Migliaia di pescherecci cinesi della Distant Water Fleet operano negli oceani del mondo come una “seconda marina”: sovrasfruttano gli stock ittici, violano le acque internazionali e intrecciano pesca illegale con proiezione geopolitica. La più grande flotta industriale del pianeta trasforma il mare in zona grigia, dove la governance internazionale fatica a imporre regole e trasparenza.
La flotta cinese di pesca in acque lontane (Distant Water Fleet – DWF) è oggi il più grande apparato industriale di pesca al mondo, con migliaia di unità che operano in alto mare e nelle Zone Economiche Esclusive (ZEE) di paesi terzi. Questo dispositivo, sostenuto da sussidi pubblici e da una logistica avanzata (navi frigorifero, unità di rifornimento, hub operativi offshore), genera un sovrasfruttamento sistematico degli stock ittici, danni profondi agli ecosistemi marini e forti distorsioni economiche a danno delle comunità costiere.
La DWF è inoltre strettamente intrecciata con la milizia marittima cinese e con strumenti di proiezione geopolitica, funzionando in pratica come una “seconda marina” che combina pesca, presenza territoriale e pressione sulle rivendicazioni marittime. A ciò si aggiungono gravi violazioni dei diritti umani a bordo, con condizioni di lavoro spesso assimilabili al lavoro forzato, e livelli elevati di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU) che pongono la Cina fra i peggiori attori globali.
Per contrastare questi rischi è necessaria una risposta coordinata: rafforzare la governance internazionale della pesca, applicare rigorosamente le misure di Stato di approdo (PSMA), potenziare il monitoraggio satellitare e digitale delle attività di pesca, introdurre regimi sanzionatori mirati e utilizzare i porti come filtri attivi contro le navi ad alto rischio IUU. Gli Stati costieri, gli Stati di bandiera e i gestori di infrastrutture portuali e marittime hanno un ruolo decisivo nel trasformare il mare da “zona grigia” a spazio regolato e trasparente.

Il problema: la DWF cinese come minaccia multi‑dimensionale
La flotta DWF cinese conta da almeno 1.800 a oltre 10.000 navi, a seconda che si considerino solo le unità ufficialmente registrate o anche quelle battenti bandiere di comodo e controllate tramite società veicolo. Essa opera praticamente in tutti gli oceani, con cluster di attività particolarmente densi nel Mar Cinese Meridionale, lungo le coste africane e sudamericane e in prossimità dei margini delle ZEE di molti Stati in via di sviluppo.
Questa flotta utilizza tecniche di pesca industriale altamente impattanti (strascico di fondo, palangari oceanici, circuizione di grandi pelagici) che, combinate con autonomie operative di mesi grazie a navi frigorifero e di rifornimento, consentono un prelievo intensivo e pressoché continuo. Le conseguenze includono:
- collasso o forte riduzione degli stock ittici commerciali;
- distruzione di habitat sensibili (barriere coralline, fondali profondi, nursery costiere);
- perdita di reddito e sicurezza alimentare per milioni di persone che dipendono dalla pesca artigianale;
- tensioni geopolitiche in aree marittime contese, in particolare nell’Indo‑Pacifico.

Dimensioni e modalità operative della DWF
La DWF cinese è eterogenea: accanto a pescherecci industriali di proprietà di conglomerati statali, operano numerose imprese medie e piccole, spesso schermate da strutture societarie complesse e bandiere di comodo, che rendono difficile la tracciabilità e l’applicazione delle norme. Le principali categorie operative comprendono:
- pescherecci a strascico di profondità per il prelievo di specie demersali;
- palangari oceanici per tonni, pesce spada e squali;
- reti a circuizione per grandi banchi di pelagici;
- navi frigorifero per il transhipment in mare aperto, che separa luogo di cattura e luogo di sbarco;
- navi di appoggio per carburante, provviste, personale, che prolungano la permanenza in mare.
L’organizzazione tattica in “flottiglie” intorno a reefers e supply vessels configura veri e propri hub offshore che permettono di aggirare i controlli in porto e ridurre drasticamente i costi logistici. La combinazione di autonomia, densità di sforzo di pesca e debolezza della governance in molti Stati costieri rende la DWF un moltiplicatore di rischio ambientale e socio‑economico.

