Cosimo Accoto e il pianeta latente

Maria Valeria GiannoneMaria Valeria Giannone
| 15/01/2026
Cosimo Accoto e il pianeta latente

Dal Dolmen neolitico del Salento ai laboratori del MIT, il filosofo dell’AI riflette su algoritmi, sovrumano e nuove forme di abitabilità del mondo.

Filosofo delle nuove ingegnerie, Research Affiliate (MIT Boston), Adjunct Professor (UNIMORE), AI Strategic Advisor (Pollicino Advisory), Corporate Board Member, Startup Ambassador e Instructor.

Sì. Ma la storia di Cosimo Accoto ha origine altrove: a Minervino di Lecce, paese del Basso Salento che ancora coltiva la lentezza delle piccole cose.

Inizia in un luogo di spiritualità, dove nel silenzio rarefatto di un campo archeologico il sole, al tramonto, tinge di arancio il Dolmen “Li Scusi”, monumento del periodo neolitico.

Nel solstizio d’estate, il grande lastrone di pietra che sovrasta il megalite lascia filtrare, da un foro sulla sommità, un raggio di luce che disegna a terra un cerchio perfetto: un allineamento astronomico, traccia di un’antica conoscenza astrale.

Dalle pietre sovrapposte del V–III millennio a.C., la storia di Cosimo Accoto prosegue idealmente fino all’imponente colonnato del MIT di Boston, dove, come ricercatore affiliato, studia il divenire del nuovo mondo.

Autore di un’originale e apprezzata trilogia filosofica sulla civiltà digitale: Il mondo dato (2017), Il mondo ex machina (2019), e Il mondo in sintesi (2022) tradotto in più lingue, di recente anche in cinese.

Ha appena pubblicato Il Pianeta Latente. Provocazioni della tecnica, innovazioni della cultura (2024, Egea).

È da quest’ultimo testo che prendono avvio le nostre riflessioni.

Per secoli l’intelligenza umana ha rivendicato il primato nell’osservazione e nella conoscenza del reale.
Cosa accade quando l’intelligenza artificiale entra in questo campo, non più solo come strumento, ma come agente capace di osservare, interpretare e agire sul mondo?

Succede che la conoscenza diventa sempre più il prodotto di un assemblaggio umano-macchinico ad autonomia variabile, con cognizione sintetica e con agentività distribuita. Parlare, osservare, agire sono state prerogative umane primariamente.
Si tratta ora di ridisegnare e orchestrare il ruolo dell’umano dentro questa progressiva decentralità secondo logiche e dinamiche nuove.
Dalla percezione alla decisione, stiamo sviluppando un nuovo modo di essere (abitato) del Pianeta Terra.
Questa esistenza, esperienza e intelligenza rappresenta una nuova terraformazione

Nel suo saggio lei parla, appunto, di una nuova terraformazione e di “pianeta latente”. Come si esprime questa latenza?

Latenza ha due significati. Il primo, più metaforico, ha il senso del non-ancora-manifesto. Presente, ma in potenza, si direbbe, perché non riusciamo bene a vedere questa novità planetaria in divenire. L’altro, più ingegneristico, richiama il concetto di spazio latente dei dati che è la tecnica che l’intelligenza artificiale impiega per esplorare e generare algoritmicamente contenuti, testi, immagini artificiali.
Il passaggio dall’AI discriminativa (riconosco un’immagine) all’attuale AI generativa (ricreo un’immagine) si deve proprio alla valorizzazione di questo spazio latente.

Lei descrive società sempre più “algoritmiche”. Società in cui i sistemi automatici non solo organizzano processi, ma incorporano valori e modalità decisionali, veri e propri dispositivi istituzionali, capaci di ridefinire – se non sostituire – il sociale e la politica tradizionali. Saremo o siamo già governati dagli algoritmi?

L’algoritmo è la procedura che da dati in input produce dati in output. Se ci pensiamo è la definizione di AI che ha dato EU ACT nelle sue regolazioni comunitarie.
E gli output sono, oltre ai contenuti artificiali che dicevo, anche previsioni e decisioni.
I flussi di notizie sui social network tanto quanto le raccomandazioni delle piattaforme di e-commerce sono frutto di sistemi automatici istituenti.
A fronte di questo potere, anche la politica e il diritto si cominciano a occupare di chi scrive e fa circolare algoritmi dentro la società e i mercati.
Sono forme nuove di governo dell’umano. Dopo i riti e le leggi, gli algoritmi.    

La formula Human in the loop richiama un umanesimo che insiste nel rimettere l’essere umano al centro del processo tecnologico. È una visione necessaria o rischia di essere una postura ingenua, rassicurante ma non più adeguata alla complessità tecnologica contemporanea?

Parlo non a caso di anestetica dell’etica. Una visione condivisa da molti, ma consolatoria di fondo. Nei nuovi (arrischiati) regimi algoritmici, l’umano e il loop non saranno più quelli di una volta. Pensiamo alle auto a guida autonoma e ai processi della mobilità driverless.
Lo statuto filosofico del guidatore verrà sostituito dal passeggero mentre cambieranno i regimi o se vogliamo i loop della responsabilità.
Oppure chi decide se una email è spam oppure no o se un accesso bancario è autentico e non fraudolento? La società digitale evoca e abilita condizioni più-che-umane a cui dovremo allenarci. 

Nel Pianeta latente, infatti, emerge la figura del more-than-human, del “sovrumano”. Senza richiamarlo esplicitamente, sembra affiorare Nietzsche: siamo di fronte alla nascita di un umano portatore di nuovi valori?

