Il mondo della Guerra Fredda era più sicuro, non perché la situazione fosse più sicura, ma perché gli adulti erano al comando e quel mondo aveva le sue regole, che erano regole ferree e condivise. Oggi la regola fondamentale è che non ci sono più regole. Ma gli statisti di oggi che guardano ad un orizzonte di pochi anni non vanno lontani. Vincono solo gli statisti che hanno la consapevolezza di come in geopolitica il tempo si misuri in decenni.
L’anno 2026 potrebbe essere, secondo molti, un anno di guerra come non ci saremmo mai aspettati. Basti pensare a Ucraina, Venezuela, Groenlandia, Taiwan, giusto per citare i teatri di scontro reali o ipotetici che abbiamo davanti. E, a voler essere buoni, abbiamo volutamente lasciato fuori i rischi che deriverebbero da scontri di religione o di razze.
È una prospettiva allarmante che però concede spazio anche al suo contrario, perché non si può infatti tirare la corda sino all’infinito, anche se i fatti sono quantomeno poco rassicuranti.
Torna la Guerra Fredda? Forse, ma sono cambiati i giocatori
L’incursione di Donald Trump in Venezuela e l’arresto di Nicolás Maduro sono la prova più chiara che la geopolitica è tornata alla dottrina della Guerra Fredda relativa alle sfere di influenza.
Per gli Stati Uniti, la loro priorità è l’emisfero occidentale, come ripetono in ogni conferenza stampa i rappresentanti del governo Trump. La sfera della Cina si estende a Taiwan (oltre che a buon parte dell’Asia), mentre quella della Russia copre buona parte dell’Ucraina ed altre regioni dell’ex Unione Sovietica (in particolare le nazioni oggi asiatiche).
Durante la Guerra Fredda, come molti ricorderanno, c’era sempre il rischio potenziale di conflitto accidentale. Ma USA e Unione Sovietica erano entrambe gestite da persone che lavoravano duramente per evitare che ciò accadesse. Anche nella più tesa delle crisi, la diplomazia ha sempre prevalso.
Le cose oggi sono completamente differenti. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, in Russia e in tutta l’Europa occidentale, emerge una prontezza verbale a favore di conflitto armato con una scala mai vista prima. “La Russia ha riportato la guerra in Europa…“, ripete continuamente Mark Rutte, segretario generale della NATO, aggiungendo che “…dobbiamo essere preparati al peso della guerra che i nostri nonni e bisnonni hanno sopportato“. Gli fa da eco il maresciallo dell’Air Chief del Regno Unito Sir Richard Knighton e con un carico da novanta, dichiarando che la situazione è più pericolosa che in qualsiasi momento durante la sua carriera. Non è da meno il capo dell’Agenzia federale dell’intelligence tedesca, che ha avvertito che la Russia potrebbe attaccare l’Europa prima della fine del decennio. Ciò che appare maggiormente non è la messa in guardia verso un pericolo reale, ma la sensazione che si vogliano incendiare gli animi.
Se questa guerra con la Russia dovesse malauguratamente scoppiare (anche se non emergono ragionevoli motivazioni perché ciò avvenga), non sarà solo perché Trump ha motivato Putin, sarà anche perché abbiamo permesso, con lunghi anni di errori prima dell’invasione russa, che la situazione in Ucraina andasse fuori controllo.
Gli errori accumulati in quattro anni di guerra in Ucraina
Con l’invasione russa, il sostegno europeo all’Ucraina è stato più ideologico che politico ed è sempre apparso completamente fuori tiro. Si sono registrate quasi sempre incondizionate manifestazioni di tifo acceso, più che di sostegno, a favore dell’Ucraina. Tutti o quasi, dai generali in pensione ai giornalisti delle principali testate continentali, hanno gareggiato con improbabili previsioni su quanto velocemente l’Ucraina avrebbe messo nel sacco l’orso russo, esaltando quella che è stata indicata come la Resistenza ucraina al neoimperialismo russo e ipotizzando una sconfitta della Russia entro poche settimane.
Ora siamo a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto e noi europei, “coalizione dei volenterosi” e non, stiamo incoraggiando l’Ucraina a combattere fino alla fine, pur con la consapevolezza non dichiarata che non vi possa essere alcuna possibilità di vittoria.
