La Fondazione RESTART e i 116 milioni del PNRR: ora è tempo di trasparenza e responsabilità

| 19/01/2026
La Fondazione RESTART e i 116 milioni del PNRR: ora è tempo di trasparenza e responsabilità

Non serve dichiararsi ligi al rispetto delle attività formali, che diamo per scontate, occorre avere la responsabilità di dire cosa realmente ha portato di nuovo un investimento pubblico di ricerca sulle telecomunicazioni di tale portata, quale salto di qualità ha consentito al settore, a parte il percorso di crescita personale o professionale di questo o quel professore.

Serve un atto semplice e doveroso: dire se quei 116 milioni di euro del Progetto RESTART diretto da Nicola Blefari Melazzi, con numeri, risultati e impatti industriali misurabili, siano stati utili agli interessi di alcune sacche del mondo universitario o se siano effettivamente serviti al Paese e alle sue esigenze industriali e di innovazione.

Nel dibattito pubblico italiano sul digitale, sull’innovazione e sulla sovranità tecnologica, ricorre spesso una parola e questa parola è: “Responsabilità”.

Responsabilità nell’uso delle risorse, nella scelta delle priorità, nella capacità di trasformare i fondi pubblici in risultati concreti, al di là della correttezza formale degli adempimenti di rendicontazione.

Cosa è il Progetto RESTART?

È proprio alla luce di questo principio che il progetto RESTART, condotto dalla omonima Fondazione presieduta dal prof. Nicola Blefari Melazzi merita oggi una domanda semplice, ma inevitabile: “Come sono stati spesi i 116 milioni di euro provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”?
È a tutti chiaro che 116 milioni di euro non siano una cifra marginale.
Sono risorse straordinarie, soldi europei presi a prestito e in buona parte da restituire, pensati per rilanciare il Paese dopo una crisi epocale.
Ora il progetto RESTART è concluso. Lecito, anzi utile, chiedersi cosa abbia portato, ovvero quali risultati siano scaturiti da quei 116 milioni di euro e che tipo di applicazioni avranno sui mercati nazionali o internazionali di telecomunicazioni.

Dalla rendicontazione formale al progetto di crescita?

Non parliamo in alcun modo, sia chiaro, di destinazioni distorte delle risorse, ci mancherebbe, anzi immaginiamo che tutto sia stato fatto nel più assoluto rispetto delle formali regole contabili.

Tuttavia avrebbero queste risorse potuto tradursi in infrastrutture migliori, competenze rafforzate, tecnologie operative, benefici misurabili per cittadini e imprese, trasferimenti alle aziende, rafforzamento del rapporto (non solo formale o strumentale) di queste con il mondo della ricerca, come accade nei paesi dove l’innovazione tecnologica corre?

Purtroppo a distanza di tre anni dal lancio del progetto, avvenuto nel gennaio 2023, il quadro che emerge dà risultati deludenti dal punto di vista delle prospettive di mercato, al punto che appare lecito farsi qualche domanda.

Come nasce la Fondazione RESTART?

Partiamo dal nome stesso della Fondazione, RESTART, che indica la volontà programmatica di assicurare una nuova partenza, ma verso quale punto di approdo e a favore di chi?

Il problema non è l’esistenza del progetto RESTART in sé, né la legittimità di finanziare ricerca, studi, coordinamento o iniziative accademiche, ci mancherebbe. Ma alcune regole di trasparenza andrebbero assecondate.

Il progetto RESTART è stato condotto per tre anni dalla omonima Fondazione, ma questo progetto è stato formalmente assegnato dal MUR alla Università di Tor Vergata.

Non è chiaro come entri in ballo la Fondazione RESTART, come e perché venga costituita, chi siano i suoi promotori, quali le regole di governance nella gestione di quel finanziamento.

Abbiamo anche cercato ovunque nel sito della Fondazione RESTART e nel sito dell’Università di Tor Vergata, ma non abbiamo trovato traccia di Atto Costitutivo e di Statuto della Fondazione RESTART. Ignoriamo pertanto il meccanismo di trasferimento di titolarità del progetto o le regole di assegnazione esecutiva intercorsi tra Università di Tor Vergata e Fondazione RESTART. Saremo grati a chi ci indicherà un angolo di web dove trovarli.

E ora entriamo nel merito.

Un finanziamento ricco, ma con quali risultati?

Abbiamo dato una occhiata alle evidenze pubbliche, quanto sintetiche, di rendicontazione delle attività e ne viene fuori un quadro che sarà certamente in linea con le prescrizioni originarie del progetto, ma che a nostro parere porta e porterà ben poco al mercato a cui dice di voler contribuire. Risulta pertanto più che lecito farsi qualche domanda.

