Dopo la sentenza della Corte Suprema USA che ha indebolito una parte dell’arsenale tariffario, la Cina cambia tono: meno propaganda, più realpolitik. E mette sul tavolo un nuovo round di negoziati.
Il Ministero del Commercio cinese si dice pronto al sesto ciclo di colloqui commerciali con gli Stati Uniti, mentre Trump studia nuove leve tariffarie (da Section 122 a Section 232) per mantenere pressione. La posta in gioco non è solo l’export: è il controllo delle filiere di batterie, chimica, telecom e manifattura avanzata.
Perché questa non è “una notizia sui dazi”, ma una notizia sulle regole del potere
Quando Pechino dice di essere “disposta” a tenere il sesto ciclo di colloqui commerciali con Washington, il punto non è la cortesia diplomatica. È il contesto: negli Stati Uniti una sentenza della Corte Suprema ha colpito una parte dei dazi imposti con poteri d’emergenza, costringendo l’amministrazione Trump a cercare strade alternative per tenere in piedi la strategia tariffaria.
In questa cornice, la Cina ha scelto una formula che suona quasi volutamente “fredda”: sì al dialogo, ma senza fretta; disponibilità al tavolo, ma con la premessa politica che i “dazi unilaterali” vadano abbandonati. È un modo per trasformare una vulnerabilità americana (la fragilità legale di alcune misure) in un vantaggio negoziale (la richiesta implicita di normalizzazione).
I 6 numeri e strumenti che spiegano la partita (valore, rischio, opportunità)
Per rendere leggibile una storia che rischia di diventare fumo geopolitico, conviene fissare sei coordinate operative.
La prima è Section 122: secondo Reuters, Trump ha indicato una nuova tariffa temporanea fino al 15%, con un limite temporale (150 giorni) e con la necessità di un passaggio congressuale per l’estensione. Una strada mai usata prima e, quindi, esposta a ulteriori contenziosi.
La seconda è il “piano B” più classico: Section 232, cioè dazi motivati da sicurezza nazionale. Reuters riporta che l’amministrazione sta valutando tariffe su una manciata di comparti ad alta sensibilità industriale: batterie su larga scala, chimica industriale, apparecchiature per reti elettriche e telecom, oltre a materiali come ghisa e piping plastico. Colpire dove fa più male alle catene di fornitura e dove la politica industriale americana può rivendicare una giustificazione strategica.
La terza coordinata è il “messaggio cinese”: il Ministero del Commercio ha definito la guerra tariffaria “dannosa” e ha invitato gli Stati Uniti a rimuovere misure unilaterali, segnalando al tempo stesso che la Cina “continuerà a prestare attenzione” e a salvaguardare i propri interessi. È un linguaggio volutamente bilanciato: apertura e minaccia nello stesso respiro.
La quarta è la dimensione di sistema. Il Council on Foreign Relations nota che la decisione della Corte Suprema offre a Pechino un argomento potente: l’idea che le minacce tariffarie americane siano “svuotate” da vincoli costituzionali e contestazioni interne, rafforzando la narrativa cinese contro la coercizione economica unilaterale.
La quinta coordinata è macro-finanziaria: un policymaker della Bank of England ha osservato che tariffe elevate “sembrano destinate a restare”, con effetti potenzialmente duraturi e perfino deflazionistici. È un promemoria per i mercati: la guerra dei dazi non è un rumore di fondo, è una variabile strutturale che cambia prezzi relativi e investimenti.
La sesta è la cornice temporale: Reuters collega esplicitamente la partita tariffaria alla visita di Trump in Cina prevista tra fine marzo e inizio aprile, segnalando che il negoziato commerciale sarà centrale nell’agenda. I dazi non sono solo policy, sono diplomazia in formato fiscale.
Tecnologia: quando “dazi” significa filiere (chip, reti, batterie)
La scelta dei settori citati nei piani americani non è casuale. Batterie, telecom e componenti per la rete elettrica sono il triangolo su cui poggia l’economia digitale e la transizione energetica. Se aumenti il costo di quei nodi, non stai solo proteggendo produzione domestica, ma stai ridisegnando i costi di tutto ciò che viene dopo, dai data center all’auto elettrica, dall’industria chimica ai sistemi di accumulo.
Per le aziende europee, qui si apre il paradosso: la “de-risking agenda” si traduce spesso in costi più alti nel breve periodo e in scelte di sourcing più complesse. Il valore non si concentra più solo in chi innova, ma in chi controlla logistica, certificazioni, supply chain e accesso al capitale.
Green: la transizione come campo di battaglia commerciale
L’energia pulita, ormai, è anche una disputa commerciale. Se la Casa Bianca spinge su dazi legati a sicurezza nazionale proprio su comparti come batterie e chimica, il messaggio è chiaro: la transizione non verrà lasciata alla sola logica del mercato globale.
Pechino lo sa e prova a spostare la discussione su un terreno che le è favorevole: “regole”, “legalità”, “interesse comune”. Non è idealismo: è tattica. Presentarsi come difensore della prevedibilità commerciale, mentre Washington cambia strumenti legali è un modo per guadagnare credibilità presso terzi (Asia, Europa, emergenti) e ridurre l’isolamento.
Lavoro: il vero bersaglio politico è l’occupazione industriale
Ogni guerra tariffaria ha un pubblico interno: l’elettore. L’obiettivo politico più immediato non è il saldo commerciale, ma la promessa di proteggere lavoro e salari in settori esposti. In questo senso, Section 232 è un linguaggio che l’opinione pubblica capisce: “sicurezza nazionale” è una formula elastica che consente di giustificare misure dure senza chiamarle protezionismo.
Il problema è che, sul medio periodo, gli effetti non si fermano alla dogana. Se i costi delle filiere aumentano, le aziende comprimono margini o scaricano prezzi. E allora l’occupazione può diventare un boomerang: non perdi lavoro perché importi di più; rischi di perderlo perché produci a costi più alti.
Finanza: l’era dei dazi come variabile strutturale
Per il mondo finanziario, la notizia “Cina pronta ai colloqui” non è un segnale di distensione in senso classico. È piuttosto un indicatore di regime: la volatilità geopolitica viene gestita con strumenti fiscali e questi strumenti cambiano di frequente forma legale.
Qui il rischio principale è l’incertezza normativa. Quando i dazi diventano mobili, temporanei, contestabili, l’investimento produttivo si sposta: meno grandi scommesse, più opzioni, più ridondanza, più “assicurazione” in supply chain. E tutto questo costa.
Il negoziato non riguarda solo le tariffe, ma la credibilità
C’è una lettura che vale più delle dichiarazioni di giornata: la Cina offre colloqui mentre l’America riscrive le proprie tariffe perché entrambe stanno difendendo una cosa più importante del commercio: la credibilità.
Washington deve dimostrare che può ancora esercitare pressione senza che i tribunali la disinneschino. Pechino deve dimostrare che può resistere senza essere vista come la causa del disordine globale. In mezzo, il resto del mondo non aspetta: si riorganizza.
Il punto finale è semplice: il valore e il rischio si sposteranno dove la politica diventa infrastruttura. Non vincerà chi parla di globalizzazione o deglobalizzazione. Vincerebbe, se esistesse un vincitore, chi sa costruire filiere che restano in piedi anche quando le regole cambiano. E nel 2026, le regole stanno cambiando più in fretta dei comunicati.