Oro: $6.000 l’oncia. I numeri che spiegano perché la scommessa di BNP “ha senso”

RedazioneRedazione
| 10/02/2026
Oro: $6.000 l’oncia. I numeri che spiegano perché la scommessa di BNP “ha senso”

BNP Paribas vede l’oro a $6.000 entro fine anno. Oggi il metallo viaggia oltre $5.000 e ha toccato un record recente vicino a $5.600. In parallelo, il gold–silver ratio torna a salire dopo mesi di oscillazioni: il segnale è che il mercato sta prezzando rischio macro e geopolitico, ma anche una trasformazione più profonda della domanda.

La cifra simbolo: $6.000 non è una previsione “a caso”

Dire “oro a $6.000 l’oncia entro fine anno” suona come una provocazione, finché non si guarda il punto di partenza: in questi giorni l’oro quota intorno a $5.030–$5.050 e sta consolidando sopra quota $5.000, dopo una fase di volatilità che ha visto massimi recenti nell’area dei $5.600. In altre parole: la soglia dei 6.000 non implica più un salto “fantascientifico”, ma un ulteriore allungo nell’ordine di grandezza del +15–20% dai livelli attuali.

È qui che si capisce perché BNP parla di rally che “ha senso”: non perché il mercato sia diventato improvvisamente irrazionale, ma perché sta incorporando nel prezzo un pacchetto di rischi che, nel 2026, non è più episodico.

Il secondo numero: sopra $5.000 è cambiato il tipo di domanda

Quando un asset supera soglie psicologiche “tonde”, il punto non è la cifra in sé: è il comportamento degli investitori. L’oro sopra $5.000 attira inevitabilmente prese di profitto e volatilità, ma allo stesso tempo richiama capitali istituzionali che, per mandato, entrano solo quando un trend diventa strutturale.

Qui entra un dato che pesa più delle opinioni: nel 2025 la domanda complessiva di oro (incluso OTC) ha superato 5.000 tonnellate per la prima volta, con un valore complessivo stimato di circa 555 miliardi di dollari (+45% anno su anno). È la fotografia di un mercato che non vive solo di trading, ma di una domanda ampia e multilivello.

Il terzo numero: 863 tonnellate. La banca centrale come “compratore di ultima istanza”

Un altro pilastro del ragionamento (e del prezzo) è la domanda ufficiale. Nel 2025 le banche centrali hanno acquistato 863 tonnellate di oro: un livello inferiore al 2024, ma ancora nettamente sopra gli standard storici di lungo periodo. Il messaggio è semplice: la domanda “sovrana” non sta scomparendo, sta normalizzando su livelli comunque elevati.

Ed è proprio questa domanda, meno sensibile alle oscillazioni settimanali, che tende a fare da pavimento nelle fasi di correzione.

Il quarto numero: il gold–silver ratio e la lettura “difensiva” del rally

BNP mette sul tavolo anche un indicatore da addetti ai lavori, ma utile per capire il mood del mercato: il rapporto oro/argento. Se il gold–silver ratio tende a salire, spesso significa che gli investitori privilegiano la componente più “monetaria” e difensiva (oro) rispetto a quella più ibrida e industriale (argento). In queste settimane il gold–silver ratio risulta in recupero e si muove in un’area che gli osservatori collocano sotto le medie recenti “negli 80” citate dagli strategist, dopo rimbalzi e riposizionamenti legati alla forte volatilità dei metalli preziosi.

Non è una legge fisica, ma un termometro: quando i rischi aumentano, il mercato spesso “paga” di più il bene rifugio più puro.

Perché “ha senso” non significa “è inevitabile”

Il punto più importante, in un long read serio, è distinguere la narrativa dalla certezza. L’oro a $6.000 è una previsione, quindi incorpora anche la possibilità di non avverarsi. I fattori che potrebbero frenarla sono noti: un dollaro più forte, rendimenti reali in risalita, un raffreddamento improvviso dei rischi geopolitici o un ritorno di fiducia sulla traiettoria fiscale/monetaria USA.

Ma il 2026 sta mostrando un tratto nuovo: la volatilità non sta distruggendo il trend, lo sta “testando”. E finché il mercato continua a difendere livelli sopra $5.000, le proiezioni aggressive smettono di essere fantascienza e diventano scenari da stress testare, non da idolatrare.

L’oro come indicatore politico prima che finanziario

Se l’oro davvero arrivasse a $6.000, non sarebbe soltanto un successo per chi ha scommesso sul metallo. Sarebbe un segnale: che una parte crescente del sistema globale sta prezzando instabilità come nuovo regime, non come eccezione.

E questa è la chiave più scomoda: l’oro non “sale” solo perché qualcuno compra. Sale quando il mondo smette di credere che il rischio sia temporaneo. In quel caso, più che un asset, diventa un indicatore: non della paura, ma della fiducia che si sposta altrove.

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