Danni ambientali e pesca IUU
La DWF cinese contribuisce in modo significativo alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU), classificandosi tra i peggiori paesi nell’Indice globale IUU. Pratiche come lo spegnimento dei sistemi AIS, la manipolazione dei dati di cattura, l’uso di licenze ambigue o ottenute con scarsa trasparenza e la doppia registrazione di navi sono ricorrenti.
Sul piano ambientale, le principali criticità includono:
- sovrasfruttamento cronico degli stock commerciali, con cattura di milioni di tonnellate di pesci giovani prima della maturità riproduttiva;
- distruzione di barriere coralline attraverso dragaggio, estrazione di vongole giganti con pompe industriali e uso di sostanze chimiche;
- elevato bycatch di specie protette (squali, tartarughe marine, mammiferi e uccelli marini).
Nell’area del Mar Cinese Meridionale, organizzazioni ed istituzioni internazionali hanno già riconosciuto la distruzione di oltre 100 km² di reef a causa di attività di costruzione, bonifica e pesca distruttiva, con una perdita di biodiversità difficilmente reversibile. In Africa occidentale e in altri bacini, l’IUU contribuisce a perdite economiche per gli Stati costieri stimate in miliardi di dollari all’anno e ad un valore globale di pesca illegale che può raggiungere i 23,5 miliardi di dollari annui.

Impatti economici, sociali e di sicurezza alimentare
Nelle regioni dove le comunità costiere dipendono quasi esclusivamente dalla pesca artigianale, la competizione con la DWF cinese è strutturalmente impari: una flottiglia industriale può catturare in pochi giorni quanto una flotta artigianale in un anno.
Gli effetti principali sono:
- riduzione drastica delle catture disponibili per le flotte locali;
- crollo dei redditi dei pescatori artigianali e dei lavoratori della filiera;
- aumento del prezzo del pesce per la popolazione, con impatti diretti sulla sicurezza alimentare;
- incremento della migrazione interna e internazionale legata alla perdita di mezzi di sussistenza.
Nel Sud‑Est asiatico, studi empirici mostrano che un aumento dell’1% dell’attività di pesca DWF cinese nel Mar Cinese Meridionale è associato a una diminuzione tra lo 0,1% e lo 0,04% delle catture delle piccole pescherie in Indonesia, Malesia e Vietnam. In Africa occidentale, quasi la metà dei pescherecci industriali che operano in IUU nelle acque regionali è riconducibile a flotte straniere, con la Cina dominante fra queste.
Dimensione geopolitica e violazioni dei diritti umani
La DWF è spesso integrata con la milizia marittima cinese (China Maritime Militia – CMM), che utilizza pescherecci per affermare pretese territoriali, monitorare le attività altrui e ostacolare operazioni di Stati rivali in zone contese. Nel Mar Cinese Meridionale, grandi concentrazioni di navi da pesca stazionano vicino a scogli e reef contesi, fungendo da avamposti civili per successiva militarizzazione e costruzione di infrastrutture.
Parallelamente, numerose inchieste documentano condizioni di lavoro a bordo di unità DWF caratterizzate da:
- contratti opachi e indebitamento dei lavoratori;
- trattenuta di documenti e impossibilità di lasciare la nave;
- turni massacranti, violenze e mancato accesso a cure;
- casi di decessi e scomparse in mare non adeguatamente indagati.
Questi elementi configurano una convergenza tra rischio ambientale, violazione dei diritti umani e uso strumentale della pesca come leva di politica estera.
Principali soluzioni da adottare per mitigare e controllare il fenomeno espansivo della DFW cinese
Per ridurre i rischi associati alla DWF cinese e più in generale alla pesca IUU, dovrebbero essere adottate le seguenti linee di intervento:
- Rafforzare la governance internazionale della pesca
- Sostenere e aggiornare gli accordi regionali di pesca (RFMOs) con limiti di cattura chiari, piani di ricostituzione degli stock e meccanismi di sanzione efficaci per gli Stati di bandiera non collaborativi.
