Il Piracy Shield: quando le lobby scrivono le regole e lo Stato paga il conto

| 26/01/2026
Il Piracy Shield: quando le lobby scrivono le regole e lo Stato paga il conto

Come un software “regalato” dalla Lega Serie A ha trasformato l’AGCOM in braccio operativo di interessi privati, sollevando interrogativi sulla governance digitale italiana

In Italia, bloccare un sito internet non richiede l’ordine di un giudice. Basta la segnalazione di un dipendente di Sky o DAZN, e in 30 minuti il sito sparisce dalla rete. Un sistema unico in Europa, nato da un “regalo” della Lega Serie A allo Stato. Ma a quale prezzo?

Nell’interessante articolo di Luigi Gambardella sul Piracy Shield pubblicato su Italianelfuturo si fa notare come le norme emanate dall’AGCOM le consentano di intervenire senza un controllo giudiziario preventivo, in conflitto con l’ordinamento giuridico europeo. Infatti obbligano operatori globali ad agire “come braccio operativo del potere esecutivo sulla base di ordini amministrativi accelerati, la cui legittimità può essere valutata solo ex post, quando i loro effetti si sono già prodotti”.

In altri paesi europei ci sono leggi antipirateria, ma le ordinanze di blocco vengono emesse dai giudici, non da aziende private tramite una piattaforma di cui i soldi pubblici pagano manutenzione e aggiornamento.

Ma, oltre a questi aspetti legati al diritto e alle relative interpretazioni, è interessante considerare una serie di fatti che completano lo scenario: come è nata questa singolare situazione italiana, quali sono le reali motivazioni, come potranno evolversi gli eventi collegati a questo contesto.

La genesi controversa: il “dono” della Lega Serie A

Cominciamo dalla storia del Piracy Shield e del software che è alla base del suo funzionamento. L’AGCOM, come ente pubblico, normalmente acquisisce strumenti tecnologici tramite gara pubblica. In questo caso, il percorso è stato diverso: il software è stato acquistato dalla Lega Serie A e donato all’AGCOM attraverso quello che è stato definito un “dono modale”.

Dal punto di vista strettamente legale, la Pubblica Amministrazione può accettare donazioni. Tuttavia saltare la gara pubblica attraverso la formula della donazione solleva interrogativi sulla trasparenza e sul conflitto di interessi quando chi dona è anche il principale beneficiario della regolamentazione.

I costi nascosti del “regalo”

Quel software gratuito si è rapidamente trasformato in una voce di spesa pubblica. Per gestire questa infrastruttura, che serve solo a favorire i ricavi della Lega Serie A valutabili a 900 milioni anno, lo Stato deve accollarsi i costi del Cloud su Azure, potenziare il personale dell’AGCOM e finanziare l’evoluzione della piattaforma Piracy Shield.

A questi costi si aggiungono quelli potenziali ben maggiori legati ai contenziosi: quando vengono bloccati per errore servizi legittimi, come è documentato che sia accaduto, lo Stato deve gestire le conseguenze legali di interventi attivati senza validazione giudiziaria preventiva, ma su segnalazione di organizzazioni private.

Per comprendere la peculiarità italiana, è istruttivo confrontare le procedure operative:

1 – Modello europeo de-jure (giudiziario)

Il modello basato sullo Stato di Diritto prevede che ogni limitazione della libertà (anche digitale) debba passare da un terzo imparziale, il giudice:

  • Segnalazione: Il titolare del diritto (es. Sky) scopre un sito pirata
  • Analisi: Le forze dell’ordine (Polizia Postale) verificano l’illecito
  • Provvedimento: Un giudice esamina le prove ed emette un’ordinanza di sequestro o oscuramento
  • Esecuzione: L’ordine viene notificato manualmente ai vari provider (ISP)
  • Tempo stimato: Da 3 a 15 giorni

2 – Modello italiano de-facto (Piracy Shield)

Il sistema è stato progettato per eliminare i tempi della burocrazia tradizionale:

  • Segnalazione: Un dipendente di una società privata autorizzata (es. DAZN, Sky) individua un IP durante la trasmissione
  • Input: Inserisce l’IP direttamente nella piattaforma
  • Automazione: La piattaforma genera istantaneamente un ordine digitale
  • Esecuzione: Tutti gli operatori (TIM, Vodafone, Cloudflare, ecc.) ricevono l’ordine via API e i loro sistemi bloccano l’IP
  • Tempo reale: Massimo 30 minuti