È perfettamente plausibile ora che la Russia finirà per occupare più dei quattro oblast a cui originariamente puntava e l’Ucraina perda la sua indipendenza territoriale. Incoraggiata dalla vittoria, si è paventato, la Russia potrebbe alla fine cercare di più ai danni dell’Europa, ignorando il dato storico dell’assenza di qualsivoglia iniziativa di invasione nella storia russa, sino guerra in Ucraina. Sul nostro versante, esacerbando le circostanze e gli animi, alcuni europei hanno auspicato addirittura un cambio di regime in Russia. Eloquenti, a tale proposito, le quotidiane e disarmanti dichiarazioni di Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri.
La cultura bellicista non ha mai portato nulla di buono
Il tutto appare come un film in parte già visto. Al tempo della prima guerra mondiale, anche i giovani tedeschi e austriaci erano affamati di battaglia, come molti europei a capo di governi e di nazioni sembrano esserlo oggi.
I tedeschi dell’epoca, con impeto bellicista, invidiavano i loro nonni che combattevano le gloriose battaglie della guerra franco-prussiana di 44 anni prima.
Allora, come ora, l’establishment politico e militare ha sottovalutato quanto sarebbe stata difficile la guerra e quanto poco sarebbero state prevedibili le sue conseguenze.
Tuttavia, c’è una grande differenza. Nel 1914, gli eserciti europei erano in grado di combattere. Una vittoria dei tedeschi e degli austriaci era per lo meno un risultato plausibile. Le battaglie si decidevano sul campo. Oggi, come è a tutti evidente (nonostante le infatuazioni della prima ora) non è più possibile che l’Ucraina possa vincere la guerra, né che l’Europa occidentale, senza l’aiuto degli Stati Uniti, possa sconfiggere la Russia.
I rischi della guerra ibrida
A questo punto la domanda che ci si pone è se sia plausibile un attacco della Russia contro l’Europa. Il punto è che abbiamo sempre visto per secoli le guerre come scontri simmetrici: nazioni contro nazioni, eserciti contro eserciti. I conflitti di oggi e di domani sono e saranno sempre più ibridi. Non credo, francamente, che Putin abbia intenzione di invadere l’Europa occidentale, come sostengono i funzionari della sicurezza di svariate nazioni, forse con l’obiettivo di instillare un senso di paura nell’opinione pubblica attraverso i media.
Il timore principale è oggi più che mai rappresentato dai rischi della guerra ibrida che potrebbe essere lanciata da “chiunque”: aerei che esplodono sull’aeroporto di Heathrow o un’esplosione in un’affollata stazione ferroviaria tedesca o forse anche un’esplosione nucleare subacquea che scatena uno tsunami, se non addirittura l’avvelenamento della rete idrica di una grande metropoli. E quando si dice che “chiunque” può lanciare una guerra ibrida, occorre stare alla lettera, perché le guerre ibride possono essere lanciate o istigate da nazioni o da potenti organizzazioni criminali internazionali o da multinazionali (molte delle quali possono oggi muoversi con il potere di uno Stato sovrano). Bruxelles, come sede della NATO e dell’UE, sarebbe particolarmente vulnerabile. E qualsiasi risposta contro azioni di tale portata rischierebbe di fare esplodere i già più che precari equilibri internazionali.
L’impossibilità per l’Europa di affrontare una guerra ibrida
Questo è, peraltro, il tipo di guerra per il quale noi europei siamo meno preparati. Gli esperti di sicurezza occidentali vedono ancora la guerra ibrida come un genere di scontro di livello inferiore. Ma la guerra ibrida è letale, e noi europei siamo vittime ideali. Viviamo in spazi ristretti. Dipendiamo da infrastrutture e tecnologie critiche. E tali attacchi non innescherebbero la tanto invocata clausola della mutua difesa della NATO. Perché invadere l’Estonia se puoi creare un caos totale nelle capitali europee, dichiarando un profilo di totale estraneità rispetto a drammatici fatti accaduti?
Il Regno Unito, ad esempio, è ben consapevole di tali rischi.