Sovrumano per me è l’incontro con la meraviglia e l’inesplorato. Un po’ il Leopardi di sovrumani silenzi e un po’ il Nietzsche dell’Übermensch. Dobbiamo traghettarci verso territori inesplorati ed estremi come dicevo.
In questo orizzonte, l’umano che abbiamo educato con bisturi e illustrazioni (pensiamo alle dissezioni anatomiche di Leonardo) si trova oggi ad armeggiare con sensori e simulazioni (i futuri gemelli digitali dei pazienti).
Approssimeremo i corpi in modi nuovi, ci conosceremo in modi nuovi, sconfineremo dal senso oggi comune. Interrogare il proprio destino è degli umani. 

Dal transumanesimo, inteso come potenziamento dell’umano, al postumanesimo, che ripensa l’umano come essere ibrido, relazionale e non assoluto. Dove si colloca il concetto di sovrumano in questo passaggio?

Nella storia siamo stati umani in modi sempre nuovi e, forse meglio; si diviene umani in nuovi significati ogni volta. Si richiama spesso il dono del fuoco di Prometeo agli umani, ma si dimentica che è Efesto a mostrare loro come il fuoco si può controllare per forgiare strumenti e artefatti. Una volta che l’umano è in grado di gestire il fuoco, questo produce una profonda evoluzione nella civilizzazione umana che è materiale e culturale al contempo. Nel caso del fuoco ha riguardato i nuovi ritmi della luce e del buio, i nuovi tempi della veglia e del sonno, i nuovi modi del cibarsi e del raccontarsi.

Negli anni Ottanta Donna Haraway proponeva una lettura critica del transumanesimo. Una visione fondata sulle relazioni intra-specie e su un ecosistema che include il non-umano. L’intelligenza artificiale può contribuire a generare un mondo realmente non antropocentrico, o rischia invece di rafforzare nuove forme di dominio?

Dipenderà dall’orientamento che sapremo dare a ciò che abbiamo chiamato intelligenza artificiale. Se di amplificazione e automazione di discriminazioni e ingiustizie o, piuttosto e auspicabilmente, di esplorazione dello spazio delle soluzioni e delle possibilità. Per includere e non per radiare. Oggi con l’intelligenza artificiale che rimuove vincoli antropocentrici, ci stiamo avvicinando ad esempio a interpretare il linguaggio delle balene. Spogliando l’ermeneutica dalle temporalità antropiche, cominciamo a leggere i suoni e i silenzi delle vocalizzazioni delle specie marine. 

 Nella fisica quantistica l’osservatore influenza il fenomeno osservato. In modo analogo, l’interazione con gli agenti di intelligenza artificiale può contribuire a generare un nuovo essere umano, forse anche un nuovo modo di stare al mondo? 

Per andare in ambienti estremi come sulla Luna o nello spazio dobbiamo cambiare mentalmente e fisicamente. Lo sanno bene gli astronauti. E noi è come se volessimo andare nello spazio senza l’adeguata preparazione e allenamento. Ecco, stiamo creando sorprendenti e sfidanti abitabilità sul Pianeta Terra digitale e poi artificiale. Una parte degli abusi e delle vulnerabilità nell’incontro con la tecnica contemporanea stanno in questa impreparazione a vivere in ambienti estremi. Un’altra parte sta nel suo sviluppo non primariamente benevolo per molti, ma profittevole per pochi. 

Il suo saggio si apre con l’immagine di un Martin Heidegger quasi “terrorizzato” dalla visione della Terra osservata da una sonda lunare. E si sviluppa in un trittico di capitoli dal tono definitivo: L’ultima parola, L’occhio assente, L’atto osceno. L’ultima parola mi riporta al Ludwig Wittgenstein del Tractatus Logico-Philosophicus con la sua massima “il mondo è tutto ciò che accade” : vale a dire il mondo è ciò che può essere raccontato. 
L’occhio assente lo collego a Walter Benjamin che con l’avvento della fotografia, si interrogava sulla riproducibilità potenzialmente infinita di un’opera d’arte.
L’atto osceno, ovvero l’agire more than human degli agenti dell’AI mi ricorda, come accennato prima, l’oltre-uomo di Nietzsche.

Sono evocati tre pensatori di enorme spessore e lungimiranza, che hanno affrontato con radicalità di pensiero i loro cambi epocali.
Sono passaggi e domande che anche noi oggi ci troviamo a sperimentare su nuovi e azzardati orizzonti.
Può esistere una scrittura formalizzata senza mente e senza mondo come accade per i modelli linguistici su larga scala?
E una fotografia realistica senza la referenza al reale come avviene per le immagini sintetiche?
E un’autonomia decisionale senza l’umano nel loop come immaginata dalla piena automazione robotica?Sono provocazioni di senso a cui dovremo rispondere con l’innovazione culturale. Se ai problemi tecnici basta l’ingegneria, per le risposte alle provocazioni è necessaria invece la filosofia.

Insomma, come cantava Riccardo Cocciante, giusto per alleggerire le citazioni, era già tutto previsto?

L’immaginazione lavora sempre in anticipazione dell’eveniente. Lo fanno le arti e la filosofia.
Sta poi a noi, mortali, poi l’arduo compito di orientare i futuri possibili e probabili verso quelli desiderabili e preferibili. Chiedendoci sempre perché e per chi costruiamo il futuro.

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