La velocità ha un costo: l’assenza di un filtro giudiziario preventivo. Il controllo è affidato a un algoritmo alimentato da segnalazioni di soggetti che hanno interesse commerciale diretto nel blocco. E la gerarchia dei tempi imposti rivela una distorsione nelle priorità normative che solleva interrogativi inquietanti: l’Unione Europea prevede 1 ora per la rimozione di contenuti terroristici (con ordine da autorità pubblica), 24 ore per l’hate speech, circa 28 ore per la diffamazione secondo i dati delle piattaforme. Piracy Shield impone 30 minuti per violazioni di copyright segnalate da privati!

Questo significa che l’Italia ha deciso che guardare una partita senza pagare merita una risposta più rapida del terrorismo, dell’incitazione all’odio razziale e della diffamazione.

Nessun ente pubblico tecnicamente competente, agendo autonomamente, fisserebbe simili priorità. Il fondato sospetto è che il “regalo” includa non solo il software, ma anche normative scritte da chi ha interesse commerciale diretto: un caso da manuale di regulatory capture che meriterebbe un’indagine parlamentare.

Le criticità tecniche e i blocchi collaterali

Il sistema è automatizzato, i segnalatori autorizzati non sono ritenuti responsabili degli errori, prevale solo la logica dell’urgenza. Risultato: nell’ottobre 2024, il sistema ha bloccato Google Drive! Non un sito pirata: Google Drive, il servizio di archiviazione cloud usato da milioni di italiani, aziende e pubbliche amministrazioni. Un errore di inserimento, hanno spiegato. Ma l’errore aveva già prodotto i suoi effetti bloccando per ore migliaia di utenti di un legittimo servizio commerciale.

I sostenitori del sistema attribuiscono questi episodi a “errori umani di inserimento” da parte dei segnalatori, sostenendo che il software sia migliorabile con whitelist più robuste. I critici replicano che il problema è strutturale: il Piracy Shield tratta gli indirizzi IP come identificativi univoci, mentre nell’architettura moderna di internet un singolo IP può servire migliaia di siti simultaneamente attraverso CDN (Content Delivery Network) come Cloudflare.

Ordinare il blocco di un IP condiviso significa potenzialmente oscurare centinaia di servizi legittimi insieme al contenuto pirata. L’immagine dell’AGCOM, e per estensione dell’Italia, ne risulta compromessa quando interventi tecnicamente imprecisi colpiscono enti pubblici o privati di primaria importanza.

Uno dei casi più emblematici riguarda Cloudflare, gigante americano che gestisce circa il 20% del traffico internet mondiale. L’AGCOM ha avviato procedimenti sanzionatori che potrebbero arrivare a cifre nell’ordine di 14 milioni di euro (calcolate in percentuale sul fatturato), contestando la mancata esecuzione tempestiva di ordini di blocco.

Cloudflare replica che bloccare contenuti sul suo DNS pubblico globale (1.1.1.1) entro 30 minuti senza possibilità di verifica tecnica è incompatibile con l’architettura della rete. L’azienda fornisce gratuitamente servizi di protezione a migliaia di siti italiani, incluse istituzioni pubbliche, e ha promesso supporto pro-bono per la sicurezza informatica delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Il confronto solleva anche una questione di principio: i fornitori di infrastruttura devono essere considerati responsabili dei contenuti che transitano sulla loro rete? La posizione di Cloudflare è che accettare questo principio in Italia creerebbe un pericoloso precedente applicabile in ogni altro Paese. Cloudflare fornisce l’infrastruttura, non è responsabile dei contenuti. Di fatto è come se lo Stato multasse le Poste perché qualcuno spedisce lettere con contenuti illegali.

Il paradosso finale: mentre lo Stato spende milioni e multa giganti tecnologici, basta una ricerca Google di 30 secondi per trovare guide che spiegano come aggirare il blocco. Cambiare DNS, attivare una VPN: operazioni alla portata di chiunque. Il sistema blocca solo chi non sa dove cercare soluzioni alternative, ma è ovvio che queste informazioni si diffonderanno rapidamente col passaparola.

La Lega Serie A replica con statistiche che indicano un calo degli accessi ai principali siti pirata. La logica del legislatore, sostengono i difensori del sistema, non è fermare il 100% della pirateria (obiettivo riconosciuto impossibile), ma alzare la barriera d’ingresso per la massa di utenti “pigri”, che costituiscono la maggioranza del mercato.