A novembre, il Defence Select Committee (Comitato ristretto per la Difesa) ha stigmatizzato che il governo del Regno Unito si stava purtroppo muovendo “a passo di lumaca” nell’adozione dell’”Home Defence Programme” (Programma di difesa interna): una nuova strategia nazionale di resilienza e sicurezza per proteggere il Paese da gravi rischi, compresi gli attacchi non convenzionali. Ma il programma è stato ritardato per oltre un anno, anche se i leader britannici sono visibilmente impegnati nel dar fuoco alla retorica di guerra.
Il nostro Consiglio Supremo di Difesa (presieduto dal Presidente Mattarella e di cui fanno parte 5 ministri e il Capo di stato maggiore della difesa), riunitosi oltre un mese fa, ha affrontato il tema dello scontro ibrido solo marginalmente, con riferimento alle tecnologie digitali e in particolare all’impiego malevolo di intelligenza artificiale.
La tematica della guerra come arma di distrazione di massa?
È più chiaro che mai, però, che i nostri sistemi politici sono tutt’altro che pronti per una lotta del genere. Nel frattempo non bisogna sottovalutare come Regno Unito, Germania e Francia (ancor di più Italia e Spagna) non sono tutti realmente disposti a pagare il sostegno dell’Ucraina con il proprio bilancio o addirittura ad aumentare le tasse. Questo è il motivo per cui erano così desiderosi di utilizzare le ingenti risorse finanziarie russe che giacciono congelate nelle banche europee. Ora che il Belgio, il paese in cui è trattenuta e custodita la maggior parte dei beni congelati, ha bloccato l’accaparramento forzato di tali beni da parte dei governi europei, questi dovranno ora mettere i loro soldi per dare seguito alle decisioni di supporto all’Ucraina precedentemente assunte.
Il problema è che i loro elettorati potrebbero non permetterglielo. Gli elettori europei non rinunceranno al Welfare garantito dallo Stato e costruito peraltro con i loro soldi, per finanziare una guerra che non sentono loro. Inoltre, i sondaggi mostrano costantemente una marcata mancanza di sostegno al pagamento di ingenti somme per aiuti finanziari all’Ucraina (French and German adults lean toward dialing back Ukraine support, new POLITICO poll shows).
Il dubbio (per alcuni) o il rischio (per altri) è che, qualunque sia la natura dei loro problemi interni, i leader europei vedono la guerra come un modo per distrarre l’opinione pubblica da crisi ancora più profonde. Se scoppiasse la pace, ad esempio, l’UE dovrebbe inevitabilmente riformare la sua assurda politica agricola comune e reindirizzare i fondi dagli agricoltori italiani o francesi verso l’Ucraina. Ma c’è di più, l’UE ha abbandonato le sue regole fiscali per fare spazio a una maggiore spesa per la difesa. Senza una guerra, la spesa in deficit è difficile da giustificare. La guerra, è questa l’amara sensazione che ciascuno avverte e non dice, sembra essere una chance per mantenere i governi al potere e ritardare il momento della resa dei conti nelle dinamiche politiche nazionali.
La lezione di Sun Tzu
Certo che come europei ci siamo sempre ripetuti, fino al punto da convincercene ideologicamente, di aver imparato dagli errori del passato, incluso l’errore più vecchio di tutti, quello di fare le guerre.
Sun Tzu sentenziava già 2.500 anni fa: “…se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia…“. Quanto a noi, non abbiamo imparato la lezione e, sfortunatamente, continuiamo a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutare i nostri nemici.
Putin inizialmente ha sottovalutato il suo nemico con un attacco a Kiev che doveva essere risolutore nel breve periodo. Un errore di valutazione madornale. Ma ora i russi stanno combattendo una guerra ben organizzata, completamente finanziata e ben mirata. E questo spinge i nostri strateghi a concludere che ora è il momento giusto per lanciare da parte della Russia una guerra ibrida estesa contro l’Europa (pensate a tutte le denunce di voli di droni sugli aeroporti europei, oggi non se ne parla più). Cosa ha, sostengono tali strateghi, da perdere Putin?
