A Bruxelles purtroppo regnano spesso grandi ideali avulsi dalla realtà, gestiti da una burocrazia basata su logiche incompatibili con le moderne tecnologie. Questi sono i miei ricordi di quando 40 anni fa alla Comunità Europea gestivo i programmi ESPRIT e questa è la realtà che vedo tuttora nelle decisioni comunitarie.
Forse pochi ricordano la storia del programma ESPRIT, uno dei più spettacolari fallimenti strategici: l’Europa che finanzia la propria ricerca perché altri ne incassino i profitti.
Mentre nei garage californiani nascevano le aziende che avrebbero dominato il pianeta digitale, Bruxelles versava fiumi di denaro nelle casse di dodici giganti industriali del settore. Oggi i dodici grandi sono spariti e l’Europa è diventata una “colonia digitale” che compra innovazione dagli Stati Uniti e hardware dall’Asia.
Il Club dei privilegiati e la foglia di fico delle PMI
Le radici di questo disastro affondano negli anni ’80, quando i grandi programmi di ricerca europea si trasformarono in una gigantesca operazione di assistenzialismo mascherato da innovazione.
Il peccato originale fu il “culto della grandezza”. Sotto la spinta della Francia, con la sua tradizione dirigista che considerava le piccole imprese incapaci di pianificazione, e con l’avallo di Germania e Regno Unito, i fondi vennero canalizzati quasi esclusivamente verso dodici grandi aziende elettroniche europee. Alle PMI restava solo una quota simbolica, una “foglia di fico” per dare al programma un’apparenza di equità.
Il sistema era disegnato per proteggere i campioni nazionali, ma generare innovazione era una pura illusione. E i risultati lo confermano: invece di diventare leader globali, quelle dodici aziende usarono i finanziamenti europei come una sorta di “cassa integrazione” per ricercatori, finendo per comprare le tecnologie chiave all’estero.
Il bollettino del disastro è impietoso:
- Olivetti: scomparsa come produttore, marchio assorbito da TIM
- Bull: decenni di crisi e aiuti di stato, poi l’assorbimento da Atos
- Nixdorf: fallita e divorata da Siemens nel 1990
- Siemens: uscita dall’informatica, oggi solo energia e industria pesante
- Philips: abbandonato l’elettronica, ripiegata sul medicale
- ICL: finita in mano alla giapponese Fujitsu
- Thomson: smembrata, sopravvive nei servizi media come Technicolor
- AEG Telefunken: fallita e spartita tra vari acquirenti
- Plessey: tecnologie finite ai concorrenti stranieri
- GEC: crollata nel 2000, resti venduti a Ericsson
- STET: smantellata in privatizzazioni e fusioni
- CGE: assorbita dalla finlandese Nokia dopo fusioni fallimentari
Nessuna delle dodici è rimasta come attore rilevante nel mercato informatico globale. Un deserto industriale che ha assorbito l’equivalente di molti miliardi di euro.
La burocrazia ottocentesca che strangola l’innovazione
Il finanziamento ai dodici giganti fu il maggiore errore di ESPRIT, mentre altri errori sulla gestione dei progetti accumunano un po’ tutti i programmi di finanziamenti tecnologici.
I revisori, spesso accademici abituati alle logiche delle pubblicazioni scientifiche, richiedono montagne di documentazione inutile e referenze a pubblicazioni per lo più obsolete. Una mentalità che ignora completamente la natura pragmatica moderna dell’ingegneria e del software.
I manager che gestiscono i programmi spesso non hanno esperienze dirette di sviluppo delle tecnologie che finanziano e delegano tutto ai consulenti, creando una frattura tra chi vede le potenzialità applicative e chi gestisce il budget.
Le conseguenze di ESPRIT e degli altri programmi analoghi sono state devastanti. Progetti fattibili in sei mesi forzatamente estesi a due anni per allinearsi ai cicli burocratici, mentre l’onere di produrre carta inutile, tipica della mentalità accademica, aumentavano i costi reali del 30-40%
Quindi in un mercato che si muove a velocità tripla, progetti basati su queste logiche nascono già morti.