Quanti progetti concreti sono stati realizzati?
Quali infrastrutture digitali sono oggi operative grazie a quei fondi e quali benefici tangibili sono arrivati al sistema produttivo italiano, alle PMI, ai territori? Quali prototipi sono venuti fuori?

Domande legittime che, ad oggi, non sembrano trovare risposte altrettanto chiare. Almeno non ne vediamo a portata di mano, né ci viene in aiuto quanto pubblicato sul sito della Fondazione RESTART.

Il rischio qui è evidente. E consiste nell’assistere ancora una volta alla trasformazione di una straordinaria opportunità industriale in una sequenza di convegni, documenti, advisory board e report autoreferenziali. Attività forse utili per chi le produce, ma irrilevanti per il Paese, se non si traducono in execution, impatto e scalabilità industriale.

Da ricordare come i 14 Partenariati Estesi assegnati dal MUR (RESTART è il 14.mo) sono destinati a università, centri di ricerca e aziende, il che presuppone un occhio attento anche alle ricadute dirette sul sistema industriale.

Un rendiconto delle attività che appare fumoso e poco orientato agli interessi dell’industria di settore

Abbiamo letto con attenzione i KPI di RESTART e siamo rimasti per la verità sconcertati.

Si tratta, tra le altre cose, di un lungo e interminabile elenco di paper, carte su carte, analisi su analisi, scenari compilativi di cui internet è pieno, assieme a partecipazioni a tante Conferenze, uscite stampa, video, partecipazioni a Fiere, workshop in tutte o quasi le università partner, addirittura una lista di Partner interessati a RESTART (?) e, udite udite, fino l’indicazione dei follower racimolati su Linkedin.

Censurabile infine l’organizzazione dell’evento di chiusura che si celebrerà proprio stamane e per ben tre giorni, per presentare i risultati del progetto RESTART, un progetto finanziato con soldi pubblici, che è stato assegnato ad una università pubblica, che ha fondi di una certa rilevanza destinati alla disseminazione dei risultati, che però fa pagare l’ingresso alla conferenza di chiusura e di presentazione dei risultati con un biglietto d’ingresso peraltro costoso.
Un modo antipatico per filtrare la platea?

Meglio ricordare le ragioni del PNRR e perché ci siamo indebitati sino al collo

Ma torniamo al cuore del problema.

Il PNRR nel suo complesso, va ricordato, non è stato pensato per finanziare ecosistemi chiusi o circuiti autoreferenziali, ma per cambiare strutturalmente l’Italia.

Ed è per questo che ci siamo indebitati sino al collo.

In un momento in cui alle imprese si chiede efficienza, risultati, accountability, non è francamente accettabile che progetti finanziati con fondi pubblici non siano sottoposti allo stesso livello di analitico scrutinio, e precisiamo non sotto il profilo della rendicontazione formale (su cui non abbiamo alcun dubbio…), ma della sostanza dei risultati capaci di accrescere la portata industriale del Paese e da sottoporre alla collettività e alla comunità di osservatori ed esperti.

Occorre più trasparenza

La trasparenza non è e non può essere un fastidio burocratico.

È il presupposto della credibilità.

Senza dati, senza KPI plausibili e non formali, senza obiettivi verificabili in chiave industriale, ogni narrazione sull’innovazione rischia di diventare retorica.

Infine, c’è una questione di principio politico e istituzionale.

In generale, ogni euro del PNRR speso male o in modo opaco è un euro sottratto a investimenti reali: reti, piattaforme, competenze, industria.

È un autogol per l’Italia, soprattutto mentre altri Paesi europei usano le stesse risorse per rafforzare il proprio posizionamento tecnologico e industriale.

Non serve dichiararsi ligi al rispetto degli adempimenti formali previsti da un progetto pubblico, rispetto che diamo per scontato. Occorre avere la responsabilità di dire cosa realmente ha portato di nuovo un investimento pubblico di ricerca sulle telecomunicazioni di tale portata e quale salto industriale di qualità ha consentito al settore, a parte il percorso di crescita personale o professionale di questo o quel professore.

Serve un atto semplice e doveroso: dire se quei 116 milioni di euro del Progetto RESTART diretto dal prof. Nicola Blefari Melazzi, con numeri, risultati e impatti industriali misurabili siano stati utili agli interessi di alcune sacche del mondo universitario o se siano effettivamente serviti al Paese e alle sue esigenze industriali e di innovazione.

Tutto il resto è rumore. Il tempo dei convegni è finito. Ora è tempo di fatti.

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