Nel frattempo, i nostri errori di valutazione si rinnovano e ricreano le stesse condizioni che trassero in inganno personaggi come Napoleone e Hitler, che hanno sottovalutato la resilienza della Russia, come si amerebbe dire oggi, facendosi sconfiggere dalle gelide temperature invernali del territorio russo e dalle inevitabilmente lunghe e ingovernabili catene di approvvigionamento.
I nostri politici europei continuano a sottovalutare la resilienza economica della Russia moderna. Il primo errore è avvenuto proprio all’inizio della guerra, quando si ripeteva continuamente la certezza, oggi rivelatasi di sabbia, di poter distruggere economicamente la Russia attraverso le sanzioni.
Ci siamo presi in giro da soli con statistiche, numeri e diagrammi profondamente fuorvianti che ci raccontavano come il PIL della Russia fosse approssimativamente delle dimensioni di quello della Spagna.
Sembrava tutto credibile, tranne la realtà concreta che segnalava come Mosca spendesse più del doppio della Germania per la difesa e in modo molto più efficiente. E come se non bastasse alcuni esperti insistono ancora oggi sul fatto che l’economia russa è sull’orlo del collasso, anche se non c’è alcun segno che porti a queste conclusioni. Parallelamente, fior di avvocati internazionali continuano ancora a sostenere che il sequestro di beni russi è privo di rischi. Si tratta di falsi convincimenti che potrebbero generare eventi drammatici e costare tanto all’Europa, sia in termini di perdite umane che di dissoluzione di valore costruito nell’arco di oltre otto decenni di pace.
La lezione inascoltata di Kissinger
Gli esperti di geopolitica del recente passato, a partire da Henry Kissinger, erano ben più realisti ed avevano una comprensione molto più profonda della politica delle superpotenze. Nessuno poteva accusare Kissinger di essere stato morbido con l’Unione Sovietica. Ma al tempo stesso nessuno poteva considerarlo come un guerrafondaio.
All’epoca, gli americani mantenevano canali diplomatici con la Russia. Il loro lavoro era la gestione del rischio, obiettivo che hanno sempre perseguito in modo ammirevole. Al contrario, ciò che sta diventando sempre più chiaro è che l’amministrazione di Donald Trump non si muove mai nel perimetro della gestione del rischio, ma del perseguimento di un vantaggio commerciale a breve termine, anche e innanzitutto a titolo personale.
E ora parte il game globale?
La Groenlandia potrebbe essere la prossima vittima. I suoi vasti depositi in gran parte inesplorati di terre rare, combinati con la sua posizione strategica, lo rendono un bersaglio ovvio. In effetti, Trump ha già gettato le basi sia con la strategia di sicurezza nazionale che con la nomina di un inviato incaricato della acquisizione di quell’immenso territorio. La proprietà rafforzerebbe notevolmente la posizione degli Stati Uniti nel Mar Artico, una regione di crescente importanza strategica che l’Europa ha in gran parte ignorato.
Né il Canada è immune dalle mire dell’amministrazione americana: Trump lo ha già identificato come una minaccia alla sicurezza. Il Canada, guarda caso, si trova anche su 163 miliardi di barili di riserve petrolifere comprovate, guarda caso giusto al 4° posto a livello globale secondo l’Energy Information Administration degli Stati Uniti, dopo Venezuela, Arabia Saudita e Iran. Man mano che gli Stati Uniti diventano più dipendenti dal petrolio per il loro fabbisogno energetico, l’acquisizione del Venezuela e del Canada seguirebbe certamente una logica commerciale, se non strategica.
È completamente folle, si potrebbe dire (e ne convengo anche io), ma riflette una realtà geopolitica in cui il rischio non è più gestito come in passato e la diplomazia è scontatamente messa alla porta. Il mondo della Guerra Fredda era più sicuro, non perché la situazione fosse sicura, ma perché gli adulti erano al comando e quel mondo aveva le sue regole, che erano regole ferree e condivise. Oggi la regola fondamentale è che non ci sono più regole. Ma gli statisti di oggi che guardano ad un orizzonte di pochi anni non vanno lontani. Vincono solo gli statisti che hanno la consapevolezza di come in geopolitica il tempo si misuri in decenni. Vedremo se il 2026 si rivelerà l’anno con il maggior numero di conflitti in atto o se invece genererà le condizioni per una de-escalation definitiva delle intemperanze internazionali.