L’errore fatale: ricerca senza mercato
La separazione tra ricerca e applicazione fu l’errore strategico più grave di quei programmi. Mentre negli Stati Uniti la DARPA finanziava prodotti avanzati e funzionanti con specifiche chiare, a Bruxelles si privilegiava la “ricerca pre-competitiva” senza alcun collegamento diretto con le applicazioni e lo sfruttamento economico.
Non venne mai destinata una quota significativa dei finanziamenti alla promozione e al marketing delle tecnologie europee nei mercati chiave. Così invenzioni nate nei laboratori europei venivano, e vengono tuttora, industrializzate e monetizzate altrove.
Penso al World Wide Web, nato al CERN, o ai primi algoritmi neurali, prodromi dell’AI, che avevo inserito nei programmi ESPRIT degli anni ’80. L’Europa ha pagato la ricerca, gli Stati Uniti hanno incassato i profitti delle applicazioni. Oggi l’Europa insegue i modelli di linguaggio americani basati su quelle stesse matrici i cui pesi venivano già studiati quarant’anni fa nei progetti che Bruxelles finanziava.
È sempre mancata una strategia basata sulla visione applicativa. Avere responsabili ad alto livello focalizzati sulla gestione di procedure e incapaci di operare come strateghi e leader tecnologici ha svuotato tutti i programmi di ricerca della loro anima economica.
Se solo una frazione di quel budget fosse stata spesa diversamente, oggi il panorama sarebbe radicalmente diverso:
Dominio nell’automazione: l’Europa non avrebbe solo ottime fabbriche, ma possiederebbe gli standard software e i sistemi operativi che controllano l’automazione globale.
Sovranità nel software di base: invece di acquistare licenze da oltreoceano, le aziende europee potrebbero basarsi su stack tecnologici nativi, con maggiore protezione dei dati e autonomia industriale.
Ecosistema di medie imprese forti: invece di poche grandi aziende condizionate e indebolite dal protezionismo nazionale, l’Europa avrebbe migliaia di aziende tecnologiche medie capaci di dominare nicchie globali, rendendo la sua economia meno vulnerabile alle crisi finanziarie.
Così oggi l’Europa ha eccellenti medie aziende meccaniche, ma mancano medie imprese di software o microelettronica nate da quella spinta iniziale. Mentre il venture capital americano alimentava aziende nate in garage che avrebbero distrutto il vecchio mercato, in Europa si cercava di modernizzare giganti ingabbiati in pesanti strutture.
L’eredità amara e gli errori che si ripetono
I fallimenti dei progetti R&D europei rappresentano dei case study significativi per comprendere il paradosso tecnologico europeo: come un continente che ha gettato le basi della ricerca moderna abbia finito per perdere la sovranità sui mercati digitali globali. Non per mancanza di visione scientifica, ma per incapacità di trasformare la ricerca in potere di mercato.
In questo contesto le PMI che fanno da sole sono le realtà che resistono meglio: evitano la droga dei finanziamenti che paradossalmente indeboliscono le aziende, perché spostano le risorse migliori verso la burocrazia invece che verso il mercato.
E veniamo alle realtà di oggi. Vediamo che l’Europa ripete gli stessi errori: continua a inseguire grandi ideali fuori dalla realtà, gestiti in modo burocratico, ma privi di visione strategica. Si preferisce promuovere concetti filosofici anziché l’utile produttivo. L’esempio più evidente è come la follia ecologica senza una visione strategica abbia portato alla distruzione programmata del settore automobilistico.
Possiamo citare anche altre decisioni molto discutibili: errori meno conosciuti dal grande pubblico, ma comunque dannosi per l’Europa.
Forse non tutti ricordano che il culto della privacy ci ha regalato la stupidità dei cookies: che dobbiamo sempre confermare, altrimenti non potremmo più navigare sul web. Tutti i giorni circa 400 milioni di cittadini europei per ogni sito che vogliono visitare perdono inutilmente 1-2 secondi nel dare il consenso. Così la produttività europea perde molti miliardi di secondi al giorno per una norma nata senza logica.
Molto più gravi le norme sull’AI: mettendo le manette e il bavaglio a questa tecnologia ancora in fasce senza nemmeno sapere come potrà evolversi fra qualche anno, abbiamo bloccato lo sviluppo europeo, mentre tutti gli altri corrono. E i cervelli migliori devono andarsene dall’Europa se vogliono lavorare seriamente negli sviluppi futuri di questo settore.
