Il nuovo report Quattro A fotografa un’Europa virtuosa nel recupero dei rifiuti da costruzione, ma ancora lontana dal trasformare il riciclo in un vero mercato industriale. L’Italia guida la classifica del recupero ma resta indietro sul riutilizzo reale dei materiali.
Con oltre il 98% di riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, l’Italia è leader in Europa. Ma il tasso di sostituzione effettiva degli aggregati riciclati si ferma allo 0,4%. Un divario che racconta i limiti strutturali dell’economia circolare e il ritardo nella creazione di un mercato delle materie prime seconde.
L’illusione dei numeri: l’Europa ricicla, ma non riutilizza davvero
C’è un dato che colpisce più di tutti: in Europa il riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione supera spesso il 90%, ma solo una minoranza di Paesi è riuscita a trasformare questo risultato in un vero sistema industriale capace di sostituire le materie prime vergini.
Il Report febbraio 2026 di Quattro A, società del Gruppo Seipa attiva nella filiera degli inerti, mette in luce una contraddizione profonda dell’economia circolare europea: recuperiamo quasi tutto, ma riutilizziamo poco.
In un continente dove il consumo annuo di materiali supera i 1.094 milioni di tonnellate e i rifiuti da costruzione raggiungono i 305 milioni, la capacità di chiudere davvero il ciclo produttivo resta limitata.
Il risultato è un sistema efficiente nella gestione dei rifiuti ma ancora fragile nella trasformazione del recupero in valore economico.
Italia prima nel riciclo, ultima nel mercato delle materie seconde
L’Italia rappresenta il caso più emblematico di questo paradosso.
Con un tasso di riciclo del 98%, il Paese si colloca al vertice europeo, superando anche economie storicamente avanzate come Paesi Bassi (95,2%), Belgio (94,1%) e Germania (91,3%).
Eppure, quando si osserva la quota di aggregati riciclati che rientra effettivamente nei cicli produttivi, il quadro cambia radicalmente: il tasso di sostituzione si ferma allo 0,4%.
In altre parole, il materiale viene recuperato ma fatica a trovare uno sbocco industriale stabile, restando spesso ai margini della filiera produttiva.
È un divario che evidenzia un limite strutturale del sistema italiano: la mancanza di un mercato maturo delle materie prime seconde, capace di trasformare il riciclo in leva economica.
I Paesi che trasformano il riciclo in industria
Solo cinque Paesi europei riescono a superare il 25% di sostituzione effettiva: Paesi Bassi (40%), Belgio (35%), Lussemburgo (30%), Danimarca (28%) e Austria (25%).
In questi contesti il riciclo non è solo una pratica ambientale, ma un vero segmento industriale, sostenuto da politiche di mercato, incentivi e standard tecnici chiari che favoriscono l’utilizzo degli aggregati riciclati nelle costruzioni.
La differenza non sta nella capacità di recuperare, ma nella capacità di creare domanda.

Un mercato da 81 milioni di tonnellate che resta incompiuto
In Italia la produzione annua di rifiuti da costruzione e demolizione raggiunge 81,4 milioni di tonnellate, pari a oltre il 50% dei rifiuti speciali.
Numeri che mostrano l’enorme potenziale economico del settore, ancora in gran parte inespresso.
Secondo le stime del report, portare il tasso di sostituzione ai livelli delle best practice europee consentirebbe di risparmiare oltre 20 milioni di tonnellate di materiali vergini ogni anno e ridurre le emissioni di circa 4,6 milioni di tonnellate di CO₂.
Non si tratta quindi solo di una questione ambientale, ma di competitività industriale e sicurezza delle risorse.
Perché il riciclo non diventa riuso
Il nodo principale è la difficoltà nel trasformare il recupero in un mercato stabile.
Le barriere sono molteplici: standard normativi complessi, diffidenza del settore delle costruzioni verso i materiali riciclati, mancanza di incentivi economici e una domanda ancora debole.
A ciò si aggiunge una frammentazione della filiera che rende difficile creare economie di scala e investimenti strutturali.
Il risultato è un sistema che funziona bene nella fase di recupero ma si interrompe prima della vera chiusura del ciclo.
La vera sfida dell’economia circolare: passare dal recupero alla sostituzione
Il report è chiaro: la vera accelerazione dell’economia circolare nel settore delle costruzioni si gioca sulla capacità di sostituire, non solo di recuperare.
È qui che si misura la maturità di un sistema industriale.
Senza un mercato delle materie seconde, il riciclo rischia di restare un esercizio statistico più che una leva di trasformazione economica.
Un bivio per l’Europa delle risorse
In un contesto globale segnato dalla scarsità di materie prime e dalla transizione ecologica, la capacità di riutilizzare materiali diventa un fattore strategico tanto quanto l’energia o la tecnologia.
L’Europa ha dimostrato di saper costruire sistemi efficienti di gestione dei rifiuti. Ora deve dimostrare di saper costruire mercati.
Per l’Italia, la leadership nel riciclo rappresenta una base solida ma non sufficiente. Senza una domanda industriale forte, il vantaggio competitivo rischia di rimanere incompleto.

Il paradosso che può diventare opportunità
Il dato del 98% racconta una storia di efficienza. Quello dello 0,4% racconta una storia di occasione mancata.
Tra questi due numeri si gioca il futuro dell’economia circolare italiana ed europea.
Se il sistema riuscirà a trasformare il riciclo in un vero mercato delle materie seconde, il settore delle costruzioni potrà diventare uno dei pilastri della transizione ecologica.
In caso contrario, continueremo a recuperare quasi tutto senza riuscire davvero a riutilizzarlo: un paradosso che l’Europa non può più permettersi.