Rimane aperta la questione se questo approccio giustifichi i costi economici, tecnici e reputazionali del sistema.

Lo sguardo europeo: un confronto aperto

L’Unione Europea sta esaminando il modello italiano con attenzione. La Commissione ha avviato una procedura EU Pilot, chiedendo chiarimenti all’Italia su possibili incompatibilità con:

Il Regolamento sulla Neutralità della Rete (2015/2120), che richiede che il traffico Internet sia trattato equamente, senza discriminazioni arbitrarie.

Il Digital Services Act, che stabilisce limiti precisi alla responsabilità degli intermediari tecnologici per i contenuti transitanti sulle loro piattaforme.

L’AGCOM sostiene che il Piracy Shield non violi queste norme perché si limita a ordini dinamici su contenuti specifici, senza imporre un filtraggio generalizzato, tuttavia molti giuristi contestano questa interpretazione, perché un sistema di blocco automatico basato su segnalazioni di privati senza controllo giudiziario preventivo rappresenta una forma di censura preventiva incompatibile con i principi europei.

Al momento non c’è una sentenza definitiva di infrazione, ma il confronto è aperto e l’esito incerto. Ad esempio in Francia, la corte costituzionale ha stabilito che bloccare l’accesso a internet senza un giudice è incostituzionale. In Germania, ogni blocco deve essere proporzionato e non causare danni collaterali. Il modello italiano si distingue nettamente da queste impostazioni.

Al di là degli aspetti legali, emergono preoccupazioni di natura economica e reputazionale: le grandi aziende tecnologiche potrebbero considerare l’Italia un mercato “ad alto rischio normativo”, gli investimenti in infrastrutture digitali potrebbero subire rallentamenti, eventuali sanzioni europee potrebbero superare di gran lunga le entrate previste dal sistema.

Se il sistema venisse dichiarato incompatibile con le norme UE, gli investimenti pubblici risulterebbero vanificati, con un danno economico e di immagine difficile da quantificare. Come l’Europa ha imparato dai danni provocati dalla “follia verde” ogni norma va vista in funzione delle implicazioni a lungo termine, cioè la strategia non deve essere sacrificata ai principi filosofici.

Riflessioni conclusive: governance e equilibri delicati

Il caso Piracy Shield solleva interrogativi che vanno oltre la lotta alla pirateria digitale. Emerge un modello in cui:

  • Soggetti privati con interessi economici diretti forniscono strumenti di controllo allo Stato
  • L’urgenza viene usata per bypassare le garanzie giudiziarie tradizionali
  • I costi pubblici di un “regalo” si rivelano significativi
  • L’efficacia tecnica del sistema rimane contestata
  • I rapporti con l’ordinamento europeo sono incerti

Quindi un sistema che sposta gli equilibri tradizionali tra pubblico e privato, tra urgenza e garanzie, tra sovranità nazionale e normativa europea.

L’AGCOM, che dovrebbe essere il garante pubblico neutrale delle comunicazioni, si trova a gestire uno strumento che delega a soggetti privati autorizzati ampi poteri di segnalazione, con conseguenze immediate sulla rete.

La struttura “ibrida” del sistema è ciò che solleva le maggiori perplessità in ambito sia tecnico sia giuridico. Una struttura che ricorda un altro caso italiano: la SIAE, ente privato con poteri pubblici che da decenni opera in una zona grigia tra tutela degli autori e protezione di lobby nazionali e internazionali. Il Piracy Shield sembra replicare questo modello: interessi privati che usano strumenti pubblici.

Mentre i dati sull’efficacia del Piracy Shield rimangono contesi tra sostenitori e critici, una certezza emerge: l’Europa osserva con molta preoccupazione il modello italiano per gli effetti che può avere sulla neutralità e libertà della rete.

La questione di fondo rimane aperta: come bilanciare la protezione del diritto d’autore con le garanzie costituzionali, l’efficacia tecnica con i costi sistemici, l’urgenza commerciale con i tempi della giustizia?

Il Piracy Shield è un tentativo di risposta. Ma una soluzione che costa più del problema, colpisce solo gli utenti ingenui e avvantaggia solo chi l’ha progettata non è una soluzione: è un trasferimento di costi dal privato al pubblico.

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