- Promuovere l’adozione di standard vincolanti su trasparenza, tracciabilità delle catture e reporting elettronico obbligatorio.
- Applicare rigorosamente le misure di Stato di approdo (Port State Measures Agreement – PSMA)
- Negare accesso a porti e servizi (bunkeraggio, cambusa, riparazioni) a navi sospettate di IUU o prive di informazioni complete e verificabili su catture, licenze e proprietà effettiva.
- Rafforzare i controlli sui reefers e sulle navi di supporto, spesso utilizzate per “ripulire” il pescato IUU attraverso transhipment in mare.
- Potenziare il monitoraggio marittimo e l’uso di tecnologie digitali
- Integrare AIS, VMS, dati satellitari (radar, ottico, VIIRS) per identificare navi che spengono transponder, pattern sospetti e presenze prolungate in prossimità di ZEE sensibili o aree protette.
- Creare e condividere a livello regionale e globale liste di “vessels of concern” basate su precedenti IUU, violazioni di sicurezza e condizioni di lavoro.
- Responsabilità delle catene del valore e dei mercati di sbocco
- Introdurre e far rispettare regimi di due diligence obbligatoria sulle importazioni di prodotti della pesca, legando l’accesso al mercato alla dimostrazione di origine legale e tracciabile.
- Coinvolgere grande distribuzione e trasformatori nell’esclusione di fornitori legati a IUU o a violazioni dei diritti umani.
- Tutela dei lavoratori della pesca
- Promuovere l’adesione e l’attuazione delle convenzioni ILO relative al lavoro in mare e alle condizioni a bordo delle navi da pesca.
- Rafforzare i meccanismi di ispezione del lavoro nei porti e prevedere percorsi di segnalazione e protezione per i lavoratori vittime di abusi.
Ruolo specifico degli Stati costieri e dei gestori portuali
Gli Stati costieri, insieme ai gestori di porti commerciali e infrastrutture critiche marittime, sono in prima linea nell’applicazione concreta delle misure anti‑IUU:
- implementare sistemi di prenotazione e controllo nave in ingresso che integrino dati su bandiera, proprietà effettiva, storico di compliance e associazione a cluster di IUU;
- sviluppare protocolli operativi che prevedano livelli di controllo crescenti per le navi provenienti da aree ad alto rischio o associate a flotte DWF note per violazioni;
- formare il personale portuale e le autorità locali su indicatori di IUU e di sfruttamento del lavoro, favorendo la collaborazione con agenzie internazionali e ONG specializzate.
I porti possono così trasformarsi da semplici nodi logistici a strumenti attivi di politica marittima, contribuendo al contenimento della pesca illegale e alla promozione di standard elevati di sostenibilità e tutela dei diritti.
Conclusione: Verso una Risposta Globale
La DWF cinese rappresenta un ciclo autodistruttivo di sovrasfruttamento, che minaccia non solo gli ecosistemi marini ma anche la stabilità economica e geopolitica mondiale. L’immagine fornita, con la sua rappresentazione grafica della presenza globale, sottolinea l’urgenza: i punti sparsi sugli oceani non sono astratti, ma simboli di una flotta che opera come una “seconda marina” cinese, combinando estrazione risorse con proiezione di potere. Per mitigare questi rischi, è essenziale una cooperazione internazionale rafforzata, inclusi accordi di pesca sostenibili, monitoraggio satellitare e sanzioni contro l’IUU. Senza azioni concrete, il collasso delle scorte ittiche globali – già in atto in regioni come il Mar Cinese Meridionale – diventerà irreversibile, con conseguenze per la biodiversità, la sicurezza alimentare e la pace marittima. La Cina, come potenza emergente, ha la responsabilità di allineare le sue pratiche con standard globali, ma finora ha prioritarizzato l’espansione su sostenibilità. Solo un approccio multilaterale può mitigare o eliminare questa minaccia, cogliendo l’occasione per farla diventare un’opportunità di creazione di una governance oceanica equa e adatta al ventunesimo secolo.
