L’Europa rischia di commettere un errore strategico proprio mentre entra nella più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo: confondere la leadership digitale con la capacità di produrre nuove regole.
Il Digital Networks Act nasce da un obiettivo ampiamente condiviso: superare la frammentazione del mercato europeo delle telecomunicazioni, accelerare gli investimenti nelle reti del futuro e garantire a cittadini e imprese una connettività migliore, più accessibile e più innovativa.
Il successo del regolamento, tuttavia, non dovrebbe essere misurato dal numero di articoli approvati o dal grado di armonizzazione raggiunto. Dovrebbe essere giudicato sulla base di risultati molto più concreti: più concorrenza, maggiori investimenti, più scelta, servizi migliori e prezzi più competitivi per gli utenti finali.
La vera domanda è quindi semplice: il Digital Networks Act riuscirà a creare un mercato europeo capace di generare maggiore valore per cittadini e imprese oppure aggiungerà un ulteriore livello di complessità senza affrontare il problema strutturale della frammentazione?
L’Europa non deve scegliere tra concorrenza e investimenti. Deve creare le condizioni affinché entrambi possano crescere insieme.
Il problema europeo è noto. Mentre Stati Uniti e Cina hanno costruito grandi ecosistemi digitali, con operatori, piattaforme e infrastrutture capaci di competere su scala globale, il mercato europeo delle telecomunicazioni resta frammentato in ventisette realtà nazionali. Questa frammentazione limita la capacità di investimento, riduce le economie di scala e rende più difficile per le imprese europee crescere oltre i propri confini nazionali.
La debolezza digitale dell’Europa non deriva dalla mancanza di ambizione o di talenti. Deriva dall’assenza di una scala sufficiente.
Ma la scala europea non deve diventare un eufemismo per meno concorrenza. Un consolidamento che riducesse la scelta, aumentasse i prezzi o rafforzasse posizioni di mercato già consolidate tradirebbe la finalità stessa del mercato unico. La scala deve nascere dalla possibilità per le imprese di competere oltre i confini nazionali, non dalla protezione degli incumbent all’interno dei rispettivi mercati.
La corsa globale all’intelligenza artificiale non sarà vinta da chi saprà costruire il quadro regolatorio più sofisticato, ma da chi realizzerà le infrastrutture digitali più solide e gli ecosistemi più dinamici.
L’ambizione del Digital Networks Act deve quindi andare ben oltre una revisione tecnica della regolazione. Il regolamento dovrebbe contribuire alla creazione di un vero mercato unico delle infrastrutture digitali, nel quale cittadini e imprese possano beneficiare di maggiore concorrenza, qualità più elevata, più innovazione e prezzi più competitivi.
La concorrenza è il principale motore del progresso digitale perché produce benefici concreti: prezzi più bassi, servizi migliori, più scelta e maggiori incentivi all’innovazione. Ma deve essere una concorrenza reale, fondata sugli investimenti, sull’efficienza e sulla capacità di offrire prodotti e servizi migliori, non soltanto su interventi regolatori che si limitano a redistribuire valore senza crearne di nuovo.
Una concorrenza sana non è un obiettivo astratto. È il meccanismo attraverso il quale gli utenti possono accedere a reti più performanti, servizi più innovativi e condizioni economiche più vantaggiose.
Il ruolo della regolazione europea dovrebbe quindi essere chiaro: mantenere i mercati aperti e contendibili, rimuovere gli ostacoli all’ingresso e alla crescita e assicurare che cittadini e imprese siano i primi beneficiari della trasformazione digitale. La regolazione deve favorire la concorrenza, non preservare la frammentazione o proteggere posizioni di mercato consolidate.
Questo principio diventa ancora più importante nell’era dell’intelligenza artificiale. L’AI non vive soltanto nei modelli e negli algoritmi. Dipende da reti ad altissima capacità, data center, infrastrutture cloud, energia e potenza di calcolo. Chi costruirà e controllerà l’infrastruttura dell’intelligenza plasmerà una parte essenziale dell’economia del futuro.
