge il concetto di “inerzia sintetica”.
Diventa quindi necessario adottare tecnologie di conversione e controllo capaci non solo di immettere energia in rete, ma di sostenerne attivamente equilibrio e affidabilità. È in questo contesto che assumono rilievo gli inverter di nuova generazione, detti grid-forming, in grado di contribuire alla regolazione di frequenza e tensione e di simulare, attraverso controllo elettronico avanzato, le funzioni che un tempo erano assicurate dalla sola inerzia meccanica.
Lo storage assume un ruolo infrastrutturale: batterie utility-scale, accumulo distribuito, pompaggio idroelettrico e idrogeno verde rappresentano strumenti fondamentali per garantire flessibilità, sicurezza operativa e protezione dagli shock geopolitici.
La resilienza del sistema elettrico passa inoltre attraverso la protezione cyber e l’adozione di architetture digitali avanzate. Nel XXI secolo la potenza si misura nella capacità di mantenere stabilità, continuità e autonomia energetica.
Autoconsumo diffuso e Comunità Energetiche: infrastruttura sociale della transizione
L’autoconsumo diffuso a “km 0”, realizzato attraverso i modelli di Comunità Energetiche Rinnovabili, rappresenta uno strumento di duplice valore: tecnico e strategico.
Dal punto di vista elettrico, contribuisce al miglioramento del bilancio di potenza locale, riduce i flussi sulle reti di trasmissione e distribuzione e aumenta la resilienza del sistema.
Dal punto di vista industriale e sociale, consente di accelerare la penetrazione delle fonti rinnovabili coinvolgendo attivamente cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.
Se adeguatamente sostenute da strumenti di digitalizzazione avanzata, le comunità energetiche possono integrare:
- sistemi di demand response;
- gestione intelligente dei carichi;
- accumulo distribuito;
- efficientamento energetico degli edifici.
La digitalizzazione della rete e dei consumi finali non è un elemento accessorio, ma la condizione abilitante per trasformare la transizione energetica in un moltiplicatore economico.
In questa prospettiva, la combinazione tra generazione rinnovabile, accumulo, efficienza e flessibilità della domanda non rappresenta soltanto un modello tecnico evoluto, ma un vero strumento di politica industriale e di sicurezza nazionale ed europea.
Conclusioni
La vera posta in gioco non è soltanto la difesa militare dell’Europa, ma la sua libertà di scelta. Senza autonomia energetica, l’indipendenza diventa fragile.
Ritardare la transizione per convenienze di breve periodo significa trasformare una prudenza economica in dipendenza strutturale. Le vulnerabilità energetiche non restano mai neutre: prima o poi si traducono in condizionamento politico ed economico.
Per l’Italia, Paese storicamente esposto all’importazione di fonti fossili e caratterizzato da un sistema produttivo energivoro, accelerare la transizione non è un’opzione, ma una necessità.
Ciò resterebbe vero anche qualora non mancassero del tutto risorse tradizionali – che per loro natura sono esauribili, fortemente inquinanti e climalteranti – perché il paradigma energetico del XXI secolo impone sistemi sostenibili, resilienti e tecnologicamente avanzati.
In un mondo che si avvia verso una popolazione prossima ai dieci miliardi di persone, con livelli di mobilità, industrializzazione e domanda energetica incomparabili rispetto al passato, nessun modello fondato sulle risorse tradizionali e finite può garantire stabilità nel lungo periodo.
Investire in ricerca, integrare le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale nei sistemi energetici, espandere rapidamente le rinnovabili, rafforzare l’autoconsumo e le comunità energetiche, sviluppare accumulo e digitalizzazione significa mettere in sicurezza il futuro industriale e sociale del Paese.
Nel XXI secolo l’indipendenza non si misura soltanto in confini o capacità militare. Si misura nella capacità di produrre, gestire e controllare in modo sostenibile la propria energia.
E su questo terreno l’Europa – e l’Italia – non possono più permettersi esitazioni.
