Il declino strategico dell’Europa

| 05/02/2026
Il declino strategico dell’Europa

In queste pagine parliamo spesso di tecnologie emergenti e delle incredibili aspettative per cambiamenti epocali che queste comportano. Ma le tecnologie non sono entità astratte, vivono, crescono e a volte muoiono in funzione del contesto in cui sono radicate. Per questo ritengo utile un flash sul contesto Europeo, basato su dati facilmente accessibili a tutti, in relazione alle tecnologie da cui dipende il nostro futuro come stile di vita e come player a livello mondiale.

Quando i numeri parlano chiaro

La quota europea del PIL mondiale a prezzi costanti è crollata dal 25,3% nel 1990 al 16,2% nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale. Non è un rallentamento temporaneo, è il sintomo di una resa progressiva in un’economia globale dove il potere si misura in tecnologie strategiche, non in regolamenti.

L’Europa investe il 2,2% del PIL in ricerca e sviluppo, stagnante da anni nonostante l’obiettivo del 3% fissato nel 2002. Gli Stati Uniti superano il 3,4%, la Cina ha raggiunto il 2,68% nel 2024 (con un incremento di 8,3% annuo, pari a 496 miliardi di dollari) e continua ad accelerare.

Ma il vero problema non è solo la percentuale: è dove vanno questi soldi.

Dei 403 miliardi di euro investiti dall’UE in R&D nel 2024, solo sei paesi membri raggiungono la soglia del 3%: Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%), Germania (3,1%) e Danimarca (3,0%). Sette paesi restano sotto l’1%, tra cui Romania (0,46%) e Bulgaria (0,77%).

Questa frammentazione è letale in un’epoca dove la concentrazione di risorse su poche tecnologie critiche determina la leadership globale.

Le tecnologie che decidono il futuro

I semiconduttori: tallone d’Achille europeo

L’Europa produce meno del 10% dei semiconduttori globali. TSMC (Taiwan) controlla il 67% della produzione di chip avanzati sotto i 7nm, essenziali per l’intelligenza artificiale e per altre applicazioni di importanza strategica. Samsung e Intel completano il quadro. L’Europa non ha neppure un produttore competitivo a questo livello tecnologico.

È emblematico Il caso ASML, l’azienda olandese che detiene il monopolo virtuale delle macchine litografiche per semiconduttori (83% del mercato globale): produce l’equipaggiamento indispensabile ma non i chip. Le sue macchine EUV (Extreme Ultraviolet) costano 370 milioni di dollari l’una e sono vendute principalmente a TSMC, Samsung e Intel. Quando Intel ha cancellato nel 2025 il suo megafab pianificato a Magdeburgo, l’Europa ha perso l’unica possibilità di portare la produzione a 7nm sul continente.

Il piano dell’UE con il Chips Act (43 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati) per raggiungere il 20% della produzione globale entro il 2030 si scontra con una realtà brutale: costruire un fab all’avanguardia costa 15-20 miliardi di dollari e richiede competenze che l’Europa non ha sviluppato da decenni. TSMC sta costruendo un impianto a Dresda per chip automobilistici (10-40nm), ma le tecnologie di processo restano sotto controllo taiwanese.

Intelligenza Artificiale: la dipendenza da chip stranieri

L’Europa ospita eccellenze nella ricerca AI (DeepMind fu britannica prima dell’acquisizione Google nel 2014), ma ogni modello avanzato richiede chip che non produce. Gli AI accelerators necessitano di processi sotto i 7nm disponibili solo da TSMC e Samsung. Le startup europee di AI hanno raccolto 5,8 miliardi di dollari nel 2023, una frazione dei 177 miliardi investiti negli Stati Uniti solo nei primi nove mesi del 2025.

Il caso Mistral AI è istruttivo: la startup francese ha raccolto 1,7 miliardi di euro nel settembre 2025, ma con partecipazione massiccia di fondi americani (Andreessen Horowitz, Nvidia, Lightspeed). Le valutazioni europee nelle late-stage rounds sono calate del 2,8% nel 2024, mentre negli USA sono aumentate del 43%. Il capitale di crescita semplicemente non c’è: secondo la Banca Europea per gli Investimenti quando le aziende europee hanno 10 anni, hanno raccolto in media il 50% in meno dei loro omologhi di San Francisco.

Quantum Computing: opportunità che rischiamo di perdere

Con oltre 11 miliardi di euro investiti in ricerca quantistica negli ultimi cinque anni, l’Europa ha posizioni di forza in Francia (piano da 1,8 miliardi), Paesi Bassi (Quantum Delta NL con 615 milioni) e Germania. L’industria quantistica globale è ancora in fase prototipale, quindi ha generato meno di 1 miliardo di dollari di ricavi nel 2024, ma la finestra di opportunità è stretta.

Il problema non è la ricerca di base – dove l’Europa eccelle – ma la commercializzazione. Un white paper del 2023 del QuIC (European Quantum Industry Consortium) avverte esplicitamente: “L’Europa potrebbe perdere il suo vantaggio quantistico” se non chiude urgentemente il gap di investimenti e commercializzazione. La cultura europea del “perfeziona prima di lanciare” si scontra con l’approccio americano del “lancia velocemente e poi migliora”, proprio come è successo con i semiconduttori negli anni 2000.

Batterie e tecnologie verdi: la dipendenza energetica si sposta

L’Europa ha investito più degli USA nella transizione verde tra il 2019 e il 2024, ma i risultati industriali sono deludenti. La densità energetica delle batterie al litio migliora solo marginalmente anno su anno. Il quantum computing potrebbe rivoluzionare la chimica delle batterie e la produzione di idrogeno verde, ma mentre l’UE discute, Cina e USA investono.