Il Digital Networks Act dovrebbe quindi essere giudicato, in ultima analisi, dalla sua capacità di creare valore per la società europea. Una piccola impresa che vuole sviluppare applicazioni di intelligenza artificiale non ha bisogno soltanto di regole più chiare. Ha bisogno di connettività affidabile, servizi digitali accessibili, capacità di calcolo disponibile e costi operativi competitivi.
Per i milioni di piccole e medie imprese europee, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia, la qualità, il costo e la disponibilità delle infrastrutture digitali diventeranno fattori sempre più decisivi per competere, innovare e crescere.
Il rischio è che, se non verrà calibrato con attenzione, il Digital Networks Act possa aggiungere nuovi livelli amministrativi senza affrontare il problema fondamentale: la mancanza di scala dell’Europa. Un vero mercato unico digitale non può nascere semplicemente dal coordinamento di ventisette sistemi nazionali. Richiede condizioni che consentano alle imprese, ai nuovi entranti e agli investitori di operare ed espandersi più facilmente oltre i confini.
Il dibattito sul cosiddetto Single Passport illustra bene questa difficoltà. Semplificare l’attività degli operatori in Europa è un obiettivo legittimo, perché un mercato unico richiede procedure più semplici e coerenti. Ma la semplificazione deve essere reale. Non può trasformarsi in un nuovo meccanismo burocratico che aggiunge complessità invece di eliminarla o che crea incertezza su quale autorità sia responsabile della vigilanza e dell’applicazione delle regole.
Anche la transizione verso la fibra e lo spegnimento delle vecchie reti in rame devono essere valutati dal punto di vista degli utenti. Il successo non può essere misurato soltanto sulla base del numero di unità immobiliari tecnicamente raggiunte da una rete. Il vero criterio è verificare se cittadini e imprese possano effettivamente accedere a servizi migliori, affidabili e convenienti. La trasformazione digitale non dovrebbe essere misurata soltanto in chilometri di fibra posata, ma nel valore economico e sociale che riesce a generare.
Lo stesso equilibrio deve guidare la regolazione del potere di mercato. L’Europa dovrebbe eliminare le regole diventate ormai inutili, ma non può smantellare le garanzie concorrenziali dove continuano a esistere colli di bottiglia strutturali e posizioni di forza. La deregolamentazione deve essere la conseguenza di una concorrenza effettiva, non il suo sostituto.
Ciò significa preservare la capacità delle autorità di intervenire quando l’accesso alle infrastrutture essenziali rimane limitato, ritirando al tempo stesso gli obblighi nei mercati diventati realmente competitivi. L’obiettivo non deve essere la regolazione fine a sé stessa, ma un quadro fondato su evidenze verificabili, capace di premiare gli investimenti senza permettere che posizioni di potere consolidate riducano la scelta, la qualità o l’accessibilità economica dei servizi.
Il Digital Networks Act rappresenta quindi un’opportunità storica. Potrebbe diventare lo strumento attraverso il quale l’Europa riuscirà finalmente a creare un mercato competitivo delle infrastrutture digitali, capace di sostenere le sue imprese nell’era dell’intelligenza artificiale.
Per riuscirci, tuttavia, deve stabilire una priorità chiara: mettere al centro non gli interessi degli operatori, delle autorità di regolazione o delle istituzioni, ma quelli dei cittadini e delle imprese europee.
Il vero banco di prova non sarà la capacità dell’Europa di produrre un quadro normativo più elegante. Sarà verificare se i consumatori pagheranno meno, se le imprese avranno più scelta, se la qualità dei servizi migliorerà e se nuovi concorrenti potranno entrare nel mercato, investire e crescere.
La scelta non è tra regolazione e deregolamentazione. È tra una regolazione che favorisce la concorrenza e una regolazione che conserva la frammentazione.
Il vantaggio competitivo dell’Europa non nascerà dalla capacità di regolamentare le infrastrutture digitali in modo più sofisticato rispetto al resto del mondo. Nascerà dalla capacità di costruirle meglio, svilupparle più rapidamente e renderle accessibili ai cittadini e alle imprese in tutto il continente.
Nella nuova economia dell’intelligenza artificiale, la domanda decisiva sarà una sola: chi costruirà e controllerà l’infrastruttura dell’intelligenza?
