300 pagine per non decidere: l’addio silenzioso dell’Europa al mercato unico delle telecomunicazioni

| 18/01/2026
300 pagine per non decidere: l’addio silenzioso dell’Europa al mercato unico delle telecomunicazioni

C’è una verità scomoda che va detta senza giri di parole: l’ambizione di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni è fallita. Non rallentata. Non ricalibrata. Non rinviata. Fallita.

Tutto ciò che segue — Digital Networks Act compreso — rischia di diventare cosmetica istituzionale. I quadri vengono riorganizzati, i concetti raffinati, le procedure riscritte, ma la decisione che avrebbe davvero trasformato l’Europa in un unico continente anche nelle reti viene deliberatamente evitata.

Un mercato unico delle telecomunicazioni non nasce da un titolo altisonante o da una conferenza stampa. Nasce quando il potere viene realmente spostato dalle capitali nazionali al livello europeo: politica dello spettro, condizioni operative uniformi, autorizzazioni davvero transfrontaliere, un enforcement applicato allo stesso modo ovunque — non semplicemente “armonizzato” sulla carta. È qui che il progetto si è incagliato. E non per colpa della tecnologia. Per colpa della politica.

Per molti Stati membri, lo spettro non è solo infrastruttura. È gettito. È leva industriale domestica. È controllo. E quando un dossier tocca soldi e sovranità, l’Europa continua a comportarsi come una somma di capitali, non come un’unione capace di decidere come un blocco. Il mercato unico è stato la vittima di questa scelta.

In questo contesto, il Digital Networks Act arriva avvolto in una promessa ripetuta per mesi: semplificazione, meno burocrazia, regolazione più leggera, un quadro più favorevole agli investimenti. Un nuovo inizio. Eppure, la realtà che sta prendendo forma va nella direzione opposta. Quello che emerge non è deregulation, ma stratificazione. Non chiarezza, ma complessità. Nuove definizioni che si sovrappongono alle vecchie. Procedure aggiuntive, eccezioni, clausole di flessibilità, rimandi incrociati, linee guida, organismi di coordinamento — e, inevitabilmente, 27 implementazioni nazionali che trasformano la “semplificazione” in un labirinto regolatorio.

Quando l’Europa rifiuta di decidere sul potere, legifera sul dettaglio.

È un riflesso tipicamente europeo: quando manca il coraggio politico, la densità normativa riempie il vuoto. Ma nessun mercato unico è mai stato costruito con un regolamento di 300 pagine. La lunghezza è raramente segno di forza strategica; più spesso è il sintomo di un sistema che ha cercato di tenere insieme tutti senza scegliere. E i testi che non scelgono producono quasi sempre due effetti molto concreti: incertezza per chi investe e ampio spazio per chi vuole rinviare.

Il risultato è che l’Europa rischia di presentare come “Europa delle reti” ciò che, nella pratica, è una frammentazione gestita con ordine. Si promettono investimenti continentali senza creare le condizioni continentali per realizzarli. Agli operatori si chiede di accelerare su fibra e 5G, di rafforzare resilienza e sicurezza, di sostenere la transizione tecnologica — ma li si lascia intrappolati in un ecosistema dove la scala è strutturalmente più difficile da raggiungere che altrove. Il confronto è brutale ma inevitabile: un mercato e un regolatore negli Stati Uniti; uno Stato, una direzione strategica in Cina; ventisette sistemi regolatori e politici in Europa.

Lo switch-off del rame incarna perfettamente questa contraddizione. Viene spesso raccontato come una transizione naturale: si spegne il vecchio e si passa al nuovo. In realtà non è un interruttore, ma un conflitto politico — tra tempi tecnici e consenso elettorale, tra centri urbani e periferie, tra costi immediati e benefici di lungo periodo, tra cantieri e permessi, tra promesse e coperture reali. Progettato come una transizione costellata di deroghe nazionali e “flessibilità”, diventa un invito aperto al rinvio. Con questo approccio, non si arriverà allo switch-off neppure nel 2035 — non perché sia tecnicamente impossibile, ma perché diventa politicamente troppo facile continuare a spostare l’asticella in avanti, fino a trasformarla in una data simbolica più che in un impegno operativo.

Il vero punto, allora, non è stabilire se il Digital Networks Act sia ambizioso nei toni o moderno nel linguaggio. Il punto è più brutale: sta nascendo dentro una cornice che ha già accettato la sconfitta sul mercato unico. Quando quell’architrave crolla, tutto il resto diventa manutenzione regolatoria, non politica industriale. In quel contesto, persino la promessa di “meno regole” rischia di trasformarsi nella sua caricatura: più regole per gestire una realtà che i decisori non hanno il coraggio di cambiare.

Se l’Europa vuole davvero uscire dall’impasse, deve fare l’opposto di ciò che oggi sembra profilarsi. Servono poche scelte nette, leggibili, applicabili e vincolanti. Non un’enciclopedia di commi, ma un quadro essenziale che riduca davvero l’attrito e tolga spazio al rinvio.

Perché le reti non sono un settore come gli altri. Sono l’infrastruttura della sovranità tecnologica. E la sovranità, per definizione, non si costruisce con le mezze misure né con l’eccesso di carta. Si costruisce decidendo.

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