Il paradosso è che l’Europa dipende per le batterie dalle stesse catene del valore asiatiche da cui dipendeva per i chip. La Cina domina il 77% della capacità globale di raffinazione del litio e oltre l’80% della produzione di celle. Cambiare dipendenza energetica dalla Russia per il gas alla Cina per le batterie non è sovranità: è fragilità strategica rinominata.

Il Problema del capitale di crescita

Il venture capital europeo ha raccolto appena 8,3 miliardi di euro nei primi tre trimestri del 2025, sulla strada per il totale annuale più basso in un decennio. Il fondo mediano europeo è triplicato dal 2016 (da 32 a 105 milioni di dollari), ma resta significativamente più piccolo della controparte americana.

Solo il 10-15% delle aziende europee con valutazioni tra 500 milioni e 10 miliardi di dollari esistono in Europa, contro circa il 50% negli USA per valutazioni sotto i 500 milioni. Il problema non è il seed capital (13,7 miliardi raccolti nel Q1 2024, +5% anno su anno), è il growth capital che permette di scalare. Le aziende europee che vogliono diventare campioni globali devono quindi accettare di restare regionali o trasferirsi negli Stati Uniti.

La frammentazione che uccide

Ventisette regimi fiscali diversi, regole divergenti su stock option, norme variabili su come fondatori e investitori possono monetizzare. Il mercato unico del capitale (Capital Markets Union), lanciato nel 2014, non è ancora realtà. Le startup europee perdono mesi a navigare nella burocrazia per espandersi cross-border, mentre i concorrenti americani operano in un mercato domestico unificato da 330 milioni di consumatori.

Solo il 2,4% degli investimenti istituzionali europei va in venture capital, contro l’11% negli USA. I fondi pensione europei, che gestiscono trilioni, restano largamente fuori dall’ecosistema dell’innovazione. Non per mancanza di rendimenti – i fondi VC europei dal 2016 hanno sovraperformato quelli americani in alcune annate – ma per barriere regolamentarie e culturali.

Il bivio federale non è ideologia, è aritmetica

Le tecnologie strategiche del XXI secolo richiedono concentrazione di capitale su scala superiore a qualsiasi singolo stato europeo, uniformità normativa per permettere scalabilità immediata, politica industriale coordinata che indirizzi investimenti pubblici e privati, mercato domestico che possa competere per dimensione con USA e Cina

La Germania (3,1% di R&D su PIL) non può farlo da sola. La Francia con il suo piano quantistico da 1,8 miliardi è un decimo di quello che serve. L’Italia sotto l’1% di R&D è irrilevante nell’equazione. Solo un’azione federale europea può aggregare le risorse necessarie.

Il bilancio comune per la difesa, discusso ma non realizzato, sarebbe un primo test: gli Stati Uniti spendono 886 miliardi di dollari annui in difesa, la Cina 292 miliardi. L’UE nel suo complesso spende circa 240 miliardi, ma frammentati in 27 eserciti con 27 catene di comando e 27 industrie della difesa spesso duplicate e inefficienti. Il settore della difesa è solo un esempio di come la frammentazione divori risorse.

Gli Stati Uniti con il CHIPS and Science Act hanno stanziato 280 miliardi di dollari per riportare in casa produzione e innovazione dei semiconduttori. La Cina investe 3,6 trilioni di yuan annui in R&D con crescita dell’8,3% anno su anno, concentrandosi su autosufficienza tecnologica sotto “Made in China 2025”.

L’Europa discute, stanzia briciole (43 miliardi per i chip sono l’1,8% di un anno di PIL dell’UE), e perde terreno. Oggi TSMC ha prenotato tutta la sua capacità produttiva avanzata fino al 2026, Nvidia ha raggiunto capitalizzazione di mercato superiore al PIL italiano, e startup cinesi di quantum computing hanno superato benchmark che laboratori europei consideravano irraggiungibili per anni.

Conclusione: l’irreversibilità come destino?

Esiste un punto oltre il quale recuperare diventa impossibile. Nell’industria dei semiconduttori, l’Europa l’ha superato negli anni 2000 quando ha scelto di non investire in foundry. Nel quantum computing, quel punto potrebbe essere tra 3-5 anni. Nell’AI, potrebbe essere già passato.

È importante a questo punto ricordare le recenti parole di Mario Draghi a Lovanio “dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati, nei settori in cui il progresso può ad oggi essere realizzato”. È la logica del “federalismo pragmatico”.

La Federazione Europea non è un sogno: è l’unico modo per aggregare le risorse necessarie a competere. Senza di essa, l’Europa può scegliere il proprio padrone – se allinearsi completamente agli Stati Uniti accettando totale dipendenza tecnologica e strategica, o cercare un impossibile equilibrio con la Cina che la renderebbe ostaggio di Pechino.

L’alternativa cioè è una strada che ci porta a un declino elegante: musei bellissimi, cibo eccellente, welfare generoso finché dura, e zero influenza su come sarà plasmato questo secolo e il mondo futuro. I numeri parlano chiaro. La scelta meno.


NOTAI dati citati e altri altrettanto importanti si possono trovare su molte fonti come:

  • World Bank, GDP data 1990-2024
  • Eurostat, R&D expenditure data 2024
  • European Commission, Spring 2025 Economic Forecast
  • China National Bureau of Statistics, R&D spending 2024
  • OECD, Main Science and Technology Indicators
  • PitchBook, European Venture Capital reports 2024-2025
  • European Investment Bank, Investment Report 2023/2024
  • ASML financial reports 2024-2025
  • EU Chips Act documentation
  • Centre for European Reform, Ditchley conference report 2024

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